Margherita Pusterla: Racconto storico

Part 10

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E il Basabelletta:--Ci regneranno, perchè il diavolo ajuta i suoi e perchè son troppi quelli che sanno cianciare come te, e poi all'opera non valgono la metà di quel che mostrano a parole».

Considerate se Alpinolo sentisse pizzicarsi le dita! ma parendogli in quelle espressioni ravvisare uno, su cui fare fondamento per l'ideata rivoluzione, mandò giù, e stringendogli convulsivamente la mano, il trasse verso un canto ove fosse men gente, e guardandosi intorno e abbassato la voce,--Quel che è stato è stato (gli diceva): ma poichè tu pensi diritto, sappi che le ciancie prenderanno corpo, che le speranze non sono in aria questa volta: che dove il popolo tutto è malcontento, dove il principe esecrato, basta una favilla a destare un incendio maledetto. E la favilla, ti assicuro, v'è già chi batte la pietra per suscitarla.

--Sai che?» ripigliava il Menclozzo.--Si vorrebbe che men pieghevoli avessero le schiene cotesti nobili; men ligi al padrone fossero e più amorosi alla plebe. Credilo: gli uomini sono come le nespole: per maturare vogliono la paglia. Sulla paglia dei casolari troveresti ancora dei cuori generosi: ma mentre il popolo s'invigorisce sulle glebe e nelle officine, i ricchi si smaschiano in giuochi e tornei, a caccie, a balli, a far tavolacci, e a cercar gloria nell'ostentare codardia alla Corte. I nostri buoni vecchi era loro vanto il sostenere la plebe nella Credenza di sant'Ambrogio, francheggiarne i diritti contro chi voleva soperchiarla... Ma il mondo invecchia peggiorando e di quella santa razza più neppur uno ce n'è: neppur uno.

--E tu sempre (così soggiungeva Alpinolo, sentendosi brillar dentro il cuore a quel parlare), sempre tu pigli san Michele pel diavolo. La razza dei buoni vive, ed io la conosco; e pensano al popolo più che tu non credi, e se l'intendono, e frappoco... e sapranno rendere giustizia a chi sente come te generosamente. Credimi e spera.

--Ch'io speri? Da senno me ne dà cagione il veder anche quelli che meno dovrebbero lasciarsi pigliar per la gola. Il tuo Pusterla per uno. Che non otterrebbe se egli stesse con noi? Invece, appena Luchino gli gettò quell'osso dell'ambasceria, accomodò l'anima alla servitù, e fatto dolce come un miele, se la campa a Verona senza un pensiero nè di sè, nè della patria, nè di qualche altra cosa che gli stringe più sulla pelle.

--Sta colà, non ci pensa eh!» saltò Alpinòlo tutto fuoco. Or --sappi invece... ma stia in te, sappi che il mio signore non è --altrimenti a Verona: se v'andò fu solo per intendersela con Mastino; --ed ora è qui in Milano, in petto ed in persona: e... Insomma, ti --basta? sei ora convinto?

--Belle fandonie!» esclamava ridendo il Menclozzo--Povero ragazzo! tu sei buono, e ti fanno bevere grosso. Qualche servitore te l'avrà dato a intendere: forse qualcuno avrà cantato per farti cantare...

--A chi farla bere?» interrompeva Alpinolo, rosso come bragia.--Ma per chi m'hai tolto? Non ho io a credere a questo par d'occhi? Sappi dunque che jer sera, in casa i Pusterla, io persona prima, ho parlato con lui, con Zurione, con una mano di persone tutte di primo conto, e han detto quel che basta: e già dispongono: e non s'andrà all'altro sabbato a pagar le partite...» e seguitò via contando tra quel ch'era vero, e quel ch'egli si era immaginato. Ma l'altro, o incredulo davvero, o per quell'umore suo di contraddizione,--Va là, va là (replicava); c'è chi lo terrà indietro: e quell'acqua cheta della signora Margherita...

--Chi? Margherita? che celii?» continuò l'improvvido.--Essa non vede anzi quella sant'ora di nettar il paese da queste sozzure. Ella ci narrò la storia di Galvagno Visconti suo antenato, il quale, al tempo del Barbarossa, andava attorno vestito da buffone, colla cerbottana in mano, fingendo strologare: e intanto macchinava, e conduceva maneggi per la liberazione della patria. Ha fino soggiunto: «Allora i savj facean da matti; oggi i matti si credono troppo savj.»

Qui è da sapere che, fosse arte o piuttosto accidente, gli archi del portico, sotto al quale discorrevano Alpinòlo e il Menclozzo, sono combinati in maniera da produrre il fenomeno delle così dette _sale parlanti_; fenomeno che alcuno de' miei lettori avrà potuto osservare in san Paolo di Londra, nella galleria di Glocester, nella cattedrale di Girgenti, e più vicino, nel palazzo ducale di Piacenza, nella sala dei Giganti a Mantova, e fin in una volta del parco di Monza. Consiste in ciò, che uomo non può dire paroluzza sì cheta presso ad uno dei quattro angoli estremi di esso portico, che non sia inteso da chi si collochi al pilone diagonalmente opposto all'arco. I fisici ne diano la non difficile spiegazione; la storia nostra si contenta di dire che v'era chi ne traeva profitto. Queto come non fosse fatto suo, mentre i due disputavano, gli ascoltava a quel modo Ramengo da Casale, di cui più di una volta ci occorse di far menzione. Adulatore di Luchino, come abbiam detto, però sapeva anguillare in modo da non inimicarsi i nemici di questo; blande erano le sue parole, ambigui i fatti: mai non sarebbesi posto colle une e cogli altri in manifesta contraddizione con veruna parte, cercando anzi andare a versi a tutti, e riusciva ad illudere molti. Fra quei molti che non penetravano entro la scellerata anima di Ramengo, era Alpinolo, al quale la cieca persuasione della bontà di sua causa faceva credere che ogni uomo dovesse parteggiare colle sue opinioni. Quindi nè ombra di sospetto gli nacque allora quando Ramengo, come lo vide scostarsi dal Menclozzo, se gli avvicinò, ed avendo già inteso quanto bastasse per iscalzarne il resto,--Imprudente! (gli disse) tu parlavi or ora col Menclozzo... gli avresti mai detto!...» e ammicava con aria d'intelligenza.--Sei ben certo ch'egli sia dei nostri? Non t'ha dato Franciscolo il segno per riconoscerci?

--No», rispose Alpinolo.

E l'altro continuava:--A me l'ha dato Zurione, e non credo aver buttato il giorno invano, ma spero con maggiore prudenza di te. Tu a chi n'hai parlato?»

Qui Alpinolo nominò parecchi di coloro cui n'avea fatto motto, e degli altri cui volea farlo: e Ramengo, che non ne perdeva parola, gli chiese:--Ma non ti sei tu inteso con Galeazzo e Bernabò?

--Non io: ma l'avranno fatto gli altri che c'erano jer sera.

--Eh! non so chi tra loro abbia con essi bastante entratura, o chi voglia avventarsi a corpo perduto come te e me.

--Come? dite poco? (seguitava l'imprudente). I due Liprandi non son tutta cosa con loro? dove trovar gente più animosa che il Besozzo e quel da Castelletto?

--Milanesi! (esclamava l'altro scotendo il capo). Buona gente; di cuore; ma per darsi moto, per voler risolutamente, è inutile, bisogna ricorrere a quei di provincia.

--E per questo (seguitava il garzone) v'è il Torniello da Novara: e stamattina l'ho già veduto parlare con...

Così rinvesciava e ciò che sapeva, e ciò che immaginavasi; ed esponeva come fatti veri e successi quei che erano sogni di sua fantasia. Poi, contento di aver conosciuto un nuovo apostolo, abbracciatolo con un movimento generoso e cordiale, voltava via per cercarne altri, mentre Ramengo si difilava al palazzo, e faceva dire al Signor Luchino d'avere a comunicargli cosa della più grave urgenza. Luchino comandava che entrasse.

Ma gli è tempo che diamo a conoscere ai nostri lettori questo malnato.

Ramengo era detto da Casale appunto dal luogo donde nasceva nel Monferrato, e donde, bambino in fasce, era stato portato via nel 1209, quando quella terra si era ribellata a Matteo Visconti per darsi a Giovanni marchese di Monferrato ed ai Pavesi. Il padre di lui, soldato di ventura, senz'altra ricchezza che la spada, era venuto a Milano a procacciare sua ventura al soldo dei Visconti. Morto poi nelle battaglie, sulla stessa via lo avea seguito Ramengo, siccome l'unica nella quale sperasse acquistar nome e ricchezze, e contentare l'avara ambizione che lo struggeva. Nè il sollevarsi era difficile cosa in quei tempi agitati, quando Dante si lamentava che diventasse un Marcello ogni villano, il quale venisse parteggiando. Che se ognuno non avesse in pronto esempj di subite fortune, potrei ricordare Giovanni Visconte da Oleggio, povero fanciullo, raccolto di quei di appunto dai Visconti, e messo chierichetto in Duomo, poi fatto cimiliarca, poi podestà di Novara, poi generale di tutte le armi di Luchino, e suo logotenente e capitano per tutto il Piemonte: ovvero la bizzarra storia di Pietro Tremacoldo, detto il vecchio, mugnajo lodigiano, che divenuto famiglio dei Vestarini che colà dominavano, ottenuta da essi in custodia una porta della città, una bella notte v'introdusse certi suoi assoldati, levò Lodi a rumore, prese i Vestarini, e chiusi in un _vestaro_, come il vulgo chiama l'armadio, ve li fece morir di fame, proclamando sè stesso signore di Lodi.

--Se questi e quelli, perchè non anch'io?» diceva Ramengo tra il suo cuore, ogni qualvolta udisse tali o siffatti racconti: e poichè si sentiva incapace di salire con arti buone, disponevasi a quelle qualunque fossero che il potessero giovare, adulazioni, viltà, tradimenti.

I Pusterla, che avevano lauti poderi nel Monferrato, ed erano per alcun tempo stati feudatarj di Asti, aveano tolto in protezione il padre di Ramengo, acquistandogli credito e posto nelle milizie. Ma persone, la cui vista rammenti il dovere di una gratitudine che non si ha, divengono esecrate al malvagio. Ramengo, cresciuto con cuor tristo, se al mondo un n'era, uno di quei cuori per cui è necessità l'odiare, abborriva svisceratamente la famiglia Pusterla, perchè n'era stato beneficato; ma avendone tratti molti vantaggi, e molti altri sperandone, dissimulava; e fattasi una fronte inesplorabile, mostravasi coi Pusterla devoto sino alla viltà e piaggiatore, mentre con inquieta scontentezza procurava alzarsi sulle loro rovine.

Ruppesi intanto la guerra fra Ghibellini e Guelfi, e il papa, scomunicato Matteo Visconti, mandò l'esercito a sostenere gli anatemi, tanto che Matteo, atterritone, rinunziò il potere a Galeazzo suo figliuolo; e datosi a vita devota, morì poi nella canonica di Crescenzago. Allora Galeazzo spinse vivamente le ostilità; e fattosi confermare signore di Milano, chiese sussidj a tutte le città vicine. E poichè i Guelfi fautori dei Torriani, guidati da Simone Crivelli, da Francesco di Garbagnate e dal cardinal legato, tentavano passare l'Adda per entrare su quello di Milano, tutto al lungo di quel fiume dispose corpi d'osservazione, e rinforzò le rôcche. A Trezzo stava quel Marco Visconti di cui un amico mio sì bene vi espose le bravure e i patimenti: il castello di Brivio, un forte eretto a Olginate e la rocchetta di Lecco erano governati dal padre di Franciscolo Pusterla: il quale, volendo che suo figlio facesse il noviziato delle armi, gli affidò quest'ultima, ponendogli però ad ajutante Ramengo. Ciò avveniva nel 1322.

Lecco in quel tempo era poco meglio che un mucchio di rovine. Imperocchè essendosi esso ammutinato contro i Visconti nel luglio del 1296, Giavazzo Salimbene podestà di Milano, coi collaterali del capitano e tutti gli stipendiati della repubblica, cavalcò a Merate, e quivi congregati molti fanti della Martesana, mosse sopra Lecco, ne levò dugencinquanta ostaggi, che spedì a Milano, poi ordinò che fra tre giorni tutti i terrieri uscissero dal luogo, e a Valmadrera si collocassero colle loro robe a cielo scoperto, e guai a chi si movesse. Infelici! dovettero obbedire, e di là dal lago videro bruciare la patria loro, non conservata che la rocchetta per tenerli in soggezione; poi intesero pubblicarsi un bando, che mai più quel borgo non fosse rifabbricato.

Simili vendette erano a tutt'altro opportune che a far amare il dominio: e in quelle parti più sempre si infervorò l'animosità contro dei Visconti, alimentata dalla intelligenza che manteneano colà i Torriani, oriondi della vicina Valsassina. E sebbene le replicate vittorie dei Visconti avessero fiaccato la potenza di questi, ogni qualvolta però riuscissero a sollevare il capo, i Torriani trovavano appoggio in questi terrieri. Devotissimi a loro v'erano i Ticozzi, i Manzoni, gli Invernizzi e principalmente Gualdo della Maddalena. Col volgere dei casi, la famiglia di questo era stata disfatta, egli ucciso in battaglia; l'unico figlio Giroldello, menato ostaggio, era riuscito a camparsi, e aveva ultimamente preso servigio nelle truppe guelfe: nè rimaneva in Lecco che una sorella sua Rosalia, teneramente amata da Giroldello, più amata ancora dopo che da lei lo distaccava la sventura.

Bellissima era cresciuta la Rosalia, e con quel prepotente bisogno di amore che istillano negli animi dolci le sciagure dei primi anni, e che più si accende quando mancano attorno le persone su cui sfogarlo.

Franciscolo Pusterla, giovanissimo allora, aveva conosciuto la coetanea fanciulla, e ne compassionava la situazione, tanto più perchè la vedeva così bella: qualità che ha tanta parte nei sentimenti destati da una fanciulla. Riguardandola come vittima innocente delle civili discordie, come martire d'una fazione, cui la sua famiglia stessa aveva aderito, e che ora rimaneva nobilitata dalla sventura, volentieri trovavasi con lei, le usava maniere di singolarmente amico, e con arti di delicata beneficenza sapeva recarle opportuni soccorsi: tanto che i molti che han costume di non credere alla generosità se non interessata, bucinavano che Franciscolo l'amoreggiasse.

La conobbe anche Ramengo, e le pose amore.

Ma no: di questo sentimento, che in tanti è germe d'azioni generose, non si deturpi il nome usandolo a significare quel che Ramengo provò per Rosalia. Calcolo, mezzi, risultamenti egli vedeva solo colà, dove gli altri dell'età sua vedono affetti, piaceri, illusioni. Unica meta d'ogni suo operare era di togliersi alla nativa bassezza, ed avanzare negli impieghi e alla Corte, fossero qualunque le vie. Tra le vicende d'allora aveva egli veduto salire quando i Visconti, quando i Torriani: e sebbene ora paresse assodato il dominio dei primi, non poteva un accidente rimettere gli altri in potere? Collegarsi col Visconti nel tempo del loro maggiore ascendente era idea che il desiderio poteva suscitargli, ma che la ragione ributtava siccome un delirio. L'umiliazione presente all'incontro porgeva il destro di amicarsi coi secondi; gran cose bollivano: il paese era in guerra e la sorte delle armi va sempre dubbia: se mai tornasse prospera ai Torriani, qual merito di essersi unito a loro in tempi di sfortuna, quanta ragione per venirne ingrandito!

Ma sposare la causa loro apertamente sarebbe stato un mettersi a repentaglio. Se invece prendesse per moglie la Rosalia, essa era tanto meschina, tanto sola oggidì, da non ispirar gelosia a chi che fosse; da non impedirlo d'esercitare il rigore contro chiunque desse segno di devozione al nome torriano. Qualora poi i Visconti venissero sbalzati dal dominio, la Rosalia non solo gli varrebbe di tavola per campare dal naufragio, ma per approdare anche ad una riva fiorita.

Con questi calcoli si preparava ad un'unione, che solo l'accordo dei caratteri e la virtù possono rendere beata: con questi e con altri ancora più turpi. Aveva egli avuto sentore della predilezione di Franciscolo per la Rosalia, e l'aveva creduta spinta chi sa fin dove. Ma poco brigandosi di ciò, coglieva volontieri un'occasione di vendicarsi del Pusterla coll'usurpargli l'amica. A lui, che si teneva per un gran che nelle guerre, metteva astio quel trovarsi soggetto a un garzoncello, che allora faceva le prime armi. È ben vero che questi interamente a lui deferiva nelle cose di guerra, ma però aveva più volte posto freno all'eccessivo rigore onde perseguitava la parte avversa; e principalmente una volta gli aveva fatto seriissimi rimproveri perchè avesse mandato uomini in traccia di Giroldello, venuto in Lecco a salutare nascostamente la sorella, e ingiunto a loro che, non potendo vivo, il prendessero morto, Ramengo cominciò da quel punto a considerare Franciscolo colla stizza onde un fratello diseredato guarda l'altro dovizioso: a tenerlo per un impaccio a' suoi progressi; a contrariarlo sott'acqua, aspettando luogo e tempo di far peggio.

E per contrariarlo richiese la mano della Rosalia a certi lontani parenti, alla cui custodia era stata commessa: i quali, tra per disgravarsi d'un peso, tra per la speranza di cessare le persecuzioni contro Giroldello, assentirono. Conchiuso il sì, Franciscolo sovvenne lautamente a quanto occorreva pel corredo e per le nozze; dal che Ramengo a crescere i sospetti e pigliarsene peggior talento: ma godeva di cavarne intanto alcun frutto: quando l'avesse fatta sua, penserebbe a custodirla.

La Rosalia, come succedeva allora e come succede anche oggi al più delle fanciulle, ne venne informata ad affare conchiuso, e consentì senza sapere che si facesse. Non conosceva ella Ramengo, nè questi avea fatto opera per meritarsene la benevolenza, ma quando si vide a lui congiunta di un nodo che la morte sola può sciogliere, formò sua delizia di quel ch'era precetto; e come fa l'amore, vedendo generosità e nobili sentimenti e beneficenza in quanto aveva fatto e faceva Ramengo, andò lieta di trovare uno su cui traboccare la piena di un affetto, che non aveva sin allora avuto sfogo, e lo amò con tutto l'impeto d'una prima passione.

Amare l'oggetto che si possiede: è pur divina cosa.

Per brutale che uno sia, non è possibile che, nei primi tempi almeno, non ami la donna sua, quella con cui divide i piaceri, i dolori, le cure della vita. E Ramengo pose anch'egli amore alla ingenua sua Rosalia, e gustò le dolcezze del voler bene e dell'essere ben voluto; le quali avrebbero anche potuto ridurlo a più miti pensieri, persuaderlo a cercar quello, in cui solo è la felicità di quaggiù, il diffondere il bene fra coloro che ne circondano, grande o piccolo che sia il circolo nostro.

Ma da quei momenti di virtuosa concitazione ben tosto ricascava egli nelle abitudini antiche, spoglie di ogni gentil sentire, e per cui sino i più soavi affetti prendevano del fiero e dell'atroce. Severo, bisbetico, cane, poi a sbalzi cortese ed affettuoso, or accarezzava la donna sua, ora ne conculcava i sentimenti: oggi batteva villanamente chi avesse osato recarle la più lieve noja od esitato nell'obbedirla: domani le comandava colla rigidezza che soleva a' suoi soldati, sottraevasi alle dimostrazioni gentili di lei; teneva insomma i modi più opportuni ad alienarsi un cuor di donna.

Conosceva egli il suo torto, ma non che emendarsene, ne traeva ragione di inviperire; non che farle merito della pazienza onde la meschina tollerava, argomentò che ella se ne vendicasse col tradirlo; argomento vago affatto ma che pure in lui divenne un bisogno, per trovar nella donna un nuovo oggetto di livore. Gli antichi dubbj intorno al giovane Pusterla rinacquero più forti; la pietà di esso parevagli segno di colpa: e poichè il Pusterla tornava sovente da lei, e seco volentieri passeggiava talora lungo quelle rive, colla compiacenza di un giovane che trovò un'anima ingenua ed appassionata; e, qualora di lei parlasse, vi metteva l'ardore che suole la gioventù, non anco avvezza a fingere, a temere, a dissimulare. Ramengo ne divenne furiosamente geloso, o, a dir più proprio, ne colse pretesto di resuscitare la rabbia che i benefizj passati e la presente soggezione gli avevano messa in cuore contro del Pusterla. Con severi rabbuffi adunque intimò alla donna come per conto nessuno volesse più soffrire Franciscolo in sua casa, imponendole al tempo stesso che si guardasse bene dal dire, nè lasciare intravedere a questo il comando del marito. Ordine che costrinse Rosalia a quegli obliqui andamenti, cui tanto spiace alle anime leali il vedersi ridotte dalla prepotenza e dalla ingiustizia; e non isfuggendo questi all'occhio scrutatore del marito, ne crescevano i biechi sospetti.

Se non che Franciscolo abbandonò Lecco per correr colle armi dei Brianzuoli in soccorso dei Visconti, i quali, dall'esercito guelfo crociato incalzati vivamente, si videro fino assediati in Milano. Breve per altro durò il buon vento ai Crociati, stantechè il Visconte, chiamate tutte le forze disperse, non solo liberò Milano, ma a Vaprio diede un tale tracollo ai nemici, che i Torriani da quell'ora perdettero ogni speranza di principato, e i loro fautori andarono sbrancati in varie parti.

Ramengo, secondo che la fortuna delle armi gli faceva scorgere nella donna sua un istrumento opportuno od inutile alle sue aspirazioni, l'aveva o meglio o peggio trattata, ma quando seppe rovinate le speranze dei Torriani, usò maniere di tal rigore, con quanti nel territorio si potevano credere devoti a quella parte, che tutti ne stavano pessimamente.

La Rosalia, che erasi data a credere di poter qualche cosa sull'animo del marito, osò interporre alcuna parola per mitigarlo almeno al suo Giroldello, ma egli avea preso tanta insolenza, che più non si poteva seco: ributtò villanamente la supplicante; poi, come d'un mezzo che più non tornava ai suoi usi, la tolse a tedio, e di voglia se ne sarebbe disfatto quando avesse potuto e celarlo agli occhi altrui, e trovare qualche appiglio onde vincere il residuo di pietà che anche ai più malvagi fa rincrescere l'immolare alcuno senza ombra di colpa.

CAPITOLO VII.

L'ANNEGATA.

Una mattina, la sentinella avanzata della rôcca di Lecco riferì a Ramengo come, sul tardo della sera precedente, si fosse avvicinato alla fortezza, un, non sapeva chi, e aveva vibrato uno strale sul verone dove stava la Rosalia, la quale avealo raccolto.

Divampò alla notizia Ramengo, persuaso che colui fosse il Pusterla, il quale continuasse in tal guisa la tresca colla donna sua per fargli scorno. E gli balenò innanzi l'idea di potere, e disfarsi di lei, e procurare un dolore atroce alla casa dei Pusterla, con un assassinio giustificato dal dover suo di custode: sicchè commise alle guardie che, se mai ciò avvenisse di nuovo, traessero senz'altro sopra lo sconosciuto temerario, l'uccidessero, e zitti.

La sera, di fatto, ecco di nuovo l'uomo si avvicina alla rocchetta: Rosalia, che stava affacciata al balcone, non appena lo vede, slancia di tutta forza verso di lui un sasso; quegli lo raccoglie, ma non appena prendeva la via del bosco per ritornarsene, un colpo di balestra al capo lo stende morto stecchito. Gli furono subito addosso le guardie, e trovarono che non era se non un valletto incognito: nessun segno, nessuna divisa dava indizio dell'esser suo, ma gli rinvennero il sasso, a cui era legato un viglietto.

Ramengo, il quale aspettava col feroce dispetto che provano gl'ingannatori nel vedersi ingannati, quando ricevette la notizia e lo scritto, compose la bocca ad un riso somigliante al ringhio di un lupo che avvisò la preda; congedò gli uomini: sciolse il foglio:--non è indicato a chi sia diretto, ma è la mano di sua moglie, e tra spasmodiche convulsioni, vi legge queste parole:

/# _Che dolcezze, da gran tempo sconosciute mi fece provar in tua lettera! Tu vuoi, dunque per amor mio avventurarti a nuovi pericoli? Stringerti anche una volta al cuore, è consolazione, che appena io osavo sperare. Ma se egli ti vede, ne va la vita. Però l'altro domani egli uscirà alla notte a perlustrare i posti sul lago. Appena partito, io esporrò sul verone, a levante, un pannolino, e tu scendi alla portella di soccorso che conosci. Quante cose ti dirò! Sai? il mio seno è fecondo. Possa quel che nascerà somigliare a te! Addio, addio! Come tripudio al solo pensare che tra poco abbraccerò il mio diletto!_ #/

A gran pena Ramengo durò sino al fine; morsicò il viglietto, morsicò le proprie mani, e sbuffando, bestemmiando, muggendo come un toro ferito, correva di su, di giù, dall'occhio mezzo nascosto tra le ciglia corrugate gettava faville, dalla bocca mandava spuma, colle dita serrate in pugno percoteva i mobili, le pareti, sè stesso: poi rompeva in esecrazioni infernali contro la donna sua, contro il drudo di lej.