Mar sanguigno (Offerta al nostro buon vecchio Dio)

Part 16

Chapter 163,709 wordsPublic domain

— Sta bene. — E ritornava l'oscurità. La voce nemica stesa sui mari, giungeva a noi come sempre: voce caratteristica, di tonalità quasi musicale, da non confondersi con nessun'altra. Parlava di noi? O erano i resoconti degli assassinii della giornata? Ma! Avanti le eliche, verso il nostro destino. Mai generazione fu più fatalista della nostra, perchè mai nessuna fu più sciagurata. La dimostrazione evidente era questa: che avevo sonno, che nel cervello scosso si producevano lacune di pensiero sempre più lunghe, sempre più torbide: un urto, un sobbalzo, un'ansia, e giù di nuovo con la testa ciondolante sul petto: il riposo di noi marinai, Miss Edith...

Ricordo precisamente. Continuavo ad aver la sensazione di esser sbatacchiato, di qua e di là, ma non sapevo più come. Come o da chi? Perchè una strana luce che pareva sorgere tutt'in giro a me, tenue e multicolore quasi arcobaleno estremamente diffuso e velato, ma che a poco a poco prendeva forma, mi delineava come delle bizzarre figure umane che mi premessero i fianchi. Movimenti ritmici le animavano tutte, dando l'idea che una musica lontanissima e da esse sole udita, le trascinasse in una sola, silenziosa danza.

Sì, che erano esseri umani: ma tutti lividi, tutti uguali nelle loro movenze stranamente stecchite e nel fisso riso macabro, rivelato soltanto dai loro lunghissimi denti, scoperti fino alle radici come nei teschi, perchè il resto del volto era mascherato di nero. E vestivano tutti i possibili vestiti della terra, presi a prestito da tutte le epoche, da tutte le regioni.

Ad un tratto mi parve che un alto moschettiere m'urtasse più forte, con un gomito aguzzo che mi diede dolore.

Gli afferrai il braccio e sentii la larga manica cedere nella stretta, fino a una piccola cosa cilindrica e dura, che non aveva attorno alcuna morbidezza di carne...

— Chi sei? — gli gridai...

Da due fori neri d'una maschera dove non brillavano pupille, l'uomo mi «guardò stupito»; poi levò in alto una mano inguantata e dalle dita floscie, e si pose un indice a croce sulla bocca.

— _Sssssssss!_ — disse — _parlez bas, je vous prie, je suis mort..._

E la sua voce pareva propagarsi a fatica come risalisse da un abisso.

— Morto? — chiesi ad una dama dell'epoca di Enrico II che mi passava vicino con un passo di danza risuonante a scatti rumorosi e secchi.

— _Yes: dead: as I am myself; as is every body here..._ (Sì, morto: come me: come tutti qui) — ella mi disse con una voce di soffocamento identica a quella del moschettiere; e mi si mise a girare attorno, sempre ballando, scrutandomi in viso con indicibile meraviglia, espressa «senza sguardo».

— Di', Madame de Pompadour, — proseguì chiamando una maschera vicina ed indicando me. — Guarda questo qui che ha ancora gli occhi e le labbra!

— _Ah! c'est vrai!_ — mormorò il moschettiere continuando ad urtarmi di quando in quando.

Un pagliaccio si soffermò un istante. — Sicuro! — esclamò in italiano. — Ma dica, signore, quando è stato silurato, lei?

Diedi un balzo, subito compresso ai due lati, come da due ostacoli rigidi e legnosi. Volli muovermi, fuggire, fendere la macabra folla di maschere che mi attorniava in tumulto, agitando miriadi di braccia dalle maniche floscie, urtandosi con rumore di legnami attutito dalle stoffe. Impossibile. Due piccole maschere vestite da bambini baschi mi si abbrancarono alle ginocchia, alzando verso di me i loro visini mascherati, dai dentini tutti scoperti,

— _Ne fuyez pas, monsieur,_ — pregavano come recitassero litanie. — _Vous n'êtes pas comme nous autres ici... Emportez-nous avec vous... Nous avons vécu si peu!..._

Cercavo di divincolarmi, di proseguire, preso da quell'orrore dei sogni, che non ha equivalente nella vita...

— _Mais emportez-nous avec vous, Monsieur..._ — imploravano i piccoli — _chez notre mère qu'on a sauvée... On est si mal sans elle au fond de cette mer!... si vous saviez!..._

... un orrore fatto di tutti i sensi, di tutto il pensiero, nato dal gelo dei nervi, dal raccapriccio di tutta la materia: una pena da inferno mai prevista, mai sognata.

Ah! Sentivo che non poteva esservi scampo a un simile martirio. L'uomo legato alla sua pira che con lucida intelligenza segue i progressi delle fiamme che salgono, salgono ai suoi piedi, non può soffrire più di quello che io soffrissi...

Ebbene, Miss Edith, rida subito, rida insieme a me delle inesplicabili visioni dei tormentati sonni di noi marinai. Venne a liberarmi un domino bianco, dalla cappa leggermente lacerata sull'orlo... Lo riconosce?

— Largo! — disse pacatamente — lasciatelo uscire... E deve uscire, perchè gliel'ho promesso io...

— Edith — gridai — tu qui? E perchè? Quale Dio ti ha mandata a me?

— _Sssssssss_ — mi rispose lei a bassa voce. — Parli piano e venga con me fino alla porta...

La folla macabra s'aprì. Lei mi tese una mano come per guidarmi, ma poi la ritrasse a sè con un gesto di cui non compresi il movente. E s'incamminò seguita da me, mentre la strana luce dell'ambiente s'affievoliva e diventava livida come per il progredire di un'ecclissi, fondendo i contorni delle figure attorno.

Il percorso verso la porta era lungo e ci dirigeva una lama di luce azzurrastra che di là s'apriva a ventaglio, dando l'idea d'un proiettore irrompente nella notte. Nel camminare, il mio passo era leggero, leggero, tanto da non toccar terreno e avevo la sensazione d'essere sospinto dal basso in alto attraverso un elemento più denso dell'aria, ma sempre diafano e percorso da penombre verdastre. Quella che prima era folla ora ondeggiava liberamente ai miei lati senza produrre il minimo rumore.

— Ecco: — mi disse Lei, soffermandosi sul limitare della porta. — Quella è la vita: vada...

Lei rimaneva immobile, Miss Edith, dritta e raccolta nella bianca persona, mantenendo un braccio levato ad indicare in là; e la luce la investiva tutta, come la protagonista d'un dramma nel fascio elettrico d'un teatro oscuro.

— Venga! — io le dicevo. Ma non ottenevo risposta. E ad un tratto Ella piegò lentamente il capo, riunì le braccia e si coperse con le mani il viso: come a Malta.

E io la vedevo ritrarsi a poco a poco, come da un limite invarcabile, senza muovere alcun membro, illuminata sempre meno, sempre meno... attirata da una mano inesorabile tesa nell'oscurità alle sue spalle.

— Qua — io le gridai stendendo le braccia e dando un balzo. Ma fui arrestato da un corpo nero e solido, inquadrato nel vano d'una porta da una luminosità scialba: un uomo dritto avanti a me.

— Chi sei tu? — gli chiesi concitatamente.

— Come, chi sono? Sono il Capo radiotelegrafista. Sa, lei dormiva ed ora che è passata non volevo svegliarla.

— Passata? Che cosa?

— Abbiamo raccolte or ora le trasmissioni d'un sommergibile nemico vicinissimo... e che si sono allontanate quasi subito... Adesso si sentono ancora, ma più lontane... È passata.

— Già — mi disse sulla plancia l'ufficiale di guardia dominando una leggiera commozione rimastagli nella voce. — Dobbiamo esser passati a breve distanza con rotte opposte. In quanto a vedere, impossibile: c'è troppa foschia.

Era vero: tutt'intorno lo scirocco aveva accumulato nuvole e nuvole addensandole sul mare e la notte era tutta un immenso caos nero percorso dall'ululato del vento.

Un piccolo brivido... Freddo?

. . . . . . .

Io immagino, Miss Edith, il suo sorriso mentre leggerà queste pagine. Ora che un bel porto del mio paese chiude la mia nave, e che un mite sole irradia serenità sugli enigmi eterni della vita e li placa, io pure rido con lei delle vuote fantasticherie che le ho scritte, nate da un sonno di tormento. Ma vorrei che sotto la spinta della sua fresca vitalità, della sua giovane energia, del suo fervido spirito, Ella, Miss Edith, mi rispondesse press'a poco così:

Egregio signore, la sua lettera è insulsa per non dir peggio. In avvenire sarà bene mi risparmi le lungaggini delle sue descrizioni tra macabre e grottesche... Grazie del delicato pensiero di avermi ficcata in quella tale folla di maschere ed aver dedicato un proiettore speciale alla mia persona. Ma io, a Dio piacendo, sto benissimo e lei no, perchè ha bisogno di una lunga cura. — Good bye.

Siamo intesi, miss Edith? Io vorrei che mi rispondesse subito così. E aspetto la sua risposta con una certa ansia...

_Suo Dev.mo_ «.....»

XIII.

_Malta, ... aprile 1917._

_Signore,_

Ho letto io le sue lettere dirette ad Edith R..., mia cugina. Sono donna e col sicuro istinto del mio sesso ho acquistata, leggendo, la certezza di darle un immenso dolore. Edith, chiamata a Roma dalla mamma per ritornare subito a Londra con lei, è sparita nel siluramento del «Leicester» avvenuto a poche miglia da Capo Passaro.

Si unisca a noi nel nostro disperato cordoglio e se ha una fede le domandi forza. Lei vede, signore, che nell'orribile flagello che ha colpito la nostra povera generazione, nulla, nulla deve sussistere di quanto faceva bella la vita, nemmeno...

_Yours Truely_ FREDERIKA D....

LA FEDE.

I.

Regem cui omnia vivunt, venite, adoremus!

Venerdì Santo: per la speranza e contrizione cattolica, santo, oggi, come non fu mai. Nell'eterna corsa sulla sua orbita, la terra continua ormai da anni a rigare di sangue gli spazi, povera cometa dalla chioma purpurea, come se per atroce malattia essa dovesse sbianchirsi e vuotarsi prima di abbandonare per sempre la sua via cosmica e precipitar sgretolata nel nulla, donde fu tratta.

C'è uno sguardo di Creatore che segua nella macabra corsa questo nostro derelitto pianeta che non chiese a nessuno d'esistere ed ospita esseri irresponsabili della loro natura? — C'è chi raccolga l'immenso grido di dolore, d'invocazione, di preghiera che esso lascia dietro sè nello spazio, come urlo di bolide nell'atmosfera squarciata? — Una Suprema Potenza che imponga «basta!» all'infernale «nostro vecchio buon Dio», la cui esistenza è invece purtroppo certa ed indiscutibile, c'è o non c'è?

Sì: c'è: ci deve essere; ce lo assicura il lungo stuolo di donne vestite a lutto, di bimbi senza sorriso, di vecchi il cui occhio spento s'è ravvivato per ambascia al lampo della ritrovata fede; uno stuolo che oggi, sotto un mite cielo velato, si reca ancora a pregare Colui che, ci dissero, diede il suo sangue per salvarci dal male: un male forse infinitamente minore dell'orrendo male di oggi....

C'è: — afferma questa folla di credenti — Chi ne dubita, bestemmia — Se non battè ciglio quando i suoi templi vennero profanati e distrutti, i suoi ministri uccisi, le sue spose spirituali oscenamente rapite a Lui, e quando sterminate orde di scienziati selvaggi, in nome del loro «vecchio buon Dio» annientarono sghignazzando patrimoni di diritto, d'arte religiosa, di morale e di civiltà senza che nessun anatema, nessuna scomunica le colpisse mai, è perchè noi — noi non luterani, non mussulmani, non ortodossi — avevamo troppo peccato ed Egli è inflessibile — _quantus tremor est futurus, quando Iudex est venturus_ — nel suo castigo.

O voi che dubitate, mortificate il vostro spirito come noi, purificatevi nella penitenza come noi, pregate come noi, venite con noi nel Suo tempio dove s'effonde la Sua infinita bontà... Venite! È questo il primo Venerdì Santo da che noi liberammo dagli Infedeli il Santo Sepolcro del Suo figliuolo. — Egli ce ne ricompenserà... Venite!...

* * *

E uno dei massimi templi di Parigi si riempie a poco a poco di buone, fidenti creature, senza peccato come i primi cristiani. — Nel supremo atto della Passione esse vengono — _cor contritum quasi cinis_ — a porgere in olocausto al Redentore lo strazio dei loro cuori, umilmente esaltando la divina volontà. Qui non son più le meravigliose donne di Francia che all'annunzio della perdita d'un figlio alla fronte, chiedono «Quale dei tre?» con sublime calma: qui dove è scritto a lettere d'oro «O voi che piangete, venite a me» — esse, ubbidendo al richiamo, son venute infatti a piangere, nascoste nelle tenebre rituali delle navate sulle quali una luce filtrata dalle antiche vetriate gotiche, getta qua e là qualche iride vivida.

Gli spazi vuoti si restringono, l'umanità dolorante s'accalca e le file dei pilastri emergono ormai come da una marea nera, agitata tutta dall'impercettibile fremito della preghiera.

Laggiù in fondo, la rada costellazione delle candele intorno al Cristo morto, crea come una mistica sfera di luce e gli occhi vi si fissano, spalancati da una fede fervida. Ed è proprio là, tra quella luce, che nascono le care visioni dei morti di Verdun, della Somme, dell'Avre, circondate da aureole d'oro. È da là che essi rispondono a mille disperate chiamate, sorridendo col loro calmo sorriso di morti. — Sono migliaia ma nessuno ottenebra la visione dell'altro: infiniti ed uno....

Uno! _Et lux perpetua luceat eis_...

* * *

La cupa sonorità del tempio, ingrandisce i minimi rumori: lo scatto stridulo delle sedie si alterna coi colpi di tosse mal repressi, coi gemiti appena trattenuti; gli amen d'un piccolo chierico che segue il sacerdote ufficiante lungo le stazioni della Via Crucis, squillano e riecheggiano alti come note soprane su un leggerissimo accordo. E un'atmosfera mistica, fatta d'incenso, di fumo di ceri, di passione umana tanto intensa da sembrar quasi materializzata e compressa tra le volte del tempio, grava su migliaia di teste chinate da una reverenza senza nome, immobilizzate da una preghiera assoluta, dimentica del corpo, ascendente da spirito a spirito: _In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum..._

... Il singhiozzo del Cristo che muore...

II.

Intanto, da più che cento chilometri di distanza il vecchio buon Dio ride, ancora una volta ride del suo riso da Gambrinus, fatto di sangue e d'orgia. — Seduto su una botte circondata da cadaveri, si riporta di quando in quando sul ventre nudo i lembi di un suo giubbone di stoffa che imita perfettamente la lana e si raggiusta gli occhiali a spranghetta d'oro finto, che il riso gli fa traballare sul naso camuso. — Laggiù verso ponente, in direzione di Parigi, lo spettacolo è magnifico e nelle soste del riso egli vi fissa con compiacenza il rotondetto occhio belluino. — Dopo una fuggevole, vasta prospettiva di tronconi di alberi scheggiati, di rovine di case, di profonde buche circolari nel terreno riarso, di corpi prostrati alla rinfusa in pozze vermiglie, v'è infatti laggiù una bella corona di villaggi in fiamme che cerchia l'orizzonte di nuvole nere: il più gradito panorama per lui.

Non è forse questa la prova evidente che in una tranquilla, verdeggiante, popolosa regione di Francia — va, uccidi, distruggi, spargi ovunque il terrore del nome tedesco — è arrivato Lui?

E gongolando pensa che anche immobile può arrivare a distruggere più in là, dove le case e le vite, ben difese dai milioni di petti della fronte, sono ancora intatte. Gliene dà il mezzo un'invenzione caduta nel vuoto e nell'incredulità nel paese d'origine e azzannata subito da lui, sempiterno ladro delle idee degli altri, come lo fu per l'aviazione, per i sommergibili, per tutto. Eccolo: è lì vicino a lui, il mostruoso cannone per cui non esiste più distanza: cannone da distruzione cieca a cui è impossibile assegnare un bersaglio che non abbia chilometri di estensione in ogni senso: da metropoli, dunque. Se il bersaglio è innocente, poco importa: lo si chiamerà «fortezza» secondo la «_Glauben bei den Deutschen_» la fede dei tedeschi, magnificata da Iohan Herder. Se oggi è Venerdì Santo e potrebbe esser magnanimo mostrare un ultimo resto di cavalleria guerriera, rispettando in un giorno sacro una popolazione d'inermi — che gioia tedesca, quale eccellente occasione tedesca per sghignazzare su questo sentimento civile! — Niente, niente! «_Zerstört in Keim die ungerborenen Geschlechter_»: distruggete in germe la vita non ancora nata; tale è il precetto fondamentale tedesco, assoluto, infallibile. E mentre ad una distanza immensa di spazio e di sentimento, una moltitudine di donne in gramaglie leva le braccia al Cielo nella fervente invocazione al Dio della sua culla e della sua bara, chiedendogli misericordia — miserere, nobis —, qui s'alza il selvaggio canto «_Du helle Eisenfreude_» di Theodor Körner alla spada: Tu, chiara gioia di ferro...; una folla di demoni s'agita intorno al gigante di ferro e il colpo infernale parte traversando regioni...

Su, una coppa al vecchio buon Dio! Il riso lo soffoca. — Porgetegli una delle tante bottiglie di champagne rubate da un principe tedesco. Giù, giù... versate, versate fin che la coppa trabocchi ed egli possa insozzarsi di spuma spalancando la bocca per bere e per intuonar tra gl'ingurgiti, il suo inno

_....... Glas so hold_ _Trink' ich dich aus mit hohen Mute_

(O coppa a me sì cara, ti vuoto con saldo cuore).

Presto: il proiettile ha già varcato gl'indecisi limiti dell'atmosfera al vertice della sua insorpassata parabola e tra poco tornerà giù verso la terra... E preparate un'altra coppa, molte altre coppe: v'è laggiù molto sangue innocente che tra poco sprizzerà dalle arterie rotte e formerà laghi.

III.

Dove?

Voi, povere creature di Parigi, prostrate in sanguinolente mucchio intorno al simulacro del vostro Redendore lo direte al Cielo... E rispondi tu, giocondo vecchio buon Dio: queste risposte son per te, per il tuo tripudio, per i canti delle tue giovanette, dei tuoi studenti, dei tuoi poeti: e per la tua storia. Su, manigolda Deità: rispondi dunque, ibrido impasto di Moloch, di Wotan, di Parsifal, di figure delireggianti mezze nazzarene e mezze sceme, armate e crociate, vaganti tra un Paradiso-imitazione e un Valhalla bagnato dal Reno e dal suo vino! Non avevi già distrutto il diritto, la legge morale, la civiltà?

Ghigni? Ah, tu vuoi significare che finchè restava la Fede, finchè si poteva esclamare «Mio Dio!» ad ogni nuovo tuo orrore........

. . . . . . .

COME NELLA TETRA LEGGENDA ADRIATICA.

(.... E IL MARE).

_Esso è divenuto ad un tratto, rotonda_ _sterminata platea di giustizia...._ (LU SCÏÒ).

I.

Eccolo: non tollera confronti: è Lui, nella sua immensità di deserto, nella sua immutabile maestà di elemento eterno, animato ancora da tutta la forza ricevuta in dono quando venne consacrato Mare dal Dio della Genesi!

Oggi palpita appena, eppure i macigni delle due dighe che s'addentrano laggiù nel suo seno per proteggere contro di lui questa base di guerra, tremano del suo palpito, stretti pavidamente insieme.

.... parla senza collera, ma la sua voce cupa e uniforme, indeciso e continuo accordo di organi lontanissimi che l'immaginazione colloca tra le nuvole, riesce a diffondersi su tutta questa sterminata distesa di sabbia e a soffocare ogni altra voce del Creato.

.... impercettibilmente respira: acre di salsedine, il suo alito spazia dovunque, annienta ogni emanazione e sembra avviluppare in un'atmosfera cauterizzante gli arbusti scontorti che seguono a timida distanza il confine schiumoso del suo regno.

È questa la triste vegetazione che nelle grandi tempeste, scompigliata dal vento, agita miriadi di braccia scheletriche ed annerite per fermare tutto un prodigioso sminuzzamento di materia morta che egli getta con disdegno alla terra perchè nei secoli faticosamente la riformi. — Com'è sua invariabile legge, egli non sa che colpire, sgretolare, annientare, cancellare ogni altra vita. Non sa costruire che il corallo e le perle, lui, e tessere sudari d'incrostazioni bianche intorno alle cose che non vuol dissolvere. Ma perchè il segreto delle sue creazioni non sia mai violato, ha misteriose officine al fondo di incommensurabili abissi, ove solo ai morti, solo ai morti è dato discendere.

Se l'audacia dei vivi riesce a solcare appena la sua superficie, egli ne cancella subito il solco: e chiuso, ostile all'indagini non vuol testimoni alla sua intima connivenza col supremo Creatore: nessuno può infrangere il suo «veto».

E se una mano raccoglie nel cavo un poco di lui, e uno sguardo lo interroga, niente! — Egli sa diventare un liquido inerte, incolore, disanimato ad un tratto: nulla della sua fecondità cosciente, della sua potenza eterna, di tutti gl'inimitabili colori che sa generare... Niente: e le dita s'aprono perchè questo niente ipocrita sfugga...

È lui, la vergine Creazione: lui il perchè senza risposta, come il firmamento, come la vita, come tutte quelle cose che stritolano la baldanza della scienza e la tramutano in umile balbettìo...

Perciò nello spirito di tutti i popoli suscitò sempre parole che hanno un identico significato di reverenza e terrore: perciò l'occhio che lo scruta si dilata e si fissa...

II.

Ieri la Bora muggiva. Dalle giallastre foci del Po al massiccio di Pesaro dal color di lavagna, fin dove giungeva lo sguardo, sotto una bassa cupola di nuvole stracciate dal vento, e punteggiate di gabbiani spauriti, era un solo bollore livido, senza più orizzonte.

Immense cateratte fluide parevano sorgere dalle nuvole stesse e prorompere verso la terra con un impulso così veemente da far pensare a un sovrappiù di forza acquistato nella loro prodigiosa discesa. Correvano, correvano, orlate di pulviscolo candido, cariche d'uno stesso odio monotono, desolante e furioso, gareggiando tra loro come per addentar più terra e ritirandosi volta a volta, rotte, quasi a riprendere nuova rincorsa dopo l'urto fallito. — Il loro urlo era gigantesco e quando l'ululato lamentoso del vento v'interponeva una litania bizzarra e più acuta, pareva che un furore demoniaco, per qualche istante compresso, si esasperasse subito di più.

Dall'estremo di una delle due dighe di scogli, trepidanti sotto i miei piedi, solo, scudisciato dal vento e toccato dall'ortica della schiuma salata, contemplavo questo spettacolo con occhi nuovi. Fin'allora, in tutta la mia esistenza divorata dal mare, avevo vissuto «dentro» la tempesta, in quei poveri giuocattoli da tempesta che sono le navi. — Avevo sentito per anni passare ad una ad una sotto di me le creste delle onde, subendone l'impulso pazzo nei muscoli e avendo la sensazione dello sbalzo del corpo da abissi senza fondo ad altezze che sembravano fantastiche, per riprecipitar giù secondo una legge eterna e forsennata. Il cozzo della prua contro l'onda, lo squasso di tutte le cose di bordo, l'irrompere violento dell'acqua, bianca assassina, erano accompagnati dalle strette dell'anima, mentre il volto, flagellato dal vento e dalla schiuma, manteneva quell'espressione impassibile che ci venne insegnata da bimbi e che noi marinai per un nostro segreto sappiamo ritrovar sempre anche nei subbugli della terra, anche nelle meschine bufere che il lividore dei piccoli uomini biechi può sollevarci qualche volta intorno.

Ieri invece il mio stato d'animo era simile a quello d'un «gaucho» delle Pampas, rimasto per la prima volta appiedato e fermo tra sterminate torme di cavalli in fuga, confusa e fragorosa mareggiata di groppe guizzanti, criniere tese, code inarcate e lampeggiamenti di occhi convulsi.

Se la tempesta mi avvolgeva come a bordo, se dall'urlo demoniaco delle raffiche si sprigionava la stessa eterna minaccia, a me, uomo, misera cosa nera sperduta in un bianco caos di distruzione, il mio corpo, inclinato contro il vento «era inimobile»: e mi pareva questo un fenomeno straordinario, quasi inverosimile e tale da separare come in due la mia natura, gettandone una parte al passato e l'altra al futuro.

E di tutte le morti che per più di due anni di guerra m'eran venute incontro nel mare, sulla punta avida del siluro, sull'opaca chiazza della mina, con l'acino biancastro e sibilante delle bombe, con lo scoppio livido delle granate, mi sembrava non restasse più nulla e che questo immenso cimitero d'acqua dove in profondissime tombe si dissolvono tanti cari compagni dell'adolescenza mia, non potesse più incutere alcun timore e la sua voce altissima fosse vana.

III.