Mar sanguigno (Offerta al nostro buon vecchio Dio)
Part 9
Ed ora, tutto qua dentro si muove: girano ruote, stridono ingranaggi, sussultano lancette nei bianchi fiori dei piccoli manometri: da tubi, da valvole si sprigionano sibili d'aria, e nelle articolazioni lucide delle motrici si alternano riflessi brillanti a brevi eclissi. Noi assistiamo alla vita interna di un mostro, nascosti tra le sue viscere, e le funzioni del suo cuore, dei suoi nervi, delle sue vene ci appariscono evidenti.
— Mantieniti su 33 — dice il Comandante all'uomo che maneggia il timore di profondità — e ti raccomando di evitare inclinazioni...
Già: perchè basterebbe abbassare la prora per tornare a immergersi nel fondo; la poppa, per contorcere le eliche.
Ma che cos'è? Ecco che sulla sinfonia dei rumori interni, un gruppo di suoni esterni e di diversa tonalità si sovrappone. Ecco spurghi d'acqua che non ci appartengono, colpi affrettati che sembrano venir a picchiar sul nostro scafo. — Ah! è l'«altro» che ci ha uditi e s'è svegliato in sussulto: l'altro nel cui ventre devono avvenire scene spaurite per il prodigioso caso — forse l'unico della guerra — avvenuto.
Ecco: muove anch'esso le eliche.
Ah! Par di udire da qui gl'incitamenti, le raccomandazioni ultime e le rozze voci di comando dell'altra lingua: par di vedere l'«altro» comandante tender l'orecchio come il nostro, stringer il volante del periscopio con la stessa stretta convulsa del nostro, teso con tutta l'anima nel supremo intento di distruggerci. Par di...
Silenzio: tutti i volti si fissano in un rigido spasmo che imita la calma. Viene la morte... tutti hanno udito la cupa scossa dell'altro che ci ha lanciato un siluro addosso... Sei, sette secondi d'attesa convulsa col respiro trattenuto, mentre qualche cosa che ci corre incontro — la Morte — sibila nell'acqua elevando sinistramente la sua voce d'acqua... È qui! Non una palpebra che batta. Viva l'Italia anche negli abissi, dove si muore in pezzi...
. . . . . . .
«Erano» due, non uno: e li abbiamo sentiti passare velocissimi poco al di sopra del nostro dorso... Forse bianche braccia di giovani donne e di bambini si son protese disperatamente nel mare per rendere vana la loro corsa...: forse il pargolo di Nazaret, dal fondo della sua culla adornata di mille ceri, deve aver detto NO... questa notte, NO...
— Fuori! — grida il comandante.
Si ode come il gigantesco sbuffo di un mostro che stia per soffocare, e segue un cupo sussulto. — La «nostra» morte va. I nostri secondi di ghiaccio si ripetono ora nell'altro... Ah! potessimo non fargli più riprender respiro!... È strano! Questi brevi secondi di attesa sono più carichi di angoscia dei primi... molto di più... infinitamente di più... spasmodicamente di più....
. . . . . . .
e finiscono con una mossa disperata di tutti... Nulla!... Le eliche dell'altro continuano il loro ritmo beffardo, come quello delle nostre per lui. E da vicinissimo com'era, par si allontani verso Sud.
Ma che cosa sono questi colpi secchi che il nostro scafo raccoglie? Sono serie regolari che il radiotelegrafista immediatamente comprende e che riempiono di stupore i suoi occhi.
— Ci chiamano, comandante, col sistema Morse...
— E rispondete! — dice il comandante stupito a sua volta.
E un grosso martello da macchina, impugnato dal radiotelegrafista, si mette a picchiare sulle nostre pareti ripetendo la serie: poi si ferma, com'è d'uso.
Un istante di attesa.
Ecco: l'altro ci parla: un colpo semplice, uno doppio, due altri semplici: F — compita il radiotelegrafista... Un colpo semplice, uno doppio, un altro semplice: R... Tre colpi doppi: O... Avanti. Ormai tutti compitano all'unisono come una strana scolaresca guidata dal maestro lungo un sillabario.
H.....L....I....C...H...E....... FRÖLICHE....
Il martellamento si ferma per un momento, come per chiedere se abbiamo compreso la parola.
— FRÖLICHE! Che diamine dice? — domanda il radiotelegrafista rivolto al comandante.
— Va bene: dite di sì — questi risponde mentre inarca le sopracciglia.
E i colpi riprendono:
W....E...I....H...N....A....C...H....T...E.....N
Fröliche Weihnachten: basta.
— Buon Natale! — traduce il comandante... con una inesprimibile espressione fatta di sbalordimento e di sprezzante ironia.
— _Ma senti si che rrobba! Te possino «....» a te e a chi te cià mannato..._ — mormora un marinaio romano.
Ma il comandante gli fa un brusco cenno di tacere.
— Che ne dice? — mi chiede.
Che ne dico? Se nella lotta di due tigri, dopo un reciproco balzo a vuoto che non può esser ripetuto, l'una improvvisamente si placa e s'allontana, è inutile che l'altra continui a ruggire...
— Prendiamola dal lato ameno — gli dico. — Ricambiamo l'augurio...
E, pronto, il martello traduce in colpi semplici e doppi il nostro «Buon Natale» che si propaga nel profondo dell'Adriatico, in sillabe nostre. E pare che il mare ascolti con reverenza la lingua che dovrà essere l'unica sua, tanto è lieve la carezza dell'acqua che nella nostra ascensione ci avvolge.
Ritorna il silenzio da tomba; no: v'è ancora un piccolo rumore d'eliche lontanissime che a poco a poco si spegne... e che aizza ancora in noi un sentimento come di rimpianto... o di rimorso... o di che?
Non so: nelle cappelle ardenti gli uomini imprecano. Ossigeno: si aprano le bombole dell'ossigeno per dar loro del buon umore chimico. Molto ossigeno. Che diamine! Oggi è Natale...
O buon equipaggio del Sommergibile «....»: ecco: l'ospite ha mantenuta la promessa! E ha voluto lasciare a queste linee scritte tra voi, dietro la cortina rossa della camera di manovra, la loro intonazione cupa, così come gli venne dettata dall'ambiente vostro. Oggi, rilette al sole, esse gli ricordano l'impressione suscitata dalla vista di quelle creature degli abissi che strappate dal fondo e gettate morte alla spiaggia, nessuno conosce.
SUPREMO GRIDO.
(LA CASA).
_He sinks into thy depths with bubbling groan,_ _Without a grave, unknell'd, uncoffin'd......_ (BYRON — CLXXIX).
I.
S'erano seduti in terra lungo un muro che proiettava nel cortile del vecchio forte veneziano una larga lama d'ombra violetta. Era quello il posto che nelle ore di riposo essi occupavano d'abitudine da quando s'era iniziata la seconda estate della loro prigionia. Di fronte a loro, nelle massicce mura patinate dal tempo, s'apriva tra due spigoli uno spiraglio bianco di case di Sebenico, addossate in lontananza alla collina di San Giovanni e sormontate dal campanile d'una chiesa di cui ignoravano il nome, ma che essi guardavano spesso.
Stormi di corvi vi volteggiavano al sole esercitando i piccoli al volo tra i due edifici contigui. Le loro grida rauche, piene d'incitamento e di gioia, vi risuonavano forte, con risonanze da caverna, come di notte vi si ripeteva il lamento tragico delle civette. E ciuffi d'erba scura, erba da rovine e da sepolcri, dall'aspetto riarso, ma sempre viva d'una vita acre succhiata alle pietre, vi pendevano inerti.
In quelle ore l'antica fortezza si vuotava tutta delle centinaia di soldati croati e bosniaci che la presidiavano, raccolti in piazza d'armi, di là dagli spalti, da un vecchio maggiore azzoppato sul Carso da granata italiana e che poteva così chiamarli bestie per due ore al giorno.
Nulla s'intravedeva della duplice serie di baionette, nè delle complicate chiusure con cui l'uomo ama circondare l'uomo che gli cade in mano al buon tempo della guerra. E un silenzio pigro di convento gravava tra quelle rudi mura di violenza che sonnecchiavano al sole col sonno bieco delle fiere che è riempito da visioni di ferocia.
S'erano seduti tutti e quattro quasi in posizione identica, eretti sulle reni per un'abitudine di fierezza acquistata in presenza dei loro carcerieri. Il loro occhio, spento da una rassegnazione non più scossa ormai da alcuna rivolta, si fissava a mezz'aria su quei punti immaginari che la tristezza dissemina nello spazio avanti a chi soffre, concentrando come in un fuoco di lente ogni suo pensiero.
Forse da questi punti i raggi visivi della loro memoria si aprivano in là, traversando mura, terre e mare fino a riprodurre, come su uno schermo lontanissimo, la scena tragica che aveva nettamente separato il corso della loro esistenza e che rivedevano sempre. Il «Turbine», il loro cacciatorpediniere, era lì, come in quel giorno, al centro d'un vasto quadro azzurro, fermo, mezzo sventrato, lasciando sfuggire sangue, vapore e nafta dalle sue lamiere aperte, rantolando come bestia esausta e già inclinata per morire, in una di quelle strane posizioni d'agonia delle navi che precedono la loro lenta discesa verso le braccia protese dalle alghe.
Il mare, cosparso di rottami, brulicava di naufraghi lordi di nafta, e presi tutti dalla tosse convulsa che questo liquido micidiale produce, aizza, esaspera cercando i bronchi ed avvelenandoli.
Essi pure erano in mare, come gli altri, tossendo come gli altri. Quattro grandi cacciatorpediniere nemici si aggiravano intorno, fieri della facile vittoria e gridando al povero scafo, già quasi sommerso, d'arrendersi. Ah! arrendersi! Essi rivedevano il gesto disperato che accompagnava le parole frementi del loro comandante: «Non ho più nemmeno un colpo di cannone per rispondervi!...» mentre l'acqua gli saliva attorno e un getto enorme di vapore sibilante lo avvolgeva. Poi seguiva come in un sogno la scomparsa d'ogni cosa, tra muggiti, rantoli e ingurgiti: la sparizione della bandiera come in un cofano infrangibile, suggellato dall'azzurro in eterno... E si ritrovarono acciecati, storditi, ansanti, sul ponte d'una nave nemica, senza sapere come, guardati con occhio di possesso da gruppi di uomini d'un'odiata nazione che li scrutavano come bestie e bestialmente si rallegravano della loro vista.
Prigionieri! La strana parola! Ventiquattro ore prima, quando il loro Paese era ancora in pace, essa sarebbe sembrata loro una di quelle parole disusate e antiche alle quali non corrisponde più nessun significato: ora essi se la ripetevano senza fine, colpiti dal doloroso stupore d'esser proprio loro a darle corpo e realtà in così breve tempo. E per la prima volta nelle loro anime semplici, passò quella sensazione nata dal fermento dei cervelli resi ottusi dalle più acute angoscie: la cosa che non corrisponde più alle sillabe da cui è definita: lo stacco tra la voce, cosa effimera e volontaria, variabile da nazione a nazione, dalla sofferenza, che è retaggio imposto ed eterno, uguale per tutti.
Prigionieri! Chiusa minaccia d'armi intorno a sè, interrogatori da Inquisizione nei quali ogni domanda è tenaglia pronta ad abbrancare la voluta risposta anche dalla viva carne, e un pane straniero gettato col gesto di chi getti alla fogna del cibo guasto: e poi quella strana e persistente sensazione fatta di stupore, rimorso e vergogna da cui nasce come un timido silenzio... come l'attesa continua d'una condanna...
E si raffiguravano il cacciatorpediniere che li aveva raccolti, fuggire verso la sua tana insieme ai suoi compagni, mentre essi, stringendo un pezzo di pane austriaco tra le mani convulse e sudicie di nafta, si domandavano come mai non fossero morti. Poi riavevano la visione della costa nemica, che s'avanzò verso di loro, tetra, alta, montuosa, fatta per prendere e chiudere uomini e maledizioni; e che se li prese e li chiuse, infatti, preda e ludibrio, vivi.
Ed essi certo si rivedevano giungere proprio in quel cortile, quando da ogni porta, da ogni finestra, folle di visi ossuti e biondastri apparivano, fissati da un ghigno di gioia selvaggia risalita al sommo della razza dalle sue antiche origini bestiali, come un subitaneo flusso di schiuma velenosa, sempre pronto a ribollire nel suo sangue.
— Turbine! Turbine!... — e il nome della loro nave morta, letto sui loro berretti, riecheggiava come un grido di antiche orde barbariche, all'inizio d'un lungamente atteso sterminio nella carne latina, finalmente vinta... — Turbine! Turbine!
Da quel momento s'infiltrò nella loro volontà un torpore che non avevano provato mai e che distrusse subito ogni loro energia.
— «Taljani!»... «Katzelmacher!»... «Welsche»... — questi erano i loro nomi: e così venivano interpellati quando si voleva comandare loro qualche cosa. E siccome nessun popolo sa chiudersi più del nostro, quando voglia, in un più cupo silenzio, essi da quel momento non parlarono quasi più, e nemmeno tra loro, perchè pareva loro che, avendo assistito al peggior momento della vita di ciascuno, essi non avessero più nulla da dirsi... Così; un silenzio estatico come quello d'ora.
Ah! come il grido dei corvi esprimeva bene la disperazione che giorno e notte, senza sosta, li mordeva... — il corvo, il lugubre uccello che la guerra imbaldanzisce e satolla: la forma nera librata a mezz'aria sui caduti e che l'immaginazione colloca sul cammino dei fantasmi...
E se ora la lontana campana della chiesa di Sebenico interponeva di tratto in tratto qualche squillo argentino, no, non era per loro il suo linguaggio di pace. Era troppo lontana: troppo soverchiata dalle grida di morte... Ad essi non diceva nulla.
... Ed il loro occhio non si distoglieva da quei punti a mezz'aria, dove tumultuavano le visioni del loro dolore...
Così, come tutti i giorni, alla stessa ora...
II.
Erano ancora vestiti coi loro abiti di bordo che indossavano in «quel» giorno. I camiciotti dal largo colletto azzurro, benchè logori e ricuciti qua e là con grossi punti inesperti, erano tuttavia puliti per lavature periodiche che tutti e quattro ripetevano come a bordo e durante le quali essi restavano quasi nudi. Ma la tela, nonostante tutte le lavature, conservava ancora le giallastre roseole della nafta, il sangue delle navi, la cui tenacia, simile a quella del sangue degli uomini, non si vince: traccie sicure di catastrofi e di delitti. I loro galloncini di lana rossa, s'erano poco alla volta sbiaditi, come se ormai, avendo perduto significato e prestigio, fosse del tutto inutile mantener più qualsiasi risalto. Così anche i loro «distintivi di categoria» erano quasi spariti dalle maniche; ma resti di cannoni, eliche e torpedini, trapunti e riaccomodati con le estreme risorse dell'ago e del filo, persistevano ancora e valevano a dare un ricordo di ciò che fossero i quattro prigionieri italiani quando i loro galloni erano rossi e vivi.
Due cannonieri scelti: un fuochista: un torpediniere palombaro. Liguri i due primi; siciliano e romano gli altri; e in quattro formavano appena novanta anni.
Tra loro ogni differenza di carattere regionale era da lungo tempo sparita e volta per volta acquistava una maggiore importanza, della durata di qualche ora, chi tra loro avesse ricevuto una lettera dall'Italia. Le poche righe sopravvissute alle lunghe cancellature e ritagli della censura austriaca erano allora rilette a tutti come proprietà comune, così com'erano a poco a poco divenute comuni le parentele e reciprocamente famigliari i nomi di chi loro scriveva. Era l'Italia che inviava la sua parola attraverso l'Adriatico: e siccome la corrispondenza degli umili ha una sua costante uniformità di espressioni e di frasi, questa parola era per tutti identica e bene appropriata alla natura di tutti.
E come per un tacito accordo di cui non potevano precisar l'origine, ma che rispondeva a un'oscura necessità di sentirsi ora meglio uniti e più alti nella scala dell'italianità, essi, che durante la loro vita di oscuri popolani e di marinai appena distinti da numeri, avevano sempre parlato il loro dialetto, lo avevano a poco a poco abolito, correggendosi a vicenda nei passi torbidi e accettando senza sorrisi i più irsuti strafalcioni derivati da sforzi mentali, non sostenuti che da vaghi ricordi delle scuole di bordo.
Così chiamavano «brotaglio» l'ibrida zuppa nerastra che veniva loro data in pasto a mezzogiorno, e «strocoto» — ostrogoto — lo sciancato maggiore comandante della fortezza.
Ed un giorno che uno dei loro carcerieri aveva gettato loro del pane legnoso, sghignazzando: — Brot... ansgezeichnetes brot, meine katzelmacher!, — Pane! di pane, mascalzone — gli aveva risposto uno di loro, il torpediniere palombaro romano, fissandolo in maniera tale che l'altro aveva levato il calcio del fucile a mezz'aria, pronto a colpire. Ma lo sguardo italiano non s'annebbiò, non s'abbassò: e il calcio lentamente ricadde.
— Pane! Buono pane! — disse l'austriaco, pallido nel volto e nell'anima.
* * *
La lama d'ombra s'era ristretta. Nello spiraglio delle mura, aperto sulle lontane case di Sebenico, i corvi erano a poco a poco spariti, rintanati dal sole troppo cocente.
Ed ecco che ad un tratto i quattro prigionieri ebbero come un simultaneo sussulto e distolsero insieme lo sguardo dalla ridda delle loro visioni per guardarsi stupiti l'un l'altro, mentre i corvi risgorgavano fuori dalle vecchie mura per riempire di strida il cielo.
— Avete sentito? — disse uno a bassa voce, e continuando a tendere l'orecchio come facevano gli altri.
— Altro che! Un rombo...
— Cannone?...
Cannone? L'ultima voce della loro vita libera: la voce della speranza. Qualche nave della patria era dunque vicina? Libera dunque di solcare l'Adriatico e sfidare il nemico nei suoi stessi recessi? Nella rapida successione delle idee, l'ansia dei loro volti si tramutava in uno stupore gioioso che inarcava loro le sopracciglia e schiudeva loro le bocche così come i bimbi accolgono una lieta, inaspettata notizia.
— No — disse ad un tratto il torpediniere palombaro rispegnendo la sua espressione nel primitivo concentramento. — Troppo cupo! Troppo lungo... Mina o siluro...
— E come mai, mina o siluro? — gli domandarono i due cannonieri come rinunciassero malvolentieri ad una ipotesi che si riferiva a un loro antico dominio.
— Non so: ma le conosco queste esplosioni, io: mina o siluro, vi dico... del resto...
Ma alle strida dei corvi s'aggiungevano ormai voci umane altrettanto rauche e repentine. Da uno degli androni bastionati che attraverso un'arcata davano accesso alla fortezza, ritornava dalle esercitazioni di piazza d'armi un folto drappello di soldati a righe rotte, gesticolanti e vocianti. Certo qualche cosa era avvenuto laggiù, verso il mare: qualche cosa a cui essi avevano potuto da lontano assistere e che ora cercavano descrivere l'uno all'altro.
Selvaggi di razza, essi ripetevano i gesti ingenui dei primitivi della terra e cercavano, come loro, tradurre con grida monosillabiche i punti culminanti delle loro impressioni. E si vedevano braccia sollevarsi in alto a figurare altezze, o rigirarsi a descrivere ricadute d'acqua e vortici: gomiti spinti con uno scatto all'infuori, forse dinotavano squarci; e nel vocìo confuso della loro massa in fermento s'interponevano le imitazioni della detonazione, protratte in muggito o sincopate da quella mossa sporgente della bocca che serve all'uomo come complemento di descrizione terrifica.
Sorti in piedi, i quattro prigionieri videro questa folla agitata dilagare nel cortile e suddividersi in rivoli grigi verso le varie scale che conducevano alle camerate superiori, mentre tra le chiuse mura si diffondeva l'acre odore della perspirazione umana misto a quello più lieve dei prati riarsi dal sole.
E un gruppo passò vicino a loro, alla cui testa era un sergente, uno di quei tipi che alla nostra natura latina più specialmente ripugnano, perchè nelle mascelle squadrate, nel piccolo occhio grigio, nel pelame biondastro, nel cranio appiattito e nella rozza ossatura sembrano portar scolpita l'idiota ruvidezza e la tracotanza bestiale di una razza a noi eternamente ostile.
Sghignazzava l'uomo, rivolgendosi ai suoi che lo seguivano e che assentivano col sorriso untuoso del subordinato, uguale in tutte le gerarchie.
— Ach! Ach! — esclamò costui, soffermandosi avanti a loro — Ein Italianisches Unterseeboot... Buuum! Buuum!...
La frase non venne compresa interamente. Ma la parola che conteneva le sillabe care del nome della loro patria si fece largo nel loro stupore, divenuto immediatamente angoscia per le risa della soldatesca accalcatasi intorno.
— Ein Italianisches Unterseeboot!... — ripetè il sergente scandendo le sillabe della seconda parola nella ottusa idea che ciò la rendesse comprensibile. E per aiutarsi meglio accennò con le dita ad una lunga forma affusolata che portava nel centro come un'asta, rappresentata da un indice volto in alto: il periscopio.
Il pallore è una cosa che si sente. Lo spasimo del cervello per un'idea troppo dolorosa ed improvvisa sembra fugare il sangue dal capo e costringerlo a correre in giù per comprimere il cuore. Allora si sente che il volto non è più che una maschera inerte, prima rappresentazione della morte: e quando le labbra sbianchite tentano ritrovar la parola, tremano, si contorcono e non vi riescono più.
Così i quattro prigionieri impalliditi, rimasero muti, ansando forte e contraendo le dita.
— Buum! Buum!... — Attorno a loro le braccia dei bruti, accennavano gioiosamente a squarci, a mostruose rotture, ad inabissamenti...
Così i quattro prigionieri, continuarono a rimanere muti, mordendosi le labbra, come per provare se ne potesse ancora uscire sangue, in una prova lunga, ostinata...
— Ach!... Ach!... Ach!...
Così, visto che il loro dolore appariva come un troppo crudele martirio, le risa attorno si elevarono di tono, divennero spasmodiche. Gli «Ach! Ach!» di gioia tedesca s'incrociarono con quei suoni gutturali che esprimono il tripudio croato. Le braccia levate in alto a rappresentare colonne d'acqua si stesero orizzontalmente per appuntire indici schernitori su di loro, come grinfie di demoni in una scena diabolica.
E così i corvi, aizzati dalle urla delle bestie-uomini, crocidarono più forte dall'alto, per giusta supremazia di bestie.
III.
Sul tavolo del comandante marittimo di Sebenico s'ammucchiavano intanto i telegrammi. Dai semafori, dalle stazioni di vedetta disseminati nelle isole e lungo la costa, ogni rivoletto della gerarchia risaliva verso la sorgente unica: Lui, il capo.
E benchè contenuta dall'ufficiale espressione «Melde gehorsamst» — annuncio ubbidientemente, — la gioia dei subordinati appariva evidente.
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— Melde gehorsamst E. V. Ill.ma che ore 11 h 30 m. notata esplosione subacquea direzione... distanza... probabilmente dovuta urto sommergibile nemico su nostre mine... — Parlava il semaforo di Zmajan Grande.
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— Melde gehorsamst V. E. III. ma che ritiensi sommergibile nemico abbia urtato su nostro banco mine ore 11 h. 33 m. — Era il semaforo di Zlarin che s'aggiungeva.
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— Ore 11 h. 32 m. udita forte esplosione direzione banchi mine stop. Su mare distinguesi larga chiazza oleosa ed osservansi rottami alla deriva...
Così proclamavano le isole di Tiat, Provicchio, Lupac... Melde gehorsamst.
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Le voci delle rocce spiatrici, degli spiragli, dei nascondigli antennati, delle piattaforme annidate sulle creste dei monti si sovrapponevano e si soverchiavano sul tavolo, ciascuna spenta dalla seguente.
E ne venivano sempre, sempre, attraverso porte sbattute da piantoni affannati, accompagnate da squilli di campanello da ufficio ad ufficio, l'onore supremo che la burocrazia rende alle notizie liete, giunte nei suoi regni d'inchiostro.
Pure, lui, il capo, non condivideva affatto la gioia dei suoi subordinati e con l'occhio perplesso ora consultava un piano di Sebenico che il suo giovane «Flügeladjutant» — l'aiutante di bandiera — aveva con reverenza estratto dall'armadio — «Geheinfach» — riservatissimo, per spiegarglielo sul tavolo, ora pareva interrogare l'imperiale e reale _K. u. K._ effigie del biancovestito Sovrano il cui volto decrepito, illuminato da un riflesso di sole, pareva sporgersi dalla cornice dorata, come se nulla dovesse andar perduto del suo sinistro sogghigno, sorgente inesauribile di cattolicissima _K. u. K._ morte.