Mar sanguigno (Offerta al nostro buon vecchio Dio)
Part 7
Un gruppo di sei marinai interroga il comandante con lo sguardo. Per risposta questi si toglie il berretto e gli ufficiali delle varie nazioni imitano il gesto.
Ah! come disperatamente s'avvinghia il primo sacco alla ringhiera di questa nave! Poi il gran tonfo, la scomparsa, la ricomparsa per estremo addio e lo svanire biancheggiando nell'infinito azzurro. Un altro tonfo... un altro... Poi un intervallo, perchè il quarto sacco s'è piegato ad angolo contro la murata e il peso di ferro vi s'impiglia: non cede, bisogna scuoterlo quasi brutalmente, questo sacco, come in lotta, e nel cadere solleva alti spruzzi che ci vengono addosso.
Giù ancora... È finito; avanti le macchine!
Uomo, che sei?
— «Merci» — mormorano gli ufficiali. E alcuni gabbiani piombati sull'acqua, ritornano ad alzarsi, delusi, gridando.
X.
L'Asinara non ci ha voluti. In questo apocalittico anno 1916, cataclismi d'uomini e di elementi si succedono come se il mondo s'avviasse alla fine. Noi sentiamo che qualche cosa nella terra è veramente peggiorato perchè tutto ciò che avviene è senza precedenti: la storia è inutile e il suo libro può chiudersi. Così è senza precedenti la terribile bufera che imperversa sulla Sardegna da tre giorni e che non permette più a nessuno la navigazione nel canale di S. Bonifacio. Siamo perciò ridossati nel golfo degli Aranci, che è tutto un muggito di vento. Mai a memoria d'uomo — ci urla un vecchio pescatore passandoci vicino col suo battello fuggente nella schiuma sconvolta dalle raffiche — si vide una simile cosa. Son venuti in terra i demoni!
E siccome oltre l'impossibilità di avvicinarsi a noi per il furore del tempo, al trinchetto della nostra nave scudiscia al vento la triste bandiera gialla dei contagi, noi siamo abbandonati da tutti e giacciamo isolati nel fondo d'una insenatura, dove tra le raffiche, i demoni urlanti si sono dati convegno e trasvolano invisibili nel nostro sartiame, sghignazzando.
I ponti sono sgombri. E io so che nella continua, pestifera chiusura, ora, riacquistate le forze, la massa fermenta. Questa notte una rissa feroce è scoppiata improvvisamente tra bulgari e austriaci, giù, nell'oscurità delle stive. I fucili spianati, pronti a far fuoco, han ricondotto la calma: una calma piena di lamenti verso prora e verso poppa: i due campi. E oggi pare che serpeggi qualche cosa tra gli austriaci. Strani crocchi s'appartano per parlare a bassa voce... qualche gesto indica le sentinelle: misteriosi messi, con varie scuse, si recano tra i bulgari bisbigliando qua e là: e agli ordini dei graduati di bordo s'è avuto qualche caso di resistenza.
Chiedono più acqua; non vogliono più la carne in scatola; e acqua non ce n'è quasi più a bordo per nessuno: la carne in scatola è ciò che usiamo tutti noi, perchè i viveri freschi son finiti ed è impossibile procurarsene, visto che siamo ripudiati dalla terra. Alzano troppo la voce, costoro, e il loro sguardo è torvo... Noi non siamo che centocinquanta di fronte a varie centinaia d'esasperati. Allora non bisogna esitar più. E mentre il vento urla al di fuori e la nave sussulta per le raffiche, il comandante e gli ufficiali, penetrati nel sepolcreto, coi piedi immersi in una poltiglia indescrivibile, stabiliscono ripartizioni, fanno scelte, prescrivono isolamenti e chiusure. Poi un breve discorso a tutti i graduati prigionieri messi in riga, reso efficace dalle armi prontissime.
D'interpreti non c'è bisogno. E non si ha nessun seguito. La Cosa ragiona così.
* * *
Siamo giunti all'Asinara con un mare orribile che non s'è placato nemmeno per altri due sacchi cosparsi di calce che gli abbiamo gettati in pasto stamane. Troppi ne ha avuti in questi giorni: e ha ingoiati i nostri due con ingorghi indifferenti, quasi senza schiuma. L'isola della morte è qui, invasa da raggruppamenti di centinaia di tende e di baracche piene d'Austria, dai quali s'alzano come dei pacifici fumi serali di villaggio, e che invece sono fumi macabri.
È il tramonto. Il disco rosso del sole sembra soffermarsi sulla cresta d'una collina per dar ancora uno sguardo alla povera umanità brulicante su per le balze e divenuta irriconoscibile. L'ultimo suo raggio obliquo colpisce la nave mia come un proiettore gigante che indaghi in uno scafo appena giunto e mai visto. Ecco: s'è persuaso che anche noi siamo carichi dell'ordinario carico di morte: e allora il raggio si riempie di violetto, impallidisce, s'alza nel cielo e si spegne.
Qua sotto il bordo sono i pontoni che accolgono quanto noi raccogliemmo a Valona. La fiumana color terra s'è stabilita e «procede rapida» giù per la scala, mentre dai boccaporti spalancati si diffonde nell'aria il veleno degli antri da cui sgorga. Per lungo tempo subisco lo sfioramento di tutti gli sguardi che mi passano davanti ad uno ad uno, e che son tutti pieni di un'espressione identica: la gioia della sicurezza dell'io, mista a un poco di perplessità sull'avvenire e soverchiate entrambe dal niente di un fatalismo abitudinario. Nulla per tutto il resto: nel loro sguardo non c'è posto per altro. Un solo volto s'irradia di sorriso: queldel piccolo tamburino del reggimento, che non serba alcuna traccia del trambusto dei famelici dal quale fu travolto: Boris.
Passa: e staccando le sillabe dice:
— A ri-fe-ter-ci e cra-tzie.
È l'unico che abbia parlato nel lasciar la nave.
Gli ufficiali invece hanno parlato un po' troppo: informeranno... scriveranno... «Merci»... riconoscenza... «oublié la guerre... quand la paix viendra, nous...». Ma alla fine del discorso non segue — e non deve seguire — alcuna stretta di mano. Un saluto rigido di qua: l'inchino ad angolo, di là: «Bonne chance!».
— Presto che è notte! — gridano dai pontoni i carabinieri di scorta, mentre con una matita segnano su liste che hanno in mano, decine e centinaia, come i muratori contano i mattoni.
— Sergente, come si fa? — chiede uno di loro con una voce piena d'apprensione e riferendosi alla cifra da noi telegrafata alla partenza. — Ne mancano diversi! Il conto non torna!
Vien tranquillizzato con un rapido gesto a croce del pollice a mezz'aria.
— Pronti?
— Pronti.
Cala la sera. Dalla terra giungono zaffate d'acido fenico portate dalle prime brezze partorite dalle colline e nelle quali s'interpone come il ricordo d'una vita pura che non ci appartiene più; l'odore del lentischio; l'alito fresco e sano della Sardegna.
Laggiù, qualche lume s'accende: altri ne sorgono in fretta e palpitano lungo bizzarre linee geometriche suggerendo un'immediata immagine lugubre: viali di enormi cimiteri.
Ecco: i pontoni si discostano dalla nave e la nostra spaventevole missione è finita. Ad uno ad uno l'ombra li ingoia, seguìti dal nostro sguardo silenzioso...
Ma ogni riflessione nostra è ad un tratto bruscamente interrotta da un grido che viene... da dove viene? dall'ultimo pontone?
Forse. Ma questo è l'anno delle cose incredibili. È proprio una voce che proviene dalla cupa distesa del mare: una voce nemica; e chiara, netta, ci investe lo spirito con una forza tale che ne proviamo un brivido... Io non so, nè saprò mai, chi della confusa massa di uomini che la notte ingoia, ha saputo in questo momento elevarsi al disopra della propria sciagura, più su della marea di sangue che sommerge l'Europa, e lanciare il suo augurio di vita: di vita all'Italia. Io non so chi e quanti sieno coloro che ora dai pontoni che corrono verso le lugubri luci della terra, ripetono insieme il grido augurale... ma debbo a questi ignoti martiri un attimo di coscienza nuova e radiosa: debbo a loro se ho potuto per un istante pensare che l'uomo, no, non è la più scellerata, la più abbietta delle cose create: quella che porta in sè il germe del male, e che per nefasta prerogativa può anche ragionare il male che sparge intorno a sè, aumentarne le dosi con l'aiuto della scienza, mascherarlo come vuole con l'aiuto della morale...
È in grazia loro che io posso ora provare in me l'intrinseca gioia di sentirmi un essere animato da uno spirito che può inorgoglire e sentire in sè la grandezza dominatrice della propria Patria, che s'eleva, luce eterna, al disopra d'ogni lutto, d'ogni scempio, d'ogni inimicizia, d'ogni odio. Sono questi sconosciuti nemici che, affascinati, l'acclamano.
E mentre le colline dell'Isola della Morte s'arrossano delle fiammate macabre che bruciano la lebbra degli uomini, io vedo che più in alto, nel cielo, là dove i fiotti di fumo nero non potranno giungere mai, brillano le prime stelle, purissimamente.
UNA NOTTE DI NATALE.
(LA FESTA).
I.
Nel silenzio delle motrici ferme, il comandante ha mormorato «Basta» distogliendo l'occhio dal periscopio e accennando col capo una mossa di stanchezza. E lentamente è venuto giù dalla scaletta verticale di ferro, aggrappandosi ai «tarozzi» con movenze di grosso quadrumane infagottato.
Nella camera di manovra del sommergibile dove siamo già in quattro, egli col suo cappotto impermeabile ci apparisce enorme e tutti ci stringiamo alle file orizzontali delle colonnette degli accumulatori d'aria, per dargli posto mentre se lo toglie di dosso.
Che c'è? Non può? Infatti le sue braccia tentano più volte invano di sollevarsi e liberarsi dalle maniche, come trattenute da una strana paralisi. Bisogna che l'uomo destinato al «pianoforte» — così è chiamato sui sommergibili il complesso delle file multiple delle valvole d'aria, raccolte press'a poco in un rettangolo dove spesso scorrono, come su tastiera, le mani del manovratore — si levi, si raddrizzi e l'aiuti. — Perchè? Per un incidente di qualche giorno prima..., come mi dice il comandante stesso con un accenno di sorriso... Già: davanti a Cattaro, un cacciatorpediniere austriaco aveva scoperto il sommergibile e gli si era precipitato addosso. Bisognò immergersi più che in fretta per non essere sventrati. E nella rapidità della manovra il timoniere del timone orizzontale diede troppa barra, sì che il sommergibile inclinò troppo la prua verso gli abissi e dagli accumulatori rovesciati si sprigionarono i vapori mortali del cloro. Tornar su, la morte: bisognò restar per un'ora immersi in venticinque metri respirando cloro... E si sa, si ebbe qua e là tra l'equipaggio qualche infiammazione bronco-polmonare, qualche bassa emissione sanguigna... — Ma... peuh! roba da poco — conchiude il comandante — e a me è restata questa curiosa «storia» delle braccia che non riesco più a sollevare...
Silenzio.
Non si ode che un tenue gorgoglio d'acqua di là da queste pareti intricate di metalli lucidi, che par venire dall'alto, da molto lontano ed ha risonanze da caverna. È il mare: la terribile cosa che avviluppa la nostra esistenza, che grava sul poco ferro che ci separa da lui e che pure ci sembra estraneo, indifferente, non meritevole del minimo pensiero.
Noi pensiamo soltanto che ne abbiamo per circa cinque metri al disopra di noi perchè ce lo dice il manometro: e che sotto ce n'è un abisso perchè ce lo dice l'abitudine.
Di noi, della nostra vita non emerge nel mondo dove gli altri uomini vivono, che un tratto di periscopio, un piccolo tubo che raccoglie un poco dell'ultima luce d'un giorno che non ci appartiene più e ce la porta quaggiù, raccolta in una larga lente — il panoramico — che è in mezzo a noi e che tutti per istinto di animali da luce fissiamo.
Ora essa è quasi buia. Il diametro che rappresenta l'orizzonte, evanescente in un fondo violetto, mostra ancora un po' di rosso là dove, lassù, il sole è sparito.
— Basta per oggi! — ripete il comandante — e poi non c'è nulla: il solito deserto...
È vero: è la terribile impressione di questa guerra: il mare ridivenuto deserto, come ai primi tempi della creazione; e come allora, popolato da enormi mostri soltanto: noi, noi sommergibili, avanti ai quali ogni altra vita marittima anteriore sembra essersi ritratta rabbrividendo.
Il gorgoglio del'acqua s'è spento. Ed ora i nostri respiri ritmano un silenzio che è divenuto profondissimo.
Verso prora e verso poppa, attraverso le porte stagne aperte, due lunghe prospettive di ambienti bianchi, pieni di cose metalliche brillanti, violentemente illuminati da file di lampade elettriche, si distendono. Come per un giuoco di opposti specchi, uno sembra ripetere l'altro indefinitamente: e non so perchè la loro vista susciti nel pensiero l'immagine di piccole cappelle ardenti scavate per capriccio in una materia immensa e sconosciuta, nelle quali tutte le fiamme sieno state accese nell'attesa di una misteriosa funzione, che tra breve avrà inizio.
Nessuno che vi si muova: nulla che rompa la densità di questo intraducibile silenzio di tomba. I ventitrè uomini che vi abitano sembrano aver fatto corpo con la cosa e avere assunte le funzioni di organi suoi, fatti di una materia chiamata carne, invece che di metallo. E che essi abbiano un nome che li distingue uno dall'altro come gli uomini della terra, e che esistano in scaffali sparsi lassù in qualche parte del globo, alcuni «stati civili» che dicono come essi son nati, quando, e da chi, è un'idea che quaggiù fa sorridere. Dove son nati? Ma... press'a poco qui, a mezz'acqua dell'immenso mare... Come? Ma come nei miti... da misteriosi accoppiamenti di ibride creature somiglianti agli uomini che si inseguivano nuotando negli abissi dove la luce non giunge. — Quando? Chi sa: da poco o da moltissimo... e forse noi non li conoscevamo perchè il mare ce li aveva sempre tenuti nascosti, per rivelarceli solo nel giorno della massima strage mondiale... Questa.
II.
Ma son creature diverse dagli altri uomini, non c'è dubbio. Parlano a voce bassa scandendo le sillabe e senza sorridere mai: per nutrirsi riscaldano poco cibo su fornelli elettrici e non bevono che acqua quasi sempre tiepida. Respirano un composto formato da gas deleteri e da miasmi compressi dove entra tutto, dall'odore della traspirazione a quello della nafta e della cucina, e che essi chiamano «aria» perchè lassù ciò che si respira si chiama così.
Qualche volta dormono; e allora il loro sonno è fatto di trepidazioni e sobbalzi, di aspirazioni acri e di temperature da forno. Se sognano, il loro sogno costante è lo scoppio di uno dei loro siluri contro una grande nave austriaca sorpresa dal periscopio... Prodigiosamente sonoro, lo scafo dov'essi vivono, per la perfetta trasmissione acustica dell'acqua, raccoglie ogni minimo rumore dentro un vastissimo raggio e può ripetere i palpiti di eliche lontanissime, riprodurre l'esplosione di torpedini e siluri avvenuti chi sa dove...: ed essi hanno uno speciale udito per distinguere le varie voci del mare assorbite dal ferro dentro cui vivono, e non s'ingannano mai: — Passa un cacciatorpediniere... Un motoscafo c'è vicino... Viene, lassù, una grande nave... To!! Un battello a remi!...
La loro vista è fatta per i quadranti indicatori, per il bianco lucido della vernice e per la luce elettrica: essa s'è come inaridita: qualche cosa le manca: qualche cosa che essa cerca continuamente. Ecco perchè il loro sguardo è dilatato come quello dei minatori che sogna il verde dei prati e quello di alcuni santi dell'arte italiana quattrocentesca che cerca l'azzurro paradisiaco d'un più alto cielo.
Ma il fatto che più li fa differire dagli altri uomini, è questo: essi non hanno nervi. L'abitudine ai più spaventosi pericoli ha portato le loro sensazioni a un livello uniforme e inalterabile: tutto può essere morte per loro: ogni incidente può tradursi in suprema catastrofe: si urti in una cima, o in uno scoglio, si sconnetta appena una chiodatura o per svista del timoniere si tocchi il fondo, si impigli comunque un'elica o si dia in una rete, tutto, intaccatura, avaria di un organo, bomba, colpo di cannone, torpedine, è la fine, inesorabile fine sulla quale l'immaginazione non osa soffermarsi perchè troppo altamente atroce.
No: se non fossero diversi, essi dovrebbero già non altro essere che poveri pazzi...
III.
Invece ragionano, questi strani esseri dei sommergibili, e con una pacatezza di mente che sembra affilata e portata a lucido come nei sogni prodotti da alcuni narcotici.
— Sa che cosa faremo? — mi dice il comandante, mentre si china sulla carta dell'Adriatico, fissata su una tavola a destra della camera di manovra. — Passeremo la notte sul fondo. Vede? Qui.
«Qui» è un quadratino tracciato con la matita a circa cinque miglia dalla costa austriaca. — Altri ve ne sono un po' più su e un po' più giù, disseminati regolarmente lungo il litorale nemico.
— E questi? — gli domando.
— Colleghi: il dormitorio dei colleghi... Ciascuno ha il suo posto fisso, abbastanza lontano dall'altro perchè non avvengano gomitate...
— Il mio posto — prosegue, dopo un accenno di sorriso — è decisamente buono: trentacinque metri di fondo e sabbia mista a fango: ci si sta benissimo. Ecco qui, guardi...
Sicuro: trentacinque metri d'acqua sul capo, dice la carta, e sabbia e fango: ci si deve star benissimo.
— Noi siamo press'a poco sul quadratino K... Del resto, se avessi sbagliata la mia posizione di uno o due miglia... poco male. Il fondo è quasi uniforme e potrei cadere tutto al più in 40 metri. E adesso, andiamo!...
Certo, 5 metri più, 5 metri meno... Strano! Al verbo «andare» siamo abituati a dare, sulla terra, un significato orizzontale o tutt'al più non molto inclinato. Ora questo «andiamo» che significa precipitare verticalmente in giù, verso gli abissi, capovolge un po' la mia mentalità non ancora troppo subacquea, e...
Ma non è questa la sola cosa strana qui... Ecco l'ufficiale in 2ª: un giovanissimo sottotenente di vascello, che conserva ancora nello sguardo un po' di terra, parlare anche lui un suo linguaggio difficile, dopo l'«andiamo» del suo superiore.
— Duecentoquaranta in meno per l'equipaggio, comandante — dice.
— Già: i quattro malati. Dia pure duecentoquaranta.
E prima che io possa chiedere di che si tratti, attraverso una valvola che m'è vicina, fruscia improvvisamente qualche cosa che sviluppa a poco a poco come una nota musicale. È una delle tante bocche del sommergibile che s'è messa a bere: e in un solo sorso che dura pochissimo, ingurgita 240 litri d'acqua, per compensare — mi spiega il sottotenente di vascello — il peso di quattro uomini calcolati a 60 Kg. l'uno e sbarcati all'ospedale di... prima della partenza.
— Se no il «battello» è leggiero, tende a salire. Ecco: ora va bene...
Un colpo secco taglia la nota musicale. La bocca ha finito di bere: e nessuno parla più. Qualche viso laggiù nella prospettiva di cappelle ardenti si volge verso la camera di manovra con la tranquilla curiosità degli oziosi. — Poi nulla si muove più. — Tutta la massa del sommergibile, uomini e cose, sembra gravata da un peso maggiore e terribile, ora che l'ultima piccola tendenza al galleggiamento, l'ultima piccola spinta verso l'alto è annullata tutta. Ci sentiamo un «grave» e la parola richiama insopportabilmente le leggi della caduta irrefrenabile dei gravi che i maestri c'insegnavano nei corsi di fisica.
Siamo dunque un grave in equilibrio indifferente, pronti cioè ad ascendere o a discendere se un minimo peso d'acqua venga tolto o aggiunto: natante o macigno: pronti a ritornare alla luce e alla vita, o a calare indifferentemente alla morte. Ecco un'indifferenza che risponde poco alla parola.
Ma che dura poco: la decisione è di andare in giù.
— Apri al centro! — ordina infatti il comandante. E un'altra bocca ubbidiente si mette subito a bere per riempire un piccolo stomaco di ferro che dev'essere vicino a noi, tanto se ne odono chiari gl'ingurgiti avidi.
Tutti gli occhi si fissano sul quadrante di un grande manometro, la cui importanza è resa dalle dimensioni manifesta su tutti gli altri piccoli manometri disseminati qua e là tra i rami di metallo, come fiori bianchi, stranamente piatti, rotondi e senza petali. È lui che dice in metri a che punto dell'abisso siamo, partendo dallo zero della superficie.
La lancetta è ancora fissa su cinque metri: ecco che sussulta e si muove... che sale...
— Chiudi! — dice il comandante, il cui occhio è divenuto attentissimo. — Bisogna dar poco peso per non arrivare a toccare il fondo con troppa velocità — mormora a me che gli son vicino.
— Sei... sette... otto... nove... dieci...
Sento la voce di un graduato precisare in metri i gradini della nostra discesa. Le sillabe si distaccano nette in un silenzio che par quasi condensarsi in materia, tant'è opprimente e assoluto. Si ha solo il sentimento che qualche cosa dell'immenso mare stringa, stringa, stringa come in una mano enorme, il corpo del sommergibile e che qualche cosa che prema di più s'addensi nella chiusa aria intorno a noi.
— ... Quindici... sedici... dieciassette... dieciotto...
Come si sente lontana la terra, e tutte le sue cose!
. . . . . . .
C'era una volta una raccolta d'uomini che viveva lassù e che s'occupava d'odio, d'amore e di morte, e alla quale forse appartenemmo anche noi. Ma per sconosciuta ragione essa sparì e restammo noi soli...
— Venti... ventuno... ventidue...
... che fuggimmo racchiusi in questa scatola di ferro nella quale, ultimi della razza feroce, forse morremo. Sparì lasciando fiamme e rovine sul povero pianeta dove essa aveva per millenni vissuto: sicchè nulla portammo con noi quaggiù che ad essa appartenne:...
— Venticinque... ventisei... ventisette... ventotto ventinove...
... ed anche il ricordo di tutto che fu vita ora si dilegua. Finite le passioni! Noi siamo in un punto del creato dove nessuno passò mai e scendiamo sempre più giù verso l'epidermide della terra, vergine dalla creazione dei mondi, mentre infinite porte d'acqua si chiudono su di noi.
— ... Trenta... trentuno... trentadue...
Trentadue metri: è già l'altezza di una collina: avremo «dentro» di noi la forza di risalirla? Chi sa? Chi sa quali viventi organismi del mare fuggono terrificati al nostro calare tra loro; chi sa su quali rami di mostruosa flora noi ora strisciamo! Quali braccia verdi e quali tentacoli bianchi ci palpano?
— Trentatrè... trentaquattro...
Che siamo più noi? Uomini o cose? Cose: avviluppate tutte da una grande pace e distaccate per sempre da ogni cura d'esistere.
Uomini no; chè siamo ritornati materia prima, con l'anima ridivenuta embrione: per una progressione a rovescio, crisalidi d'uomo... Scendiamo più giù e ritroveremo in noi i nostri rispettivi germi: più giù ancora, e certo svaniremo nella matrice del mondo...
— Trentacinque... trentasei... trentasei...
— Trentasei — ripete il graduato con un punto fermo nella voce.
Non la minima scossa, non il minimo rumore, eppure io posso leggere in tutti gli occhi che non scendiamo più, che il grosso bozzolo nel quale siam vivi s'è coricato sul fondo. La lancetta del manometro s'è fissata e ci dice che l'acqua intorno a noi ci rinserra nella sua stretta con una pressione più forte che tre atmosfere e mezza.
. . . . . . .
— Bene: — dice il comandante, — e ora diamo un buon pugno alla bestia perchè non si muova più... Se no, si divertirebbe ad andarsene a zonzo con la corrente, strofinando il ventre sul fondo. Dare 200...
Di nuovo il fruscìo e l'ingurgito dentro gole di metallo... Silenzio. Duecento litri d'acqua son dati per forza al mostro perchè il suo ventre s'aggravi e stia quieto.
Ed eccoci calcati nella sabbia... o nel limo, o nel fango o tra ciuffi d'alghe... forse vicini ad avanzi di naufragi...
Chi sa?
IV.