Mar sanguigno (Offerta al nostro buon vecchio Dio)
Part 2
Venne gente: tirai pugni, mi feci largo, fuggii...: la notte e il diavolo mi aiutarono...; giunsi a bordo salvo e il padrone della «Marietta bella» che era un buon uomo, salpò. C'era ancora la «bora», ma soffiava in poppa e la mattina dopo la paranza era qua.
— Ma, e lo uccidesti? — gli chiede concitatamente il mio amico.
— Si capisce! — esclama il vecchio con quell'intonazione che si dà nel rispondere ad una inutile domanda dei bambini.
— Come lo sapesti?
L'uomo s'interrompe di nuovo e piega la testa sul petto, respirando forte: si ode il sibilo dell'aria che si apre il varco nei suoi bronchi aridi. E, come per improvviso sonno, chiude gli occhi mentre le sue labbra s'agitano senza suono quasi per bassa preghiera. Finalmente con una voce lontana e triste come quella che i cattivi sogni prestano alle visioni d'incubo:
— Oh bella! Come l'ho saputo! — dice senza riaprir gli occhi e rialzar il capo. — Tutta la mia vita ho lottato con lui... Il suo posto negli Scïò era in basso, vicino all'acqua: sempre lì stava: ed il suo viso tondo e gialliccio aveva gli occhi spalancati come quando io gli tirai... e risaltava su quello di tutti gli altri morti come una luna gialla tra lune d'argento. Egli veniva nel vento, dritto verso di me: sempre: e ghignando alzava le braccia per indicarmi sul cranio una chiazza sanguinosa da cui uscivano fiocchi bianchi di cervello. Io dovevo far presto a tagliare nello Scïò col coltello, se no seguiva una cosa strabiliante; lui si metteva a parlare ed io dovevo rimanere come incatenato ad ascoltarlo, senza forza per pronunziare le parole che offendono Iddio e fanno crollare le colonne di morti.
Una notte di tempesta, venne tenendo un bambino pallidissimo nelle braccia e mi urlò che glielo avevo ucciso io. Malato, rimasto senza padre e solo al mondo, nessuno aveva potuto comprare a questo bambino le medicine di cui aveva bisogno... E da allora vennero sempre insieme. Il piccolo teneva la testa sul petto del grande e turbinavano tutti e due presto presto, disegnando spirali luminose come quelle che si vedono nei fuochi d'artificio: una larga ed una stretta, ma di colore diverso ed impossibili ad esser fissate.
E sì! Avevano un bel turbinare, gridare, minacciare: io li respinsi sempre, vinsi sempre...
Isè la Botta rialza il capo, riapre gli occhi, beve ancora.
— _Stu vi iecche iè bbune prassà_ (questo vino è molto buono) — dice, mentre si riaccascia nella sua posizione di sonno.
E quasi balbettando, con la sua voce che dà i brividi, prosegue:
— Una volta sola non arrivai a tempo perchè ero troppo stanco e dormivo sotto il ponte. Allora si presero la vela, spezzarono l'antenna e quando corsi su, me ne buttarono un troncone nella schiena. Ma benchè ferito potei ancora ricacciarli indietro e rider loro in faccia.
— Ridi, ridi pure! — mi gridò il morto volando via. — E vivi! Devi vivere una lunga vita infernale! Dovrai sempre tremare: ci vedrai sempre, in ogni nuvola e in ogni sogno; voleremo nelle pallide albe e nei rossi tramonti; dovunque qualche cosa scintilli rivedrai i miei occhi dilatati; ogni cosa purpurea sarà sangue mio; il vento avrà la mia voce, la luna il mio viso, la pioggia le mie lagrime; ed il rumore del tuo passo farà rinascere dal suolo la mia perenne maledizione. Vivi! ti prenderemo quando sarai tanto vecchio da non ricordar più le parole del diavolo.
— Ah! — sogghigna Isè senza riaprire gli occhi. — S'era dimenticato due cose: il vino e la Madonna di Loreto. Nel vino non ho mai visto niente, e andando ogni settembre in pellegrinaggio alla Santa Casa, ho avuto molti anni di tranquillità. _Rosciole_ (triglie), _mugelli_ (cefali), _seccie_ (seppie), _storiò_ (storioni) e merluzzi mi hanno fatto festa attorno. Voialtri dicevate, eh Antò? eh Giuà? (Giovanni) che me li mandava il demonio... Non è vero: perchè anche dopo le dodici messe privilegiate che ho fatte dire a Loreto, il pesce è venuto lo stesso. Dunque non è vero.
— _E nun li sci riviste più?_ (Non li hai rivisti più?) — gli chiede un vecchio che per l'enorme cranio lucido, tramato di venette azzurre ricorda il San Simone del Guercino nella Cena in Emaus.
Io guardo questo vecchio, l'unico che interloquisca nel terrifico racconto, ed una cosa mi sorprende subito: l'aria di perfetta indifferenza che egli e tutti gli altri dimostrano per i fatti uditi. Non un accenno di meraviglia, non una sorpresa. È come se ascoltassero la lettura di un Vangelo irrefutabile, da troppe generazioni accettato, per essere discusso.
È il Verbo; è la Verità. Solo la mia stupefazione è illogica dunque: e certo l'uomo che ha rivolta quella domanda non ha ubbidito a nessun movente preciso; egli s'è soltanto annoiato di rimaner sempre zitto: ecco tutto.
Ed è illogico anche che io mi sorprenda della risata clamorosa, fragorosa che gli risponde, mentre un tuono lunghissimo che rialza la voce più volte prima di spegnersi brontolando, fa fremere noi, pareti e cristalli.
Perchè ride così Isè la Botta? È forse il vino che gli sconvolge il cervello, gli spalanca l'antro della bocca e ne fa sgorgare un rivoletto di saliva bavosa? Perchè s'alza in piedi aggrappandosi ai bracciuoli della poltrona?
— No, che non li ho rivisti più — urla tra una risata e l'altra, cercando soverchiare col proprio urlo il fragore del tuono — perchè io, Isè la Botta, so ancora le parole del diavolo. Io me ne rido! tanto che quest'anno i denari pronti per il pellegrinaggio a Loreto me li son bevuti!... Ho ottantasette anni! Chi mi ha voluto male è crepato! E voglio arrivare a cento... A cento...!
Sugli ultimi echi del tuono la sua risata sinistra risorge, cala, si fonde e svanisce.
Ma ad un tratto la pioggia cessa e le cime degli alberi rimangono immobili. Sopravviene come una notte improvvisa: poi s'ode un rumore crescente che pare lo scrosciar dei sassi spinti dalla piena; e qualche cosa che fischia, flagella, urla, s'avvicina a noi sbattendo le gelosie delle finestre e trascinando via le tegole delle case vicine. Eccola, arriva la cosa terrifica: tutta la villa ne è scossa come per l'urto d'un'onda mostruosa: e, non reggendo all'impeto, tra il fragore delle porte che si chiudono violentemente, tra i fischi d'un vento satanico, tra i gemiti degli alberi, con uno schianto netto, una delle finestre si spalanca mentre i suoi cristalli s'infrangono. E la tempesta entra liberamente in un tumulto gelido di vento e acqua.
Balziamo in piedi: tutti.
Ed ecco che ad un tratto il riso di Isè la Botta diviene convulso, si esaspera e si tramuta in urlo disperato. L'uomo è lì, appoggiato ai bracciuoli, arcuato in avanti, con la bocca spalancata e gli occhi sbarrati verso la finestra schiantata, come se una visione che noi non vediamo vi fosse apparsa per lui solo. E certo questa visione repentina ingrandisce smisuratamente, si erige da ogni lato intorno a lui e gli riempie il respiro e lo scuote e lo stringe, come se, o venuta dal mare o dalla terra o dal cielo, cercasse lui solo come mèta da schiantare a colpi di vento e di pioggia e gli urlasse intorno una maledizione suprema.
— _Nu curtille!_ (un coltello!). Per la Vergine della Santa Casa, un coltello! — chiede disperatamente e senza muoversi, mentre per provvisoria difesa, con la voce roca scaglia all'aria immonde imprecazioni...
Uno stesso orrore ci toglie ogni moto: uno stesso freddo ci fa rabbrividire, giovani e vecchi.
E noi vediamo l'uomo levar come pazzo le braccia e mettersi a tagliar orizzontalmente con le mani, folate di pioggia intorno a sè, alternando invocazioni alla Vergine e infami bestemmie. Una volta, due volte egli taglia... Ma improvvisamente altre mani invisibili gli fermano il gesto folle: e come se un pugno di ferro lo stringesse alla gola, le sue pupille si arrovesciano, la sua bocca si torce, il suo corpo si arcua di più, vacilla, ricade all'indietro nella poltrona e resta immobile, col volto fissato da una maschera violacea e rigida.
Immobile? No: un rapidissimo tremito lo agita ancora...
— È ubbriaco, patrò, è ubbriaco! — gridano i vecchi accalcandoglisi intorno. — Portiamolo via! — Gli farà bene l'acqua... — aggiunge qualcuno ridendo.
E l'hanno portato via.
L'hanno portato via alla prima sosta della bufera. E tutti lo hanno accompagnato al suo tugurio attraverso l'ultime raffiche; io l'ho visto sparire tra due cime di alberi, nella strada allagata, confuso in un corteo grigio, traballante al vento, bizzarra e macabra carnevalata di vecchi.
Ma domani tutti lo accompagneranno di nuovo verso la strada d'Acquaviva dov'è il cimitero, perchè — viene a dirmi dopo poco Antò Picchinsù piangendo e ridendo come un idiota e facendo croce coi due indici — Isè la Botta, patrò...
— No, no, tu non ne hai colpa — soggiunge rispondendo al mio muto sussulto. — Lo Scïò se lo sarebbe preso lo stesso... Questo è sicuro! Del resto — prosegue guardandomi fiso con improvvisa fiamma — se, Dio non voglia, ne avessi colpa tu...
— Ebbene?
Lentamente, come assegnasse ad ogni parola un minaccioso destino:
— Patrò: — dice — ma non vivi anche tu in mare come vi abbiamo vissuto noi? Non conosci anche tu i cieli neri, le nuvole che s'allungano e che fan bollire l'acqua?
E dopo una pausa, abbassando la voce come per entrare in contatto intimo col mio spirito, ponendomi le labbra quasi all'orecchio:
— E le parole del diavolo, le sai, patrò? — sussurra.
No: non le so. So che l'alito di questo vecchio è perfido...
— E allora... lo rivedresti... Sempre. Non ti lascerebbe più... Sai «patrò»!... _E poi non le scrivere queste cose, sai «patrò»!..._
1914.
_Yet, Italy! . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . thy hand Was then our guardian, and is still our guide._ (BYRON).
Sdraiarsi sulla sabbia soffice e calda, lontano dagli uomini, contemplare il cielo e arrischiarsi nell'infinito, mantenere inerti le membra e affilar l'udito perchè nulla si perda dall'eterna aspra melodia che il mare canta... e lasciar che il sole morda appieno nelle carni quasi nude, basta questo al breve riposo degli stanchi e dei tormentati. Chiudendo gli occhi senza troppo stringere le palpebre, entra nell'anima come una luce di prodigio fatta d'oro e di rame volatizzati e ogni ricordo di visioni della terra intorno, svanisce. Se fosse possibile restar a lungo così e dar meno presa agli artigli della vita, io credo che...
Diamine! Troppo presto! Ritorna l'uomo: anzi l'embrione d'uno speciale tipo d'uomo che ha già in germe quasi tutto il protoplasma putrido della razza: un ragazzetto dell'Hôtel: l'anonimo «Lift» o «Chasseur». Nel giugno di quest'anno di grazia 1914 si parla ormai così dappertutto: e più specialmente così in questo immenso, effervescente, emporio d'internazionalismo, di «rastas» e di tango che è l'Hôtel Excelsior del Lido di Venezia.
— _Ihre Post ist hier._ — È qui la sua posta.
Pure il tedesco! Questo ragazzo è completo.
— Parlami italiano e dammi la posta. Di dove sei?
— Di Torino, Signore.
— E perchè parli tedesco?
— Perchè il primo cameriere vuole così. E poi mio padre è tedesco.
— E tua madre?
— Egiziana, ma figlia di greci.
C'è tutto. Intravedo un complicato e vagabondo romanzo di guardaroba e cucina, un poco più basso dei romanzi dei piani superiori degli alberghi. E questo ibrido essere vestito di rosso, dal viso già sfiorito, dallo sguardo reso già obliquo dall'ereditarietà della mancia, ne è il prodotto.
— E ora vattene.
Ed eccomi solo col giornaliero mucchio di carta in mano, la porzione quotidiana di vanità e menzogne trattenuta sul setaccio di varie calligrafie e di non sempre ferme ortografie.
...«Pregiatissimo... Carissimo... Egregio... Stimatissimo... Illustre...» Sicuro: tutto il rispetto umano si rifugia nello scritto: alla voce, il resto...
«Amico mio» — Ahi!... — «suo silenzio»... «tè»... «sempre»...
Riduciamo, per esempio, a dieci giorni questo «sempre»: un rapido calcolo finanziario, e...
Avanti.
«Si ha il pregio di portare a conoscenza della S. V. che a parziale scioglimento della riserva contenuta nel foglio citato a margine...» — Servizio: per la burocrazia il mare parla così.
. . . . . . .
— «Patrò»... Oh! San Benedetto del Tronto! Chi sarà? Ma riconosco subito i poco ortodossi caratteri dell'unico scrivano pubblico locale, al quale tutti i marinai di laggiù ricorrono. Ecco una lettera certamente schietta.
_«Patrò». Lu paroco della Marina mi ave ditto che tu sei volute scrivere quelle cose dellu sciò che io che songhe Antò Picchinsù tè songhe dite anno (l'anno passato). Lu paroco dice altretante che tu non sei credute a lu sciò e che sei ditto che ne lu mare Adriatiche lu sciò nun se pò più vedere a cagione che so cose delli vecchi. Patrò, sei fatte male prassà (molto). Antò Picchinsù te pò sulla Croce dire che li peccati de lu mondo so troppi prassà e che lu santissimo Gesù e la Matonna de Loreto te farano vede nu sciò che tu no lo sei viste maie e tutte l'Adriatiche se avrà tanto grande spaventoso che paranze, lancette, sciabiche non vano più pe lu mare. Sei capite, patrò? Lu diavole che s'è preso lu mondo e lu mare perchè la fede non c'è più e iè venute lu socialisme. Questo te dice Antò Picchinsù, patrò, che ci devi credere con tanti saluti e te racomanda alla santissima Matonna de Loreto._
_servo oplicatissime_
ANTÒ.
Io invidio, o Antonio detto Becco in su, la tua anima ottuagenaria e semplice. È questo il mare che dovrebbe diventar spaventoso per i troppi peccati del mondo? Puoi tu concepire vuoto di vele gialle e rosse questo azzurro infinito che s'avvicina trascolorando in opale e viene a sfrangiarsi in spuma candida, fusione perfetta di luci, colori, ombre, balenii, capolavoro di armonia? Leva le vele all'Adriatico, spoglialo dei casotti multicolori disseminati sulle sue sabbie di pallido oro e ne avrai un cimitero o una visione d'apocalissi. Più che ogni altro mare, l'Adriatico vuole l'uomo e l'inno mattutino dei suoi pescatori, se no è mare di tragedia, o dissennato profeta Antonio.
Ma in quanto ai peccati del mondo, questo vecchio che minaccia uno _scïò_ senza precedenti, non ha torto. Io immagino facilmente che quello che egli chiama peccato, lo desuma da ciò che la sua annebbiata vista gli mostra sulla tranquilla spiaggia del suo paese, quando una modesta anzichenò, folla di bagnanti la popola durante le arsure estive. Scherzi semi-innocenti da collegio, laggiù: discorsi da refettorio conventuale a confronto di ciò a cui si assiste e che si vede qui. L'officina centrale del peccato, caro Antò, è questa.
Bah! giù di nuovo sulla sabbia calda, aprendo le braccia a croce e socchiudendo gli occhi per lasciar entrare a poco a poco il pulviscolo d'oro e di rame che offusca le visioni della terra. Così.
. . . . . . .
— Est-ce-que vous aimez beaucoup à vous laisser rôtir?
— .........
— Eh, monsieur!
— Madame?
— Mademoiselle, s'il vous plaît... Qu'est-ce-que vous avez à me regarder comme ça?
Eh, per Bacco, non si passa dal pulviscolo d'oro e di rame, alla — dirò — stupefacente visione d'una giovane donna più che nuda, perchè la maglia rosa e attillata che le fascia il busto, parte molto più in giù delle spalle e finisce molto più in su del ginocchio, rimanendo tutto aperta e appena trattenuta di lato da una fettuccia di seta rosa che s'incrocia lungo i fianchi più che nuda, dicevo...
— Dame! — le rispondo levandomi in piedi per fissarla e catalogare il tipo, perchè qui un simile costume e un approccio così — come dire? — disinvolto, non precisano proprio nulla — Mademoiselle... mademoiselle qui?
— Sonia, ça suffit.
— Russe?
— Oui.
— Ça suffit aussi...
S'offende? No, ride. Regola: mantenersi impassibile quando una sconosciuta di questa specie ride.
— Vous êtes bien original... — mi dice. Seconda regola: aprir le braccia senza parlare e accennare un breve gesto di accondiscendenza rassegnata.
— D'où êtes-vous?
— Italien, si vous permettez.
— Ah! très-bien.
— Pourquoi très-bien?
— Parce qu'alors vous chantez.
Ancora! Non so quante volte attraverso il mondo mi son sentito rivolgere le stesse esasperanti parole con la medesima intonazione di assoluta certezza. Ma in quale testo internazionale, sconosciuto soltanto a noi italiani, è scritto che noi cantiamo tutti e che le nostre aspirazioni spaziano tutto al più nel tratto di scala melodica che va dal soprano al basso profondo? La solita risposta:
— Vous vous trompez: je ne chante pas du tout.
— Et «alors» qu'est ce que vous êtes?
Quell'«alors» è assolutamente notevole. Le indico vagamente il mare, il paziente assorbitore delle più grandi sciocchezze...
— Entrepreneur de bains?
Questa non me l'aspettavo. Cerco di risponderle «no» con naturalezza, ma non riesco forse a moderare abbastanza la vivacità del mio diniego.
— Je vous ai offensé? Allons: vous me le direz après ce que vous êtes... Prenez mon bras et accompagnez-moi voir le tango là-bas...
Prendo il braccio — è la parola nuda — e mi avvio con lei verso le lunghe file dei casotti che s'allineano dinanzi alla terrazza dell'Hôtel e dove s'annida, ferve e fermenta quasi tutto quello che s'annida, ferve e fermenta nella natura umana. E c'è infatti un tango, ballato sulla sabbia nel preciso succinto costume mio e della mia sconosciuta compagna. I soliti abbominevoli tziganes, personaggi che condividono con gli chauffeurs, coi couriers, coi manicure e con i masseurs, la loro moderna importanza — con un sovrappiù loro speciale, derivato dalle avventure del celebre Rigo, moderno Re della loro razza — si sdilinquiscono sui loro archetti, accompagnando le snervate battute della loro musica con guizzi da cavalli da monta che scuotono la criniera. Un ibrido personaggio, rasato, pettinato quasi «à la vièrge», dagli occhi cerchiati di nero, vestito di color perla e dalla calzatura estremamente «vetrina di gran calzolaio», agita in ritmo il suo corpo ambiguo trascinando con sè la femmina della sua specie, una creatura d'ossigeno, di labbra rosso-vizio e movenze di serpente caldo: maestro e maestra di tango: riverite e privilegiate posizioni sociali dell'anno 1914 dopo la passione di Nostro Signore Gesù Cristo.
Il loro ballo è seguito con irrefrenabile ammirazione da cento occhi dipinti, è scrutato con sguardi di benevolenza attraverso occhialini d'oro di maestose matrone sedute là intorno in religioso silenzio, è applaudito da bambine dalle gambe nude e dalle vesti troppo corte, imitato da bambini aggrappati a mezza vita delle loro istitutrici tedesche, assurto all'onore di un'istituzione sociale che compendi in sè, grazia, bellezza, le più alte elezioni, tutte le più nobili aspirazioni.
— Mais pourquoi ils font ça debout? — domanda a mezza voce una Canadese...
— Qu'il est charmant ce Monsieur Kravna! Il est vraiment adorable! — mormora la mia compagna fissando i suoi occhi antropofagi sul maestro.
— Allons: à nous! — esclama brevemente; e mi si appoggia addosso respirando forte, pronta al ballo.
— Non: je deteste ça — le rispondo irrigidendomi.
Qua le situazioni si decidono alla svelta, da gente da ferrovia, da piroscafo e d'albergo che ha la quasi certezza di non incontrarsi più. La mia è risoluta in due brevissime scene: la prima, una netta voltata di spalle dopo uno sguardo di indescrivibile, sprezzante stupore; la seconda, un conciso dialogo riferito a me e udito nel mentre, libero, mi avvio verso il mio casotto.
— Sonia, quel est ce monsieur-là?
— Sais pas: une éspèce de fou...
Il mare è là: ripieno di corpi umani, punteggiato da cappelloni di paglia, da cuffie rosse, bianche, azzurre, cosparso di minuscole imbarcazioni bisessuali, si lascia pervadere da mille odori complicati e dorme respirando appena, come mastino sdraiato al sole e insensibile agli sciami di mosche.
E sarebbe questo il mare giustiziere, il truce mare del vecchio marinaio di S. Benedetto del Tronto? Eh! Via! Ha il sonno così duro! E lo sguazzio della lascivia umana non alza di un centimetro le placide, silenziose sue piccole onde che vengono ad una ad una a cancellare mollemente le traccie lasciate da centinaia di piedi nudi, mossi in ritmo...
II.
La metà delle lettere che si scrivono nel salone di un grande albergo sono scritte per essere scritte e come relazione vera con la persona a cui vengono indirizzate, non hanno generalmente che l'indirizzo. Quanti occhi assorti e quante penne sospese a mezz'aria, in questi tavoli omnibus, dove ciascuno sembra cercare i periodi sul viso femminile incontro e fa durar le lettere più che può!
Io son venuto a sedermi qui per questo motivo: che una signora, forse ungherese, forse peggio, nello scendere dall'automobile dell'Hôtel si è diretta subito verso la mia uniforme e mi ha chiesto due stanze non esposte al mare. Invano il direttore si è precipitato dal suo banco ad avvertir dell'equivoco. Niente: la predetta dama ha insistito freddamente nel chiedermi le sue due stanze non esposte al mare e il mio neutro silenzio non le ha spiegato nulla. È stato necessario voltarle le spalle: e siccome ella ha certamente ritenuto che io le mostrassi il cammino, mi ha seguito dentro il salone di scrittura già affollato. E allora mi son seduto pacatamente a un tavolo, piantandola in asso. E una volta seduto, bisogna ben scrivere qualche cosa. Bene! Quando alcuni di questi foglietti saranno riempiti, metterò «Amico mio» in testa al primo, — «cordiali saluti» in fondo all'ultimo, e sceglierò un indirizzo che corrisponda ad una persona di spirito.
Ed ecco, caro Indeterminato, perchè ti scrivo. Chiama queste pagine «note sincere di un'ora di grande Albergo» invece che lettera; e supponi di avermene dato l'incarico. Prometto l'assoluta verità.
Intanto il posto di fronte a me s'è riempito e al disopra del basso cristallo che taglia in due la larghezza del tavolo, vedo un'ondata di capelli biondi, molto sapientemente pettinati secondo la foggia di alcune di quelle figurine etrusche la cui missione consiste nell'essere dipinte eternamente in fila attorno ad un vaso.
Continuare a scrivere: far mostra di niente; vediamo quanto tempo resterà chinata la testa.
Molto. Una manina lunga e gemmata scrive, scrive di là dal vetro, dritta, veloce, sicura, animata da reale impulso: quindi, o l'amante o l'interesse. E una busta è chiusa e gettata affrettatamente di lato. L'educazione degli alberghi prescrive che una busta si guardi sempre.
_Una linea di caratteri che non conosco._
_Ministère de la Guerre_ _Bureau 628_ _St. Pétersbourg._
Un'altra busta copre presto la prima.
_M.r le Comte Raoul de F..._ _Poste restante_ _Paris._
Ma!... E la testa bionda si leva, fissando lo spazio avanti a sè.
Due occhi di acqua marina velati da lunghe ciglia mandano come una calda vampata sotto l'arco puro e sottile delle sopracciglia. Un naso dritto, diafano, palpita stranamente nelle narici come aspirasse un fiore: e una bocca bambina, rorida, perfetta, si schiude sul terso candore dei denti.
Un Americano che mi siede accanto, lascia addirittura cadere rumorosamente la penna sul cuoio della scrivania come un punto ammirativo messo alla sua contemplazione. Un altro individuo ricciuto e biondastro che ha parlato poco fa uno strano italiano col cameriere e siede di fronte all'Americano, assume quello sguardo profondo dell'uomo che corrisponde all'apertura a ruota della coda nel tacchino.
Son due inesperti: sistemi sbagliati.
Infatti la bellissima creatura estrae freddamente una sigaretta dal suo astuccio d'oro e non ha bisogno nè di fiammiferi nè di nulla: con lo sguardo non ha domandato loro nulla: non esistono per lei.
Ma ha finita la carta del suo scaffaletto: e allungando la mano al disopra del cristallo ne cerca nel mio, come se il tavolo fosse assolutamente vuoto. Bene: questo gesto è di troppo, come è di troppo dimenticar di prendere anche le buste. — Gliene porgo qualcuna in silenzio e la testa s'inchina appena di là dal cristallo.