Mar sanguigno (Offerta al nostro buon vecchio Dio)
Part 4
Io stono qua: lo sento: lo vedo; il mio spirito italiano osserva, analizza, critica troppo, e se un sorriso tenta velare un po' questo mio sentimento, m'avveggo bene che esso sprizza da ogni gesto, da ogni inflessione di voce, irrefrenabile come lo sviluppo di un germoglio, sfuggente alla volontà come il pulsare del sangue: mio, mio nell'essenza, nella genitura, nell'eredità, alimentato da aria italica e dai prodotti della mia terra fatta di polvere di veri dominatori.
E vedo la marionetta di me stesso rimanere in piedi ad ascoltare una specie di saluto al Kaiser che il Comandante lancia con un tono fatto di predica, di cattedra e di comando; poi la vedo levare un bicchiere all'altezza precisa alla quale tutti i «Von» lo elevano, ingurgitare di colpo del vino del Reno, e picchiar forte il calice vuoto sul tavolo, con un rumore simultaneo e secco che ripete l'urto sulla terra del calcio dei fucili d'un plotone, al comando «pied'arm!».
La vedo osservare il morso avido, accompagnato dall'apertura animalesca degli occhi, dalla scossa del capo, dal succhio delle labbra, nel silenzio tutto teutonico della nutrizione. — Ahi! Quanti interminabili piatti sfilano, quanti sermoni ascoltati in piedi, irrorati di nuovo, e chiusi dal colpo unico dei bicchieri sul tavolo! Su, giù: su, giù: a tempo, con scuola, con metodo; e gli occhi brillano, e l'alleanza si stringe e le cordialità manesche sulle spalle si moltiplicano, mentre il discorso scivola, scivola verso una buca finale che la mia marionetta sa già quale sarà. Essa sa già che questo suo vicino di dritta, il cui sorriso s'accentua e diviene quasi fisso, domanderà tra poco: — ... E come passate voi la sera qui?... — preludio di altre domande che l'alleanza sa formulare in tutti i paesi del mondo traendole dal catalogo del libertinaggio marittimo, nelle sue ultime linee.
Ci siamo. No, per Bacco! Il «se lei viene da noi a Wilhelmshafen o a Elbing... le faremo vedere...» non è reciprocità che lontanamente lusinghi la mia marionetta che quasi di colpo sparisce per ridarmi il mio posto. No: e un mio sorriso perfettamente idiota ferma — _Ach!_ — e poi storna le questioni, mentre l'io s'ecclissa davanti al suo sostituto che ritorna subito.
Finito? No. V'è ancora da brindare levandoci di nuovo, inchinandoci tutti verso il centro della tavola, in maniera che le nostre teste si tocchino, come si toccano i bicchieri. Formiamo così una capanna conica di corpi ben stretti, assolutamente seri, ben fissi nell'atteggiamento di scambiarci una parola d'ordine che è invece una chiacchierata declamatoria nella quale entra un po' di tutto. E il rito è celebrato. Vorrei conoscere quale sia il nesso che spinge l'uomo a ingurgitare del liquido sulle cose che egli dice, quando le ritiene solenni e impegnative per la sua fede. Ora, per esempio, con tre o quattro sorsi di extra-dry ci siamo assicurati una quantità di cose che nessuno infrangerà. È inutile: la storia beve; ha sempre bevuto troppo, tanto che spesso oscilla e non la si comprende più...
. . . . . . .
Scendo nel motoscafo col netto senso di rientrare in Italia. — È mia quest'acqua che rispecchia le snelle linee dei marmorei palazzi creati dalla mia razza; mia quest'ampiezza rosata di spazio, dove si librò sovrano il pensiero dei miei padri per dar fremito al mondo. Canta gondoliere! La tua canzone la so! Va, caro scialletto, va per la calle dondolando sugli agili fianchi: fa risuonare dei tuoi zoccoletti il lastricato liscio da dove i colombi tranquilli non fuggono. Figure, linee, suoni, tutto è per me e per il mio sangue. E mentre il motoscafo rasenta le rive da dove le galeazze lionate salpavano cariche di forza e di saggezza a portare sui mari il fulgore del nostro spirito, le campane di San Marco suonano, sciama compatto dalla Piazzetta un turbine di colombi che il colonnato del Palazzo dei Dogi respinge e dissolve, e mi pare che tutta l'aria vibri per un grande inno italiano terminato da un immenso, immateriale bacio a questo paradiso italiano.
VII.
Il Sire è giunto. L'«Hohenzollern» — il yacht Imperiale — è passato stamane a pochi metri dalla mia nave ormeggiata ai Giardini, accolto da colpi di cannone e dal ronzìo degli apparecchi cinematografici, così come giustamente gli si conviene. I nostri equipaggi, raccolti in striscie dense ed immobili lungo i fianchi delle navi, hanno gridato gli hurrah di rito, ai quali un uomo isolato sulla plancia, intabarrato, stringente un cannocchiale sotto un'ascella, rispondeva appena portando di scatto due dita alla visiera del berretto: lui: il Kaiser.
Poi i cannoni hanno taciuto: una ressa di gondole ha formato come le siepi di una strada immaginaria tracciata nel bacino di S. Marco, ed il yacht imperiale vi si è inoltrato a lento moto fino alle boe dove è stato ormeggiato.
Un gridìo immenso sorgeva dalle siepi ed era condensato a tratti in un urlo solo che si ripeteva tre volte. Ho creduto di sognare: mi son chiesto con stupore quale Venezia fosse quella che avevo sott'occhio; quando e come fosse stata invasa così. Tutto tedesco quel grido!: — Hoch! — Hoch! — Hoch!... — Grido di migliaia: da dove — o angelo dorato del Campanile di S. Marco — da dove venuti? E non so perchè ho provato un brivido a cui non ho potuto dar nessun nome...
* * *
— Questo qui — mi dice un tenente di vascello tedesco, col quale mi son fermato avanti ad un enorme ritratto che domina tutta una paratia del Quadrato Ufficiali a bordo dell'«Hohenzollern» — questo qui ne farà vedere delle belle!... E abbassa la voce, stemperandola nel sorriso della confidenza.
«Questo qui» è il Kronprinz. E io guardo con sorpresa la mia guida domandandole perchè.
— Perchè? — ripete questa; ma naturalmente non va più avanti, affidando la risposta ad un gesto prettamente tedesco che significa attesa e che consiste in una rapida oscillazione della mano tenuta dritta, palma in fuori, ed all'altezza del petto.
Io penso che lo champagne di rito che ha bevuto poc'anzi con me, e forse con molti altri ufficiali prima di me, gli abbia dato leggermente al capo. Devo aspettar che? E, in ogni caso, il mio Paese non ha nulla a vedere con le questioni interne della Germania e col carattere del suo futuro governante.
No: questo gioviale fanciullone, quasi albino a forza di esser biondo, deve realmente aver troppo brindato, e le sue confidenze hanno soltanto per fondo le bollicine esilaranti delle coppe tracannate...
Infatti nel guidarmi attraverso gli imperiali appartamenti mi suggerisce le più strane osservazioni sul dubbio gusto degli addobbi, sorride con indulgenza su alcune imperiali volontà, sorvolando però, non approfondendo troppo; pronto al viso tedesco di reverenza non appena il suo spesso labbro si agita per pronunziare la parola cesarea, la parola di dominio, designante la massima potenza umana.
Ed ecco che la psiche di questo straniero mi sfugge...
* * *
_Parsifal_: l'apoteosi del Germanesimo. Wagner agli intellettuali, attraverso i teatri di Europa infiacchiti tutti nello spirito nazionale; e Carlo Marx alle masse, rese irrequiete da un materialismo senza limiti. Che cosa sono, armi e dottrine? programma o spontaneità? Ma...
Sono alla Fenice, in un palco che potrei dire internazionale: una principessa tedesca che parla francese, un addetto d'ambasciata austriaco, due «_Von_» della marina tedesca imbarcati sul _Goeben_ e due signore del mio paese, sì, ma che parlano tedesco.
Sfilano le scene dalle insulse parole e dalla musica filosofale, nel più profondo silenzio che massa umana possa produrre. Tace persino la tosse del teatro, persistente nota di ogni uditorio.
Crani lucidi e spalle bianche sono immobili; e, disegnate dagli sparati candidi delle marsine, tante file parallele si allineano nella semioscurità della platea, come solchi di un campo nevoso in disgelo.
Incorreggibilmente latino, io trovo che il cosiddetto genio tedesco può essere sempre raffigurato da una enorme piramide rovesciata, ed in bilico su un vertice non suo. L'occhio non vede che una grande superficie tedesca; così, l'origine vera, sapientemente nascosta, gli sfugge. Ecco qua il Capolavoro. In questa folla religiosamente intenta, corrono infatti fremiti che solo l'arte può produrre: io stesso in certi momenti ne subisco il fascino e sento che il veleno tedesco è veramente ben preparato se può infiltrarsi nelle vene così. Ma se analizzo questi momenti di reverenza ne trovo subito l'origine e mi sorprende che tutti costoro non sentano che la piramide oscilla. Il vertice è il Vangelo malamente profanato da erotismo e impasticciato da nebulosi personaggi, faticosamente nati da tavolino tedesco. _Kundry_ non è che una complicata _Maria di Magdala_, la quale aveva certo dovuto fare innumerevoli orgie di birra prima di mettersi a detergere piedi e a belare «redenzione... redenzione» insieme all'estatico _Parsifal_, giustamente punito con interminabili «piantoni» per non saper nemmeno lontanamente avvicinarsi alla grande figura che dovrebbe imitare e che può, tutto al più, parodiare. Lo Spirito Santo è distaccato dal cielo per diventare comunissimo piccione, fatto apposta per scorrere lungo un filo di ferro, secondo un sistema tedesco brevettato: l'altare cattolico, dopo la manipolazione tedesca, perde una quantità di cose, ma conserva i gradini, dove al posto dei chierici s'inginocchiano graziose giovanette dalle gambe troppo in vista tra le spaccature laterali della cotta. — Chiamiamole pure _Graal_ queste strane chiese, e chiamiamo pure cavalieri quei buoni personaggi che vi passeggiano dentro e che certo ebbero precedenti da _Gambrinus_...
O puri, limpidi maestri del mio Paese a cui bastavano poche schiette note a strappare lagrime e far delirare le folle, quando il sentimento italiano era intatto e trovava nella vostra musica la sua perfetta espressione, su dalla tomba! La Germania avanza e stritola i vostri sepolcri che le fanno argine. Ombre insigni e luminose, proteggeteci. — Quando ci avranno assuefatti a questa odierna mentalità musicale, ahimè! — la questione è assai più elevata — sentiremo e penseremo alla tedesca e chiameremo _Elsa_ o _Ortruda_ le nostre figlie: schiavi saremo: irrimediabilmente schiavi...
— È veramente magnifico! Non si può andare più in là! — mi dice l'addetto austriaco mentre cade la tela tra gli scrosci degli applausi e la luce inonda di nuovo la sala.
Vorrei rispondergli con l'ambiguo «tu lo dici!» evangelico, ma trovo miglior soluzione il «colossale!» che gl'inferisco senza smuovere un muscolo del viso: e m'avvedo che la mia parola di commento, grazie al Cielo, lo persuade poco.
Ma intanto gli applausi continuano il loro scroscio. E guardiamola dall'alto questa frenesia morbosa che è un mero fenomeno d'inoculazione di virus tedesco! Sono mani italiane che si agitano, sono bocche italiane che, malate, gridano il loro entusiasmo. È un triste spettacolo patologico da studiare in tutte le sue fasi...
. . . . . . .
Fuori, la notte stellare intagliata dai parallelepipedi scuri delle case. I rii fremono della chiusa vita delle gondole che sciamano dal Rio della Fenice in massa compatta per disperdersi nelle oscure arterie d'acqua, dove punti luminosi s'inseguono. Tonfano i remi con risonanze da pozzo, e il grido lugubre dei gondolieri si ripete qua e là come chiamate di animali notturni a cui l'immaginazione presta aspetti favolosi. L'odore della bassa marea, esagerato dall'umidore fresco della notte, sembra condensato e più acuto. — Ah! È ben Venezia questa: l'immutabile Venezia che ci fu tramandata dai padri e che noi dovremo, intatta nella sua reale essenza, cedere alla nostra volta alle generazioni future.
Ma per le calli, sui ponti, lungo le fondamenta, canti isolati persistono, accompagnati dal rumore del passo. Il loggione della Fenice rincasa e son i lamenti di _Parsifal_, i piagnistei di _Tuturel_ e di _Kundry_ che si insinuano nelle vene di Venezia: da un campiello nascosto si diffonde, stonato, il coro dell'entrata dei cavalieri del _Graal_. — Come olio velenoso e irresistibile, il canto teutonico si propaga profittando sinistramente del sonno della città. Ma verso la Piazzetta di S. Marco un canto, un canto italiano finalmente s'eleva. La voce è grassa, rauca, intercalata da note gutturali e da note in falsetto...
_Ai nostri monti, ritorneremo..._
Non fa nulla. È musica nostra: e la gondola sembra correre verso di essa come ad un richiamo, scivolando vicino alle prore aguzze delle sorelle addormentate al traghetto. Allo scialbo chiarore della Piazzetta deserta, il cantatore si rivela. È semisdraiato sui gradini della colonna del Leone. Lo vedo alzarsi, tentare di camminare, interrompere il canto, barcollare, riprenderlo...
Maledizione! È ubbriaco!
VIII.
Il caldo respiro della fine di giugno avvolge questa mattina Venezia. È un alito calmo, di una strana potenza avvivatrice: ed i colori ne acquistano come una loro speciale luminosità divenendo d'una generosità magnifica, prodigando tutte le sfumature, tutte le combinazioni, sfoggiando un'inarrivabile arte. Al disopra dei tetti, le nuvole immobili si caricano di un grigio appena rosato, con bizzarre, sottili, pazienti delineazioni d'oro. E grandi lame di luce le traversano come rigide code di comete, divergenti tutte da un centro misterioso che s'è annidato a mezz'altezza nel cielo, sopra a S. Nicoletto del Lido.
L'acqua del bacino di S. Marco ha preso l'aspetto di cosa lucida e solida che non possa aver più alcuna relazione col vento. E più in là, ridotte al minimo dall'alta marea, le punteggiature nere delle bricole s'inseguono nelle lontananze, come una strana popolazione della laguna, radunata per una silenziosa mostra mattutina, intorno a innumerevoli isolette sommerse, da cui misteriosi capi sorvegliano.
Come un tremito continuo d'aria agita tutto questo scenario di pace, che sciami di bianchi gabbiani traversano a volo lento e senza grida. Ma per contrasto la Riva degli Schiavoni, le Mercerie, le calli intorno a S. Moisè, la calle dei Fabbri, brulicano, si riempiono, aspirano umanità da mille ristretti conduttori di pietra e ne fanno un'unica corrente scura avviata al grande collettore di Piazza S. Marco. E l'immensa sala di marmo, che ha per pareti, fissati per l'eternità, sogni di insorpassabili artisti, e per soffitto il cobalto del cielo, coi suoi tre enormi stendardi immobili come stanchi di anni contro l'oro della Basilica, coi suoi drappeggiamenti sanguigni pendenti tra i colonnati delle finestre, cogli sciami dei suoi colombi volteggianti bassi tra le mura come per non distaccarsene mai, è pronta a ripetere ancora una volta una di quelle cerimonie, che già vedemmo inquadrate da una cornice d'oro vecchio e ricoperte dalla scura vernice del tempo, nei musei o nel fondo d'una nostra falsa memoria.
Ma è strana folla, questa che mi circonda e trascina! Se frotte di fanciulle dalle pesanti capigliature d'oro e avvolte di nero negli esili corpi, cinguettano, col sorriso nella voce e negli occhi, ruvidi accenti ed aspre intonazioni di gruppi di altra razza sormontano e soffocano il loro bisbiglio. E sono tanti e tanti... La loro ossatura elefantina è come di uno stile diverso: il loro vestito porta impressa nel taglio una mentalità squadrata, violenta e goffa: e il loro riso gutturale pare l'espressione di un'orgia perpetua alla fine dalla quale debba sempre scorrere un po' di sangue. Ah! Com'io sento stamane più forte l'ingombro di questi corpi dall'insolente andatura, nelle ristrette calli di questa divina città italica, non fatta per simile stirpe! Come ho il sentimento di un netto distacco tra razza e razza, tra ambiente e ambiente! Mastodontiche case a cuspidi, vie fiancheggiate da monumenti riempiti di grottesche, ma colossali statue: basse birrerie ornate come chiese sacre alle divinità dell'orgia, dove gli _ach!_ risuonano al giusto tono; stabilimenti immensi dove tutto si falsifica, dalle gemme alla pietra: dove tutto s'imita, dal capolavoro d'arte alle sostanze alimentari: dove si ruba all'altrui genialità ogni idea per sminuzzarla in azioni...; cieli plumbei, vegetazioni scure, tutto questo ci vuole a costoro.
Che cosa vogliono, che cosa fanno qui?
— Oh! Mais enfin j'ai le plaisir de vous rencontrer! Où avez-vous été donc?
È l'Olandese del «très-joli». Le sue palpebre battono sui suoi occhi chiari quasi su ogni sillaba, per indicare forse una repressa collera, mentre ella mi ferma allo sbocco in Piazza, del Ramo dell'Ascensione.
Le spiego che le mie mansioni di servizio — (il «se ne guardi!») — mi hanno costretto a mille occupazioni diverse, impedendomi di...
— Alors, il faut un Kaiser en personne pour vous dénicher? — m'interrompe bruscamente.
Il Kaiser?
Ma sì! In che mondo vivo dunque? Il Kaiser discenderà tra poco alla riva della Piazzetta di S. Marco, ed il suo popolo si reca a dargli un saluto fedele.
Il suo popolo?
Ha ragione: Il «suo» popolo. La folla compatta che ora ci circonda è sua: quasi tutta sua. La Germania girovaga, multiforme, occhialuta, dagli strani cappelli troppo piccoli per gli squadrati crani, dai colletti enormi, dalle faccie sciabolate alle tempie, dalle grasse femmine coi capelli tirati sull'alto del capo e radunati in misera nocca, è qui, è quasi tutta qui, come richiamata da una parola d'ordine che ha vuotate regioni. Una gioia impossibile ad esser riprodotta dalla nostra razza, ha come slacciate le espressioni di questi volti e la carne sembra dilatata, libera dai suoi legami al cranio.
— Vite, vite! — esclama la bella creatura con un'animazione troppo in contrasto col carattere che le conoscevo. — Écoutez. Il vient... Courons!
Ah no! Non corro affatto. Lascio che i suoi segni imperiosi si dileguino per sempre nella folla, mentre, non so da dove, le note gravi dell'inno tedesco s'alzano nell'aria e «och!» formidabili risuonano tutt'intorno a me.
Ho accanto un'intera famiglia: il padre col suo cappelluccio verde dal bravo piumino piantato all'indietro nel nastro, gli occhiali a spranga, gli occhietti suini nascosti da sopracciglia da caricatura, la zazzera, il collettone, la giubba alla cacciatora, i corti calzoni di velluto da cui sbucano due polpacci informi: la madre, spelacchiata, con un cappello che doveva esser l'orgoglio della vetrina di chi sa quale villaggio di Pomerania, con un naso aggiunto in fretta e composto a palla con la poca materia rimasta, dopo fabbricata una enorme faccia rossa dalle mascelle stritolatrici: stretta nel collo, nella vita, in tutte le giunture: multicolore, sbraitante, lucida; due figlie allungate, appiattite, ingiallite da qualche macchina; identicamente vestite, impalate, rese ossute da un'altra macchina...
Tutta la famiglia spalanca contemporaneamente la bocca quando la marea di un «och!», lanciato dall'altra estremità della piazza, la raggiunge. Gli occhi si rimpiccioliscono nel grido sotto la spinta degli zigomi: e i palati aperti, scuri, sembrano dover finire in una specie di borsa da pellicano, tanto attingono voce. «Och! Och! Och!».
Ah! Com'è brutta qualche volta la fede e quale cattivo odore tramanda!
I colombi s'aggirano spauriti in un volo folle che sfiora le nostre teste, come gabbiani sulle creste d'onda d'un mare agitato.
E, ad una ventina di passi da me, due siepi di fucili aprono una strada perfettamente libera che io posso in parte dominare dall'alto di un tavolino di ferro, offertomi dal cameriere d'un Caffè con un «Bitte» untuoso. Il solito cane d'ogni cerimonia s'aggira nello spazio vuoto, fissando con stupore l'umanità che urla e che non riconosce più. L'elegante figurina olandese s'è unita ad un gruppo di giovani signore che forma come un fiore dalle delicate tinte sul bruno della folla. È là: vicino ad una siepe: agitata, fervida di commozione.
Tacciono ora le musiche. Gli stendardi ondeggiano lievemente come per l'avvicinarsi di un soffio di vento, mentre l'oro dei mosaici della basilica s'abbruna perchè una nuvola densa s'è avvicinata al sole e lo nasconde.
E improvvisamente un coro vocale s'eleva da ogni punto della Piazza mentre rimbomba lontano, quasi in misura, la voce più cupa del cannone.
«_Deutchland, Deutchland über alles_...»
È inno questo? Non so: a me pare un'esplosione di violenza, intollerabile nella serenissima magnificenza di questa nostra regale città... Suona, campanone di S. Marco, suona con la tua voce venerabile che fece nei trionfi tremar di gioia il cuore dei padri. Soffoca con le vibrazioni del tuo bronzo sacro, questo canto straniero che tenta innalzarsi alla tua immacolata altezza. Schiaccialo giù contro terra e che la nostra terra lo assorba e disperda come assorbe e disperde la sciagura del fulmine! Suona! Suona!
Eccolo il Kaiser: delle scintille e un manto azzurrastro, seguito da altre scintille ed altri manti. Scrosciano applausi, la siepe dei fucili si eleva, il canto si esaspera, ingigantisce nelle risonanze delle mura, diviene come un solo urlo scandito dal cannone. E gli occhi metallici di questa razza intrusa si velano di commozione... Come i miei, di rabbia...
— Questa è la festa, la grande festa della pace! — esclama un lungo e giallastro tedesco aprendo le braccia al cielo, con un gesto da eroe dei Niebelungen.
E come ad indicare che il Dio della Pace è proprio lì, sceso dai suoi inaccessibili regni, venuto per qualche istante a contatto dei mortali, le sue braccia si riuniscono in alto e si abbassano orizzontalmente rivolte al Kaiser, mentre le pelose mani, aperte verticalmente, riproducono un caratteristico atteggiamento di fakiro in adorazione.
Passa il Dio teutone. — Dal gruppo di signore del quale fa parte l'Olandese, fiori vengono gettati su di lui che saluta senza sorriso, meccanicamente, con due dita pigramente elevate alla visiera dell'elmo. Rispondono forse le immagini sacre alle folle prostrate ai loro piedi? L'insensibilità è attributo di ogni simbolo divino. Egli passa. Clamori e fiori sono usate cose nella sua vita terrena: e quando il turbine dell'umanità, rotte le dighe dei fucili, precipita come corrente, al suo seguito, pare veramente che una mareggiata si chiuda sulla scia di un enigmatico colosso.
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Più forte, Marangona di S. Marco! Dì all'Italia che a due metri dal suolo l'aria è sempre pura e che una densa legione di spiriti italiani vi turbina sempre agitando spade, corone di alloro, pergamente, pennelli e scalpelli, legione enorme che sorvolò per secoli sulla Terra e discese dovunque. Dì che dov'essa discese, la capanna si cambiava in casa dalle linee armoniche, la palude si prosciugava, campi fertili sorgevano, s'arginavano i fiumi, s'aprivano strade, la vita selvaggia dell'uomo diveniva civile: come per magia, i popoli davano un balzo verso un'esistenza migliore e innalzavano monumenti!... Diffondi il vigore eterno del tuo bronzo nel torpore dei nostri muscoli stanchi, nella vecchiaia dei nostri occhi, nella fissità del nostro spirito costantemente rivolto all'occaso come girasole malato...
Un gran silenzio. Il campanile s'è ammutolito, il cannone tace e la folla come cumulo di neve sudicia, si discioglie e disperde in tanti rivoletti lungo le calli oscure. Venezia riprende la sua vita in semitono, dove nessun grido osa unirsi alla gran voce del tempo.
E i «battitori» delle botteghe, avanti alle loro vetrine, riempiono le Procuratie dei loro sommessi inviti ad entrare, curvi nella loro posizione servile, deformati da un fisso sorriso, simile al senile sorriso che accompagna un'offerta oscena.
— Bitte shoën, fraulein... S'il vous plaît, monsieur! Entrez, entrez...
E sono Italiani, questi?
IX.