Mar sanguigno (Offerta al nostro buon vecchio Dio)

Part 3

Chapter 33,674 wordsPublic domain

— Messieurs, s'il vous plaît...

E quest'altra che cosa vuole? È una donna semiscollata che indossa un vestito quasi da circo equestre e ci presenta, con un sorriso elencato nella lista dei sorrisi, una grande gualchiera già carica di biglietti e di monete d'argento e — nientemeno! — d'oro.

Per quale ragione, non si sa bene e non si domanda nemmeno. Forse di là, in un salotto attiguo, vi saranno dei giuochi di prestidigitazione, o si mostreranno cani ammaestrati. Ma qui non si bada a queste cose; si mette giù del denaro perchè quando si sta qui, se ne mette giù in qualsiasi gualchiera venga presentata. L'Americano infatti ne dà rumorosamente, levandosi in piedi perchè il suo gesto illustri tutta l'immensa ricchezza dell'America e sia soprattutto notato dalla testina bionda, che non gli accorda però il minimo segno di considerazione.

L'individuo ricciuto ne dà anche lui con gesto largo, rivolgendo un viscido sorriso «anche» alla femmina della gualchiera. Ed entrambi, disillusi, si levano e se ne vanno.

Riprendo a scrivere, dopo la breve interruzione della quota. La testina bionda fa altrettanto. E siccome siamo rimasti soli al nostro tavolo, lo spirito intona in sordina, come sempre in simili casi, la prima frase del duetto lohengriniano:

_Cessaro i canti alfin — che siam soli_ _la prima volta è questa..._

Ma ammutolisce subito perchè Elsa non risponde affatto. Ed ecco che una donnetta di mezza età, di mezza ricercatezza e dal volto rimasto a mezza espressione dopo la spugnatura d'una vita acida, s'avvicina e le parla in una lingua che non comprendo. La maniera secca e breve con cui le vien risposto precisa la sua posizione di subordinata, ed è evidente che la sua signora non sa qualche cosa che ella le domanda. E allora la donnetta si rivolge a me parlandomi nella sua lingua, cosa che rappresenta l'estrema impertinenza del forestiero in Italia: la stupida presunzione che a noi soli incomba l'obbligo di conoscer le lingue altrui, mentre egli non può curarsi di imparar la nostra.

Aspetta, amico ancora indeterminato... Ecco fatto: ho alzato sgarbatamente una spalla rimanendo a bocca chiusa e ricominciando a scrivere...

— Do you speak english? — insiste la donnetta.

Bene: se scendiamo in un terreno neutro, giù la penna...

. . . . . . .

Ma l'inglese di costei zoppica troppo. Interviene finalmente il francese della testina bionda... spiega, domanda, disgela...

— ... Mais je suis fachée, Monsieur, d'avoir interrompu vôtre lettre...

— Pas du tout: j'ai fini... Je vous assure, Madame.

. . . . . . .

Lettera d'albergo, mio caro... Stile Excelsior e 1914. Cordiali saluti.

_tuo_ .........

III.

Devo dunque al caso la conoscenza di questa bella e altera persona che sembra concedersi a monosillabi e par mantenga una sua vista interna su un'immagine che trascina con sè attraverso il mondo. È Olandese, ha ventitrè anni, quattro di matrimonio, due di divorzio, vesti magnifiche e gioielli imperiali. Parla a scatti socchiudendo gli occhi e a voce bassa: e usa camminare lentamente tra le folle, guardando fissa avanti a sè come se attorno non esistesse nessuno.

Tutto a Venezia, è «très-joli» per lei. La divina armonia dei marmi, dei colori, dei riflessi; lo splendore degli scenari, degli sfondi, delle linee architettoniche stemperate nel cielo e nell'acqua, è «très-joli»; il silenzio dei rii solitari dove la gondola s'insinua scivolando furtiva come per recarsi al delitto o all'amore e striscia il suo fianco nero sulle viscide vegetazioni smeraldine delle pietre e dei mattoni, è «très-joli»; le risonanze del remo sotto i ponti, l'allegro cinguettio di uno scialletto che chiacchiera con la compagna da una riva all'altra, tutto è «très-joli, vraiment très-joli».

E pare che a poco a poco, per il miracolo di questa città di sogno, regina dell'idea e carezza dello spirito, la sua anima si spogli d'una veste vecchia, come un fiore che liberi i suoi petali intatti da un primo involucro vizzo. Il «très-joli» si cambia in «J'aime ça», «J'aime tant ça». Poi «Mon ami, c'est un rêve delicieux, ça...».

IV.

Da S. Giorgio Maggiore, da S. Giorgio dei Greci, da S. Stefano, da S. Pietro, da cento campanili che il tramonto colora d'indaco nelle basi e insanguina nelle guglie, le campane dicono agli uomini che un altro giorno della loro vita è trascorso. Tra San Giorgio Maggiore e S. Marco, come tra due colonne principali d'una ribalta infiammata, sopra la linea dei tetti dei comignoli delle cupole, intagliata netta nel cielo, par si celebri la fine trionfale del dì con un'immensa sinfonia di colore, diretta da un prodigioso maestro nascosto tra nuvole d'oro.

E guardando in là, da questa spianata prossima all'Hôtel, l'occhio si ritempra dalla prossima vista della turpe architettura mezzo orientale, mezzo tedesca dell'enorme vespaio umano che mi ospita.

Enorme vespaio. Vi venni deliberatamente perchè ritornando stanco da un lungo periodo di solitudine sulle desolate coste della Libia, volli riavvicinarmi alla grande vampa del mondo, per necessaria reazione. È inutile mostrare agli uomini un volto cupo nella stanchezza: è il riso che li sconcerta e li sormonta. Un sintomo di debolezza e tutta la muta vi assale...

Ed ora, già sazio e rifugiato di nuovo in beata solitudine, innanzi a questo spettacolo magnifico, si scioglie in me come un inno di pace e benedico Iddio per avermi dato a compagno un «io» col quale non mi annoio quasi mai.

— È solo?

Vorrei rispondere a questo signore che mi si para inaspettatamente di fronte, le parole del filosofo greco: Levamiti davanti! È un certo personaggio molto gioviale, molto servizievole, che ho incontrato varie volte coi miei compagni e che dall'accento netto, un po' forte, incisivo, non si riesce a comprendere di che regione d'Italia sia. So di lui due cose: che è a capo di una vasta azienda dal nome esotico e che la sua cordialità ha come un fondo opaco che non mi spiego e non mi piace.

— Pare...

— Aspetta forse qualcuno?

— Non precisamente: aspetto che l'oro delle cupole della Madonna della Salute, svanisca in violetto. Come vede, è un'aspettativa piuttosto stravagante...

— Oh! — commenta in tono incolore il personaggio.

— È uno spettacolo che a Venezia — insisto — vale qualsiasi compagnia...

— Anche quella là? — ribatte sorridendo il personaggio senza rilevare affatto la mia non invitante dichiarazione.

Quella là, chi? Ah! Contro i bagliori d'incendio del tramonto una fine figura nel viale apparisce che lentamente vien verso di noi, e pare come soffusa da una luce di miracolo che l'accompagna nel cammino e dà rilievo al suo passo ritmico.

Non v'è dubbio: è la mia recente conoscenza del salone di scrittura, mia compagna di qualche giorno di gite.

Che cosa vuol dire, costui? Una frase qualsiasi o vuol precisare un senso alle sue parole? E mentre cerco una risposta che non viene, la bella creatura s'avvicina, guarda prima lui con un strano, fuggevole, laterale sguardo di rispetto, nuovo nei suoi occhi, poi guarda me chinando un poco il capo con un sorriso di saluto e passa.

— La conosce? — gli domando con indifferenza.

— Mi pare che conosca piuttosto lei, — mi risponde ambiguamente l'uomo ridendo, ma con una nota di più del necessario. Poi cambiando repentinamente tono:

— Sa perchè mi son permesso interrompere la sua contemplazione di Venezia? — aggiunge —. Perchè devo partire dall'Italia e volevo salutarla.

La notizia non m'interessa gran che. Ma un elementare dovere di forma mi costringe a mostrare una certa sorpresa.

— Una gita commerciale, immagino....

— No, son chiamato sotto le armi per un lungo periodo di manovre...

— Lei? E dove?

— In Germania. Io sono tedesco, sa? Ho il brevetto di ufficiale del Genio... Ma vede, noi quando usciamo dalle università siamo tutti classificati ufficiali secondo il genere dei nostri studi. Io sono ingegnere chimico.

— Ma... e come mai la richiamano dall'estero? È la prima volta che ciò le avviene, o si tratta di chiamate periodiche?

Si stringe nelle spalle. — Per me è la prima volta — dice: e mi offre una sigaretta.

Non ho alcun motivo per insistere di più.

Che la Germania ordini alcune manovre militari non ha il minimo nesso con la regale visione di questa città che s'addormenta sotto un manto stellato d'argento e s'avvolge nel velo della sua nebbia violetta mentre l'Adriatico, con mille braccia scure le si insinua addosso e l'allaccia e l'attira come sposa che il sole gli contese.

E saluto con compassione questo straniero che visse a lungo tra noi e come noi, in quest'atmosfera di calme visioni e di placido fermento di ricordi dove poco o nulla si domanda all'avvenire, e che ritorna al suo cupo paese a far inutile frastuono d'armi in un mondo che dorme del sonno pesante dei pingui.

Ora non c'è più nessuno spiraglio di luce rosata nel cielo. La nebbia s'alza e s'addensa dovunque, diluendo in grigio la massa dei palazzi, delle chiese e delle case, mentre le campane dei cento campanili intonano nell'aria immota la loro nenia mesta per la grande Regina che sussulta e s'assopisce.

V.

Uno dei direttori dell'Hôtel, naturalmente poliglotta, naturalmente intelligente, riassuntore unico della vita umana che in forza della sua professione conosce in tutti i più disparati aspetti, ha scoperto che tra i tanti libri d'ogni lingua esposti in vendita nell'antisala dell'Hôtel, qualcuno ve n'è ch'io vidi nascere sui miei tavoli di bordo tra sbalzi di latitudine, di longitudine e d'anima e tra razze di ogni colore. Non osava dirmelo: e voleva che io indovinassi dai suoi inchini intenzionati, dal suo sguardo carico di significato, che egli li aveva letti e che quindi io ero già letterariamente in suo possesso e alla sua mercè. Ciò rientra, del resto, nelle facoltà intellettuali dei moderni direttori d'albergo, che hanno in generale un'istruzione da ministro. Finchè, nel presentarmi l'ultima nota settimanale di spese, non si è deciso a rivelarmi il suo segreto. — Tra autore e lettore è già avvenuta una trasfusione che — ahi! — somiglia un po' allo strano senso che la vista d'un'antica amante suscita. Una comunione è avvenuta ed è incancellabile. Avanti a voi è un essere che ha seguito le strade del vostro spirito e che da quel disco fonografico, inciso da voi, che è il libro, ha sentito ripetere in sè le vibrazioni vostre, assorbendo il vostro più segreto pensiero.

Il direttore approfitta di questa circostanza e mi assicura che se io volessi soltanto osservare intorno a me nell'ambiente in cui siamo, potrei trovare molti soggetti di studio.

— Può essere... — gli rispondo vagamente — e del resto stia certo che già me ne sono accorto abbastanza...

Ma l'uomo sorride coll'accondiscendente sorriso di colui che ne sa di più.

— Sì, signore: ma per quanto lei osservi e in parte anche indovini — mi dice — non arriverà mai al colpo d'occhio sicuro che acquista chi, come me, vive da lunghi anni in fornaci di questo genere. Vede: per esempio, signore, da che lei è qui ha già commesso un paio di errori.

— Sentiamo...

— Giovedì scorso, lei andò a passeggiare di sera dopo pranzo, solo, lungo la spiaggia avanti ai casotti, fino a notte. — Sa! Noi seguiamo tutto...

— Mi pare di sì. Ebbene?

— Come, «le pare»?... Non ha osservato niente? Non ricorda niente? Lo vede che ha bisogno del mio aiuto! Non ha notato numerose passeggiatrici solitarie, pronte alla parola, inventrici di mille pretesti per attaccare discorso... mare... luna... malinconia... nostalgia... il «bull terrier» o l'«aberdeen» che si sperde sempre... la scarpina bagnata dall'onda... il piccolo grido di spavento e di richiamo...? Oh! ah!... oh!...

— Ma...

— Ebbene, senta: Il venerdì mattina, come lei sa, si pagano i conti della settimana d'hôtel... Mi spiego?... E si regoli nelle serate di vigilia....

— Grazie... Poi?

— Secondo errore. Come classificherebbe quella molto bella signora, forse olandese, che lei deve aver certo conosciuta nella sala di scrittura qualche giorno fa? Se dovesse descriverla che tipo ne farebbe?

— Appunto: m'aiuti lei... M'interessa...

— Ah! Allora mi fermo.

— No, no... vada avanti sicuro.

— Ebbene: gliela classifico io. Propensione per le uniformi italiane: specialmente di Marina. È un tipo recente che in questi ultimi tempi, chi sa perchè, si riproduce continuamente. Una ne va e l'altra viene. Il tipo ha due sottospecie: il brioso, il gioviale che dopo poche parole dà dello _chéri_ e che ridendo butta inaspettatamente le braccia al collo in un angolo di salotto; e il solitario, l'altero, l'assente, che aspetta a stringersi al fianco in una calle stretta, in un vano di ombra della luna, o che avanti ad un Tiziano o ad un Veronese che ella contempla con occhi umidi a lungo, stringe forte la mano di colui che l'accompagna... Va bene? Tanto l'una che l'altra sottospecie scrive molto, riceve molta corrispondenza sigillata e preferisce impostar le proprie lettere da sè. Si direbbero — non rida! — spie, se questo genere non si fosse da un pezzo rifugiato nella letteratura francese di una certa specie lagrimatoria e _revancharde_. Vorrei sapere chi crede alle spie, qui? Spiare che? Chi è che da noi ha mai pensato a nascondere qualche cosa?

Pure un non so che di simile deve sussistere, per quanto la nostra mentalità non riesca a persuadersene. — E la sconosciuta persona di cui parlavamo deve appartenere a questa classe indeterminata... Vuole un consiglio? Se ne guardi!

Non condivido totalmente la sua opinione, ma annuisco. E siccome squilla il campanello elettrico che annunzia nuovi «arrivi», il nostro colloquio è bruscamente interrotto da un inchino affrettato che il direttore mi dirige per accorrere al suo posto, nel peristilio che s'apre sul grande viale del Lido.

«Se ne guardi...» Le parole mi si ripetono nella mente con una subitanea insistenza, mentre mi siedo appartato in una delle grandi poltrone di marocchino del salone, di fronte alle arcate dell'entrata, dove si sprofondarono corpi di tutte le razze. E se avesse ragione? La spia: sulle scene, primissima avanguardia di guerra... Ma via! Quale assurdo pensiero! Se si dovesse soltanto ammettere una simile possibilità, questo povero paese nostro non sarebbe più che un immenso vivaio di spie, allagato com'è, di esotismo torbido, libero, indisturbato, quasi padrone della nostra vita.

Guarda! Dei colleghi! Non precisamente: dei colleghi alleati: ufficiali di marina Austriaci, accompagnati dall'addetto navale Austro-Ungarico a Roma, che io conosco. Giungono ora e il direttore li ossequia con un forte angolo d'inchino. Sono con loro alcune signore e alcuni bambini vestiti da marinaio, sul cui berretto, per antica professionale mia abitudine di leggervi il nome ricamato in oro sul nastro, il mio occhio fugacemente si posa... Oh! Maledetti! «Lissa» e «Novara»... Selvaggi o idioti... Potessi figgere in tutta la vostra orda con punte roventi nel cervello queste lettere della nostra sciagura, che venite a mostrarci in casa nostra!...

— Oh! Come sta? È destinato a Venezia? — È l'addetto che mi parla.

Su la maschera, italiano, il cui cuore duole, come se uno spillo ne martoriasse la punta. E colleghi alleati e bambini mi si trattengono intorno, mentre le signore aspettano un poco più all'indietro.

— Da qualche giorno... Lei?

— Accompagno questi ufficiali, venuti da Pola per le regate internazionali, sa? Siamo appena arrivati col «Metkovitch» da Trieste ora... Non ci siamo ancora cambiati...

— Lo immagino — gli rispondo — dal nastro di questi bambini...

Un sussulto che si propaga a ondate all'intorno. Chi asserisce ancora che l'uomo appartiene alla stessa famiglia, mente. V'è sulle labbra di tutti costoro e forse anche sulle mie, lo stesso sorriso che ci venne insegnato nell'infanzia, frale scudo alla verità. Ma le pupille parlano, fissate da un attimo di odio ereditario, ribollito all'istante dalle più intime fibre del nostro essere. Latini e barbari ci ritroviamo di fronte, come sempre, animati da un'ostilità assorbita nell'alveo materno, più forte della nostra natura, incancellabile, eterno.

Non batto ciglio, mantenendo tranquillo lo sguardo sui volti intorno...

— Max! Rudolf! Frida! — chiamano alcune voci femminili. — E i bambini si ritraggono, condotti via da una governante dal bianco vestito di leggiera mussolina, che contro lo sfondo luminoso dell'arcata, rivela con profusione tutta la sua rosea nudità di bionda.

No, che non è morta la guerra: il contratto sorriso di costoro è divenuto quasi un ghigno che riproduce quello dei loro padri nel martirologio italiano, come ci venne descritto da bimbi. E non so perchè, provo per un istante la sensazione netta che ci ritroveremo un giorno di fronte così, su questo scintillante Adriatico, sconvolto da un orrendo «Scïò»...

Ma comincia l'untuosa cortesia austriaca, fatta di sorrisi slavi e di dialetto veneto, a cui dà spirito l'ultima operetta viennese, e fibra, un'educazione mezzo ecclesiastica e mezzo militare. Bisogna rassegnarsi. Fuori tutte le risorse della cordialità internazionale, tutti i ganci orali dell'alleanza... — Italiano, e che ci vuole a sorridere a un Austriaco?

Una contrazione: niente. E poi è un periodo di feste che mi s'annuncia... Verranno qui due navi tedesche: la «Goëben» e la «Breslau» insieme allo «Sleipner» — l'ex-cacciatorpediniere trasformato in veloce yacht di S. M. l'Imperatore di Germania. E subito dopo giungerà l'« Hohenzollern» con a bordo Sua Maestà... Feste, feste della nostra alleanza, la vera, l'unica garanzia della pace, che nessuno oserà rompere mai...

. . . . . . .

— Non so più come fare — mi dice il direttore dell'Hôtel che ritorna a me non appena son rimasto solo. — Non ho più camere disponibili e continuano a giungere telegrammi di richieste, potrei dire, da ogni parte d'Europa. Son tutti tedeschi che piovono qui in questi giorni... Magra clientela e non troppo desiderabile... Esigente, pitocca e grossolana.

— Risponda no.

— Sarebbe imprudente. Sono vendicativi e organizzati anche nella vendetta. Lei non può averne idea... Si guardi intorno: decorazioni, tappezzerie, lampadari, cristalli, mobili, tutto è «made in Germany», tutto ci vien di là... Lei mi capisce?... Non c'è che un sistema... Mandar via i pali...

— I...?

— I pali.

E siccome lo guardo con una certa sorpresa, — Noi chiamiamo così — prosegue — tutti coloro che ospitiamo a ridottissimi prezzi e anche gratis e che servono di richiamo. C'è un po' di tutto: autentica nobiltà che ha molte relazioni e le attira qui vantando l'ambiente, la stagione, ecc.: un magnifico profitto per noi; pseudo-artisti che «lavorano» nella cerchia intellettuale, intrattengono gli ospiti veri e rappresentano una speciale attrattiva, molto apprezzata dal forestiero «rasta». E poi — palo supremo — alcune abitatrici così dette di passo — ben mascherate di rispettabilità nei saloni da pranzo, da ballo, di scrittura e nei salotti del pian terreno, ma che dopo la breve salita dell'ascensore, cambiano un po' carattere...

Mandar via costoro non è un gran male. Li raccomanderemo ad un altro Hôtel, tanto devono ben passare la stagione in qualche modo. Li richiameremo quando avremo di nuovo stanze vuote. Lo vede che lei ha bisogno di essere istruito?

Proprio vero: ho bisogno di essere istruito: e quest'uomo che ha per orizzonte una lista di nomi rinnovata ogni giorno, possiede inestimabili tesori di scienza. Peccato che una tedeschina verso cui si precipita per chiederle con premura se ha pranzato bene, me lo porti via con un «Ia wohl» che è tutto un poema di riconoscenza gastrica, seguito da altri desideri gastrici per l'indomani.

VI.

— Ich habe die Here... — Costui che mi saluta alla scala della sua nave, con un inchino composto di tre oscillazioni sulle reni, una breve sull'«ich», un'altra breve sull'«habe» ed una lunga sull'«Here», tenendo ferma la mano destra lungo la tempia, mi ricorda quei musi di vitelli bolliti, che dalle vetrine di alcune trattorie popolari romanesche fissano l'uomo con un glauco disdegno discendente, coronato d'alloro.

È roseo, paffuto, implume e orecchiuto; alto, tarchiato, mal vestito e legnoso; e ride come se un capitano di vascello, annidato dentro di lui, gliene desse di quando in quando l'ordine.

Un suo collega accorre: un altro, un altro ancora, percorrendo il ponte di coperta con un passo che richiama alla mente la mazzuola del calafato. E mi circonda la cortesia teutonica, espressa in cinque o sei tempi, così come prescrive qualche suo codice segreto.

Andiamo: una colazione di «comandata» mi aspetta e m'è necessario un preventivo contatto con costoro, per non sentir poi una dissonanza troppo acuta: giacchè è proprio a tavola che si accentua il contrasto delle razze e di tante altre cose.

Ma nell'avviarci verso poppa, rasentiamo un casotto dall'ampie vetriate con tendine di seta bianca accuratamente chiuse come sui tabernacoli. — L'alloggio del Kaiser... — mi si dice. E mi si dice con una voce fatta quasi afona dalla reverenza; e mentre mi si invita ad entrare, espressioni ed atteggiamenti raggiungono quel massimo di umiltà grave che soltanto il sacerdote raggiunge, quando nel sacrifizio divino si proclama indegno dell'ostia consacrata. Io non so se lo sguardo più che tranquillo dei miei occhi latini che racchiudono un'eredità secolare di cose grandiose e di viste trionfali, e che ora si soffermano appena su un tavolo enorme, sormontato come da un casellario ripieno di biglietti di ordini, intestati con la ruvida corona imperiale e trascorrono poi su una comunissima poltrona da circolo, e si trattengono anche meno su alcune fotografie di paesaggi nordici, incorniciate da carta dorata, sia stato interpretato come evidente manifestazione di una irriverenza ingenita nella mia razza.

Forse...: e devo esser illuminato...

— Da questo telefono — mi ammonisce un ufficiale dalle orecchie larghe e mobili da antropoide, indicando un apparecchio telefonico posato sul tavolo e certamente già connesso alla rete della città, — dipendono le sorti dell'Europa...

Nientemeno! E perchè no del mondo? La superbia non ha mai limite, come non ne ha la scempiaggine di chi nel 1914 può credere a simili facezie e ripeterle a un ospite con un tatto così squisito. Sono dunque in potere di questo filo propagatore di chi sa quali volontà.

O cara chiesa della Salute, nelle cui volute barocche carezzate dal tempo e dal vento marino i colombi in amore s'annidano, rispondi tu per me a questi rozzi millantatori che son venuti a legare la loro nave ai tuoi piedi, così come un mastino ad un altare prezioso! Costringili tu ad elevare per una volta lo sguardo ed a fissarti nella maestà delle tue cupole: tenta di instillare nei loro crani brachicefali un po' della nostra signorilità di pensiero, per la quale nessuna «kultur» può trovar sostituti!...

— Tanto noi siamo alleati! — sorride in tre tempi l'ufficiale, mentre i lobi delle sue orecchie sussultano tre volte.

Già: siamo alleati; è bene ravvivare alquanto alcuni ricordi sbiaditi. Tanto alleati, che nel discendere la scaletta del boccaporto che conduce nel Quadrato Ufficiali, tre o quattro manate confidenziali sulle spalle aggiungono al mio passo un impulso inaspettato.

Ecco: siamo in Germania. La Germania di sette o otto Von allineati, impettiti, muti, avanti ad una tavola sovraccarica di bicchieri e di vivande già pronte; la Germania dei cristalli policromi, dei lampadari dai fiori metallici contorti, delle piroincisioni, delle fotografie malamente colorate: la Germania della complicazione, della pesantezza, del cattivo gusto in ogni cosa.