Mar sanguigno (Offerta al nostro buon vecchio Dio)

Part 12

Chapter 123,695 wordsPublic domain

— .... vedevo le colonne di fumo nero salire alte nel cielo e fondersi in una unica nuvola, densa come cortina d'uragano. La mia missione era compiuta e morire era niente. Sotto: sotto: sotto; sentivo ogni poco sobbalzare l'apparecchio come per una scudisciata invisibile: toccato da un proiettile, l'aeroplano rabbrividisce come un corpo. La cinghia della nostra mitragliatrice era già consumata a metà, quando, «maledetto il demonio!» l'arma traditrice chiuse le mascelle e non ci fu verso di farla mangiar più. Che cosa dovevo fare? Mi toccò a «picchiar» giù e via, via, verso il ritorno, inseguito per un poco, poi abbandonato, salvo, ma tutto bucato e pronto a precipitare giù se quel filo di solidità che era rimasto al timone orizzontale fosse venuto a rompersi...

Gli altri due colleghi gli battono le mani: io m'unisco a loro; Pick abbaia.

— Che vi prende? — brontola l'uomo-cucciolo, ridisceso immediatamente a terra, coll'anima, con la voce e con l'espressione.

— Bravo! — gli ribattono i due.

— Non mi state a seccare!... — E riabbassa la testa: e si mette di nuovo a considerare gli sprazzi di topazio.

Silenzio.

III.

Qualcuno ha picchiato — nel senso terrestre — alla porta.

— Avanti.

È la posta: e il ragazzo sussulta e si agita, indagando con gli occhi ansiosi nel mucchio di lettere che il marinaio, fumido di nebbia, stringe nella mano callosa.

— Telegrafai due giorni fa che indirizzassero qui — dice. — Postino: c'è niente per me?

— Lei è il signor...?

— Sì.

Ecco: due lettere. — E l'uomo le porge alla sua mano impaziente.

Riconosciute e rigirate, le due lettere sono oggetto di una lotta intima troppo evidente. Ecco la terra che ritorna con tutti i suoi legami umani, con i suoi mille artigli tesi verso ogni anima: ecco quella cosa che striscia alla superficie del mondo, la carta, la fissatrice di dolore, di gioia e di menzogna, che insegue l'uomo dovunque e spinge anche qui una sua branca... Di che? L'ansia che ora trasfigura il volto del ragazzo, dice che è di dolore: dice che il figlio dell'aria non vive abbastanza distaccato dalla terra e che i suoi tremila metri d'altezza non gli servono a spezzare le catene di sofferenza che avvinghiano l'uomo al basso, dov'è nato: checchè si dica, l'anima non ha altre ali che quelle che il cervello gli presta.

— Ma apra pure, — gli dico.

Obbedisce sveltamente: straccia, legge, si fissa.

— E mi dica — continuo rivolto verso l'uomo-cucciolo perchè il ragazzo non si senta osservato nella sua lettura. — Il cadavere di Roullier venne ricuperato?

Si ripete il brontolìo dell'uomo-cucciolo che significa che afferma.

— Ebbe solenni funerali a Venezia — interviene il «puer» tranquillamente. — La gondola funeraria solcò i principali canali e passò tra miriadi d'imbarcazioni accorse dai rii, dalle sacche e dalle darsene...

— Però, com'è difficile gettar fiori! — esclama il suo collega, col solito accento d'ira che il distacco dal silenzio pare dia sempre alla sua voce.

— Come sarebbe a dire?

— Dall'apparecchio — brontola.

— Quel giorno, neanche uno sei riuscito a mettergliene sulla bara — insinua agro-dolcemente il «puer».

«Mettere su»; locuzione che gli aviatori usano per le bombe lanciate con successo su un bersaglio.

— Già: e sì che volai basso più che potevo: ma proprio nemmeno uno ce ne misi! È difficilissimo: la remora d'aria fa così — (un fischio prima e poi il gesto natatorio delle braccia) — e li allontana.

Con la coda dell'occhio seguo il ragazzo.

È pallido: le sue sopracciglia inarcate a metà si riuniscono all'origine del naso: rilegge con più concentrata attenzione, come per discutere ogni parola e inciderla nella ragione. Le due buste sono lì sul tavolo, stracciate, per aver già partorito il loro segreto e ormai inutili all'uomo.

Esse appartennero alla stessa scatola: si vede; ma furono vergate da due caratteri differenti, entrambi femminili; e l'una, nell'ampiezza delle lettere, la regolata sicurezza del tracciato, la svelta eleganza della forma dice una gioventù compassata e altera; l'altra, scompigliata e impicciolita dalla raffica dell'esistenza che piega e rimpicciolisce tutto, dice la maturità.

Madre e figlia... forse... e per sapere subito che cosa esse scrivano venne anche fatto un telegramma. Dunque... Dunque, pessima cosa indagar nelle cose altrui e fantasticarci sopra com'è nostra, latina abitudine.

Ma intanto il ragazzo che ha finito di leggere, continua a tacere fissando a sua volta gli sprazzi di topazio sulla tovaglia, ma senza battiti d'occhi.

— Se almeno durasse la nebbia!... — mormora come conclusione d'una lunga, interna riflessione.

Il «perchè?» che gli dirigo sembra dapprima non scuotere il corso dei suoi pensieri, avviato — lo si comprende — verso un vortice doloroso della sua vita. Ma poi gli fa schiudere la bocca con quella mossa circolare delle labbra che hanno i fanciulli perplessi ad una confidenza.

— Perchè se fossi sicuro che la nebbia durasse qualche giorno e c'impedisse il volo, dovrei correre a Firenze... subito... subito — e i due «subito» vibrano e tremano... — È una cosa per me molto grave...

Gli altri due lo guardano con lo sguardo di chi sa. Io taccio: e comprendo benissimo che costituisco proprio io un imbarazzo alle loro domande.

Cane! Risorsa dell'uomo, vieni qua: lascia che mi chini ad aggiustarti la rossa collarina dove l'incisa targa d'argento proclama che sei ottimo animale.

E ottimo e ingenuo veramente sei, che non t'avvedi che l'occhio del «puer» e la piccola pupilla dell'uomo-cucciolo si avvampano di amichevole ansia per il loro amico che stringe nel pugno le due buste ora riempite, come ne volesse spremere tutto il veleno che esse gli recarono da lontano.

E non odi ora il «No?» col quale al di sopra del mio capo, il «puer» lo interroga? E la risposta, gonfia di tutte le amarezze: — No, finito: perchè sono aviatore... — sibilata da labbra sbianchite e contratte, non ti dice nulla?

Tu non le capisci, ottimo cane, queste cose: e allora lasciami rialzare il capo, come non avessi ascoltato niente: vattene; abbandona noi uomini al nostro destino di bestie, dette, ma dette da noi, ragionevoli. Se sapessi quanto questa parola ci pesa!

Ora gli sprazzi di topazio irradiati dal Capri sulla tovaglia s'accendono e fervono. È una raggiera mobile che si agita, s'insegue, lancia elementi guizzanti alla ricerca delle cose lucide, li ritira, inietta giallo e rosso qua e là, si contrae, riscintilla, fervida o smorta secondo il capriccio d'un raggio che un Dio lontano c'invia.

Perchè fuori c'è il sole. E, avanti a lui, l'orda maledetta della nebbia s'acquatta, si disperde e fugge, bassa come le cose vili. E l'azzurro eterno trionfa, nel cielo e nel mare. Niente è più oscuro nel Creato: salvo che nel cuore di questo ragazzo che dalla finestra, ora spalancata, fissa il cielo terso e sembra inghiottir sorsi di pena.

* * *

Vanno.

La loro missione è terribile. Devono traversare un mare, poi sfidare decine di cannoni e far scorrere i loro chicchi verdastri sul quadro orizzontale d'una grande fortezza nemica. In tre ore il loro destino dovrà compiersi. La terra è ormai cosa che non li trattiene più e per recarsi ai loro apparecchi che già starnazzano impazienti e fissano coi cerchi tricolori degli occhi l'acqua avanti a loro, essi camminano con la testa rovesciata in alto scrutando il cielo.

Vanno, i tre aquilotti che han sostato da me. Il loro aspetto è ritornato da volo: lana e cuoio li ingoffano e del loro essere non apparisce più che lo spiraglio degli occhi dove s'è riformata subito l'anima che fissa la morte da smisurate altezze. Sono calmissimi, perchè cade in ogni agonia l'interesse per qualsiasi cosa, e non parlano quasi più perchè al momento dell'elevazione, quando l'ostia è lentamente protesa in alto, anche il sacerdote tace...

Che uno di questi sanguini al di dentro, e porti indosso il proprio cilicio non si vede: e quando i grossi occhiali da batrace si fissano al di sopra dei baveri rialzati, i tre aquilotti sono identici, assolutamente identici, trigemine creature d'ibridi accoppiamenti nell'aria, partoriti in nome della Patria. Chi è dei tre che accarezza il fox-terrier, che ci saltella intorno e ci accompagna? Quello che è leggermente più basso; il ragazzo dunque: e la sua carezza si prolunga come quelle carezze dei muti che mettono nell'indugio del gesto tutto ciò che la parola non può esprimere.

«... Perchè è aviatore...» Perchè la sua esistenza è cosa irrisoria, qualcuno oppone la gelida lama del senso pratico della vita al palpito caldo della sua anima, che s'abbandona in terra agli slanci e agli affetti di tutte le creature umane, secondo la legge universale degli uomini della terra.

Al cielo, lui! E il cielo è per la morte e per gli spiriti.

Ed ecco che egli sale goffamente al suo posto nel «boat», il fragile sostegno del suo corpo contro la grande caduta. Il turbinìo dell'elica pone nell'aria, dietro il suo capo, come una grande lente di ghiaccio opaco, aureola dei martiri del cielo: fremono le ali come per una malata agitazione dei muscoli e tutte le nervature di acciaio tintinnano. Gli occhi, quegli occhi tricolori dell'apparecchio, sembrano spalancarsi, troppo tersi e avidi di vertigine, esprimendo lo stupore di non sentirsi ancora nelle pupille l'urto frenetico del vento che li annebbierà tra poco. E di qua e di là oscillano lievemente su ganci le bombe grigie, come si destassero da un lungo letargo e nel fremito vitale di tutti gli organi riacquistassero subito la loro anima bieca, la loro parola sibilante, troncata dall'ultimo urlo dell'esplosione.

Un gesto, uno sbuffo, un balzo e l'acqua s'apre bianca, schiumeggiando negli occhi dell'apparecchio che sembra tendere ancora più le ali per avventarsi meglio. Al loro urto pare che l'aria si solidifichi e si disponga a piano inclinato per la salita al cielo. Su: cessa la schiuma; il distacco dalla terra è avvenuto: cade dolore e rimpianto e comincia la morte. Il sole accoglie questa nobile cosa che s'alza, che s'alza verso di lui, e la copre di scintille d'oro contro una nuvola grigia di nebbia in fuga.

Ora gli altri due apparecchi l'inseguono, formano stormo: sembrano collocarsi nell'aria rotta dal primo, con l'acume di alcuni uccelli migratori che tutto sanno delle astuzie dell'aria.

Su: sono tre piccole croci latine, che il passaggio di uno stormo di corvi molto più basso e vicino soffoca nelle proporzioni. Bisogna ricordare d'averle viste qui nelle loro dimensioni vere, quelle tre croci, per non ubbidire alle strane allucinazioni della vista.

Dieci minuti? Son già dieci minuti di volo? Si trovano già a più di 30 chilometri da noi? Allora tra quaranta minuti, traversato un mare, essi saranno tra le vampette rosse, che ogni terra, ogni nave partorisce per accoglierli... Ah! Aquilotti d'Italia! Son certo gli occhi dell'anima che ci permettono di vedervi ancora, piccoli punti che la nebbia offusca. Questa cosa grigia e piatta che voi forse rigirandovi vedete ancora come una cornice scura del grande baratro azzurro, siamo noi, l'Italia, l'ansia, l'angoscia, la vista inumidita... E quell'altra cornice che voi forse già scorgete avanti a voi è l'odio, lo sguardo micidiale, l'Austria, la morte...

Tra qualche minuto il fato vostro è deciso, aquilotti d'Italia. Possa l'anima nostra sostenervi con mille mani invisibili quando, tra poco, intorno a voi, risuoneranno i rintocchi metallici degli shrapnel ed aprirvi sicura la via nelle sfere brucianti delle esplosioni...

Non vediamo più nulla, noi: ma è restato nell'aria come un triplice solco luminoso che si figge nelle nuvole; ed esso persiste anche nel nostro spirito contro la grande nebbia dell'attesa.

. . . . . . .

Sapremo tra quattr'ore, da un'altra città, del loro ritorno. Uno dei tre ce lo telegraferà subito, come ha promesso. Aspettiamo e mentre per le immutabili leggi dell'esistenza noi continuiamo ad occuparci delle minute faccende giornaliere, lassù, intanto, la tragedia si svolge...

. . . . . . .

Eccolo il telegramma. Quando il sistema nervoso è in tensione, ogni involucro che racchiude pensiero umano ne lascia sfuggire un poco, tanto quanto basti al presentimento. Da questo foglietto giallo ingommato di fresco emana qualche cosa d'indefinibile e che somiglia al senso di diffidenza che ispirano alcuni fiori contenenti tra i petali chiusi un polline avvelenato.

La censura ha costretto a poche parole ambigue spoglie di ogni accenno di precisione. Ma il loro significato s'erge per noi inciso e nitido nell'angoscia, come un albero morto solitario nella neve:

«Due bene altro disceso troppo basso perduto».

Disceso troppo basso... L'eroismo supremo degli aviatori... Venir giù, diritti sulla fornace per colpire meglio...

O per esser...

[Illustrazione: feldpostkarte.]

IL CARNEVALE DEL SILURO.

(L'AMORE).

(_Dalle memorie d'uno che non è più_).

I.

Porto. Parola che ha oggi acquistato un significato che non ebbe mai. Si entra in porto in grazia d'una causale infima: perchè nello spaventevole immenso tappeto azzurro dove l'invisibile rastrello della morte, senza sosta tira a sè vite, vite e vite, il giuoco è stato favorevole e la puntata della propria vita è riuscita. Una volta si diceva: entrare in porto; e questo significava percorrere uno spazio d'acqua più o meno vasto, delineato da moli, e traversare un punto più ristretto che si chiamava bocca, larga abbastanza perchè diverse navi contemporaneamente vi passassero. Oggi oltre i moli esistono altre chiusure di reti subacquee, rese appena visibili da file di galleggianti metallici e la bocca non c'è più; c'è invece una porta, e bisogna che le navi passino ad una ad una, sotto lo sguardo metallico di cannoni portinai. E perchè nessun pescecane di guerra possa approfittare dell'apertura per seguirle alla chetichella, la porta si richiude subito ad ogni passaggio e la clausura è assoluta. Oggi si entra «dentro» un porto.

Dentro, non più fragore di grue e urla di scaricatori: un silenzio di chiostro: di strano chiostro marittimo: e nello stringersi ai loro posti una all'altra, negli ultimi rantoli di vapore dell'arrivo, le navi giunte sembrano ancora percorse da lunghi brividi di terrore, e ansar forte come prede sfuggite da poco ad un artiglio spietato.

Ed allora la loro mole enorme, fatta per sprezzar onde giganti, presenta un pietoso contrasto con questo loro pavido aspetto; e l'antica logica di pace, basata sull'equilibrio tra dimensioni e forza si smarrisce...

Ma fuori dunque che c'è? — Nulla che all'occhio apparisca. Gli orizzonti, chiusi come sempre da eterni cerchi di mistero dove il pensiero s'annega, non sono incisi che dalle groppe infinite delle onde. Ma se questo povero mondo s'incammina, troppo vecchio, verso la fine, il mare sembra già in agonia aspettando che i continenti alla loro volta muoiano, dissanguati e incendiati. Nella guerra di una volta innumerevoli navi popolavano i mari e si muovevano incontro nella bella luce del cielo, vivide di colore e d'aperta energia. L'uomo le fissava, ne vedeva venir fuori la morte e non tremava: oggi non vede nulla e trema.

È che nel mare, come nella vita, s'è infiltrata la Germania, perpetua gesuita di ferocia, tabernacolo eterno di follia distruttrice, ed ha preso il posto nascosto che alla sua natura conviene: sott'acqua: fuori vista. In terra la spia, la corruzione e la menzogna: in mare l'agguato invisibile...

Raccomandatevi l'anima a Dio, donne e bambini innocenti! La demoniaca croce luterana è sott'acqua e da ogni onda può sprizzare su lo sterminio. Raccomandatevi direttamente a Dio, perchè l'altra croce, quella di Cristo misericordioso, è muta...

II.

Su questa città di guerra marittima, lo scialbo sole di marzo, dardeggia tra le nuvole, dilaniate da un maestrale altissimo, qualche raggio già caldo d'un precoce calore. La ressa delle case addensate sulle colline biancheggia qua e là di quel biancore troppo vivido, primo annunzio dell'Africa vicina e l'ombra delle nuvole vi distende a capriccio larghe chiazze di violetto. Scure e fastose, le chiese settecentesche italiane dominano dall'alto d'ogni collina, ciascuna un proprio greggie di case: e gli alberi e i fumaioli delle navi ormeggiate ai moli, stendono avanti al panorama come un recinto di pali sottili che dopo un incendio, continui a bruciare qua e là.

È Malta, questa: arida isola su cui s'aggrava una troppo popolosa città abitata dai detriti delle razze mediterranee. Fortezza di rocce, caverne, spalti, epigrafi e croci, di antenne e di acuti spigoli di acciaio, prende vita e forza dal mare per un parassitismo che dura da secoli e che oggi è gigante. Attraverso tutte le epoche, le rozze cose fenicie che allungavano il muso sull'acqua, i centopiedi di remi, elleni, cartaginesi, romani, i rigonfi castelli di tela bianca artisti del vento, gli enormi piroscafi d'acciaio dalle vene bollenti... — sotto tutti gli stendardi, gagliardetti, orifiamme d'ogni colore e d'ogni foggia, con emblemi pagani, croci, mezzelune... — navi d'ogni forma e d'ogni dimensione accolte da strani sacerdoti o da guerrieri crociati o da folle di facchini urlanti, sempre vi giunsero piene, con le murate basse sull'acqua e ne ripartirono vuote.

Se nulla v'approdasse più, Malta morrebbe come pianta la cui linfa sparisca e le sue rupi senz'erba si coprirebbero d'ossa. È per questo che oggi tutto il mondo inglese è chiamato a raccolta per riempire di viveri, magazzini innumerevoli: di munizioni, labirinti di roccia. Perchè oggi Malta deve non solo nutrire sè stessa, ma nutrire la guerra — questa gigantesca, guerra — di cui essa è una base.

* * *

E base essa è infatti. Qui dentro, in immense camere chiuse da reti d'acciaio, s'allineano in multiple file navi e navi e navi, l'una addossata all'altra come pecore in ristretto sentiero. In quest'acqua morta si condensa una forza come il mondo mai non vide e più in basso della serenità delle nuvole del cielo, v'è qui un altro strato di nuvole nere partorito da innumerevoli fumaiuoli, che è respiro di strage.

Dov'è il posto della nostra nave? Chi sa? In questa città galleggiante che ha le strade fiancheggiate da palazzi grigi d'acciaio, non vedo per ora nessuna piazzetta vuota. E avanziamo, rasentando cannoni, insinuando con la prora, tra successive visioni di vita straniera, la nostra semplice serenità d'Italia.

Due _tugs_, grossi rimorchiatori a ruota, ci precedono e ci guidano nel nostro lento cammino, starnazzando per noi come anatre in gioia. Ecco: dobbiamo esser giunti. Tra uno sperone di fortezza che si prolunga in mare alla nostra sinistra e una fila di colossi francesi distesi alla nostra destra, due boe libere disegnano infatti un posto vuoto.

E come se queste boe fossero buone prede scoperte per caso, ciascun rimorchiatore ne addenta una, battendo freneticamente le pale delle ruote all'indietro con un impeto che pare di lotta.

— Qui? — si domanda con un grido.

— Yes, Sir... Yes, Sir... — ci si risponde dai _tugs_.

A bordo, sulla plancia, abbiamo un pilota inglese che la nostra nave imbarcò all'imboccatura del porto. Sorride col tenue sorriso della sua razza che par sorriso di vecchio, e,

— Proprio il posto del «M...»: un incrociatore francese... — dice sottovoce. — Era qui due giorni or sono.

— E deve ritornare qui?

Il suo sorriso s'accentua, divien quasi italiano.

— No — dice brevemente. — Partì e fu silurato ieri... laggiù — e il suo braccio si tende verso il largo, accennando a ponente, di là dall'isola. Meccanicamente seguiamo con l'occhio il suo gesto. A ponente laggiù, lungo i moli, la nostra vista cade su di un piroscafo isolato che par fervere ancora della vita di pace. Sciami d'imbarcazioni lo attorniano, che si riempiono d'una folla silenziosa ed inerte. Strano! Nel colore incerto delle masse umane compariscono qua e là le macchiette chiare di torsi nudi. — Che è?

— Un piroscafo giunto un'ora fa — spiega il pilota con calma che par fatta d'abitudine. — Ha raccolto in mare i naufraghi di due altri piroscafi silurati in questi paraggi...

Prende un binocolo dalla cartiera: guarda...

— Già — osserva. — Curioso! c'è un po' di disordine...

III.

Una volta quando si entrava in porto era sana norma di etichetta navale ordinare subito agli equipaggi lo sgombro, il rassetto, la pulizia della nave. Le tracce del sale dovevano sparire subito; e dalle ruggini, dalle patine, dagli offuscamenti che l'alito caustico del mare produce, dovevano nascere splendori e lucentezze metalliche, superbia e lusso delle navi d'allora. Oggi si lasciano le coperte ingombre di centinaia di salvagenti, di file di zattere: le imbarcazioni rimangono intatte nel loro aspetto di imbarcazioni da naufraghi, coi loro sacchi di viveri, con le loro vele, le cassette dei segnali di soccorso, le altre minute cose atte a sostentare la vita di gente rimasta sola, lontana da ogni terra, tra mare, cielo e infamia tedesca, pronte.

Così anche nell'interno della nave non si pensa gran che all'antico, impeccabile ordine. I nostri alloggi poi, ridotti alla più semplice espressione, vuotati di ogni cosa inutile, non son più che scatole da uomini, pronte alla grande immersione e alla curiosità della fauna degli abissi.

È uno schema di vita la nostra, e così conviene sia... Senza pesi è più facile il salto...

Ma il viverci dentro, dà oggi sensazioni nuove.

Io penso che due giorni or sono, un altro essere vivente simile a me, si muoveva in un ambiente identico a questo e forse nello stesso punto dello spazio che occupo io, perchè la sua nave doveva essere lunga press'a poco come la mia e il suo alloggio doveva essere verso il centro, come il mio.

Di questo mio predecessore nella morte io ignoro tutto: nome, volto, statura, tendenze, carattere...: so soltanto che gli uomini di mare hanno l'erosione comune della salsedine, nella pelle e nell'anima. Questo è tutto: eppure mai sentii più fratello un essere sconosciuto: e un'acuta potenza visiva che trae misteriosa origine da chiaroveggenze d'antivita o d'agonia, distese di là della nascita e della morte, me lo fa ora raffigurare con una strana sicurezza quand'era vivo come me, e com'è oggi, inerte al fondo del mare.

Bah! Aria! Facciamo aprire gli hublôts di questo alloggio, tenuti ermeticamente chiusi in navigazione onde impedire all'acqua di penetrare dentro più presto, in caso di sventramento per siluro o torpedini. Ecco: il marinaio ha compiuto la semplice bisogna e una folata di vento entra a disperdere aria viziata e visioni.

Ma che cosa dice? Che laggiù a terra suonano? Che sulle banchine è una folla multicolore che ballonzola e s'agita in gioia?

Non bisogna dar troppo ascolto a ciò che dicono questi uomini dopo una lunga navigazione. La presenza continua della morte tende troppo i loro nervi e bisogna scusarli se nelle prime ore di porto non ritrovano subito la logica.

Ma la mia incredulità silenziosa lo sconcerta: insiste: dice che gli sembra di vedere come dei carri stranamente dipinti ed addobbati; vuole che io guardi alla mia volta...

Ha ragione. Il binocolo precisa. Sono maschere, laggiù: e un'idea da lungo tempo morta, improvvisamente risorge da un involucro di antichi pensieri, come un fantasma sghignazzante da una tomba scoperta. È carnevale: il breve periodo di sincerità in cui l'uomo si proclama ad alta voce buffone...

Già: le sillabe cadono nei meati della memoria e ne fanno sprizzar su faville roventi. Carnevale! E viene voglia di sparir dalla terra.

IV.