Mar sanguigno (Offerta al nostro buon vecchio Dio)
Part 6
Grossi, noccuti, alti, furono fatti per sostenersi, ma anche più per difendersi dagli uomini, questi bastoni che tastarono così a lungo la superficie della terra. Essi si consunsero su di una «Via Crucis», dove tutto era disputato, dalla radice strappata alla terra con le unghie, agli stracci dei compagni caduti. L'esistenza era ad essi raccomandata e fu il continuo strofinio delle mani che diede loro quella patina lucida che soltanto l'essenza umana distillata dal tempo può dare. E allora da questi randelli che ormai s'ammucchiano e il cui picchio sul ponte divien quasi isocrono, si sviluppa come un'anima tetra: non pare più legno la loro materia...
Avanti: la fila ha ora un afflusso press'a poco regolare, nel quale di quando in quando rallentamenti per corpi portati a braccia dai marinai, s'interpongono. Sulla candida coltre della calce un sentiero scuro si traccia, di fango, di stracci, di stille di sangue. Sembra che la nave galleggi in un inferno da cui sgorghino senza posa dannati per una ascendente via di liberazione. Ah! nell'anno di sventura 1916 è necessario ricorrere ai paragoni d'extra-mondo, perchè la storia degli uomini s'è tutta impallidita e non può più dar confronti...
Avanti, «miei» popoli d'Asburgo; «miei» reggimenti, «miei» fedeli soldati...! povera putredine di sfacelo di razze. Tutta la nave ne è invasa: e l'orribile, veramente orribile tanfo di mezza morte che se ne sviluppa, dopo aver avvelenato ogni ambiente, s'infiltra nelle cose perchè nell'avvenire ne rimanga sempre.
Guarda! Un bambino! Un bel bambino biondo, con dei grandi occhi scuri irrequieti, nei quali l'infantile smania «di guardare duramente come i grandi» si confonde con una punta irrefrenabile di sorriso che persiste anche qui. Nella fila abbiamo già scelti diversi interpreti: coloro che parlano lo strano italiano di Dalmazia mordicchiato da slavo: e non son pochi...
— Chi sei?
— Boris — risponde pronto il bambino, passandosi da un'ascella all'altra una magnifica pagnotta della — e non c'è dubbio — Reale Intendenza italiana.
Boris! Nientemeno!
È pulito, ben vestito, porta un bel berrettone nuovo, e ha, pare impossibile, scarpe.
Qualche secondo di stupore: presto, perchè la fila putrida incalza...
Vorrei chiedergli molte cose: ma l'anomalia della sua presenza è troppo forte; e non so da quale condensazione di idee mi vien ispirato di renderne proprio lui responsabile.
— Perchè sei qua? — E son parole queste che traducono male il pensiero che tutti noi formuliamo internamente: — Piccolo! perchè non sei tra le braccia di tua madre?
— Perchè — risponde Boris, mentre uno zoppo a cui un'orrenda ferita sul volto ha dato una fissa espressione di ghigno, lo incalza, — perchè ero tamburino della banda del reggimento.
V'è un biondo teschio che dalla scala sospinge lo zoppo e lui. E il fanciullo si mette a correre verso prora nello spazio rimasto libero durante la sua fermata.
Tutti lo seguiamo con lo sguardo mentre va a confondere la sua fresca innocenza nella ressa color terra e che stilla sangue... E la fila atroce continua... Non una parola; sempre l'inesprimibile silenzio che gravava ieri sulla Cosa, laggiù, sulla sabbia fatale: unico rumore, il fruscio sul ponte degli stracci che fasciano i piedi, ritmato dal colpo secco dei bastoni che cadono.
È che la parola è dei vivi e questa massa contiene ancora in sè, sempre, ostinatamente, la morte.
V.
Il loro computo è fatto: son «circa 45 tonnellate», come dice il Direttore di macchina a proposito della maggiore immersione della nave. Ma siamo in dubbio se il peso medio assegnato ad ogni uomo sia giusto: quaranta o cinquanta chilogrammi? Teniamoci bassi; nessuno di noi sa quale sia il peso medio di uno scheletro.
Ma è necessario troncare il dibattito.
La nave è già piena nelle stive e nei ponti: tanto, che per noi di bordo non c'è altro rifugio che lo «spar-deck» e la plancia, dove alla lebbra è proibito salire. Dunque partiamo.
Austria, al tuo destino!
Con improvvisati steccati, con sentinelle, si riesce a mantener sgombri quei punti dove è necessario lasciar libero giuoco ai macchinari per la manovra. E visti dal palco di comando appariscono ben strani questi spazi vuoti, scavati nel fitto della massa umana!...
— Pronti a prora?
— Pronti.
— Vira all'àncora.
E la catena dell'àncora stride, come se l'argano le facesse male.
Ma che cosa avviene?... Non so: non riesco a rendermene conto... Gli ufficiali che sono sulla plancia si guardano tra loro allibiti. Ma, per Bacco! che cosa avviene a prora? S'è levato da laggiù un urlo complesso e raccapricciante che costringe il nostromo ad alzar le braccia con un gesto quasi disperato per farci comprendere che l'àncora ha lasciato il fondo. Ogni rumore, ogni voce, sormonta questo urlo che non ha niente di umano. E contemporaneamente, come da un palco privilegiato per uno spettacolo di insorpassabile orrore, noi, pur essendo desti, assistiamo a qualchecosa che ricorderemo come un sogno delle nostre febbri. Signore! troppo tu ci punisci per averci creati... Laggiù è un monte di corpi improvvisamente impazziti, freneticamente stretti, avviticchiati, urlanti... e da principio non altro può distinguersi; ma nelle maree, nei risucchi della massa, compressa dai fianchi della nave, dalle palizzate e dai cannoni, si delineano come dei centri: centri di lotte forsennate combattute a morsi, a unghiate, a colpi bestiali. E poi, dove è possibile fissar la vista, particolari orrendi si precisano: una bocca incastrata in una gola, braccia che percuotono ripetutamente su teste bendate, con l'insistenza atroce dei colpi di becco del gallo che ha vinto, mani ficcate nei volti nella posizione d'afferrare un teschio, moncherini ritorti, dorsi denudati dai brandelli che li coprivano, teste scosse per i capelli, corpi orizzontali pestati come si pesta la vipera dopo il morso...
Penetrare in quella massa è impossibile: non si districano i grovigli dei vermi o delle serpi. Invano le sentinelle ficcano qua e là i calci dei fucili e interpongono a leva le baionette: è inutile che graduati s'affannino a separare i gruppi rotolati al margine, come macigni di montagna in subbuglio tellurico... L'acqua! i getti d'acqua come ai pazzi furiosi! Su! Le pompe di lavaggio in moto! Acqua sui fomiti, come negli incendi. Acqua! rovistando nei meati di membra, sugli aggrovigliamenti più densi, su bende, su sangue, su tutto e a tutta forza...
Infatti sei bianchi getti, resi miracolosi dal ghiaccio di febbraio, soffocano a poco a poco la bufera demoniaca e, come acqua santa, la spengono. Ritorna istantaneamente l'immobilità e il silenzio.
Un ufficiale vien sulla plancia trafelato.
— Ma dunque? — gli vien chiesto.
— Si era cominciata la distribuzione dei ranci, Comandante... Ma ai primi pani dati... — E un suo gesto verso la massa completa la frase.
Ho compreso. E subito viene elaborato un piano perchè la scena non si rinnovi. La distribuzione del pranzo verrà fatta fuori della massa, clandestinamente. I prigionieri verranno chiamati uno alla volta e ricevuto il loro cibo, non saranno più mescolati con gli altri. Marinai armati regoleranno il flusso: un ufficiale sorveglierà. Ogni volta si procederà così. Precauzioni come per pasti di belve... Ma il nutrire costoro è ben pericoloso, e non possiamo usare forcine di ferro, noi.
— Le due macchine avanti! — A sinistra la barra!
E il Ponente, che già soffiava forte, ora comincia a muggire tra i sartiami perchè la nave gli corre contro. L'arco di mare tra Capo Linguetta e l'isola di Saseno s'allarga, irto d'onde e di schiuma.
E intanto cinque o sei corpi esanimi son portati giù. Ve n'è anche uno piccolo: Boris. Forse sarà inutile preparare le loro razioni...
Ah! Noi siamo la generazione chiamata a scontar tutte le colpe della natura umana. La presente strage sarà punto d'arrivo della vecchia storia e di partenza della nuova: avvenimento unico come il diluvio universale, si chiamerà forse diluvio di sangue. Ma dalla sofferenza nostra dovrà nascere qualche cosa di migliore e di diverso: dal cataclisma che ci distrugge, razze sorgeranno che non somiglieranno a noi, perchè dal ribrezzo del ricordo nostro, dalla vista della terra ereditata da loro lorda di sangue e semidistrutta, noi saremo da loro maledetti.
VI.
Due radiotelegrammi: con uno ci vien segnalato un sommergibile nemico nei pressi di Capo Laki e diretto al sud verso di noi; con l'altro ci si dice che n'è stato visto un secondo poco lontano da Otranto e cioè dove noi saremo tra tre ore. Ci s'ingiunge di prendere le precauzioni del caso.
Sta bene: quello di Capo Laki non ci potrà raggiungere; resta il pescecane d'Otranto e sarebbe ben strano essere silurati dagli austriaci con questo carico austriaco. Bah! In questa guerra, tutto è giuoco di «roulette». Noi siamo il rosso e sappiamo che intorno a noi c'è molto nero sotto mille forme; mezz'ora fa, sugli scogli di Capo Linguetta, c'è sfilato accanto un cadavere di cacciatorpediniere, sventrato, a cui venne «nero». Il suo Secondo, scampato a morte, è ora secondo comandante di bordo su questa nave. Tener ferma la posta sul «rosso» e avanti.
Avanti: ma questo mare, la cui violenza apparisce, come sempre, illogica e sproporzionata alla piccola causa inconsistente del vento, ci flagella troppo. Bisogna liberare la coperta dall'ingombro di 45 tonnellate di prigionieri che formano massa passiva al rollìo e impigriscono la nave al colpo di mare. Dove li metteremo? Chi sa! Ahimè, checchè si dica non è sempre possibile rispondere di tutto. Credere a quelle maschere che si dichiarano onnipresenti e onnipotenti in tutte le contingenze della vita, è pura follia: c'è per tutti un ritardo di Blücher. Dove li metteremo? Ma giù: che, secondo scuola, s'«arrangino». E sieno ben chiusi su di loro i boccaporti perchè l'acqua, che si frange sul ponte e subbuglia, non invada le stive.
Ecco: siamo finalmente soli e la coperta può liberamente sparire nelle montagne d'acqua che le s'accavallano sopra. Nulla alla nostra vista ci rammenta l'orribile carnaio chiuso sotto i nostri piedi e che ora per la sofferenza del mare deve certo fervere per un parrossismo di sudiciume.
È scomparso nella tempesta anche lo scellerato tanfo che ci avvelenava il respiro. Ora s'ingoia vento con piacere: gli spruzzi gelati dell'acqua sul volto ci ribattezzano per una vita pura che avevamo dimenticata.
Sommergibili? No. Oggi è giornata di «rosso». Un simile tempo non si addice alle loro gesta. Oggi se ne staranno accucciati in 25 metri di fondo a ruminar cadaveri nel ricordo, cosa che è fatta per rallegrare i loro onesti riposi...
Potremo tutt'al più saltare su qualche mina strappata dalla tempesta e portata alla deriva. S'avvicina la notte, il mare è un nero inferno che urla: chi potrebbe vederla?
* * *
Cinque ufficiali bulgari, ottenuto il permesso, sono venuti stamane sullo «spar-deck» a godersi il mare ritornato amico — e cioè nemico — e la vista della costa calabrese, che l'incrociatore divora in rapida corsa.
V'è a bordo circa un paio di centinaia dei loro soldati, e vennero insieme fatti prigionieri nei recenti scontri coi francesi, sulle ultime spanne di terra serba non ancora divorata dalla mascella austro-bulgaro-tedesca. Ricapitoliamo: bulgari, fatti prigionieri da francesi in terra serba e consegnati all'Italia; non è facile la giusta espressione geografica in questa forsennata strage di popoli.
Ieri sera, per semplice principio di organizzazione, fu ordinato che i bulgari fossero separati dagli austriaci, il che vuol dire che vennero compressi, per necessità di cose, in una stiva unica, col vantaggio di maledir insieme il mondo in una lingua sola. Agli ufficiali delle due nazioni vennero assegnati camerini da ufficiale, come il regolamento prescrive; il loro pranzo fu quello degli ufficiali di bordo e venne loro servito nelle rispettive cabine, la cui porta una sentinella sorveglia. Proibizione assoluta di uscire senza permesso e proibizione al personale di bordo di avvicinarsi a loro e usar loro la minima cortesia.
Occupato nell'osservar la costa, la vista dei cinque ufficiali m'entra di quando in quando nei limiti estremi ed indecisi del campo visivo, senza acquistar alcun rilievo. Son cinque alte stature intabarrate in color foglia secca e sormontate da berretti rotondi; una accanto all'altra, immobili.
Ma ad un tratto m'avvedo che son tutti e cinque rivolti verso il casotto di rotta e che uno di loro s'avanza in direzione della scaletta della plancia in atto di chiamata.
— Che c'è?
— Peut-on oser vous déranger, monsieur le commandant?
— Osez.
— On vous demande la permission de vous parler.
— Accordée. Je descends.
Il messo corre a mettersi in fila coi colleghi: e tutti e cinque s'irrigidiscono d'una assoluta rigidità; poi con uno scatto perfettamente simultaneo alzano la mano al berretto e s'inchinano, rimanendo curvi in angolo di dorso uguale. Bene, Berlino!
Su le schiene. — Che c'è? — chiede di nuovo l'interpellato.
— Est-ce que monsieur le commandant parle l'allemand? — domanda un biondo messere che ha le mascelle quadre e porta gli occhiali a spranghetta.
Ecco una domanda pregna d'inopportunità tedesca.
— S'il vous plaît, nous ne parlerons allemand du tout...
— Ah! oui, commandant — mormora l'uomo confondendosi. — Je comprends.
— C'est heureux...
E spiega in un francese comprensibilissimo che egli ha fatto tutti i suoi studi in Germania e che perciò la lingua estera che gli permette d'esprimersi meglio è la tedesca.
Bene. Poi?
Poi, il mondo è una miniera inesauribile di cose inaspettate. In una forma solenne che fa intravedere un cattedrante tedesco in gestione oratoria, egli ringrazia della gentile delicatezza loro usata nel separare loro e i loro uomini dagli austriaci...
Guarda! Ma il genere umano è dunque davvero impazzito?
— Oh! Vous ne savez pas, monsieur le commandant, quelle est notre douleur pour avoir été forcé à...
E giù: la serena radiosità della mattina, il mare calmo, aprono la stura a confidenze impressionanti, nelle quali tutti s'uniscono. Ma non ne sono soltanto queste le cause: in una parentesi, uno narra qual è stata la loro commozione la sera prima, nel vedersi davanti ad un letto con lenzuola candide, in un ambiente illuminato a luce elettrica, dov'era pure un lavabo scintillante contornato da asciugamani immacolati... — Et puis le diner... les assiettes, les verres, monsieur le commandant... Vous n'avez pas l'idée de ce que tout cela peut signifier pour nous, qui dépuis longtemps n'avions plus l'habitude d'être considerés comme des hommes...
Si deve a tutto questo lo strano impulso di costoro?
Forse... e forse dicono la verità.
La risposta è che a loro riguardo non è stato usato che il regolamento, semplicemente.
— Oui, mais de nous avoir séparés des autrichiens... e c'est une initiative... — insistono ancora come su un motivo principale — ... nous écrirons tout cela à nos familles...
— Oh oui, monsieur le commandant — intona colui che ha studiato a Berlino — la famille: cette chose dont le seul mot force les êtres humaines à la douceur; cette chose que le bon Dieu nous donne et dont Goethe...
Basta, per carità. Congediamo Goethe e chiediamogli scusa se la nostra latinità, che si rivolta all'etica e all'estetica tedesca distillate in Bulgaria, sta per mettersi a ridere.
Ecco: le cinque schiene si curvano: uno! — si raddrizzano in linea: due! — mano alla visiera: tre! — dietro front: quattro! — march: cinque!
È fatto: non ancora; c'è un altro che aspettava di parlare a sua volta: il dottore di bordo.
Quest'uomo vive nella melma umana da ieri: ha passato la notte a tagliare, a fasciare, a confortare, disinfettare, lavare, chiuso nel sepolcro avvelenato e squassato dal mare.
Annuncia che abbiamo cinque moribondi: tre per esaurimento e due per...
— Per?
Dalla plancia odono: e lo dice a bassa voce.
VII.
La nave della sciagura è ferma sulla boa ed è avvolta da una nuvola di gabbiani che han trovato buon pasto intorno a lei.
Siamo a Messina: una città di cui tutti al mondo conoscono la storia di dolore relativamente recente, non è vero? E poi le case sgranate, le macerie deserte, quelle colline rimaste nude come non fossero mai state abitate, le linee delle baracche, dovrebbero parlar chiaro nel loro linguaggio di distruzione. Ebbene: tutti questi europei che salgono in coperta ad uno ad uno e che indubbiamente rappresentano varie caste e varie colture, dalle buone alle infime, si stropicciano gli occhi, guardano la terra intorno, e ripetono invariabilmente la stessa parola: Napoli.
Nessuno che si domandi dove sia il Vesuvio, dove sia sfumata Capri, che fine possa aver fatta Ischia: nomi conosciuti dovunque; niente: Napoli. E non è difficile pensino con gioia che è stata bombardata molto bene dalla squadra austriaca, questa Napoli che hanno sott'occhio tutta sventrata...
E quando qualche marinaio napoletano stupefatto, s'irrita e dice loro «Messina!» appoggiando il nome con sonori appellativi dialettali non precisamente forbiti, essi lo guardano con diffidenza. Messina? Mai sentito. No, Napoli; e noi italiani siamo degli incor- reggibili burloni...
L'orda è ritornata in coperta ed ora noi allaghiamo con acido fenico il sepolcreto da cui è uscita. Vampate nauseabonde si sprigionano dai boccaporti aperti, e non c'è più rifugio: bisogna respirarle e ripeterne la mortifera analisi ad ogni colpo di polmone.
Ma oggi riserpeggia un po' di vita in questo immondo stracciume. L'acqua, la sicurezza d'un buon cibo, il riposo, il sapere che ogni lamento verrà raccolto, la sensazione animale di sentir rialzar la curva della propria esistenza, rimasta per mesi abbassata al livello della morte, è risurrezione rapida per questa carne disfatta.
E negli occhi ravvivati si riaccende la fiamma della bestia tranquilla, con qualche sprizzo sinistro d'Austria....
VIII.
Io non so come, se dalle sentinelle o dai graduati o dagl'interpreti, certo è che da qualcuno son già stati raccolti gli episodi della spaventevole marcia attraverso la Serbia e l'Albania.
Non mi par verosimile quello che mi si racconta, perchè a tutto è un limite.
— Signore! — mi dice un giovane sergente austriaco che interrogo: un istriano di Snegnevitza. — Se è vero? — E i suoi occhi si velano e la sua bocca si contrae... — Non so da dove cominciare... Si riceveva da principio un pane per settimana: poi più nulla. Erbe, radici, corteccie, tutto fu buono. Bisognava scavare nella neve con le mani per trovare qualche cosa. Si camminava, si camminava, seguendo gli altri su pei monti o lungo il letto dei torrenti. Ci fermavamo quando volevamo... Bastava buttarsi nella neve, fuori del branco. Ma non bisognava dormire perchè si era derubati subito degli abiti, dei pochi danari, di tutto, da bande di prigionieri stessi, pronti a uccidere a bastonate se si resisteva. E quando si rimaneva nudi si moriva. A meno che...
— A meno che...
— ... uno non si riunisse a una banda e andasse ad accoppare i caduti, per vestirsi di nuovo. Ma vede, signor comandante, questo derivava da una legge matematica...
— Cioè?
— Le scarpe. Sì. Nessuno aveva più scarpe dopo pochi giorni di marcia. Ora per camminare ancora, occorreva fasciarsi i piedi. Dove prendere il panno se non nella massa stessa? Dapprima si spogliavano i morti... ma non sempre si poteva aspettare... Allora o si «affrettava» la morte, o appena uno cadeva gli altri gli si precipitavano sopra... Ecco perchè noi che siamo arrivati, avevamo tutti i piedi fasciati... Comprende? E poi questi stracci dovettero esser rinnovati molte volte... Lei comprende bene?
E questa insistenza nel domandarmi se io comprenda, dev'essere giustificata dall'espressione mia che deve in questo momento far dubitare della mia ragione.
— Il terribile erano i crepacci nella neve. Non bisognava mai essere i primi a passare. Tenendosi in coda, invece, si passava benissimo.
— E come?
— Sì, sui caduti... Sa, a scendere riuscivano tutti, ma quando si trattava di risalire su pareti ripide di fango ghiacciato, facevano troppi sforzi e ricadevano giù: naturalmente per sempre. Bisognava avere un poco di pazienza ed aspettare, ma poi si passava... Fu un colonnello a darmi questo consiglio e me ne trovai bene. Mi vidi un giorno camminare accanto questo colonnello quasi nudo e stentai molto a riconoscerlo dal berretto: aveva calzoni ridotti come questi miei e una bisaccia da soldato a tracolla, piena di erbe e corteccie: nient'altro. Sa, lui non poteva servirsi del bastone come gli altri, e allora io gli «procurai» un cappotto. Così mi diede il consiglio di cui le parlai e non ho avuto a pentirmene... Ma, scusi, il signor comandante mi segue?
— Seguo.
— Dunque con buoni muscoli, un robusto bastone e un po' di furberia uno poteva ancora cavarsela. Per esempio, non v'era pericolo di perdere di vista la colonna in marcia: bastava guardare a mezzo cielo...
— Ma questo sciagurato vaneggia! — io penso guardandolo fisso.
— ... dov'erano nubi di corvi... E avanti e dietro se ne vedevano a perdita di vista. Così non si sbagliava mai. Ma una cosa a cui non si poteva rimediare era la fame. Corteccie e neve, a lungo fanno male... E io non mi sono mai potuto adattare a quello che ho visto fare a qualcuno, impazzito dalla fame... Meglio addirittura buttarsi a terra per sempre... E che diamine! ma questo non glielo dico, non glie lo posso dire...
E poi — dice in tedesco come parlando a sè stesso — è proprio da pazzi mangiare dalla bocca...
— Dio!
— ... dei colerosi caduti...
Basta, cristiano, in nome del nostro Dio comune, in nome delle due donne che soffersero in ugual modo per metterci a «questo» mondo! Tu, purificato da un inferno più atroce di quello che da bambini ci terrorizzava, non sei più mio nemico: noi italiani che abbiamo la tua vita in mano per un minimo tuo segno di rivolta, in questo momento non potremmo ordinare la tua morte. Ah! Possa esser questo che tu hai sofferto, l'Inferno di coloro che ti ci spinsero vivo!
IX.
Notizie macabre abbiamo raccolto a Messina sul passaggio dei quattro transatlantici che ci hanno preceduto nella stessa nostra «Via Crucis». Il colèra, rimasto solo a uccidere, s'è sentito il tiranno di bordo e come se le povere orde raccoltevi fossero condannate, o in battaglia, o in marcia, o in riposo, sempre e dovunque a dare ogni giorno una stessa cifra di vittime, ha stabilito quante centinaia gliene occorressero per mantener la cifra costante; e le ha volute.
Tutto il ferro disponibile di bordo venne usato per assicurare a ciascuna vittima la discesa negli abissi, dove il furore dell'uomo non poteva più raggiungerla. Ma poi il ferro finì e...
* * *
... e ora che la mia nave è in pieno mare, può facilmente rintracciare sull'acqua il cammino delle altre.
Quando sulle creste delle onde si vede la spuma frangersi su una chiazza scura, non ci si bada più, si sa già che cosa è.
Invece dei corvi d'Albania, i gabbiani del Tirreno: ma son sempre le stesse scorie gettate dalla Cosa sulla terra e sull'acqua, ovunque essa passi.
Stamane tocca a noi gettarne via. È stato ordinato agli ufficiali prigionieri di assistere alla cerimonia e ho letto nei loro occhi la sorpresa che venisse data una benchè minima importanza ad avvenimenti così comuni...: e si trattava di soldati loro, di gente della loro terra affidati a loro.
Alla smorta luce dell'alba, biancheggia a poppa la calce che questa notte è stata versata a secchi sul ponte: ma la rugiada l'ha di nuovo qua e là disciolta e vi si sdrucciola facilmente.
Allora bisogna camminare guardinghi per non sdrucciolare su certe masse fasciate di grossa tela e cosparse anch'esse di calce, che giacciono allineate una accanto all'altra e traballano per il sussulto delle eliche. Silenzio! C'è qualcuno laggiù a prora che inconsapevole canta...
Un segno convenuto alla plancia e le macchine si fermano.
E ora il mare solo intona un suo inno lene intorno a noi, mentre l'organo del vento l'accompagna con poche note ferme e basse.
— Io son la pace — dice, con eterne parole...