Mar sanguigno (Offerta al nostro buon vecchio Dio)
Part 1
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GUIDO MILANESI
MAR SANGUIGNO
(OFFERTA AL NOSTRO BUON VECCHIO DIO)
EDITORI — ALFIERI & LACROIX — MILANO
_Proprietà artistica e letteraria riservata agli editori._
_Copyright 1918 by Alfieri e Lacroix — Milano._
_Stabilimento Alfieri e Lacroix — Milano, Via Mantegna 6._
LU SCÏÒ
(LA TETRA LEGGENDA DELL'ADRIATICO).
_It is an ancient Mariner...._ (COLERIDGE).
Sono intorno a me otto uomini vecchissimi che il mare da lungo tempo ripudiò. Da tuguri pieni di bimbi e d'immagini sacre, da giacigli posti tra reti rotte e detriti di barca, questi che non più altro chiedono alla vita che pace e sole, sono stati scovati ad uno ad uno con la promessa di un po' di vino; e col loro passo che non ha più fretta hanno varcata la soglia di questa villa seguendo docilmente il domestico attraverso il giardino e venendo a sedersi in silenzio nella stanza mia.
Le finestre son chiuse. Una pioggia orizzontale scroscia sui cristalli col selvaggio impeto delle pioggie di novembre, mentre le invisibili mani del vento scuotono, curvano e dilaniano le cime degli alberi, facendo sbalzar pazzamente la luce dell'interno lungo i toni di una scala cinerea. Così nell'ambiente a poco a poco s'aggrava un odore grasso e complesso sul quale pesce tabacco e catrame, aspri fattori primi, sormontano un odore più blando di chiesa troppo piena e quello indefinibile e più repulsivo della stoffa dei poveri, inumidita.
Ecco dunque un ben strano consesso intorno a me. Sono carni risecchite e scolpite dal sole e dagli anni, crani che appena fissati rivelano il teschio, occhi rossi, socchiusi dall'aver visto troppe cose, mani deformi e tremolanti che si agitano impercettibilmente nel silenzio dell'attesa: tutta una rovina organica irrimediabile e pronta a sparire. Ma per contrasto le alte spalliere delle poltrone damascate in verde cupo danno ad ogni corpo uno sfondo solenne; ed allora ognuno di questi vecchi che i miei sguardi investigano, perde per me il suo aspetto misero e m'apparisce come in trionfo. Un capriccio travestì e deformò dei dogi; i più vecchi dogi d'una Venezia stracciona...; ma dogi sempre...: chè se dalla scolorita giubba di uno manca ogni bottone, se uno squarcio riaperto nella mal fatta ricucitura mostra il gramo ginocchio di un altro, se un terzo sporge un braccio anchilosato da una manica sfilacciata, e se un altro, due altri hanno i piedi nudi, tutti comandarono navi ed uomini e tutti dal Cònero al Gargano dominarono l'Adriatico rastrellando pesce, questi analfabeti scienziati del mare, i cui sguardi flosci ora convergono nel mio come raggiera al centro.
Ci guardiamo e tacciamo. L'idea dei tanti anni qui dentro compressi mi opprime. Io quasi non oso sospingere il mio pensiero vivo tra tanti cadaveri di pensiero sepolti in questi crani; ed in me sopravviene come un'improvvisa fanciullezza sulla quale incombe di nuovo quel «rispetto dei grandi» che da bambini ci faceva così umili.
Far parlare costoro, raccogliere le loro leggende mi sembra ad un tratto una cosa impossibile. E poi, sarò compreso?
— Neanche per sogno! — mi dice nettamente un mio amico di qui che secondando il mio desiderio ha saputo scovare questi otto vecchi — ciò che resta dei più celebri marinai del paese — e si è offerto da interprete. — Bisogna lasciarli parlare come credono, partendo da un argomento qualsiasi e spingendoli a poco a poco dove si vuole. Vedrà che faremo presto. Diriga loro una domanda a caso... ma che susciti il loro interesse... Cerchi un po'...
Oh, allora è presto fatto. Interessar dei vecchi? Chi molto ha speso, pensa spesso a ciò che gli resta: qui, il vissuto e il da vivere. Scaldarli un po'? Basta chieder loro, per esempio, chi sia il più giovane...
Questa mia prima domanda, tradotta, suscita infatti un confuso coro di denegazioni discrete, accentuate da una mimica a scatti come di mal congiunte membra di legno: cercar di precisare la propria età li mette di buon umore, li ravviva comicamente: son risatine catarrose, titubanze, brevi scoppi di tosse...; ed anche colui che viene finalmente designato da tutti come il più giovane, sembra schermirsi da un fatto buffo che a torto gli venga attribuito: e ride scoprendo le caverne dei denti.
Ride perchè ha settantadue anni. Si chiama Antò, detto Picchinsù: e il cognome è inutile. Dice di conoscermi perchè un figlio di sua figlia, ora morta, fu imbarcato con me sulla _Varese_ e per i miei buoni uffici fu promosso sottonocchiere. Può darsi.
Ma ce n'è un altro che ride di più; Isè (Giuseppe) detto «La Botta» (il rospo), rattrappito infatti da un troncone d'antenna che gli cadde addosso in una notte di tempesta. Qualche parola che io non comprendo s'intercala nell'espressione del suo riso.
— Dice — mi spiega l'amico — che Antò è «nu frighì» (un ragazzo) perchè lui invece ne ha ottantasette...
Ottantasette! Un breve calcolo mentale scolpisce nella mia mente la cifra 1826 e mi porta a riflettere su una circostanza naturale e che senza nesso logico, ora mi apparisce come assurda: e cioè che quando nacque questo Isè «la botta», l'Aquila Cörsa era sparita da appena cinque anni...
Ma tutti gli avvenimenti della terra si fransero contro la prora della paranza di costui. Infatti alla domanda scherzosa se egli ricordi di aver sentito nella sua adolescenza nominare un certo Napoleone Bonaparte, l'uomo corruga le bianche sopracciglia, pensa, si sforza, ride... Se l'ha sentito nominare! Sicuro. Si ricorda benissimo di un tale che si chiamava Napoleò ma che aveva però un altro soprannome: non Bonaparte. Era padre di tre figlie... — come tradurre la rude parola sua? — uomaiole, le quali vagavano a sera per la pineta lungo la spiaggia, deviando dalla casa e dalla moglie i marinai ritornati dalla pesca...
— Isè, questo non c'interessa — interrompe il mio amico. — Non vogliamo sapere questo, Isè.
Ma il vecchio, preso ad un tratto dal suo ricordo risvegliato, non bada più a nulla, e testardo come bimbo continua:
— ... tre figlie che tutti i marinai alternativamente prendevano e maltrattavano: e che poi — prosegue abbassando repentinamente la voce — si rividero sempre dentro «_lu scïò_»...
— In che cosa? — chiedo stupito.
— Zitto! — Mi sussurra l'amico illuminandosi tutto. — Il caso ci aiuta. Mi pare che ci siamo.
Un silenzio: un silenzio intessuto dal sibilo dei respiri. Ma perchè tutti questi vecchi mi fissano, sorpresi alla loro volta?
— _Lu scïò!_ — mi si risponde in coro e con un tono confinante col rimprovero, così come merita la mia inverosimile ignoranza, non dissipata certo da una tale conferma.
— Ma guarda questi giovani! — sembra mi dicano otto paia di occhi divenuti improvvisamente vividi nel fondo delle occhiaie — Hanno carta e penna davanti, interrogano, pare che sappiano tutto, e poi...
— Parla tu, Isè — dicono varie voci, stridule, roche, bambinesche, sibilanti. Spiega tu a «lu patrò»[1] che è.
Ma l'uomo esita, sputa... repentinamente illividito. Con un gesto quasi incosciente leva un braccio per indicarmi le finestre su cui l'acqua scroscia... I ricordi napoleonici svaniscono d'incanto avanti alla strana parola, al terrore, al gesto di questo povero rimasuglio di celebre marinaio.
— Come? — insisto. — Vuol dire dunque tempesta questa tua parola?
No: è evidente che l'idea della tempesta raccorcia l'altra, la vera, tanto è amaro il sorriso che l'accoglie.
— Più, più... — brontola il vegliardo fissando i cristalli. — È cosa più temibile, più spaventosa...
— E parla dunque! — gli dice l'amico. — Tu sei il più vecchio e tutti sanno che ne hai viste e fatte d'ogni colore. Ma che cos'hai? — gli chiede, vedendolo chinar la testa tra le mani.
— Non si parla di queste cose, patrò; non se ne parla mai: e specialmente quando il tempo è cattivo: come oggi. Sono anni che non ne parlo più — risponde con fioca voce il vecchio. — Porta sfortuna.
— Sta a vedere che il famoso Isè «la botta» ha paura! Come le donne!
— Chi, io? — esclama il vecchio in un subito sussulto. — Patrò, Isè ha paura soltanto del vino cattivo. Quando non si vive più in mare «non c'è più bisogno» d'aver paura di niente. In mare, santi e madonne, e in terra, vino.
E rivolgendosi a me: — _lè bune lu vì tue, patrò?_ (È buono il tuo vino, signore?)
E ad un vago cenno d'assentimento: — _Mbè_ — dice —: _Nu lu sci viste maie tu, lu scïò?_ (Non hai mai visto, tu, lo scïò?)
— Mai.
Benchè io appartenga alla marina da guerra, sono di razza diversa e bassissima. Me lo dicono otto bocche mute, contorte da un ghigno di commiserazione.
L'abbagliante luce di un fulmine, seguìta da un fragore infernale, mi fissa per un istante gli otto vecchi in questa loro espressione, prima che una semi-oscurità li affondi di nuovo nelle loro spalliere verdi.
— Non l'interrompa più — mi consiglia l'amico. — Le tradurrò alla meglio le frasi difficili. Le riempia, le aggiusti lei....
* * *
_Quando innumerevoli stuoli di nuvole scure sembrano improvvisamente divenir pesanti e scendono e s'accatastano e s'addensano, premendo sull'orizzonte come alpi di piombo, già fredde e compatte in basso, ma ancora tormentate sulle vette da mal spenta fusione, l'Adriatico spiana ogni sua onda e s'illividisce tutto per un immenso brivido che gli porta via ogni colore._
_Le vele gialle e rosse delle paranze sciamate tutt'intorno al cerchio eterno che stringe l'esistenza dei marinai, prima risaltano di più e poi divorate da una tinta di inchiostro, spariscono a poco a poco. E se allora una nuvola unica sconvolta da un vento altissimo si distacca dal fondo e si mette a correre essa sola, tutta orlata di grigio nel profilo mutevole, e accenna membra di chimere, code paleontologiche e tentacoli mostruosi, le barche immobili sembrano gravitare di più nel mare immobile, acqua, legname ed uomini, materia e spirito stringendosi assieme per lo stesso spavento._
_Nell'aria morta, solcata da fulmini lontanissimi, lenti volano i gabbiani esagerando il bianco delle loro ali sullo sfondo nero; ma non gridano più; non possono gridar più; s'è prodotto un fatto soprannaturale; essi hanno improvvisamente cambiato natura._
_Come tutto il creato, d'altronde. Ciò che apparisce come cortina di montagne nere, non è più formato da nuvole ma da una ressa di miliardi d'anime accorse da ogni mondo e compresse l'una sull'altra in tal maniera che forarne lo strato è impossibile; perchè il mare deve rimanere inesorabilmente chiuso attorno alle paranze. Esso è divenuto ad un tratto, rotonda, sterminata platea di giustizia._
_E quella nuvola solitaria che spazia da sovrana su tutte le altre e che ha raccolto ogni tentacolo per aprirsi in alto come coppa diabolica ed allungare verso il mare una sola, acuta, serpeggiante propagine, non è tromba marina, non è meteora; essa è fatta di morti...; — quelli a cui noi marinai facemmo torto in vita — dice Isè — è spada; spada di Dio; ed il suo nome è Scïò._
. . . . . . .
L'uomo si ferma ansante sulla parola come per accentuarne la solennità. Mi guarda a lungo. Chiede da bere e vuota d'un sorso uno dei bicchieri di vino che il domestico ha preparati su un tavolo. Qualcuno lo imita timidamente: poi tutti vogliono bere e la loro ressa fa pena... Eccoli di nuovo ai loro posti, più soddisfatti, più aperti alle confidenze, come dimostrano i sorrisi sdentati, gli occhietti ravvivati e il coro delle raucedini.
Ah, dunque tutto ciò mi interessa molto? Stranezze di giovane: da giovane che scrive...
— Avanti! — incita il mio amico in tono impaziente.
. . . . . . .
_Ma in questa turba di morti si mescolano anche gli spiriti dei nemici vivi e di tutti coloro che vogliono nuocere ai marinai; è il demonio che ve l'incastra._
— Diamine!
— Che? Si può domandarlo a Silvie, «lu patrò della paranza de lu Sindache». Costui era riuscito con raggiri a soppiantare nel comando della paranza un marinaio carico di famiglia e che quasi ne morì di dolore. In mare, venne lo Scïò. Lo spaventoso dito nero che fa sprizzare e ribollire l'acqua non appena la tocchi, si mise a girare intorno alla paranza stringendo gradatamente le sue spire e circondandola come con un muro di zampilli bianchi altissimi. Improvvisamente si volse verso la poppa, dove Silvie, al timone, tremava. La barra fu spezzata e gli agugliotti di ferro si torsero: preso da un turbine di spuma, l'uomo fu gettato sul ponte; e cadendo col viso in alto, vide trasvolare vicino a sè il volto ghignante del nemico, mentre si sentiva strappare presto presto a manate feroci tutti i capelli. E allora svenne... e fu calvo per sempre. _Sci capite, patrò?_ (Hai capito, signore?).
. . . . . . .
Sì, nello Scïò sono anche i vivi, non v'è dubbio. Infatti...
— ... Infatti — interrompe bruscamente un tale che ha un cranio d'avvoltoio e si dimena sulla poltrona per improvvisa ilarità — io gliela feci bella a _Nazarè lu sborgnò_ (l'ubriacone) quando per avergli dato dei pugni all'uscita dalla messa a causa di una certa _Cuncè_ (Concetta), mi apparve davanti nello Scïò a dieci miglia da terra, tra Grottammare e Pedaso. Ah! — prosegue soffocato da un riso che gli scopre le gengive violacee — questo gli feci!... Ed il suo braccio s'agita in aria per un gesto infame. — Questo! E come sparì subito! Subito sparì!... Ah! Ah!
Strangolato dalla tosse, l'uomo che ha interrotto si riaccascia. Ridono tutti. Un leggero freddo mi prende. E l'altro continua...
. . . . . . .
_Passano nello Scïò uomini, donne, bambini. Gridano disperatamente e la loro voce unita forma l'urlo della raffica. Sono vestiti di bianco e s'avvinghiano talmente tra loro da comporre un'unica colonna che dalla superficie dell'acqua s'alza, s'alza, s'allarga e si perde nel cielo, nel grigio delle nuvole. E tutta la colonna turbina su sè stessa come fosse un asse, ma un asse molle che possa inflettersi, oscillare, raddrizzarsi, fremere, spostarsi parallelamente a sè stesso con velocità prodigiosa._
_E nulla le resiste. Ciò che una suprema giustizia decreta, è compìto dallo Scïò con precisione matematica. A Porto Recanati vuota dei loro equipaggi due paranze nuove e ne uccide gli uomini, ma restituisce intatte le due navicelle al loro proprietario, arenandogliele su soffice letto di sabbia. A Porto San Giorgio inghiotte il solo «patrò» di un'altra paranza, sradicandolo dalla sartia alla quale s'era abbarbicato; ma non torce un capello a nessun altro. A San Benedetto del Tronto succhia un giovane da una barca e lo trascina in aria con sè. Mille braccia morte lo sospendono, lo stringono, lo strozzano...; e vien ritrovato malmenato cadavere sul declivio del monte di Presiccie tra Grottammare e San Benedetto._
_Ed una barca segnata a nero dallo Scïò è rinvenuta carica di sassi alle foci dell'Albula, mentre tutto il suo equipaggio si salva. E di un paio di paranze intente alla pesca, una sola ne prende che per «patrò» aveva tal Tommaso Spazzafumo, uomo perverso, annegato senza traccia insieme a tre suoi figli..._
_È dunque inesorabile lo Scïò, ma non eccede e non isbaglia. Questo mai._
* * *
_Chi si sente colpevole, chi ha nella coscienza i carboni accesi del rimorso, può sperar grazia dallo Scïò raccomandandosi a Dio, promettendo pentimenti, risarcimenti, futura vita d'espiazione?_
_No; non può sperar nulla da Dio. Lo Scïò è già giustizia lanciata, è già irrevocabile volontà di Dio; non può più fermarsi; deve giungere come fiume alla foce, deve cadere come per legge di gravità devono cadere i pesi. Non c'è che un'unica via di scampo, ma richiede circostanze eccezionali e coinvolge la dannazione. Chi l'usa è irrimediabilmente preda del demonio. Il suo corpo vive ancora sulle paranze, getta le reti, serra o borda le vele, gira gli argani, ala le cime, parla, si nutre, avvista le terre e i fari lontani, ma la sua anima brucia nelle fiamme eterne e si contorce tra tutti gli spasimi promessi dalle varie religioni, tutte ugualmente prodighe in questo._
Ed ecco ora che cosa necessiti per fermare uno _Scïò_. Bisogna che a bordo vi sia un marinaio «primo nato» in famiglia e che questi possegga un lungo affilatissimo coltello da beccaio. Egli deve conoscere le misteriose parole che «offendono Iddio» e che, dettate dal demonio al primo marinaio che navigò l'Adriatico, attraverso una sottile fila d'uomini depositari del segreto, di generazione in generazione pervennero a lui. Egli è dunque elemento prezioso e rarissimo e generalmente non rivela sè stesso che al momento stringente del bisogno. Allora il denaro compenserà la salvezza della paranza e l'intercessione della Madonna di Loreto, scongiurata nei pellegrinaggi di settembre, ridarà forse pace all'anima compromessa.
Al sopraggiungere dello _Scïò_, l'iniziato resterà solo in coperta, fronte alla colonna d'anime turbinanti e coltello denudato alla mano. Poscia, gridando le parole magiche che sa e frammischiandole a bestemmie oscene, taglierà più volte «nella» meteora muovendo orizzontalmente il braccio avanti a sè e tenendo il corpo chino. Basta. Come fossero state tolte ad un pilastro le pietre di base, l'orribile turbine crollerà, si dissolverà, sparpaglierà per il cielo le anime a gruppi spauriti che chiederan rifugio alle nuvole. Un trionfo, dunque: nel quale però arderà in un sol tratto tutta la fede cristiana del tagliatore, lasciando cenere.
E non si può nemmeno presagire con certezza che cosa possa derivare da un simile atto sacrilego.
— No: non si può... — dice Isè «la botta» mentre il fragore d'un fulmine copre la sua debole voce. — Beatissima Vergine della Santa Casa, proteggetemi voi! — aggiunge tremando, ed accompagnando la sua invocazione col gesto cattolico dello scongiuro, accennato dal pollice destro trascorrente giù dalla fronte alle labbra. Un nuovo lampo lo illumina nella maschera livida, resa spaventevole dagli occhi vitrei e dalla bocca socchiusa.
— Da bere! — dice ansando. E dell'altro vino tracannato in fretta, passa a larghi sorsi visibili nella sua gola flaccida.
Ciò sembra rasserenarlo.
— Via! — mormora tentando un abbozzo di sorriso e accennando un gesto inteso a scacciare il proprio terrore. — Maledetta la vecchiaia e viva il vino!
— Perchè hai detto che non si può prevedere che cosa avvenga dopo tagliato uno Scïò? — gli chiede il mio amico, senza dargli requie.
— Ah! Ah! — ghigna il vecchio esaltandosi improvvisamente. — Tu hai detto che Isè la Botta ha paura? Ragazzo, ragazzo bello, sta a sentire se ha paura.
... Io ero tagliatore di Scïò... Già: proprio! — dice, squadrando i vecchi ad uno ad uno come a sedar la paurosa meraviglia che si disegna in ogni sguardo. — Io ero tagliatore di Scïò: e alla burrasca del due di novembre...
— Come? — interrompo — è una data fissa?
— Si capisce. Tutti gli anni c'è la burrasca del giorno dei morti. Non ne abbiamo due oggi? Embè? Guarda là...
Indica una finestra, mi scruta con commiserazione quasi irritata, e prosegue:
— ... e alla burrasca del due di novembre, a bordo della «Marietta bella», fui richiesto dell'opera mia. Tutto andò bene. Però la bora ci costrinse a buttarci verso la costa dalmata e prendemmo ridosso a Fiume. Pesce non ne avevamo, perchè al largo il mare furioso ci aveva impedito di gettar le reti, e poi perchè nella zona di calma vicina a terra, _la gettata non diede che ossa di morto..._
— Che?
— Auff! Sì. Ossa di morto. _Nu lu saie, patrò? Quando si pesca nella notte dei morti, non si trovano che coccie (teschi) e ossa..._
— Amen! Sta bene.
— ... Avevamo dunque ben poco da fare a Fiume; ed io con le cinquanta lire guadagnate per il taglio dello Scïò, me ne andai a terra per disperdere alcune immagini nere che mi giravano in testa. Orribili immagini! — dice come parlando a sè stesso — perchè...
Ma uno di quegli improvvisi silenzi dei vecchi nei quali pare spegnersi per sincope la loro volontà e che un brontolio incomprensibile conclude, gli torce le noccute mani e non ci spiega questo perchè.
E per la terza volta l'uomo — il resto d'uomo — chiede forza al vino.
Io non so più se abbia maggiore interesse per me la narrazione o il narratore stesso. I pensieri dei giovani sono brevi, sinceri e massicci: quelli dei vecchi, lunghi, complicati e minuti. L'anima di chi troppo ha vissuto è rimasta forata da gallerie tortuose, franate qua e là e nelle quali la luce non può più penetrare.
Ora io studio questo povero essere che mi sta davanti e lo seguo, sì, nelle sue oscillazioni dalla spavalderia all'abbattimento, ma è come indagassi nel grigio d'una nebbia. Che cosa sono queste pause, attorno alle quali, come attorno a rocce, ribolle e si frange la stanca corrente del suo ricordo? Di quale impossibile minaccia trema? Ah! ogni vecchio è veramente problema già risoluto ma del quale si è perduta per sempre la risoluzione!...
Ecco: la corrente si riforma, s'avvia... Il tagliatore di Scïò ridiviene sprezzante, parla di nuovo...
— ... Tutto voglio raccontare a questi ragazzi curiosi, tutto. Paura io?... Appena disceso sulla banchina, un uomo che non avevo visto mai mi venne incontro con la mano tesa. «Siamo entrambi marinai» — disse «Andiamo insieme». Certo che era marinaio: vestiva come me; e se non era proprio di San Benedetto del Tronto, doveva esser di qui vicino perchè parlava quasi come me. Ed era cieco da un occhio per causa recente, giacchè intorno alle palpebre aveva del sangue appena ristagnato.
Andammo insieme.
— Da dove vieni? — gli chiesi.
— Da un paese tanto lontano e che tu non conosci.
— E dove vai?
— Ritornerò laggiù.
— La tua paranza?
— Si chiama «Niente».
Tra noi marinai non usa farsi tante domande. Viviamo tutti nello stesso modo. Oggi si è qua, domani là... Ci è indifferente dove si sia e dove si vada. E poi questo sconosciuto si mostrava così amabile con me da rendere inopportuna ogni diffidenza. Mi offrì sigari e _slivovitz_ senza voler accettare nulla da me, cosa che però m'annoiava, tanto più che col mio biglietto in tasca mi sentivo ricco.
Verso sera, stanchi, andammo a pranzare insieme. Bevemmo molto: e quando si trattò di pagare:
— Sta a me — dissi io.
— Niente affatto. — mi rispose. — Devo pagare io.
— Credi forse che io non abbia denari? Guarda qua. — E misi sul tavolo le cinquanta lire.
— _Già sapevo che tu le avevi._ Riprendile: rimettile in tasca.
— Tu devi essere ubbriaco. Come lo sapevi?
State a sentire che cosa mi rispose. Mi rispose così:
— Marinaio: io passai nel vento ieri vicino alla tua paranza e ti vidi col coltello in mano. Io udii le parole tue e ricevetti io il primo colpo che vibrasti... Ero nello Scïò, MORTO TRA MIGLIAIA DI MORTI. Tu mi colpisti qui in quest'occhio: guarda: questa è ferita tua. Non l'avrei ricevuta se tu avessi dette esattamente le parole che «offendono Iddio»; ma non fa niente: bene o male hai distrutto lo Scïò che mi trascinava da anni. Ora sono anima libera e il vento non mi piglia più. Chiedi alla tua Madonna di Loreto che ti protegga. Addio.
E vicino al suo posto, ad un tratto, vuoto, rimasero dieci lire.
Venne il cameriere: un biondo con gli occhi chiari, viso largo e i baffi all'ingiù.
— Paga lui? — chiese. — Devo dargli il resto. Dov'è andato?
Che dovevo rispondere?
— In Paradiso — gli dissi.
Sbagliai. «All'inferno!» dovevo dire. Io avevo mangiato e bevuto col demonio. Ero dannato.
L'uomo biondo si mise a ridere e mi chiamò ubbriacone. — Canaglia! — gli dissi io. — Canaglie siete voialtri marinai «dell'altra riva!» — mi ribattè lui. — Ah, per l'anima di tutti i Sambenedettesi che s'è pigliati il mare, tò, eccoti un regalo dell'altra riva! — urlai: ed afferrata pel collo la bottiglia dell'acqua che era piena, gliela spezzai in testa. Prima spalancò gli occhi, poi li richiuse a poco a poco, aprì la bocca, mi chiamò assassino e cadde.