Mar sanguigno (Offerta al nostro buon vecchio Dio)

Part 14

Chapter 143,694 wordsPublic domain

— Può dirmi, signore, dove sia andato a finire il Capo di Stato Maggiore?

Lo sguardo che mi fissa si ravviva e mi «vede». Cade la penna e la fisonomia assorta si stempera in un sorriso.

— Qui: son io. _How do you do?_

Ecco un altro dei tanti sconosciuti che oggi si sono interessati alla mia salute.

Per dimostrare riconoscenza il cane dimena la coda, l'uomo si piega sulle vertebre: questioni organiche: un giuoco muscolare: fatto.

— Una sigaretta?

Sicuro. È una obbrobriosa «Three Castles», di quelle che noi italiani particolarmente detestiamo per il loro sapore tra caustico e dolciastro. Lagrimiamoci sopra.

— Dunque?

Declino le mie qualità ed espongo i motivi della mia visita.

Devo partire l'indomani, raggiungere (censura)...

. . . . . . .

... ed assisterli fino ad una base marittima italiana. Do mando ordini...

Le virgole al mio breve discorso sono stati tanti «Yes» aspirati e sincopati da uno scatto delle mascelle, che il mio interlocutore, come per asfissia, ha interposti tra i periodi.

— Yes.

— Dunque?

— Yes.

Una pausa.

— La sua nave — dice — è quell'incrociatore a due alberi, con i fumaiuoli alti, con ecc...?

— Sissignore.

— ... che occupa il posto tale, vicino alla nave tale?

— Giusto.

— Aha, aha! — E il suo sguardo s'intensifica mentre con la contrazione delle labbra rasate sottolinea un pensiero critico, che io so perfettamente quale sia. Ma una delicatezza professionale di colleghi di vita marittima, lascia le sue labbra chiuse.

Un «All right!» conclude le interne considerazioni sulla cattiva fama che il posto della mia nave si è acquistata di recente. E io penso che forse un altro «All right» di questo stesso uomo congedò quattro giorni fa il mio collega francese che il siluro attendeva non troppo lontano da qui...

— Ecco gli ordini — prosegue porgendomi una busta gialla già pronta in un cassetto ed indirizzata col nome della mia nave. — Ed ecco qua «_a very useful list_»: la quale utilissima lista è un foglietto dattilografato nel quale sono elencati i punti del Mediterraneo ove sono stati avvistati sommergibili nemici nelle ultime ventiquattro ore.

La scorriamo insieme, questa «_very useful list_».

— Uno... Il che significa che ve n'è uno nei pressi della rotta che la mia nave dovrà percorrere e che perciò va distinto.

— Due...

— Tre...

E meno male che ci fermiamo. Tre.

— E se ne verranno annunziati altri, prima della sua partenza, glielo farò sapere...

Grazie. Vi sono dei riguardi che commuovono, dei piccoli favori che rinsaldano le amicizie.

— Attento ai siluri! — sussurra con un sorriso il mio garbato interlocutore.

Oh! quanti strani avvisi ha ricevuti la mia vita! M'era rimasto come culmine d'originalità il ricordo del saluto venezuelano a «Culebras, señor!» — attento ai serpenti! — che l'uomo scambia col proprio simile nei pressi delle foreste vergini, come abituale augurio. Allora, nel silenzio solenne delle volte verdi, dove da ogni ramo può piombare una morte viscida, fredda, soffocante, orribile, lo spirito trema ad ogni fruscìo del mare di foglie; e la vista, confusa dal sinistro scenario che una penombra verde condensata subito dalla distanza in violetto, racchiude, non serve più, non difende più.

E dalle sommesse grida della piccola fauna tropicale acquattata nel verde sorge l'espressione d'un universale spavento: s'intuisce che per miglia, per centinaia di miglia, in largo ed in lungo, tutto, tutto nella foresta vive nella trepidazione cupa di venire o no a contatto con una gelida spira che sarà la fine. E si comprende l'augurio, sottolineandolo con l'affanno del respiro.

— Attento ai siluri! — C'è qualche cosa di diverso e di più. Invece del verde assassino, è l'azzurro che avviluppa e confonde. Scintillante nel giorno, opaco, scurito, inscrutabile nella notte, esso è tutto un campo uniforme di morte, e mendace sempre. Nella bianca cresta dei marosi, nelle minime screziature d'acqua che il vento incide, nei riflessi delle nuvole, negli stormi di gabbiani cullati dalle onde, dappertutto è l'inganno mortale; centinaia di lutti dipendono da un niente. E bisogna morire passivamente senza lotta, pur sapendo che il nemico è lì, invisibile, placido, quasi invulnerabile, freddamente scrutando dal suo occhio di cristallo impercettibile sul mare, ogni fase della catastrofe; uno spettacolo per lui.

Intorno, il chiuso anello dell'orizzonte vuoto. In alto, là dove fissano disperatamente lo sguardo le creature umane nelle loro angoscie supreme, il vuoto, il niente, la spietata indifferenza del Cielo.

— _... And good luck!_ — E buona fortuna! — mi dice l'ufficiale Inglese con un inchino di congedo.

Come al giuoco. E la posta è una nave e varie centinaia di vite, all'immenso tavolo azzurro di domani.

IX.

Dunque oggi bisogna partire. E partiremo non appena la sera s'addensi, perchè nella guerra d'oggi, la luce a noi navi è nemica.

Già fin dal mattino son ricominciati a bordo i lugubri preparativi di salvataggio, e uno strano silenzio rotto appena dallo stridìo delle manovre, s'è stabilito tra i ponti. Ancora ignara che oggi è giornata di pericolo, la nave rumina carbone, godendo quello che può essere il suo ultimo sole: e il suo respiro nero infittisce appena. Io la contemplo da quassù, da una delle immense finestre del palazzo dei Cavalieri, dove un invito di Lord «M...», il Governatore, mi ha chiamato. E per qualche istante le parole di alcuni altri pochi ospiti qui riuniti, attutite da una pesante cortina di damasco giallo, mi sono estranee. Ecco la città degradante al mare col greggie dei suoi tetti accavalcato attorno ai suoi antichi pastori: le chiese; quando i popoli ossequienti al destino, si lasciavano ancora male o bene condurre da qualcuno, piuttosto che dalla frequente tirannia di loro stessi. Una luce smorta, filtrata dall'ovatta grigia delle nuvole, non dà rilievo ai vani delle strade e delle piazze, non incide nulla. Solo le ramificazioni del porto rastrellano case nella massa e v'interpongono quel non so che d'indefinibile, composto di sfumature blande, di tonalità di colore stranamente attenuate, di brevi spazi aperti a tutte le trasparenze, fervidi di tutti i riflessi, di tutte le ombre e di cui Venezia e il mare conoscono soli il segreto.

Laggiù, più lontano, fuori della cerchia dei moli è come una bassa nebbia azzurrognola di cui l'occhio cerca invano i limiti e che dopo un immenso cerchio si tramuta a poco a poco in nuvole. — Bello! si sarebbe esclamato un giorno, figgendo lo sguardo in quello squarcio di puro infinito offerto ai voli altissimi del pensiero, senza che un solo ostacolo di miseria umana ne arrestasse lo slancio. Oggi si fissa in silenzio: è proprio quello il mare della distruzione e della morte. Lagrime e sangue vi si frammischiano, e se una brezza lo percorre, essa non è l'alito fresco del vento, ma il rantolo di mille agonie, bisbiglianti in eterno il loro ultimo strazio.

— Ah! Ah! Ah!... — Qui sotto, in una piazzetta a metà nascosta dalla base inclinata di un mastio, v'è una moltitudine che ride clamorosamente. Che cos'è? Una folla impazzita? Quasi.

È un carro che passa e che apparisce trasportato da una fiumana d'uomini, come un grosso macigno da una corrente di lava.

Richiamato dal clamore, un giovane capitano inglese del Corpo della Guardia Reale, viene a protendersi vicino a me. Guarda in giù, sorride.

— È giovedì grasso — mi dice. — E quello è il carro del Kaiser... Ha avuto un gran successo in questo carnevale...

— Del Kaiser?

— Sì. È pieno di maschere, uomini, donne e bambini, raffiguranti feriti e cadaveri... Il carro stesso rappresenta le macerie d'una chiesa... _Oh! So funny, you know!_ (Così buffo, sa!...).

— Trova?

— Sicuro... Sul davanti c'è un busto del Kaiser che spezza una croce coi denti. E intorno al carro — vede quella striscia bianca? — è scritto a grandi lettere tedesche:

_Unserem lieben alten Gott_ (Al nostro buon vecchio Dio)

_Yes: very funny!..._ — E si trattiene in silenzio a ruminarsi un sorriso. — Ve n'è pure un altro — prosegue — che è piaciuto molto, sa? quello del «Lusitania»: donne e bambini aggrappati a qualche tavola... e sotto, la stessa scritta.

Un altro silenzio....

. . . . . . .

Ed ecco che tutte le campane delle chiese cattoliche alzano ad un tratto la loro voce metallica al cielo. Mezzogiorno. Su un sottostrato costante di bassi rintocchi un coro giovanetto di squilli argentini si sovrappone, s'eleva, s'estende. Si effonde nell'aria un fermento di suono, che oggi tra i ricordi inceneriti della mia infanzia, ritrova vigore, vita, un fascino mesto e indescrivibile. Coro anelante di povere creature appiattite sulla terra, invocazione di spiriti attenagliati dalla materia dolorosa, sale, sale, grave come l'incenso dei turiboli verso la volta dei tempio. E sembra sia questa la preghiera di tutti gli uomini, affidata al bronzo benedetto. Nei suoni cupi è l'angoscia dei padri: negli acuti, i singhiozzi delle madri e dei bimbi. Mille braccia sembrano ergersi al cielo e da tutta l'umanità pare erompere una voce di orrore, quasi di rivolta contro una divinità implacabile, troppo feroce nel castigo, troppo accanita contro esseri da lei creati e quindi irresponsabili della loro natura... _... Venga presto il tuo regno, o Signore, nel cielo e nella terra, il regno che affidasti alla purezza e alla semplicità di Pietro, o Signore...!_

Invece lassù è una cortina di nuvole che s'addensa sulla città e non lascia passare nessuna invocazione...

Invece quaggiù è semplicemente mezzogiorno: e Lady M... con qualche altra signora e signorina che le fanno corte, apparisce dalle pesanti portiere di damasco — un quadro — sollevate da due domestici e viene a ricordarcelo con un sorriso.

Rapide presentazioni. Alti nomi brittannici: ed immediatamente, quel senso riposante di vecchia conoscenza, che è una delle più fine prerogative dell'educazione inglese, scuola Eton.

Siamo in un salotto dall'alto soffitto sobriamente dorato che ha tutt'intorno come leggiero sostegno una larga fascia in affresco dove ricorrono scene di guerra e fasti dei Cavalieri, con motti e divise della mia lingua.

Il damasco giallo delle pareti, sfondo a magnifici quadri di quei maestri italiani che fissarono sulla tela lembi di interni paradisi, prolunga in basso lo sfarzo maestoso dell'ambiente. Un Tiziano voluttuoso e superbo, fa fronte a un Tiepolo, potente armonizzatore di colore. Ma in basso, dai mobili seicenteschi patinati dal tempo e dal tocco indelebile di tanti morti, sorge l'argento dei minuti oggetti inglesi e lo scintillìo di moderni vasi da fiori, alti e foggiati a calice. L'«home» s'è mantenuto discretamente all'altezza dell'uomo, delle necessità della sua vita: sopra c'è il passato intangibile e inarrivabile.

— Questa è la nostra camera di rifugio — ci dice sorridendo Lady «M....». Qua ci sentiamo noi, poveri mortali del nostro secolo: di là ci sono troppi Re e troppi Cavalieri e l'esistenza è difficile. Di là, sembra svolgersi una cerimonia continua e pare che da ogni porta debba sboccare un corteo.

Sono l'unico italiano qui e certamente il solo che non conosca queste sale.

— Venga, vedrà: questa per esempio è la sala detta dei Re — dice la signora rivolgendosi a me.

Entriamo. È immensa: e v'è quell'atmosfera inesprimibile degli ambienti dove molto vissero gli uomini e che l'immaginazione ripopola subito, richiamando dall'ombra d'una falsa memoria, nomi, volti e costumi. L'oro discreto del soffitto s'attenua via via nella prospettiva fino a creare pallide stelle svanenti in un basso zodiaco. Ma lungo le pareti scintillano gli ori crudi di enormi cornici, che la luce irrompente a lame dai finestroni, accarezza nelle inquadrature e nelle corone che le sormontano. E son raccolti qui in fila principi e re che offrirono la loro immagine al Sovrano Ordine Militare di Malta, da pari a pari, al disopra della folla incolore dell'umanità.

Infatti:

_Au Souverain Ordre de Malte Sa Majésté Louis XIV_

Luigi XIV! Salve, o Sire! — Ordini la Maestà Vostra che l'obliquo riflesso di luce che offusca in questo momento le regali sembianze di Vostra Maestà, sparisca.

Ecco: così. Ahi! quale sdegnoso cipiglio! Vuole la Maestà Vostra esprimere che nessuno da vivo, osò fissarla così? Non l'ignoro, Maestà. — E ricordo bene l'episodio di quel Marchese di Canillac, colonnello del reggimento di Rouérgue, che per essersi trovato inaspettatamente di fronte a V. M., alla quale doveva riferire qualche cosa durante le manovre militari di Compiègne, ne restò talmente stupefatto e intimidito che non ci fu verso riuscisse a parlare, quantunque la M. V. indulgentemente l'incoraggiasse. Sicchè rivolgendosi a M.me de Maintenon che assisteva in portantina alla manovra — preziosa ausiliaria — Vostra Maestà, dopo aver congedato con un breve «Allez Monsieur!, il povero colonnello, pronunziò le parole, celebri naturalmente: — Je ne sais pas ce qu'a Canillac, mais il a perdu la tramontane, et n'a plus su ce qu'il me vouloit dire... — Alle quali «Personne ne répondit» come postilla un Vostro storico illustre che non godè troppo del Vostro regale favore.

E so anche che si trattava «d'un grand homme, bien fait, d'une physionomie assez agréable, qui promettoit beaucoup d'ésprit et qui n'étoit pas trompeuse» ... Eppure...

. . . . . . .

— Impertinenza? No, Sire. È il destino dei potenti di questa terra, diventati marmo, bronzo e tela, di fronte alla carne viva e petulante del postero...

. . . . . . .

— Più di due secoli, Sire e ora parliamo con meno fioriture.

. . . . . . .

— Creda, Vostra Maestà, che non è colpa mia: parrucche, noi uomini, non ne portiamo più: in compenso usiamo lavarci con molta acqua e molto sapone...

. . . . . . .

— Farmi espellere dall'Ordine? Un regale messaggio al gran Maestro, portato da Vendôme Grand Prieur?

. . . . . . .

— Ah; ma Vostra Maestà sorride! Quale improvviso cambiamento delle sdegnose sembianze! Quale inaspettata cortesia! Non so se sia per un riflesso di luce... ma mi sembra che Vostra Maestà scorga qualche cosa che la delizi e che...

— _You come off, please_ (Venga via, la prego) — mi dice una fresca voce dove ferve tutta una promessa di vita. — Se avanti ad ogni quadro si fissa così... Glieli descrivo io e faremo più presto... Quello è re Giorgio Iº d'Inghilterra; di fronte è la regina Anna Stuart...: quell'altro...

È una signorina che ho appena conosciuta e che mi dà la strana impressione di averle già parlato a lungo. Dove? quando? La guardo: s'interrompe; tace; inarca in grazioso dislivello le sopracciglia su uno sguardo d'intensità celeste e birichina...,

— E quando avrà finito di guardarmi così — prosegue — andremo a colazione. Che? Che cosa dice?

— Dico che ha ragione Luigi XIV...

— Quello lì? E a proposito di che?

— D'un certo sorriso fatto quando è venuta lei e che non era per me, gliel'assicuro...

— Guarda, guarda! — commenta la bella personcina con uno stupore femmina e cioè con un fondo di compiacenza. — Ritenevo che non sapesse dir niente...

— Grazie...

— ... o più niente...

Più niente? — Perchè «più»? — Ah! Un sussulto: una visione di gentile maschera: un dubbio: il tentativo di un sorriso di riconoscimento raffreddato sulle mie labbra da una sua pronta espressione di perfetto, inimitabile candore. Ma come scintille di pallido zaffiro, nella purezza azzurra delle iridi, alcuni sprazzi quasi impercettibili d'oro verde, scompigliano un po' la vasta ingenuità della sua espressione e ravvivano in me la speranza.

Dev'esser lei. Statura, oro dei capelli, occhi, voce, atteggiamenti, sono quelli della mia sconosciuta compagna dal talismano bizzarro. Parla per lei questa scherzosa aspettativa che è simile a quella di chi abbia proposta una sciarada che nessuno indovina.

Non dev'esser lei. Infatti con un giro pacato della snella persona ella tronca la muta interrogazione e senza curarsi di spiegarmi le sue parole, s'avvia verso la tavola dove son già tutti i convenuti.

E un domestico dal solenne cipiglio dei domestici puri-sangue, che pare inciso nel loro volto perchè rimanga immutabile regola nel tipo, mi indica l'alta spalliera d'una sedia di cuoio che m'aspetta.

Giù.

Sono tra Lady «M...» e la piccola affascinatrice di Luigi XIV. (_You will be good friends, you will see_). Alla sinistra di questa, è un giovane Lord al cui nome corrisponde una famosa contea d'Inghilterra: e alla destra di Lady «M....» è un vecchietto che sembra rinchiuso in sè stesso per occupare il minimo posto nella vita, appunto perchè la vita forse gliene diede troppo. Di fronte è Lord «M....», Governatore di Malta, con sua figlia e due segretari militari dal rasato silenzio.

Ho l'impressione che tutti i Re e tutte le Regine convergano su di noi, strani prodotti d'un delirante secolo, le loro pupille dipinte e che muovano tutti le labbra per scambiarsi da cornice a cornice i loro cheti commenti di figure morte.

La luce dell'ambiente pare aggravarsi dei cupi colori delle pareti e del soffitto: satura di ori e di riflessi setosi, ricerca nelle penombre degli angoli indefinibili puntini che sfavillano: luce da cappella o da reggia abbandonata.

E si parla adagio fra noi perchè troppe cose parlano qui in più alto linguaggio. A bassa voce infatti, il giovane Lord, capitano degli Horse Guards, che viene da Salonicco, ci narra le scene di morte e di sangue di laggiù: un'altra pennellata rossa, sulla carta d'Europa, un guazzo dalla tinta calda. Ma ad ogni episodio fa seguire una frase che dà i brividi: Ai Dardanelli era peggio... Ai Dardanelli era peggio... Ai Dardanelli era peggio... Un ritornello che si ripete come fragore di ondate in un mare di sangue.

— E lei che ne pensa? — mi chiede la mia bella vicina di sinistra.

— Penso che saranno proprio questi i racconti che per anni ed anni riempiranno i palazzi ed i tuguri del mondo. Raccolti dai nostri bimbi, formeranno la base della loro mentalità futura che come uno di quei fiori bacati nell'interno, sboccerà malamente schiudendo i petali cosparsi di strane macchie, ed al tatto, duri.

— Nientemeno!

— Qualunque cosa faranno in seguito questi uomini dalla triste infanzia, essi rimarranno sempre coloro che ebbero per giuocattoli aereoplani e sommergibili, bombardarono città di cartapesta e silurarono ridendo navi di latta... Invece che...

— Ha ragione! — interrompe Lady «M....» rivolgendosi per un istante a me per poi ascoltare di nuovo un lungo racconto che il vecchietto le sta narrando a bassissima voce e che par pieno di «s» sibilanti.

— ... invece che dal sorriso, la loro vita prenderà alimento dal pianto...

— Auff! — sbuffa la mia giovane vicina di sinistra ridendo. E sgranando gli occhi col candore fanciullesco della sua razza.

— Adesso sa dir troppo — aggiunge.

Noi latini abbiamo tutti una nostra speciale maniera di esprimere, rimanendo muti, «che bell'originale!». Con un solo piccolo sguardo laterale la giovanetta afferra subito il significato del mio silenzio. — _Yes_ — conferma, giudicando sè stessa — _Quite so_ — (Son proprio così).

— Ma non sa che è carnevale? — prosegue dopo qualche istante di silenzio. Niente idee tristi. Lei si preoccupa dei posteri e vede il mondo pieno di fiori bacati sfasciarsi a poco a poco per ritornare deserto. _Nonsense._ La vita è più forte della morte. L'umanità potata, avrà linfa più rara, più ricca e i germogli più fitti. Quello che oggi è sofferenza e angoscia si tramuterà presto in pagine di storia catalogate e noiosissime, che gli scolari malediranno perchè troppo complicate, inesplicabili e madri di zeri. Tristezza? Ma neanche per sogno! Lei dimentica che ci siamo noi, donne, perpetue livellatrici degli alti e bassi del mondo. Quando si è caduti molto in giù, si guarda a noi come cose alte; e viceversa. Voi oscillate e noi rimaniamo in un livello costante di più forte fiducia nella vita, sa perchè? perchè le fattrici e depositarie della vita siamo noi...

— Edith! — ammonisce severamente Lady «M...» distogliendosi per un istante dal lungo racconto del vecchietto, non ancora terminato e sempre cosparso di «s».

Edith! Edith ha chinato il capo, fissandomi con un comico sguardo obliquo. E siccome rido,

— Grazie! Colpa sua! — mormora —. Devo ai suoi fiori bacati, questa bella sgridata.

— E le prometto di fargliene avere delle altre se non mi dice subito che la mascherina che mi diede l'altra sera, all'Opera, il talismano contro i siluri è proprio lei!

— _Oh!... Do you ask always permission after instead of before?..._ (Lei domanda sempre permesso dopo invece che prima?...).

— Mi risponda!

— Subito. Lei ha incontrato l'altra sera all'Opera una mascherina che le diede un talismano contro i siluri? Strana storia: ebbene: che bisogno ha di sapere chi è, e di mettere due occhi, un naso e una bocca a un atto gentile? Resti nel mistero: uno sconosciuto incontra una sconosciuta che s'interessa alla sua sorte e riceve di questo interesse una prova tangibile. Le par poco? Vuol dire che non è vero che tutta l'umanità sia una poltiglia d'egoismo. Desidera proprio avere un romanzo tutto per lei da rimuginare a bordo? Glielo imbastisco io. Supponiamo dunque che io sia proprio la sua protagonista e che abbia arrossito chinando il capo con uno sguardo confuso, lasciando appunto agli occhi tale confessione che chiameremo...

— ... dolce....

— Dolce. Sicuro. I commensali parlano forte, anzi mi fan la grazia di parlar forte, se no non posso continuare... — aggiunge la nominata Edith, sospendendo la voce.

Si ride. La si aiuta intavolando qualche stentato discorso che nasconde appena la piena possibilità di ascoltare.

— Lei naturalmente mi esprime con calore la sua riconoscenza, assicurandomi che la mia immagine resterà eternamente incisa nel suo cuore.

— Naturalmente.

— Non scherzi: l'idea del mio medaglione depositato in eterno nel suo organo vitale mi dà un vago senso di sicurezza, simile a quello di chi parte per la campagna dopo aver depositato in una banca i suoi valori... La banca è lei, signore...

— Il che vorrebbe dire che avrei già in custodia qualche altro valore... Niente: vuoto...

— Supponiamo.... — Allora lei mi giura che non è così: che per incidere me, tutto il resto è spianato in un momento. Una sovrapposizione perfetta. E per confermarmi questa bella frase, lei mette nel suo sguardo una soluzione di pateticismo, l'atropina dell'anima, dilatatrice delle pupille. Così, come fa lei, o press'a poco...

— ....

— Bene! Poi lei allunga pavidamente quella mano lì, ed io mi lascio sfiorare correttamente questa qui che dovrebbe rispondere con un impercettibile brivido della pelle... «Lady M....» fa mostra di non accorgersene affatto, sa?... È il primo passo, che alcuni autori definiscono il più delizioso: la barriera infranta; la promessa...

— Ma Edith! — interrompe di nuovo la signora di casa, con un sorriso fatto di stupore e di rimprovero.

— È Carnevale, che male c'è?... Ed ora — prego di parlar ancora più forte — il di lei sguardo diviene grave come per scrutare nell'abisso di felicità che il contatto delle mani ha scavato in lei. Questa si chiama l'alba radiosa della passione... Poi uscito di qui, la miserabile cosa da lei avuta come talismano acquisterà per lei un singolare splendore e chiederà ad essa proprietà meravigliose contro le forze occulte del destino... Il suo pensiero immobilizzato dalla guerra, diverrà un vortice... Gira; gira, ritroverà resti di sensazioni assopite, detriti di naufragi del passato: le trascinerà con sè, le addenserà, le ricomporrà, le riporterà alla superficie... Lei non sarà più il cupo uomo dall'anima nuda, cenobita di guerra, pronto a sparire nel crollo del mondo, ma l'uomo che raccoglie in sè le vibrazioni della vita e se ne sente strumento, lontano, lontano da ogni idea di morte... In grazia mia, le rovine si son ricoperte di fiori....

E con questa cesellata frase, il primo capitolo del romanzo è finito. Ho parlato bene?