Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana
Part 9
Il servo allora condusse il conte per molti corritoj, e pervenuto finalmente a una porta, bussò, dandosi a conoscere; una voce acuta, fessa e tremolante domandò che cosa fosse.
--È l'illustrissimo signor conte Mandello che è venuto in palazzo a sedare il tumulto, rispose il servo.
Allora l'uscio fu aperto, e il conte entrando vide una camera assai poveramente addobbata, una vecchia fantesca in piedi, e la contessa seduta. Nella camera non c'era che una tavola, due seggiole, un inginocchiatojo, un Cristo in croce e un grosso libro nero. Il Mandello girato l'occhio intorno:--Mi maraviglio, disse, che voi ve ne stiate in questo sozzo bugigattolo, mentre la canaglia sta contemplando il proprio ceffo ne' vostri specchi e saltando, sfilaccia il velluto delle vostre sale.
--Capirete dunque, ella disse, che se si continua di tal passo, non c'è più che la fine del mondo.
--Questo potrebbe darsi, contessa; pure avrete la bontà di confessare, che il torto, ben più che d'altri, è vostro questa volta,
--È mio? Chi vi può capire?
--Date per amore quel che vi cresce, contessa, che nessuno verrà a prenderselo per forza...
--E che dunque avrei dovuto fare?
--L'opposto di ciò che avete sempre fatto.
--Sentite, conte, se siete venuto qui per farmi ingiuria, potrete anche andarvene.
--Son venuto qui per dirvi, che mettiate da canto ogni paura, che quel ch'è successo è successo, e se alla vostra cassa si cavò il sangue, non sarà cavato a voi; questo voleva dirvi.
--Dunque tutto è perduto?
--In che modo? se tutto è guadagnato invece.
--Che cosa dite? Io non vi comprendo.
--I tempi sono assai scarsi, contessa, e se la povera gente levò stassera la muffa ai vostri ducati, che da quest'ora prenderanno aria e circoleranno a furia, è innegabile che molto siasi guadagnato; ne dovrete convenire anche voi...
--Andate; voi siete più tristo di tutti costoro. Andate, lasciatemi in pace una volta.
--E in pace vi lascerò; soltanto badate a ringraziarmi, e fate che la lezione vi giovi. Io vi auguro la buona notte.
E il conte ghignando, si tolse di là e uscì di palazzo.
Liberatosi che si fu dalla folla, che ancora innondava quella contrada, pensò che poteva ancora recarsi alla casa del conte Besozzo, dove si raccoglievano i patrizi che stavano pel duca, ossia i patrizi ghibellini, e l'un passo dopo l'altro in fatti, attraversando lentamente buona parte della città, per osservare quanto ci si faceva dal popolo in quella straordinaria circostanza, pochi momenti dopo ch'eran cessati i rintocchi della campana grossa de' Mercanti, si trovò sulla piazza di S. Ambrogio, dov'era il palazzo Besozzo. Ma in quella ch'egli stava per entrarvi, ne uscirono appunto in folla quei che vi si erano raccolti, e le parole e le esortazioni e i diverbi e le dispute continuavano ancora nel loro massimo fervore.
Il Palavicino quando s'accorse del conte Galeazzo:--Sei giunto in tempo, gli disse, ma fu peccato che tu non abbia potuto udire le calde parole del vecchio Besozzo.
--Per quanto io abbia stima di questo vecchio onorato, rispose il conte, pur non credo d'aver nulla perduto, che quando uno ha fermo il suo partito, le esortazioni sono inutili, e quand'uno ha in animo di far l'opposto, altro che parole ci vogliono, caro Manfredo. Dunque che cosa avete stabilito?
--Nulla che tu non sappia per verità. Domani all'alba ci raccoglierem tutti in castello.
--E non c'è a far altro?
--Null'altro, io credo, fuorchè a menar le mani da valorosi, quando sarà il momento.
--E questo è ciò che faremo, se non foss'altro, per mantenere l'esercizio.
--Per questo solo?
--Credo bene che basti; il berretto lo portai sempre alla mia foggia, nè a' guelfi nè a' ghibellini è mai riuscito d'iscrivermi nelle loro tabelle; la mia cappa non ha colore... per adesso almeno.
Ciò detto, accompagnatosi con Manfredo, e ripercorsa con lui buona parte della città, come la notte fu innoltrata, e i cittadini anche i più turbolenti, si riducevano alle case loro, e Milano tornava tranquilla e silenziosa, se ne venne al proprio palazzo. Qui strettasi la mano:--A rivederci all'alba! sclamarono i due amici, e si lasciarono.
CAPITOLO VIII.
Licenziatosi così il Palavicino, e pensato se avesse dato ordine a tuttociò che gli sarebbe abbisognato per il giorno successivo, si ridusse anch'esso finalmente alla sua casa, eh'era in via a S. Erasmo, contrada che ora non esiste più, ma che doveva, senza dubbio, trovarsi lì fra quelle di Borgonuovo e dell'Annunciata.
Il giovane, nel far la via così solo, si sentiva nell'animo un peso, un'arrovesciatura, una, a dir così, presaga tristezza che, a lui medesimo, riuscivano assai strane. Era quella, per dir vero, la vigilia dì un gran giorno; pure non era la prima volta ch'esso trovavasi in simili contingenze; nè al mondo vi era uomo di lui più coraggioso e men curante della vita, ma la cattiva condizione della città sua, le parole che in quel giorno aveagli detto il Morone, alla cui straordinaria conoscenza delle cose bisognava pur credere, lo mettevano in gran pensiero.
Considerava poi come e quanto dall'esito della vicina battaglia, dipendesse l'assoluta destinazione del resto del viver suo per quanto spettava la figlia del Bentivoglio, signor di Bologna, il quale, se Francia avesse trionfato, com'era a presumersi, mai non sarebbesi indotto, nella speranza di più alti destini, a concedere la propria figlia ad un semplice gentiluomo. Con questi pensieri giunse finalmente alla soglia del proprio palazzo; ma qui, tentato da un altro improvviso pensiero si fermò di tratto e fu a un punto di rimettersi in via. Gli era entrato il desiderio di recarsi ad una tal casa, dove soleva praticare la madre sua, a prender commiato ed a ricevere la materna benedizione prima della battaglia. Considerando però che innanzi a quella donna, alle parole, al pianto di lei, non avrebbe potuto star saldo, e se ne sarebbe allontanato più tristo che mai, fermò non farne altro, e senza più salì nel proprio appartamento.
Dati alcuni ordini al servo che gli faceva lume, ed esaminate con lui parte a parte le sue armi, ch'eran già preparate, non avendo a far altro, lo licenziò raccomandandogli gli entrasse in camera due ore prima dell'alba, e si chiuse dentro disponendosi a buttarsi così sul letto per quelle ore che rimanevano.
Allora, accostatosi così per caso ad uno de' finestroni che rispondevano sulla contrada, ed erano aperti, gli giunse all'orecchio, proprio dal piede del proprio palazzo, un barattar di parole frequente e vivacissimo tra molte persone quasi si stesse a porre in consulto alcuna cosa di gravissimo momento. Per essere l'ora ben tarda, e la via tra le più remote e silenziose della città, si poteva intendere benissimo qualunque cosa vi si dicesse; pure il Palavicino non vi avrebbe già prestato orecchio, se l'importanza del soggetto non avesse alquanto fermata la sua attenzione.
--Quel che oggi non è ben pensato, diceva uno tra gl'interlocutori, non sarà fatto domani, credetelo a me, e se adesso non si piglia di tratto il partito pel crine e dubitiamo ancora di porci al soldo de' Francesi, e di strappare dal nostro berretto la penna di Ghibellino non saremo per far mai cosa buona in vita nostra, e sarem sempre; quel che or siamo, se per giunta non si andrà di male in peggio.
--Io per me il mio partito l'ho preso, diceva un altro; stanotte prima che battano otto ore in castello, mi porrò in via fuori di porta romana, e domani avrò la borgognata in testa e i gigli di Francia in petto. Tant'e tanto uno di questi dì, dopo essermi guardato attorno ben bene, nè trovando uno spiraglio, avevo già fermo lasciarmi andar giù per l'Olona e finirla. I debiti son tanti, amici cari, che mi vorrebbero dieci anni di lavoro e di vita allo stecco, per rimettermi così sulle ginocchia, chè in piedi già non mi rimetto più. In quanto poi al marcire nelle prigioni della Malastalla non me ne sento volontà per adesso. Aiutati che t'aiuterò, e se non colgo questa bell'occasione, io son rovinato per sempre.
--Io poi non ho nè debiti nè altro, entrava a dire un terzo; e se volessi dire che mio padre mi dia scarso appuntamento, direi quello che non è. E mio zio mi vuol pure un gran bene, ed ha un poderetto qui fuori a tre miglia, con prati a marcita che rendono una bella sommetta. E non è tutto; il padre di mia madre mi ha promesso la sua casetta col cavalcavia a San Prospero, purchè mi faccia addottorar presto e diventi un gran sapiente; ciò che tanto desidera mio padre e lo zio, e mia madre anche. E cosa che fa poc'onore, e può anch'essere una fatalità, ma io non la penso così; in prima quell'aria morta di Padova è ancor più viziata di questa nostra, e le toghe dei professori mi guastano il sangue; poi se penso all'eredità, sto fresco...è come la terra promessa...ed io non mi sento di viaggiar quarant'anni, perchè, in quanto allo zio, se non è gran fatto giovane, non ha però un acciacco che prometta bene, e quantunque il nonno, se si guarda agli anni, sia ben decrepito, pure a desinare si mangia ancora il suo buon capponcello, e appoggiato al suo bastone di pino, fa tuttavia il giro delle mura a piedi che è tutto dire. Dunque vedete, s'io non vengo con voi domani, penso che a simil vita non si dura; l'inspirazione non può esser migliore, tu saldi i debiti, e a chi tocca tocca, ed io diserto casa, parenti, professori, e, viva Dio!...Ma tu...che gran diavolo volgi in testa ora?...parla e spacciati presto.
--Di che ho da spacciarmi io, per la Madonna! Il mio pensiero l'ho detto, e sto sodo. La condizione mia vuol così, e tal sia. Vadasi presto, e si faccia quel che si ha a fare... Già l'opera è bella veramente, l'opera è santa: mettersi a mangiar lardo insieme a quei bestioni di Borgogna, e tornar qui con loro a far man bassa sui nostri senza modo e senza pietà. Oh! va benone...ma l'hanno voluto, lo vogliono, e tal sia, ch'io non son già quello che possa cambiare il mio destino maledetto... Ho moglie e figli che non han pane, e pel fallito non c'è più credenza qui, no... Ma la recherò io la buona credenza, e ci sguazzeremo, perdio! Presto sarò di ritorno qui, e la vedremo... Dunque, come t'ho detto, sprechi il fiato a interpellarmi me...
--E tu, continuava lo studente, volto ad un altro che mai non aveva parlato, che cosa dici?
--Dico che ci ho bell'è pensato.
--E così?
--E così, verrò con te dimani.
--Bravo; ora sei uomo, ed io t'assicuro che ogni tuo danno sarà per volgersi in bene.
--Sentite adesso: giacchè siam tutti d'accordo, prendiam tosto per San Donato che sinchè si è qui, i pentimenti possono ancora guastare i savi disegni.
--Ben pensato... Ma e voi, che state a far lì tutti d'un pezzo?... Ohe! dormite?
--Per me ho promesso di venire al campo, e ci verrò, ma a un patto.
--A quale?
--Che di Francesi non voglio saperne, e starò pel duca.
--Bella questa... Ma sai tu perchè si ha ad uscire di città?
--Per tentar la fortuna, lo so benissimo.
--Ma la nostra fortuna, devi sapere, quella del duca non già, che si starebbe freschi...
--Chi lo può dire?
--La cassa del duca che è vuota, lo dice.
--La città che per lui corre pericolo di fallire, lo dice.
--I signori che mal si comportano questo pazzo duca, lo dicono.
--Ma se gli Svizzeri che stanno per noi...
--Pel duca, vuoi dire.
--Ebbene sia...dunque dicevo...se gli Svizzeri vinceran domani, come han vinto nel 13 a Novara, che avreste voi fatto?
--Un mal passo, no certo, che chi s'accosta alla Francia fa sempre guadagno, e guardiamo il Trivulzio...
--Viva il Trivulzio!
--Certo, il Trivulzio, ed io non ci pensavo.
--Considerate ora voi che accoglimento ci vorrà fare il maresciallo.
--La nostra fortuna è dunque fatta.
--È fatta; non c'è più dubbio.
--E fa conto che tornerai presto, vestito da capitan borgognone, e invece di corone col s. Ambrogio, piattonate a' creditori che ti verranno dappresso colle solite noje.
--Ma il diletto di metter sossopra i banchi delle scuole del Calchi dove il Calcondila mi ha fatto tanto dormire quando spiegava Omero, credo lo lascierete a me solo.
--Presto dunque via di qui e in cammino, ch'io già mi sento arder tutto d'un fuoco inusitato.
Nel momento che costoro, senz'altre parole, già si disponevano ad allontanarsi di lì, svoltò il canto una figura lunga e magra, la quale, a capo chino, a passo tardo, strascinando un bastone, presso a poco nell'attitudine con cui Fingallo, perduta la battaglia, traevasi dietro la lunga sua lancia, e se ne veniva innanzi radendo il muro del palazzo.
Quando fu presso a quel crocchio di giovani, lo studente, osservatolo così alla sfuggita e riconosciutolo, lo chiamò per nome.
--Ohe, Pierin da Sesto, buon'anima, dove vai tu così solo a quest'ora e per queste contrade, dove non vi suol mai bazzicare anima viva?
Quella lunga figura stette così un momento senza parlare, poi rispose:
--Buon dì, e buon anno, caro signore; aspetto mezzanotte, e vado così, non so io ben dove: ma sono in compagnia dei miei pensieri.
--Non mi sembra allegra gran fatto la compagnia; ma come va coll'arte?
--Di male in peggio, sempre un di più dell'altro, e tanto che stavo ora appunto mettendo il partito d'uscir di qui, ove non c'è più un fil d'erba, e andarmene altrove a cercar fortuna.
--Diavolo, siam già a questo punto?
--Sono tre mesi, caro signore, che la miseria d'una corona non ha voluto entrarmi in saccoccia, e a quel poco che avea messo da parte lavorando con maestro Bernardino, oggi per l'appunto ho dato l'ultimo colpo, e domando io come s'ha a fare? Maestro Bernardino, se n'è andato in giù infino a Parma, chè anche lui che è lui non trovava più a far bene qui. Il curato di San Pietro all'Olmo che dilettavasi darmi ogni tanto qualche tavola a dipingere, ora non mi da più che pareri e consolazioni anche sin che ne voglio; ma dice che per adesso non ha altro a comandarmi, che i Francesi son qui alle coste, e i proventi dell'orto e della vigna quest'anno andranno in bocca al diavolo. Il conte Beroaldo e il Gabaloita marchese, che mi aveano comandato facessi loro qualche bel nudo, sono andati in villa, e chi n'ha toccato n'ha toccato. Dunque vedete a che mal termine son io, e se a Sesto non avessi mia madre, che è ben vecchia, il mio partito l'avrei già preso. Ma come si fa?...
A tali parole si volse a lui quello tra i socii che sappiamo non aver molto ben nette le sue partite coi creditori, e:
--Amico, gli disse, dammi la mano e ringrazia Iddio, che se le tue saccoccie non hanno peso, pure c'è qualcheduno qui che può ancora benissimo invidiarti. Dammi la mano, e pensa ch'io dovrei darmi attorno una decina d'anni, Dio sa con che fatica e struggimento, per ridurmi ad averne quanti ne hai tu adesso.
--Non vi capisco bene, caro signore, ma dovrebbero esser debiti i vostri....
--Dovrebbero.... Tu dunque cercavi compassione ed hai trovato invidia, ma ora volevo dirti, che se Dio manda i malanni, manda anche le inspirazioni buone, ed è la tua fortuna appunto che t'ha fatto passare per di qui stassera. Ed ora vedrò se posso darti un tal parere, quale il tuo curato non ti avrebbe mai dato in mille anni.
--Io v'ascolto tutto pieno di speranze, caro signore, e dite pure.
--Vedi tu in quanti siam qui?
--Lo vedo benissimo.
--Siamo in dieci.
--È un bel numero.
--Tutti assai giovani, tutti benissimo in gambe, e tutti, se pure non vuoi fare eccezione di questo bel giovane (e batteva la spalla dello studente), al quale l'esser grande e grosso e pasciuto come una vacca spagnuola, non impedisce d'essere poi leggero come una penna di gallina; tutti, dicevo, gettati sgarbatamente dalla fortuna in mezzo al mondo, felici e protetti come i ronzini del procaccia, o come i botoli stizzosi di Bologna, a cui, ne' dì della canicola, si fa quel trattamento che tu sai; galantuomini tutti ai quali è assai ben nota la parrocchia ove si è stati battezzati, ma se in sajo o in cappa ci corrà la morte, e quale de' quattro venti si porterà la polvere de' nostri dieci carcami, è quanto sta ancora nascosto in un fitto bujo che fa perdere l'allegria; tutta gente inoltre che vorrebbe esser qualcosa di ben considerabile al mondo, ma che, fino ad oggi almanco, è qualche cosa assai meno di niente, e non si può dire non siasi data attorno con fatica cocente, che, per la pura verità, ne sentiamo ancora i trasudori alla camiscia. Ma tu sai la storia de' quattro apostoli in marmo di Viggiù che il Calzago scultore donò al comune di Milano; sai che son corsi sei anni buonamente, e a quelle quattro statue la compagnia del Breghetto non ha ancora saputo trovare una nicchia, che non par vero; e intanto son là in piazza e su d'esse piove, tira vento, nevica e tempesta, senza l'incerto di una quantità considerevole di sassate, tanto che a quest'ora non han più nemmanco il naso. Ebbene: guardaci ora noi, amico dell'anima mia, guardaci e piangi a caldissime lagrime di pietà, che noi siam veramente il ritratto al vivo di que' poveri apostoli e non abbiamo la fortuna d'esser di sasso... Larghe spalle però, grossa pelle e coraggio, il buon Dio non ci lasciò mancare; stamattina poi la provvidenza ha fatto capolino, e così in barlume e a mezza bocca ci ha insegnata la via maestra. Senza por tempo in mezzo, noi siam dunque in volta pel campo francese a cercar fortuna.
--Pel campo francese?
--Così è, amico, e penso adesso che tu potresti fare il medesimo e venire con noi. Di giorno menar le mani a buona guerra come gli altri; di notte, a chiaro di lampione, ritrarre col rossetto in carta le faccie lustre e violette de' caporali ubbriachi. La sorte che a te si para innanzi è tale da perderci la testa dietro al solo pensarci, e considera che que' baroni francesi han gigliati e fiorini d'oro a staia e non la guardan pel sottile, e c'è anche il re che vuole un gran bene all'arte. Soldato dunque e pittore, sbrigati presto e vieni con noi.
--Quel che mi dite, mi persuade moltissimo, caro signore, e son tutto tentato di venire con esso voi senz'altro; ben è vero che se resto sul campo....
Qui la gioia che le parole del nuovo amico gli avevano messo in cuore al primo, fu tosto annuvolata da un pensiero, onde soggiunse:
--Mia madre per altro non ha altri che me al mondo, e s'io non gliene mando, vedete bene....
--Aiutati che Dio ti aiuterà, Pierin da Sesto, e vieni con noi, così in poco tempo ne avrai messi insieme abbastanza da sostentare la madre per tutta la sua vita.
--Ebbene, andiamo s'ell'è così, rispose.
Ma qui un altro pensiero gli si attraversò improvviso, e disse:
--È dunque al campo francese dove dobbiamo andar noi?...
--Dove vorresti tu? Diavolo.....Ma cosa pensi?
--Non penso nulla....ma, dico, come la facciamo col dovere e coll'onore?
--Tu dici delle sciocchezze, Pierino; di che onore intendi tu?... Hai tu detto il vero che ora sei secco affatto, e che tua madre aspetta? Amico caro, credilo a me, che avrà un bell'aspettare la vecchia finchè tu resti qui.
--Sia dunque come volete allora, disse il pittore risoluto, io sono con voi.
Tutti si tolsero di lì.
Allorquando eran questi ancora nel massimo caldo della disputa, il Palavicino, che ne aveva compreso quanto bastava, tutto agitato da quel suo zelo ardentissimo pel paese e per gli Sforza, tentato, chi sa, da che inspirazione, trasse il campanello e chiamò il servo.
Come questo si trovò nella camera, le voci dei giovani si udivano ancora nella contrada abbastanza alte, e in ultimo quella di Pierino da Sesto.
--Odi tu costoro? disse Manfredo al servo.
--Li odo benissimo.
--Senti questa voce? è quella del pittore Pierin da Sesto, che tu devi conoscere.
--Lo conosco di fatto.
--Fammi dunque un piacere; va abbasso... aspetta... sento che si allontanan già. Spicciati presto dunque, e va sui loro passi. Di' al pittore che lo saluto, che ho bisogno di parlargli, che ne ho grandissimo bisogno, e tosto. Va, e fa presto.
--Vo subito.
--Senti; avresti a tentare, se mai ti venisse atta una cosa; parlargli così alto che t'abbiano ad udire anche i suoi compagni.... e se fosse mai possibile.... di' insomma a tutti quanti che li attendo qui, che vengano liberamente, e che.... conduci insomma le cose in modo che non abbiano a rifiutarsi. Va, e fa presto.
Il servo parti.
Quando i giovani furon al canto della contrada e stavan già per isvoltarlo, odono una voce:
--Messer Pietro.
Tutti si volsero, e il pittore per il primo.
--Il signor marchese vuol parlarvi, messer Pietro, continuava quella voce, e v'aspetta su in camera.
--Il marchese?.... Oh sei tu? soggiunse poi il pittore a un tratto come riconoscendo il servo. Come sta il marchese?
--Sta bene e vuol parlarvi; venite presto che non ci vorrà gran tempo. Anche loro signori possono benissimo entrare, che il marchese li conosce, e avrebbe bisogno dir qualche parola anche a loro.
--A noi? dissero ad una voce.
--Questo non può essere che uno sbaglio.
--Non è uno sbaglio altrimenti, vengano con me, che siamo a dieci passi dalla casa, ed è cosa subito fatta.
Tutti si guardavano in viso molto perplessi.
--Come mai, entrò a dire uno di loro, il marchese può aver bisogno di noi? e soggiunse poi subito rivolto al servo:
--S'ella è una qualche burla che tu ci voglia fare, ti avverto che sarebbe in malissimo punto. Ben è vero che so chi è il marchese, e lui mi risponderebbe di te. E così, disse poi a' compagni, volete o non volete? Non ci bisognerà più d'un quarticello d'ora, e non è gran perdita.
--Andiamo! via....ci vuol tanto?...soggiunsero tutti in una volta a quelle parole, e senza più si accompagnarono al servo. Per dir vero, la curiosità fu quella che più che altro li spinse fortemente a seguire i passi del servo del Palavicino, d'altra parte poi non v'era nessuna cagione che li potesse far timorosi dell'accostarsi al marchese.
Così quei dieci giovani furono introdotti dal servo, l'uno dopo l'altro, in una gran sala del palazzo. Colà vennero per disgrazia ad essere rischiarati da una sfacciata luce di molte candele di cera gialla che malissimo li raccomandava all'occhio dello spettatore e per minuto potevasi analizzare la fisionomia, il carattere, l'atteggiamento, l'abito di ciascheduno. Il nostro Pierino da Sesto, alto, asciutto, magrissimo, spiccava assai bene in mezzo a tutti; sulla di lui faccia più non apparivano neppure le tracce d'una certa originaria bellezza, tanto era alterata dal color scialbo, al quale aggiungevano una tinta ancor più patetica certe chiome castagne folte e scomposte che fuori del berretto gli cadevano in disordine sulle spalle. La scintilla dell'ingegno che di quando in quando non poteva a meno di farsi vedere e di brillare nell'occhio, era quasi sempre velata e soffusa di languore dalla miseria; e del resto, a primo colpo d'occhio, guardando quella lunga e magra figura, non si durava fatica a comprendere ch'era un'esistenza sostenuta a puro pane e latte.