Mar sanguigno (Offerta al nostro buon vecchio Dio)

Part 13

Chapter 133,769 wordsPublic domain

È notte: la Strada Reale, arteria principale della città di Valetta è affollata; e torrenti di luce l'inondano. I nostri occhi, usi da mesi alla tremenda oscurità delle coste e delle navi, si riempiono di quando in quando di abbarbagliamenti quasi dolorosi che ci alterano e confondono i contorni delle cose e ce ne offuscano la visione. Maschere e soldati inglesi, maschere e marinai francesi, maschere e uomini indefinibili vestiti a nuovo di stoffa _kaki_, dall'aspetto quasi militare preso a prestito e dallo sguardo triste, come per un persistente sottostrato di terrore; ancora maschere... maschere.... E tutta questa marea urlante ci sfiora, ci afferra, ci circonda, qui con vaste chiazze di colori vividi che la luce elettrica esagera, là con fiotti di grigio e di _kaki_, che nell'atmosfera d'argento assumono aspetti fangosi. Bisogna aprirsi il varco sospingendo un poco con i gomiti: e allora da maschere sgualcite dall'orgia, occhi lucidi si fissano sulle nostre uniformi; volti roridi di perspirazione si girano verso di noi, donne dal viso già scoperto ci sussurrano vicino la loro curiosità... Chi siamo? E una scìa di rispetto ci segue che placa alle nostre spalle l'urlìo della folla... — Italiani... Italiani... Italiani... Isonzo... Gorizia... — La mia lingua divina, su queste labbra maltesi che nel salso del mare e nel vischio del commercio e della dominazione trattennero arabo, levantino e inglese, ritrova una straordinaria purezza d'accento. È un niente: ma io sento che in questo istante il sangue della mia razza spruzzato da un santo aspersorio sulle balze del Carso e dilagato qua e là sulle onde adriatiche, ribolle tutto nelle mie vene come per uno di quei miracoli che incurvano le folle avanti a un'ampolla sacra.

Italia, la maestà del mondo sei tu! e a poco a poco il tuo piedistallo s'eleva tra attonite genti!... Guarda qui, questi schermitori e rinunziatori di ieri! guarda come questa folla che ci opprime con la sua sorpresa e queste donne scomposte che ci indicano l'una con l'altra usando il loro orribile gergo semi-arabo, sembrano creature ancora troppo piccole per la nostra statura italiana...

Ma ecco un signore che s'apre il varco in senso opposto al nostro e si avvicina sorridendo.

— Vogliono farmi l'onore di entrare?... — ci dice in italiano purissimo, mentre c'indica un vasto edificio dal pronao a colonne che fronteggia la strada.

— Sono il proprietario del teatro — continua — e c'è veglione stasera. — Li prego di non dir di no...

E non c'è verso di dirlo questo «no».

La cortesia schietta impone assai più d'un comando; e la cordialità di questo signore è così latina, così cosa nostra, che immediatamente ci avvince. E lo seguiamo su per la gradinata del pronao inghirlandato di lampadine elettriche, su per una terrazza affollata da una moltitudine già ben diversa da quella della strada, già tramoggiata da un alto prezzo d'entrata; attraversiamo con lui un peristilio popolato da coppie mascherate che interrompono i loro dialoghi d'un sottovoce sospetto per fissar noi con l'acuta fissità che la maschera presta, ed eccoci finalmente nella cosiddetta «fornace dell'oblio»: è il signore che la chiama così.

Ma è veramente magnifica, la sua fornace: e il gentile proprietario del teatro — l'Opera — ci guarda lusingato dalla nostra sorpresa. Ah! Non son più tempi da preziosità letterarie, questi. I vecchi fardelli del pensiero sono stati tutti bruciati da un oggi terribile: riesumati, fan pena e forse anche nausea. Pure, non so perchè, la calda vampata che qui dentro ferve, l'odore acre d'umanità che mi s'addensa attorno, i volti accesi, l'eccitazione femminile assai più acuta di quella maschile perchè più compressa, mi richiamano a scene pagane sepolte al fondo dell'immaginazione dalla dura vita del mare che seppellisce tante altre cose; e per quest'odore così complesso, fatto d'alito, di fiori avvizziti, di profumi corrotti e d'un repulsivo prodotto umano, l'acido lattico, il mio pensiero fissa una definizione stravagante: odore dell'incenso d'Eros. E quest'ardente platea non mi rappresenta più che una pagana attrazione di sessi, scatenata in un mondo che non riconosco più.

Indovina la mia guida il barocco pensiero? Non so: non posso più saperlo: la folla l'ha separata da me ed io mi trovo solo, tra un gruppo di maschere bianche. Sono inglesi: signorine inglesi... — _Oh! An Italian Officer!..._ — mormora una che mi scruta con occhi resi ancor più meravigliosamente celesti dal nero della maschera.

Mi fermo a fissarla.

— _Alone?_ — Solo? — chiede la maschera. Apro leggermente le braccia per indicarle che così è: ma non comprende bene.

— _Do you talk english?_ — Solo? — insiste.

Le rispondo con un verso del Childe Harold.

— _Is it not better, then, to be alone..._ (Non è dunque meglio esser solo...)

— Oh! — esclama la maschera con gioiosa sorpresa, mentre si distacca dalle sue compagne che ridono — Viva l'Alleanza!

E subito, ridendo anch'ella d'un riso cristallino, m'infila un braccio sotto un'ascella e mi trascina con lei. Ecco un bianco e nero bizzarro. Ventiquattr'ore fa nell'ansiosa corsa sul mare un'altra figura bianca s'avvinghiava a me nella notte. Ma era un fantasma senza nome e senza maschera e che trascina più lontano assai di queste creature della terra... Ora invece al mio fianco è il rigoglio della vita, una cosa a cui non pensavo più, o a cui non osavo pensar più: v'è questa calda femminilità resa perfetta dal mistero e dal non lasciar conoscere nulla della sua esistenza giornaliera: il più gran fascino della donna.

E questa dev'essere bella: supremamente bella, come sanno esserlo le inglesi quando lo sono. Lo indovino dai riccioli d'oro che le sfuggono dal cappuccio di seta, dal celeste puro degli occhi ridenti, dalla bocca da ritratto francese del dieciottesimo secolo, dall'ovale perfetto del volto e dall'ambra rosata della pelle: non può avere altro difetto che nel naso: ed è questo l'unico punto interrogativo.

— In quale città è nato, lei? — mi chiede.

— Roma.

La mia risposta dev'essere stata data troppo soprapensiero. Forse merito d'esser scosso: non posso spiegarmi diversamente la strabiliante domanda che immediatamente segue:

— _Oh!_ — esclama — _Do you know the Pope?_ — (Conosce il Papa?)

Bene: affrontiamo con calma le conseguenze di non conoscerlo.

— Non conosco il Papa...

Gli occhi celesti s'irradiano di stupore e la piccola bocca scintillante resta schiusa per qualche istante senza parola.

— _How possible?_ — (Com'è possibile?...) — _And, do you know the...?_ — e mi nomina un augusto personaggio della nostra casa regnante. Le rispondo che questo è un caso migliore, che in varie occasioni infatti... Ma m'interrompe... — And do you know il tale? — And do you know il tale altro? E giù nomi romani, in fila, senza respiro...

Ma deve aver vissuto molto a Roma, questa sconosciuta creatura, per avervi tante relazioni.

— No — mi risponde — non vi son passata che una volta nel viaggio per venir qui e non conosco nessuno di coloro che ho nominato. — E siccome rido, ella mi spiega che ha sua madre e qualche amica nella mia città: che le scrivono spesso della vita che fanno e che arde dal desiderio d'andarvi.

— E vi anderà?

— Mamma non sa decidersi, non vuol lasciarmi partire ora.

— Posso domandarle perchè?

— _Yes: torpedoes... you know..._ Pare che ora vi sieno troppi sommergibili qua intorno...

Basta: la festa sparisce: questa mite creatura ha sussultato e s'è stretta a me nel mormorare la terribile parola che s'è infiltrata anche qui: _torpedoes_: il siluro. E in una visione d'un attimo io vedo alta ergersi nel cielo la colonna mortale d'acqua dal fianco d'una nave che immediatamente s'inclina, mentre centinaia di esseri viventi, tra i quali è questa innocente reginetta di grazia, gettano le ultime disperate grida d'angoscia fissando con uno sguardo folle il baratro spaventevole, già chiazzato di rosso, già cosparso d'irriconoscibili cose...

— Perchè non risponde? Trova che la mamma fa bene?

... Niente: ho torto; infatti dall'orchestra che è sul palcoscenico, piovono su questa ressa già aizzata, le prime note d'un tango, il ballo dell'umanità imbecillita e imputridita, precursore della guerra.

E da un po' di stupida lascivia raccolta preziosamente dai bassifondi argentini, resta anche questa sera dimostrato che nemmeno la strage va presa sul serio, e che forse noi non siamo altro che alcune centinaia di milioni di formiche inutili sulle quali è bene passi ogni tanto, così per trastullo, un piede enorme...

— Sì: la mamma fa bene....

V.

Anche qui son larghe chiazze uniformi di color _kaki_ frammiste ai colori fiammeggianti del Carnevale. Anche qui noto lo strano aspetto di alcuni individui rivestiti a nuovo ed alla meglio, con vestiti _kaki_ quasi militari: e il loro sguardo mi riproduce, come poco fa nelle strade, un'espressione di recente spavento che m'è incomprensibile. La mia compagna m'ha condotto a sedere sulla ringhiera vellutata d'un palco del «parterre» che è molto basso: il suo, forse; e vi son dentro tre domino, domino di età, fissati dalla noia nella loro posizione silenziosa e grave. La ridda musicata ci sfiora con la sua cerchia estrema: ed è così densa che la misura del tempo n'è tutta scomposta, come per un ribollimento interno della massa.

— _Hasna krasna!_ — esclama una graziosa pierrètte maltese, senza maschera, ritraendosi dal ballo al braccio d'un pierrot dal volto di cadavere ben dipinto. E siccome vede me, traduce immediatamente il suo orribile dialetto in puro italiano: Troppa gente! Uno sguardo di riconoscenza, un sorriso, la sparizione nella folla, e il piccolo episodio di gentilezza è finito. No: ve n'è un altro. C'è qualcuno qui vicino che esclama: «_Vive l'Italie!..._» con tono di discorso però, più che di grido: si direbbe una composta esclamazione offerta da uomo a uomo in un salotto. E intorno a noi si forma un gruppo di quegl'individui dallo sguardo triste, vestiti a nuovo con abiti color _kaki_ di foggia quasi militare. L'evviva è ripetuto qua e là tra loro, ma sempre con voce semispenta di convalescenti, sempre con grande cortesia. — _Vous venez d'arriver ce matin, n'est-ce-pas, monsieur?_ — mi dice uno di loro inchinandosi.

L'osservo: il ruvido vestito, troppo grande per lui, l'ingoffa, sì, ma non riesce a spegnere in lui l'innata signorilità dell'espressione e dei gesti. Nessun sorriso può nascere dalla sua vista e alla sua domanda non si può far altro che annuire con rispetto.

— _Permettez, monsieur, je suis le capitaine A... de V...y du «....» régiment de Cavalerie Française. Il faut se préciser à cause de cet habillement plutôt grotesque_ — aggiunge con un riflesso di sorriso, subito spento. Poi con un breve gesto mi indica i quattro compagni che son con lui.

— Ed ecco tutto ciò che resta degli ufficiali del mio reggimento... V'è pure un avanzo di qualche centinaio di soldati, qui...

Perchè? per quale catéistrofe? Me lo spiega con una sola parola: La «Provence»... L'episodio tragico (che ha avuto in seguito larga diffusione nella stampa) non risale che a quattro giorni da questa sera... E l'ufficiale continua: Era un magnifico piroscafo, la «Provence», e nei giorni di pace, tra Francia e Stati Uniti d'America, portava attraverso l'Atlantico flotti di vita attiva e grumi d'ozio in un medesimo quadro di ricchezza. Poi ricoperto di grigio, la tinta contagiosa dell'attuale morbo mondiale, si riempì di soldati grigi e ne trasportò migliaia sui campi d'Oriente. Ma la settimana scorsa — prosegue l'ufficiale con quel suo tono di voce che pare il resto di un'altra voce posseduta «prima» — partita dalla Francia, era giunta al Capo Matapan, in Grecia, con un mare d'olio, nel sorriso di un sole benigno: le rupi giallastre della terra greca si distaccavano precise su di un cielo senza macchie, in cui stormi di bianchi gabbiani s'inseguivano in festa, quando nel mare un puntino brillò: una pupilla di morte: la cosa che appena vista uccide; un periscopio di sommergibile... E subito dopo, dita maledette e invisibili tracciarono presto presto sull'acqua due linee opache, avide, subdole, irrefrenabili, dirette alla nave. Da principio, a bordo, una folata di silenzio agghiacciante: poi un urlo di nave che vede la sua morte: una cosa indimenticabile per chi l'ha udita e che non ha niente di umano: le bocche sono elementi, ma è la nave che urla: ed il suo lamento è così alto, così compatto e fuso che nessun suono della terra l'uguaglia.

La «Provence» urlò la sua angoscia: tentò col timone la manovra di sottrarre i fianchi all'urto: si divincolò, diede un balzo con le macchine, ma fu raggiunta: e due spaventevoli esplosioni le mozzarono l'alito e le squarciarono il corpo. E si fermò, rantolando vapore, ergendo a poco a poco la poppa con scatti convulsi mentre s'inclinava di fianco per morire. I suoi ponti scodellarono in mare centinaia, migliaia di corpi e il suo urlo si scompose, s'affievolì: ebbe delle riprese e delle soste. Ultimo moto suo prima dell'abisso, quello delle eliche emerse e turbinanti disperatamente in aria in una raggiera di membra stroncate... Poi l'acqua ricoprì tutto: un'acqua rossa e nera...

— Ma lascino libero il posto! — esclama in italiano, un arlecchino, irritato perchè s'è dovuto fermare con la sua brianzola avanti al gruppo degli ufficiali francesi. — Non si può più passare...

E le sue parole continuate in maltese divengono incomprensibili e si perdono...: e il tango continua...

VI.

La sconosciuta mia compagna non ha interposta una parola durante il lungo racconto: e ha continuato a tacere anche quando la folla ci ha ripresi nel suo gorgo. Le domando se ha compreso...

— _Yes, every single word_ — Sì, ogni singola parola. — E continua a trascinarmi tra le maschere, assorta in una interna visione che prolunga il suo silenzio, non ostante io cerchi di distrarla parlandole delle tante piccole scene che capitano sott'occhio nell'anfiteatro sempre aperto dell'umanità, e questa sera più aperto che mai.

— _Well... I don't care a bit..._ — Non me ne importa nulla — mi risponde di quando in quando, guardandomi con uno strano sguardo di maschera triste.

Ma ecco una coppia di maschere che rifluita dalla cerchia frenetica del ballo, viene ad urtarsi malamente contro di noi. Un gancio del costume dell'uomo, morde, nell'urto, sull'orlo della cappa di seta della giovane inglese e ne lacera un lembo.

Se da vari segni sicuri non avessi già potuto intuire la fine casta della mia sconosciuta compagna, ne avrei ora un'assoluta conferma. Arretrata di uno o due passi dall'urto scomposto, ella non guarda nemmeno il malaccorto individuo che l'ha urtata: la tranquilla mossa della sua testa incappucciata dice che è bene non accordare la minima attenzione alla volgarità. E distrattamente, con imperturbabile calma, ella finisce di lacerare il lembo di seta che pende dalla sua cappa.

Ma al momento di gettarlo via, trattiene il suo gesto e si ferma indecisa. Il frastuono della musica è assordante e non riesco sulle prime a udire qualche cosa che ella mi mormora quasi con timore.

La prego di ripetere più forte: e lo sforzo che ella fa per elevar la voce, riempie di sorriso la celeste purezza dei suoi occhi.

— Vorrebbe lei accettare come portafortuna questo miserabile cencio contro le terribili cose del mare? È ridicolo quello che faccio, lo so — ma sono una maschera superstiziosa. Lo tenga indosso, in una tasca. Non rida: vedrà che le andrà tutto bene...

— Ma non rido affatto...

— Riderà dopo e dirà: Che sciocche queste inglesi in maschera!...

— Neanche per sogno.

— E allora che ne pensa?

Penso... Ah! è difficile a dirsi. La guerra ha bruciate in me tutte quelle parole che avrei trovate subito all'epoca nella quale il mondo non era ancora travolto dall'attuale follia criminale. Da lungo tempo non ho vissuto che d'odio, distruzione e morte e mi sembra che per una legge fatale imposta all'uomo da volontà eccelse e troppo miscredute, noi e il nostro piccolo pianeta esaurito, dobbiamo sgretolarci e sparire. Dobbiamo lanciar libera la nostra orbita ad altri corpi vergini, popolati da esseri semplici, intatti, per i quali non vi sarà più alcun peccato d'origine e che non sapranno mai nulla degl'infami assassini che turbinarono nello spazio prima di loro. Guerra? che guerra! È una parola nostra, questa. E noi chiamiamo così un cataclisma che ci è imposto e alla quale la nostra volontà di moribondi è estranea.

Che cosa mormora dunque questa fanciulla? Quale impossibile eco vuol suscitare con le sue parole gentili? Non appartiene anche lei a questo mondo condannato?

Il mio spirito arido non può più risponderle col sorriso d'una volta ed ha acquistato una sincerità brutale, nata dal distacco d'ogni cosa lieta.

Che cosa ne penso? Non v'è che una parola che riproduca quel che ne penso: Niente — e gliela dico.

E perchè mai questa fanciulla sussulta sorpresa e mi stringe un braccio con forza? — Niente, niente... — ripeto — Non ne penso niente...

Ma forse nella mia voce è un irrefrenabile accento di doloroso rimpianto che non ho saputo soffocare abbastanza.

— _Listen_ — ascolti — mi dice la giovanissima maschera fermandomisi di fronte. — _You are being as cruel to me as to yourself..._ Lei è altrettanto crudele con me come con lei stesso. ... Qualche anno fa questa sua risposta mi sarebbe sembrata uno sgarbo... Avrei detto: sempre ruvidi questi italiani! e avrei subito voltate le spalle a una persona così scortese. Ma ora ho acquistato di loro un ben diverso concetto e correggerò io stessa le sue parole... Lei voleva dirmi così, dica la verità: oggi non posso più pensarne niente... ed ha ragione. Guardi com'è più graziosa per me e per lei questa lieve variante. Non crede?

E la sua voce sorride con tenerezza attraverso la maschera...

— Allora, prenda questo lembo di stoffa, presto... e tenga da lei lontani siluri e torpedini... Presto, che vengono i galli...

— Che galli?

Mi giro. È giusto. Vengono i galli: una pennuta masnada dalle gambe articolate a rovescio rispetto al volatile vero. Giganteschi, pettoruti, alzando il piede per imitare il passo dell'aia, i loro chicchirichì esagerati dalla cavità del becco in cartapesta, sormontano la musica e ci assordano.

E manifestano la loro allegria, questi galli, accorrendo qua e là tra la folla a separar le coppie ed incuneandosi in fila nel varco aperto. — Chicchirichì, chicchirichì...: urla, spinte, ondeggiamenti di marea, riflussi verso i palchi, galli di qua, galli di là e mi ritrovo solo, sotto un gruppo di lampade, stretto tra una ciociara e un hidalgo che odora di colla e avendo sul petto le spalle umidiccie d'un arlecchino.

— Anche lei, signore è rimasto senza il suo flirt...? — mi mormora l'arlecchino mandandomi uno sprizzo di riso dalle fessure nere degli occhi.

È meglio non rispondergli nulla.

Il mio flirt?

Flirt? Che sciocca parola! Parola dei romanzi e delle _pochades_ dell'antiguerra, è stata anch'essa incenerita dalla gran vampa che arde sul mondo. Come mai è sopravvissuta qui? E il suo significato che m'apparisce smorto, rievoca in me come la visione d'una tomba di donna che attirò folle intorno a sè e morì giovane e bellissima: un'immagine complicata e mesta.

Oh, Arlecchino, vera rappresentazione dell'uomo, il mio flirt è quello che oggi deve essere: cenere; niente; il suo segno è quello che le mie dita continuano a palpare con uno di quei movimenti meccanici partoriti dalla tristezza: un cencio.

E se un rimpianto dovesse sorgere da tutto questo..., Chicchirichì... chicchirichì...

Perfettamente, caro Arlecchino: un grido beffardo e idiota... perchè tutta la vita precaria che oggi ci resta, s'agita tra rovine.

VII.

— Rallegramenti! — mi mormorano due domino bianchi coi quali m'imbatto, mentre mi avvio all'uscita.

Mi soffermo: li riconosco. Erano con la mia sconosciuta compagna quando questa li lasciò per venir con me.

— Di che?

— Eh! via, lei lo sa... La nostra amica ci ha raccontato che lei porta via con sè nientemeno che una parte del suo vestito. Possiamo assicurarla che non è tanto facile a darne via. Ci spieghi come ha fatto. Vogliamo provare anche noi...

— Subito: un gesto di pietà...

— Solo? Un gesto di pietà in un veglione?

Le due maschere ridono...

— _A regular flirt, indeed! you go to dream about her, as she does about you... Adieu!_ — Andate a sognar di lei, come ella sognerà di voi. A rivederci.

È bene scrollar le spalle. Indubbiamente le amiche sono uguali in tutto il mondo...

Fuori, la notte punteggiata di luci e avvolta di silenzio. Qualche automobile ferma borbotta e freme impaziente. Alcune coppie uscite dal teatro si perdono presto nei vicoli laterali. E come in tanti altri punti del globo, la mia solitudine martella il passo con me, lungo una strada deserta e buia che mena sempre al mare.

VIII.

Giornata di visite ufficiali, di poliglottismo, di leggieri urti di razze mascherate da sorriso e sommersi da cocktails e da coppe di extra-dry levate a brindisi. Ho salito i monumentali scaloni del palazzo dei Cavalieri sorvegliati da vuoti guerrieri di ferro e dalla silenziosa potenza del tempo, e ho dovuto subito dopo raccogliere il passo su scalette di bordo sospese a mezz'aria: da saloni immensi popolati di ombre fantastiche e di grandi ritratti che parevano aguzzare con ironica curiosità i loro sguardi di vernice sulla mia anacronistica uniforme e domandarsi tra loro, col lieve bisbiglio dei morti: — chi è? chi è? — son passato alle gelide, bianche scatole da uomini delle navi d'oggi, che una vita fittizia non riesce a riempire: dagli ori spenti dai secoli, all'acciaio vivido del cannone: dalle sconnesse vetture maltesi che si direbbero appartenere a uno strano deposito generale di vecchiume stabilito qui per capriccio dell'Europa, all'autoscafo, al cacciatorpediniere, al sommergibile. In poche ore, il mondo e le sue fasi: i colori d'un tempo e il grigio d'oggi.

Invariabilmente accolto da «Bonjour Monsieur» e da «Good morning Sir» son stato dovunque chiamato a bassa voce «Mon cher ami» e «My dear Captain» da uomini mai prima visti, quando i nostri brevi dialoghi s'impigliavano nei rami della guerra e ne sfioravano le spine.

Ma la curva dell'espansione declinava di nuovo all'«Au revoir Monsieur» e al «Good bye» tra i composti inchini del congedo.

La mia ultima visita è per il Chief of the Staff (Capo di Stato Maggiore) che deve darmi gli ordini per la partenza dell'indomani e per una difficile missione che richiederà lunghe spiegazioni forse...

Ma dove s'è annidata l'autorità di questo alto ufficiale Brittannico? Androni medioevali dalla volta a sesto acuto dove il vento sibila liberamente, scalette tagliate nello spessore di mura enormi, giravolte, stanzoni dove certamente s'accatastavano un giorno le piramidi di proiettili sferici del Sovrano Ordine di Malta e che ora risuonano dell'affrettato martellamento delle macchine dattilografiche; su... su... ancora androni, ancora scale...

— _The Chief of the Staff, please?_

— _Yes Sir, upstairs..._ — Salire ancora — è la risposta delle rosse sentinelle, pendoli umani oscillanti in pochi metri, tra due brusche giravolte, come avanti a due mura immaginarie.

Che sia andato a stabilirsi sulle tegole?

Domandiamone notizie a qualcuno che non oscilli e che seduto a un tavolo abbia il cervello non scosso. Ecco una stanza dalla porta spalancata, piena di ufficiali di Marina, di tutti i gradi, curvi su carte.

Entro: nessuno leva il capo: nessuna domanda mi viene rivolta: sembra che io abbia un mio tavolo abituale lì. — Uno ve n'è, biondo, rasato, come tutti del resto, che nel raccogliere per un istante le idee, si passa la sinistra sulla fronte e mi guarda senza vedermi affatto, servendosi di me come punto di concentrazione del pensiero, capitatogli avanti per caso. Se non v'era la mia persona, v'era sempre una lavagna appesa nella stessa direzione al muro, pronta a servire lo stesso alla sua momentanea fissità.

È bene che la situazione non si prolunghi troppo.