Mar sanguigno (Offerta al nostro buon vecchio Dio)
Part 5
L'Hôtel attraversa come un cattivo periodo di stanchezza mentre luglio s'inoltra. Esso non rigurgita più. Gli ibridi tipi girovaghi dei due sessi che han racchiusa tutta la loro fortuna nel gramo bagaglio e tutta la loro storia nello sguardo, son spariti. E giornalmente, tedeschi, ungheresi ed austriaci riempiono gli autoscafi che compiono il servizio con la stazione ferroviaria. Essi partono, chiusi in uno strano silenzio, con qualche cosa nell'espressione che è impossibile definire e che finora nella nostra vita non avevamo visto mai.
— È una stagione straordinaria questa! — mi ripete il direttore dell'hôtel, dando alle parole «stagione straordinaria» un significato di sconforto commerciale. — Non si riesce a comprendere che cosa avvenga. Gli altri anni in questo periodo non si avevano — si può dire — partenze, mentre invece quest'anno l'albergo si vuota e non vi sono richieste. C'è poi un fenomeno singolare...
— Quale?
— Quello dei tedeschi... Si direbbe che si son passati una parola d'ordine contro Venezia... Monsieur Marna è desolato!
— Ah! Poveretto! E chi è monsieur Marna?
— Il maître d'Hôtel. Dice che vuol tornarsene a Parigi perchè qui non c'è più lavoro. Io non so che pensarne.
Nemmeno io. Le giornate si succedono monotone, calme, arroventate dal sole e Venezia indora sempre più i suoi tramonti radiosi, nei quali i campanili ergono la loro mole violetta su una tranquilla fantasmagoria di sangue e sembrano giganteschi.
E il resto del mondo apparisce come separato da noi da queste cortine magnifiche: sembra così lontano, così lontano... Il mare stesso pare non aver mai conosciute tempeste ed ha perduto ogni sua voce in una strana interminabile sonnolenza. Mare da bagnanti. Non ci dice nulla.
E si comprende allora la volgarità dell'arte di alcuni pittori di marine che gettano qualche pennellata di ardente colore su spiaggie monocrome, su monocromi sfondi d'azzurro, ricercando l'effetto in poveri contrasti ed assegnando all'uomo la missione di chiazza, sparsa a caso qua e là, fino all'estrema prospettiva...
* * *
Ah! la buona sabbia calda dove le membra seminude sembrano aspirare vigore da innumerevoli pori! Che gioia prostrare il corpo sulla madre terra in una intima comunione di piccolo essere mortale con la materia immortale, scambiando scorie d'anima con correnti di pace prese in anticipo sul gran conto finale. Là: fissiamo il cielo, su, nello zenit profondo e vedremo apparire alla nostra immaginazione, mondi non deturpati da niente, nemmeno da una definizione impossibile. Così: un nirvana azzurro...
Che?
Che specie di parola risuona vicino a me? Chi la pronuncia? Peuh! Due derivati del tipo uomo, appartenenti agli ultimi gradini: due giovinastri dagli occhi sottolineati da una sfumatura violacea ed estremamente ricercati nel loro abbigliamento. Essi mi passano vicino, camminando a piccoli passi e sorreggendo entrambi un unico giornale aperto, sul quale fissano lo sguardo avvizzito.
— Guerre! — han detto: — Mais alors c'est la guerre...
La loro vista politica dev'essere un poco annebbiata dalla falsa luce che certo guida la loro opaca esistenza. Guerra a che? A qualche lozione per capelli? A qualche malsana ricetta?
Ma no: levandomi in piedi, vedo che più in là lungo la spiaggia, capannelli di corpi si seguono, dominati nel mezzo da altri giornali, e sento che la parola si ripete, s'estende, vola, mugge come un'improvvisa bufera, portata da uomini in corsa, da donne spaurite, mentre, come se una minaccia immediata fosse già contenuta nella parola stessa, qualcuno già raccoglie i suoi vestiti per abbandonare la spiaggia.
Ma è pazzesco tutto ciò: dev'essere il sole a produrre un simile fenomeno di follia collettiva...
— No signore, — mi risponde un americano circondato dalla sua famiglia. — Voi avrete la guerra: legga qua.
Leggo. Resto immobile e non trovo una parola che possa esprimere lo stupore che provo.
— Che vuole che risponda la povera Serbia? E con la Serbia vi sarà la Russia, e con la Russia la Francia. L'Austria, si capisce, avrà la Germania e voi...
Pare che questo discorso sia stato anche troppo lungo per la sua fretta e quella della sua famiglia. Presto: verso l'hôtel, dove già tutti i bagnanti si radunano: le scalee brulicano e tutta questa genia d'ozio, ritrova di scatto un'animazione che cancella subito le varie patine imposte alle proprie marionette nella commedia della vita antecedente.
L'orario, l'orario dei treni: la domanda è unica e par troncare esistenze. I «tout de suite» imperativi delle donne, sormontano le pavide obbiezioni degli uomini, mentre tutti i campanelli dell'hôtel si mettono a squillare come percorsi da uno stesso brivido...
* * *
Passano monti di valige, bauli, culle di bimbi; i più disparati bagagli s'incrociano, trascinati da domestici spauriti. E a poco a poco la folla esotica s'avvia, vuotando questi ambienti che videro tutte le stravaganze d'un'epoca, che accolsero senza inchieste ogni portafoglio, e dove si bearono tanti che ritennero il vivervi, massima — ricompensa — alla — vita.
* * *
Sembra che gli orpelli delle decorazioni, i colori degli affreschi sieno pervasi dal pallore di una improvvisa agonia.
In pochi giorni il silenzio ha guadagnato file di stanze, gruppi di appartamenti, interi piani: e le finestre chiuse un poco alla volta, dànno l'idea di successive morti.
Le orifiamme di festa, fitte sulla sabbia spariscono; alcuni cancelli son chiusi; le tende sulla spiaggia son ripiegate e rimosse.
E a sera nel contemplare l'enorme massa chiusa, buia, ostilmente eretta nelle ultime luci del tramonto, si sente che s'è chiuso qualche cosa di più che un edificio, che s'è spento ben altro che delle lampade elettriche: è un'epoca che muore, ed il mondo ne prova come un primo tremito.
Sul mare non un soffio di vento, non il minimo segno di moto: un velario scuro si alza a mezzo cielo nascondendo una larga zona di stelle e pare che dietro, verso Levante, là dove l'occhio non indaga più, qualche cosa di malefico si crei che stringe il pensiero come lo sfioramento della morte.
E mentre, rievocata non so da che cosa, mi sorge nel ricordo la visione delle legioni dei fantasmi che i vecchi pescatori adriatici vedono turbinare sul mare nelle notti di tempesta, una stella cadente riga il cielo con un'abbagliante scìa rossastra.
È volgare credenza che una tal vista realizzi il pensiero concepito nell'istesso istante.
Ahi! Adriatico, che vedrai tu?
LA TRAVERSATA DELLA MORTE.
(L'UOMO).
_Making the sun like blood, the earth a tomb,_ _The tomb a hell, and hell itself a murkier gloom._ (BYRON, CHILDE HAROLD XXXIV).
I.
Alla vista dilatata ancora dal largo e dalle raffiche di capo Linguetta, non c'è gran che di cambiato dentro questa rada, dall'ultima volta che vi venni, ai primi tempi della nostra occupazione. Stessa impressione d'immenso lago perennemente sconvolto dal Ponente, stesso addensamento di nuvole in corsa sulle cime dei monti, sbrandellate attorno alla vetta di Kanina, diradate verso la vallata di Valona e più in là divorate dalla distesa di paludi che si allunga a perdita di vista fino alle foci della Voiussa, come se il vento vi si fosse aperta una grande via maestra del cielo; identico paesaggio di verde carico e di grigio, di vette scure e di balze incolte, dove i cipressi s'ergono qua e là come indici tesi allo zenit e ricordano quella cosa che qui imperò per secoli e che per una mareggiata di sangue s'è ora ritratta lontano lontano senza speranza di riflusso: la Turchia.
Già: ecco laggiù a Krio-Nerò, a Valona, l'altra sua impronta: i timidi minareti lasciati qui a recitar le preci della sua morte; e l'idea che poveri, spauriti «muezzin» compariscano ogni ora a ricordare con singhiozzante voce Allah e la sua misericordia alle molte migliaia d'italiani qui venuti dal Carso e dal Tirolo, apparisce dissennata, come una frase comica interposta da un pazzo in un epilogo tragico. Ma tra le case fronteggianti il mare allo sbocco della grande strada che unisce la lontana Valona alla sua marina, è qualche cosa di cambiato. Fresche tinte e vernici dimostrano che a vecchie abitazioni s'è data nuova vita: due immense croci rosse dipinte sul tetto bianco dell'antico Kursaal, dove or non è molto risuonavano a beneficio spirituale degli ufficiali austriaci le poco argentine voci delle canzonettiste viennesi, rivelano che quell'edificio è divenuto ospedale in espiazione dei suoi molti peccati. E poi le piccole cataste di legna, viveri e munizioni d'allora, i pochi rotoli grigi del fil di ferro dei reticolati, le corte file delle salmerie e dei cannoni, ora appariscono sulla sabbia della spiaggia moltiplicati per un coefficiente uguale a quello che ha moltiplicato le prime truppe inviate quaggiù fino a raggiungere oggi un prodotto enorme. Così, alla vista dei cubi e delle piramidi scure che nascondono le case e le sormontano, è possibile abbracciare d'un tratto col pensiero quanto divori la guerra e quanto lavori la terra per nutrirla. E repentinamente quella sensazione a cui è impossibile dar nome e confini e che si produce dovunque la vita umana bruci a larghe vampate, scaturisce dalla vista di ogni cosa: e tutta la nitidezza del panorama se ne offusca.
Navi, navi e navi: le grandi, al largo, in linea ordinata, disciplinate anche nel riposo; le piccole, sparpagliate a caso, più strette alla terra e frammiste a barcacce d'ogni dimensione e d'ogni tipo, resti di vecchie generazioni di barche da lungo tempo ripudiate dal mare libero e rimaste senza alberi e senza sartiame, carcasse senza membra.
Mai ve ne furono tante qua. E che qualche grave avvenimento del mare si prepari, è dimostrato dal fatto che in mezzo a loro, bianche come un simbolo della carità, listate di verde lungo tutta la loro lunghezza e largamente crociate di rosso, due immense navi-ospedale si distaccano nette sul grigio delle sorellastre che le circondano e che macellano perchè esse si riempiano.
La mia s'è ancorata vicino ad una di queste: e col Ponente arrivano a bordo le acri zaffate dell'acido fenico, l'odore di tutti gli alberghi della morte. Più in là quattro transatlantici giganteschi, dai quali una sovrapposizione di pittura grigia ha fatto scomparire ogni lucentezza dell'antico lusso, hanno quell'aspetto caratteristico delle navi che aspettano il loro carico: braccia di ferro protese e immobili, macchinari che sibilano chetamente come operai rimasti inoperosi, uomini raggruppati in silenzio qua e là nelle vicinanze del boccaporti e getti di vapore smorto dovunque.
Io so, noi sappiamo, che cosa aspettano...
È un carico che li riempirà tra breve tutti e quattro e che giungerà qui, partorito dalla costa, dai monti, da tutta quella sterminata distesa di terra vertebrata dai Balcani, percorsa dal Danubio, estesa fino ai confini meridionali della Germania e occidentali della Russia. È un carico che cammina da mesi per giungere qui, colonna senza fine d'ogni sciagura, assottigliata ogni giorno come valanga discendente al sole dei piani, orda umana radunata dalla guerra e spinta dalla guerra, inerme, al mare per essere inghiottita e dispersa.
Tra poco giungerà un secondo scaglione di prigionieri austriaci fatti dai serbi nella loro prima campagna vittoriosa, quando l'Austria, non ancora provincia germanica, aveva la gola stretta dalla morsa di Kumanowo e Leopoli e si sentiva soffocare.
Erano ottantamila; un popolo, nella pingue retata di Pasic. Ma quando la Serbia, invasa, ritrasse il suo esercito in Albania dirigendolo alla salvezza del mare, dovè fare della sua preda, divenuta troppo pesante, un greggie disordinato: e sospinse tutto avanti a sè per monti senza strade, per vallate senza traccia d'uomo, nel fango e nella neve, spaventevole massa su cui la morte ed i corvi tripudiarono a lungo e che lasciò un cammino tracciato per sempre da ossa.
Fame, colèra, tetano, assideramento, sfinimento e pazzia, traversarono regioni in ridda furiosa, ieri come oggi e come domani, nella sinistra gioia di poter uccidere senza freno, senza ritegni di nomi, di croci e di cifre, sicure di ogni impunità.
Cifre? Eccone una sola, ed anche questa vaga, indecisa. Pare dunque che tra tutti gli scaglioni arriveranno al mare circa cinquantamila ex-uomini.... A sei o sette giorni di marcia da qua, il computo del secondo scaglione faceva prevedere così: ma in questi giorni, gli ultimi del calvario, molte ultime forze si saranno spente, e che la cifra venga di molto abbassata non sorprenderà nessuno.
Sicchè la differenza...
E questo è il carico che aspettano i quattro giganteschi transatlantici grigi, mentre il Ponente porta via i loro sbadigli di vapore ed i monti di Valona s'abbrunano...
II.
Io vedo un gruppo di cavalieri sboccare dalle case della marina là dove termina la strada di Valona e correre al galoppo sull'ansa di sabbia che da lì va fino ad un grande pontile d'imbarco eretto in questi giorni: il «terminus» della fiumana di dolore, il punto dal quale non si «camminerà più».
E subito dopo vedo apparire da dietro allo stesso sipario una Cosa che ha il colore della sabbia e che avanza lentissimamente. Il suo corpo si allunga come biscia che stani e il suo contorno si sfrangia e si ricompone, si allarga e si restringe, con contrazioni di cui è impossibile precisare l'origine e che sembrano sussulti dolorosi. Il chilometro circa di spiaggia che i cavalieri hanno percorso in pochi minuti, vien ricoperto dalla Cosa in un tempo lunghissimo, con un moto che non somiglia a nessun altro conosciuto e che ricorda piuttosto il lento progredire di un'alluvione. Tutta la Cosa brulica, non si capisce di che, ma il suo brulichio non ha niente di umano, giacchè essa non può appartenere alla terra o almeno alla terra delle nostre abitudini. Essa va, va, spinta da una forza che par venire dalle sue spalle, e con propulsione così continua, che nel dubbio non debba finire mai, una diga di soldati e di marinai s'è formata nelle vicinanze del pontile a far argine infrangibile. E quando la testa della Cosa vi giunge, essa vi rigurgita sopra con tutta la massa del suo corpo come fiumana di lava su un ostacolo.
Da una cosiffatta moltitudine s'alza sempre un clamore: e questa, per un fenomeno che fa smarrir il nesso delle idee, tace d'uno spaventevole silenzio. E subito s'intuisce che ogni sua forza, ogni sua estrema forza è concentrata nel lavoro meccanico del cammino, senza poterne sperdere nemmeno una particella per altre funzioni. Tutto è sopito nella Cosa: essa non ode, non vede: va; per un impulso che dura da mesi e che ebbe inizio a un grande tratto d'Europa da qui.
Ed ecco che tutta la baia, nella sosta serale del Ponente, è pervasa da un tanfo orribile: esso è giunto come un'improvvisa bruciatura nell'olfatto e basta esso solo a descrivere la miseria più orrenda di questa infelicissima cosa che è divenuta l'umanità dal 1914 in poi. Nessuno che abbia fiutato un simile lezzo di decomposizione potrà più dimenticarlo: esso sarà un'ossessione di tutta la sua vita, accompagnerà i sogni delle sue cattive notti e i suoi tristi momenti di solitudine.
Sciami di pontoni s'addensano attorno al pontile sul quale la testa della Cosa straripa, versandovi brani del suo corpo: fischiano barche a vapore, ma il loro fischio è breve, come non osassero lacerar troppo il silenzio terribile che incombe sul semovente carnaio che brulica lì intorno chetamente; e subito file di convogli s'irradiano nel mare, lentamente, come convogli funebri.
Ecco, passa la carne umana che «non cammina più»: pare che essa vuoti da sè stessa la terra, prima che questa scompaia per un cataclisma imminente e finale: passa nel suo lezzo, che ora mozza il respiro: e tutta la rada ne è piena... Passa: qualche viso simile al viso dell'uomo, qualche membro nudo si precisa; qualche occhio imita lo sguardo... Che famiglie, che madri!... Questa carne non ha mai appartenuto a nessuno... Non è che una lebbra spontanea del nostro triste pianeta...
E i quattro transatlantici, come svegliati di soprassalto, ora sbuffano vapore, agitano le loro braccia di ferro e s'accingono ad ingoiarla a larghe boccate.
* * *
Il tramonto sparge violetto nei monti e lacca rossa nel cielo. Il motoscafo che mi conduce a terra, corre a breve distanza dalla spiaggia dove la Cosa passò e che è ridivenuta deserta. Alla prima sera l'ocra della sabbia s'incupisce. Ma vicino al pontile d'imbarco è qualche cosa di cui non riesco a precisare la natura. È una catasta che prima non v'era, e attorno alla quale soldati nostri e militi della Croce Rossa inglese s'affannano. Altri soldati formano crocchi qua e là lungo il cammino che la Cosa percorse... Che sarà? Che cosa è che i soldati sollevano e trasportano verso la catasta?
Motoscafo, férmati!... Voglio esser ben sicuro di quanto gli occhi vedono... Sono corpi? Sì: corpi esanimi. L'ultima loro forza fu assorbita dal faticoso cammino sulla sabbia e caddero esauriti senza potersi rialzare più.
.... Uno ve n'è che cammina ancora, sorretto da un soldato nostro. Ma ben presto il movimento delle sue gambe s'intirizzisce, il corpo s'affloscia e il suo peso non può più esser sorretto. Odo il grido del soldato che chiama un compagno in suo aiuto. C'è ora al pontile un ultimo zatterone che raccoglie i detriti della Cosa che possono ancora giungervi e sul quale giacciono in fila corpi rattrappiti che sembrerebbero morti se di quando in quando non si rivolgessero lentamente per il dolore delle ossa scarnite, gravate sul legno. Ed è verso questo che i due soldati tentano condurre il corpo da essi sostenuto, mentre le sue gambe immobili strascicano sulla sabbia e il capo bendato gli ciondola sul petto nudo. No: non si può più sperare in niente: è inutile continuare: l'abbandonano: e il corpo cade vicino alla catasta, flosciamente, come avesse le ossa rotte. Allora avviene una cosa unica. Dopo qualche istante di immobilità, sembra rifluire nel corpo un piccolo resto d'anima che può ravvivargli soltanto le braccia e gli lascia inerte il resto, come nelle agonie del «curaro». E a bracciate lentissime, rampando come un drago dalle reni spezzate, striscia sulla sabbia, immergendovi il viso. Sembra che dall'orribile catasta cento invisibili mani di morti lo attraggano a loro: va, va, la povera cosa che muore, va serpeggiando nella direzione verso cui è attratta... Giunge nella fila, solleva il busto da terra puntellandosi con un braccio: ansa, si ritorce, il puntello del busto gli si ripiega di scatto, s'appiattisce, non si muove più.
È al suo posto: s'è collocato al suo posto.
Poco lontano di lì alcuni soldati zufolano.
Motoscafo, avanti! Vola, motoscafo!
III.
Pare che i quattro transatlantici partiranno subito non appena riempiti: seguirà una nave da guerra inglese, anch'essa carica dello stesso carico. E le varie centinaia di ritardatari, rastrellati dai monti, dalle paludi giù verso Valona e il mare, verranno imbarcati sulla mia nave per essere trasportati in Sardegna, al lazzaretto dell'Asinara...
Ah! Per Bacco! meglio affrontar di nuovo i siluri dei sommergibili e il bombardamento di un'intera squadriglia di aeroplani, come stamane a Durazzo, quando, dal basso e dall'alto, frusciava e rombava la morte. Ma... sta bene; vedremo da vicino come «lavori» anche il colèra... Una volta stabilito che l'uomo debba finalmente sparir dalla terra, è bene che tutti i mezzi concorrano insieme a distruggerlo...
È notte; la cupa notte di guerra, dove tutto si occulta e tace. Navi, monti, case, accampamenti e la catasta dei morti, son svaniti nel caos nero del mare e del cielo. I «chi va là!» delle sentinelle suscitati dal passaggio del motoscafo, c'inseguono rabbiosamente nel buio, come voci di fantasmi acquattati a mezz'aria e disturbati da noi. Dal subitaneo intensificarsi del tanfo dei prigionieri comprendo che uno dei transatlantici in partenza ci dev'essere vicino. Ma è molto lunga questa nave: lo deduco dal tempo nel quale son costretto a non respirare più.
Da dietro ai monti di Kanina sorge come il diffuso bagliore di un incendio lontanissimo e il castello del paesetto, annidato sulla cresta, vi s'incide sopra con un nero, per contrasto, più denso di tutto il nero d'intorno.
Ah! la luna!
Il che vuol dire, tra poco aereoplani: e cioè rimbombi, vampe, costellazioni di shrapnel e... chi lo sa?
Qualcuno già segnato dal destino intanto pranza e forse ride.
IV.
Tutta bianca di calce cosparsa sui ponti, avvolta da un'atmosfera d'acido fenico, e qua e là sbarrata come per guidare armenti ad una via prefissa, la nave sussulta per l'urto di quattro pontoni enormi che le portano il carico.
— Si può cominciare? — domanda una voce dal basso. E un capitano dei carabinieri, col volto rivolto in su verso l'ufficiale di guardia, aspetta la risposta.
Scintillano alla scala due file di baionette: sfilacciature di cordami intrise di liquido disinfettante son distese sul ponte: sbuffano a prora improvvisate doccie d'acqua di mare; medico ed infermieri rimboccano le maniche dei bianchi camici: tra i cannoni di prora, lunghe fila di gavette fumigano, fiancheggiate da mucchi di pane e da schiere di «bidoni» di vino: sì, che si può cominciare. Avanti!
Avanti, Austria, il cui Impero è il mondo!
E, appoggiato a due bastoni, comparisce alla scala lo Scheletro.
I suoi abiti furono lungamente seppelliti con lui e la putredine li scolorò, li rôse e lacerò.
Così un ginocchio ne emerge, ridotto alla macabra plastica delle ossa. I suoi piedi sono avvolti in cenci legati con una cordicella e non è difficile riconoscere in questi, lembi di stoffa militare. Non può camminare perchè «gli si è logorata la carne» delle piante e deve gravitare su piaghe.
Ha nella bocca contratta un ciuffo d'erba che mastica. Dai suoi occhi affossati s'alza uno sguardo obliquo di mendicante assassino: sguardo che si fissa su noi elevandosi a poco a poco come trattenuto da un peso.
— Io, tenente, — dice in italiano sillabato in tedesco, lo Scheletro, mentre porta a scatti una mano fasciata al berretto che è forato in alto da una palla.
È vero: sul bavero lucido di untume, due stelle in diagonale son rimaste attaccate ad un fondo di velluto rosso. Allora, passi a dritta, lo Scheletro: la dritta, il lato privilegiato di ogni nave.
E al taglio della scala apparisce al suo posto l'Agonia.
Piedi fasciati da cenci anche lui: tibie nude, intorno alle quali i pantaloni color terra, tutti sfrangiati, s'afflosciano. Un resto di camicia color terra apparisce nella scollatura d'un cappotto militare color terra e che al posto dei bottoni ha complicate legature di spago. Più su è una testa di uccello scarnito dalla quale due occhi piccoli, nerissimi, mandano le cupe vampate della febbre. E questa testa terribile ripete le strane oscillazioni delle teste delle testuggini.
— Questo, a prora sinistra — dice il dottore che lo riconosce «suo» immediatamente.
Col passo di un ottuagenario l'Agonia ubbidisce. Va, ma si sofferma, tossisce, socchiude gli occhi ed ansa, e un infermiere l'accompagna al suo imminente destino.
— Giù i bastoni!
— _Was?_
— Giù i bastoni! Questi. — È il capo cannoniere che impone così.
E tre, quattro figure sparute, in cenci, dai capelli biondi lunghissimi, una delle quali ha tutto il capo fasciato da bende sordide, obbediscono. Un'occhiata a questi bastoni che cadono e rimbalzano sul ponte, perchè l'eloquenza delle cose, spoglia del fastidio della parola, domanda tutto lo sguardo.