Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana

Part 7

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Ma in quella sera del 14 settembre si potè far sul vero uno studio pratico quale infinite volte è stato fatto per teoria e per congettura. Si potè determinare il valore intrinseco e preciso delle leggi, dei capitoli d'uno statuto, d'un decreto, quando per caso non vi sia la forza armata che lor venga in aiuto. E si ebbe d'altra parte, in un'angusta scena, lo spettacolo della società che tenta adagiarsi e rimettersi nella ragione di vita semplice e larga degli uomini antidiluviani.

Alle ventiquattro di quel giorno, come già sappiamo, tutti i soldati, tutte le guardie che si trovavano in Milano furon sottratti improvvisamente allo sguardo de' cittadini. Le casacche screziate delle labarde svizzere che si vedevano a tutte l'ore del dì sulle porte del palazzo ducale, del senato, del collegio dei dottori erano scomparse. I larghi braconi della numerosa guardia del bargello che s'affollavano sulla porta del Capitano di Giustizia, delle prigioni di porta Romana, e di quelle della Malastalla erano scomparsi; di tutta quella razza d'armigeri non avvezzi ad uscir delle mura, s'era voluto fare un corpo di riserva, e cogli Svizzeri erano anch'essi stati chiusi in castello per non uscir più che al campo. Perciò la legge, questa formidabil vecchia, che nella sua decrepitezza è sempre attiva, inflessibile, antiveggente, sempre pronta a stendere l'artiglio e ad ingoiare colpevoli, fece in quell'occasione un'assai meschina figura; voleva ancor gridare bensì dalle aule del palazzo di giustizia o dalle cantonate delle contrade, ove stavano ancora affisse le tabelle, i decreti, le comminatorie e simili; ma eran voci che andavano perdute tramezzo al vasto frastuono, mentre ciascheduno intanto pensava cogliere l'opportunità e fare il suo comodo. Si presentò adunque il caso d'una moltitudine per se stessa disposta alla tranquillità, e dell'assenza assoluta della forza armata; il caso d'un fiume placido, non ingrossato da nessuna straordinaria alluvione, cui improvvisamente sian tolti tutti gli argini, tutte le dighe e tutte le conche; e siccome un tal fiume uscirebbe ugualmente da quel letto dove l'arte lo ha costretto per forza, e volgerebbe di tratto la sua corrente per dove da antichissimo era naturalmente inchinato, così pure doveva comportarsi una moltitudine, abbandonata a sè stessa, improvvisamente, senza i freni dei soliti tutori; poche similitudini vengono così a cappello come questa; del resto la plebe milanese, trovatasi improvvisamente in tanta libertà, s'accorse di molte cose alle quali forse non aveva mai pensato. Tutti coloro che si stavano stipati, addossati l'un l'altro, epperò molto incommodi e addolorati del pigiamento assiduo, sull'ultimo e più vasto gradino della gran scala sociale, alzarono un tratto uno sguardo invidiosissimo verso coloro che stavano ai primi posti. E l'effetto di quell'invidia fu così pronto e potente, che si propagò di pensiero in pensiero quasi una spontanea inspirazione di mettere in pratica, quel che oggi si direbbe, l'assurda teoria de' comunisti. Tutta la lurida accozzaglia de' caramogi, de' bordellieri, de' ladri, che di solito se ne stavano stipati ne' viottoli, ne' crocicchi, all'ombra dei cavalcavia, addossati a venti, a trenta nelle putride e puzzolenti lor tane, o sparsi nelle bettolaccie affumicate di porta Tosa a trincar _caspio_, sbucarono improvvisamente all'aria come una moltitudine di topacci che, al cessare di un rumore, esca tutta lercia dal fetido pattume, dispostissimi a tentare in grande quelle minute guerricciuole a cui s'erano avvezzi allorchè quatti quatti al canto di qualche via remota aspettavano la solitaria pedata dell'improvvido borghese.

Nè solo quest'ultima feccia del popolaccio aveva presa una simile risoluzione, ma anche buona parte di coloro che, sebbene non agiati, avevano però i mezzi di trarre abbastanza di guadagno dalle proprie fatiche; e coloro segnatamente fra questa classe d'uomini, che erano dotati di gioventù, d'ardimento e di sfrontatezza.

Quantunque la causa prima e più efficace che ha determinata l'infima turba a sovverchiare la più distinta classe, sia quella che già abbiam detto, pure alcune altre circostanze avevano concorso a dare l'avviamento a tante volontà.

Ne' dodici anni che Milano fu sotto il dominio di Luigi XII, i nobili e i più facoltosi Milanesi erano stati assai accarezzati dai governatori francesi, e però piegando alle lusinghe, s'erano intrinsecati assai strettamente cogli uomini d'armi, coi baroni e cavalieri che appartenevano a' più cospicui casati di Francia. La qual cosa aveva fatto sì che tutte le violenze, i soprusi e i carichi eran venuti a cadere sulle teste della plebe minuta, la quale più d'una volta aveva tentato bensì sfogare il suo malumore, ma era stata costretta, in ogni occasione di tentativo, rodersi in segreto e ritirarsi per certe improvvise scorrerie di cavalleggieri francesi che, uscendo a tutto galoppo dal castello, attraversavano le più popolose contrade della città. Venuto però al ducato il giovine Massimiliano, l'aspetto delle cose s'era al tutto mutato. Il giovane duca, o meglio il Morene, il quale operava di queto e sott'acqua, sapendo che il partito de' nobili gli era contrario, si diede a proteggere la plebe e far gravitare sui patrizii tutti i pesi dello Stato. Un mese prima del giorno in cui ci troviamo, la plebe s'era posta in armi per respingere alcuni corpi di presidio che il maresciallo Trivulzio aveva tentato introdurre in città; Girolamo Morone aveva pensato ajutare quel popolare sommovimento, e tanto fece, che il Trivulzio aveva dovuto ritrarsi dalla propria impresa. In quell'occasione si promisero grandissime cose in compenso alla plebe, e si cacciarono dalle magistrature quasi tutti coloro che le erano in odio. Non è a dire quel che allora fece la plebe protetta in tal modo; alcuni di que' magistrati furon presi a sassi e peggio, e molti dei loro palazzi furono posti a ruba, ed a sacco. Dopo qualche tempo il duca aveva fatto proclamare che egli voleva affidare le chiavi della città al suo popolo, e che in avvenire i cittadini sarebbero stati immuni da qualunque aggravio; il qual editto produsse che i nobili più e più s'alienarono dallo Sforza e più gli si affezionò la plebe. Passato qualche tempo, tutto si venne racquetando; ma in questo giorno il buon popolo ancora imbaldanzito e seguendo la natura de' fanciulli viziati, si ricordò del giuoco goduto alcun mese prima, dal quale aveva raccolto tanto diletto, non disgiunto da molto utile, e di quello spettacolo, non è da maravigliarsi, se si volle la replica a richiesta generale. Quella massa oscura inoltre che s'addensa nelle officine della città, ignorantissima, ma acuta, priva d'ingegno, ma dotata d'istinto, aveva come sentito l'odore de' Guasconi, de' Borgognoni, dei Parigini, e aveva presentito che coloro fra pochi dì avrebber fatto da padroni nella città e rinnovate le amicizie antiche coi nobili e coi facoltosi, pensarono adunque tentar qualche cosa in quella stretta di tempo, far guarnaccia pei dì della miseria, far pagare in anticipazione a' ricchi il buon tempo che stavano per godere, imporre loro una specie di tassa di buon ingresso. Ecco tutto.

Non essendo però istigati da un appetito straordinario, e i rancori, dopo quelli che avevano sfogati tanto tempo prima, essendo di presente leggerissimi, non avrebber fatto il minimo tentativo, senza l'insolita circostanza di una libertà così completa. E quelle soverchierie e violenze a cui s'accinsero e condussero a termine in quella notte furon tentate in via di giuoco, di baccanale, di festa e d'orgia popolare e nulla più.

Un uomo d'immaginazione, che sapesse fare gli opportuni cambiamenti, potrebbe figurarsi assai netto innanzi agli occhi lo spettacolo della città di Milano in quella notte, osservando una scolaresca numerosa dalla quale per caso siasi assentato il precettore severo. I più svogliati, i più accattabrighe, i più maneschi, mandando larghi respiri escono a furia dai banchi, cui li costringe una regola insoffribile, e si sparpagliano a dar qualche bussa, così per celia, ai condiscepoli che sono l'occhio dritto del precettore assente, di modo che quando al ritorno del maestro tutto ritorna in quiete, è frequente il caso che i privilegiati scolari abbiano a tastarsi le ammaccature e le membra indolenzite.

Le turbe si sbandarono dunque così a caso per la città, ed essendo numerosa la quantità de' signori che in quel dì, a fuggire la tentazione d'uscire al campo, erano invece usciti in villa, pensarono di entrare in taluna delle loro case, a far quello che fanno i soldati quando mettono il piede in una città assediata. A quelle tuttora abitate dai loro padroni, potendosi dare il caso che si volesse opporre una fronte di servi e di famigli assai bene armata, e non volendosi rendere fastidioso e incomodo quel tripudio di festa, s'accontentavano di recar qualche sfregio leggiero, e tutt'al più eran sassate e torsi nei vetri.

Così in quel breve spazio di tempo ch'era corso dalle ventiquattro alle due di notte, molti avevan già dato fine alle loro fazioni, e carichi di roba e di trofei s'erano dispersi a gruppi nelle numerose bettole della città, e ne' crocicchi e nelle piazze volentieri si fermavano a ridere, a schiamazzare, a far violenze facete.

Così, appena il cavallo del Palavicino, mostrandosi al canto di S. Giuseppe, fece suonare la zampa sul lastrico della piazza di Santa Maria della Scala, e que' mille beoni, al lume de' tanti lampioni che si agitavano per l'aria ebber potuto accorgersi che la cappa del cavaliere era signorile, scoppiò un urlo così ineducato che davvero non parve promettere nulla di buono.

--Giù! giù! s'udì poi da tutte le parti; giù da cavallo! Abbasso, abbasso! Non più lettighe, non più carrozze, non più cavalli! Giù, giù, tutti in volta a piedi stanotte! Prendiamolo a sassate, se tosto non obbedisce, a sassate, a sassate!

Il Palavicino accortosi allora che aveva scelta malissimo la sua strada, nè più essendo in tempo di scansare il cavallo, procurò alzare la sua voce fra le migliaia che gridavano, per vedere se, dandosi a conoscere, gli riuscisse d'ammansare quell'ira. Ma la sua voce non era abbastanza forte, nè acuta per farsi udire in quel generale frastuono. E tutti coloro che assolutamente avevan fermo avesse il cavaliere a discendere e a mettersi a pari con loro, vedendo che non pareva niente disposto a far quello ch'essi volevano, già si facevano intorno a lui per passare dalle minacce agli atti; ma la buona fortuna non lo permise. Intanto che la folla preparavasi a soddisfare a' suoi capricci, dalla bettola ch'era sul canto a S. Giovanni, era uscito un laido omaccio, colla sua caraffa colma di vino nella mano destra, il quale omaccio, sebben fosse ubbriaco in quarto grado, conobbe la cappa signorile del Palavicino... e allora, movendosi così barcolloni, sempre tenendo nella mano la tazza che versava vino da tutte le parti, s'accostò al cavallo del Palavicino, e, stato in prima a guardarlo con due occhi stravolti, gli alzò poi la caraffa sino al petto e:

--Tè! gridò, bevi anche tu, il mio caro marchese, bevi con me, che siamo amici vecchi!... e facendo una pausa svenevole e torcendo gli occhi sempre più:

--È però anche vero che tuo padre è un nottolone di mal augurio, e fa sempre l'occhio del porcel morto quando ci guarda a noi.... Ma tu lo hai _sfalsato_, il mio caro Palavicino; ma tu sei amico della povera gente, e va benone.... La c'è però la bazza, ve', stanotte, la c'è e ci si sguazza dentro come scarabei al sole. Peccato che la voglia durar poco, il mio caro marchese, poco ti dico, poco.... Ma perchè non bevi?... bevi, il mio marchese, che la c'è la bazza.

E sì dicendo voleva di tutti i conti che il Palavicino si prendesse la caraffa.

Intanto la moltitudine, all'udire che quel cavaliere era il marchese Palavicino, tosto cangiò gli urli in evviva. Il nobil giovane era conosciutissimo di nome in tutta Milano, e tra per quello che aveva sofferto dal padre, tra per le sue larghezze straordinarie nello spendere e nel beneficare, erasi guadagnato la simpatia del popolo, al quale era diventato ancor più accetto, dopo l'assassinio tentato contro lui la sera prima.

Così, cominciatosi a gridare--Viva il Palavicino--da quel gruppo d'uomini che gli si era serrato intorno, poco a poco il suo nome passò per tutte le bocche che gridavano in piazza, e, prese un così esteso giro, che lo si udì gridato in via Santa Margherita, e giù giù sino al Portone.

Ma tanto l'odio eccessivo del popolo, come l'amore eccessivo può riuscire incomodo, e se alcuni momenti prima, il giovane Palavicino, aveva ragionevolmente provato qualche timore, adesso si sentì sopraffatto da una noja mortale. La folla gli si stipava sempre più intorno, e chi gli diceva una cosa, chi l'altra, chi gli profferiva la cena, chi il letto, chi la vita; quel bevone principalmente che gli aveva fatto il piacere di stornare da lui l'ira popolare, si ricattò poscia tormentandolo incessantemente colla sua caraffa in pugno, ed essendosi intestato che propriamente dovesse bere, già al rifiuto stava per prorompere in ira; e fu ventura che, sopraffatto da un capogiro, cadde a un tratto come un corpo morto riverso su chi stavagli presso, e tosto, per la folla che rinnovavasi continuamente, spari via come un tronco di quercia trasportato da una fiumana.

Gli evviva intanto diluviavano, e il Palavicino, tutto in trasudore, disperava oramai di più rompere la folla, e con quel maggior fervore che gli era possibile, supplicava tutti coloro che deliravan per lui a dargli il passo. Soltanto, dopo aver trascorso una mezz'ora tra le noje insopportabili di questo banco di arene, cominciò un momento a sferrarsene, ed ebbe finalmente la consolazione di poter entrare nella contrada delle Case Rotte e di mettere il cavallo ad un piccolo passo.

CAPITOLO VI.

Giunto in sul canto di S. Martino in Nosigia, contrada che disparve, or farà un secolo, insieme alla chiesa di quel santo, visto il chiarore de' lumi alle finestre del palazzo del conte Mandello, amicissimo suo, pensò entrare da colui un momento, nella speranza che sarebbe esso pure nel numero dei pochi che avrebbero combattuto pei Sforza contro Francia. V'entrò dunque in fretta, e riconosciuto dai servi del conte, fu subito annunciato e messo dentro.

Il conte a quell'ora era seduto innanzi ad una gran tavola sulla quale stavano ancora le reliquie di un lauto pranzo e una selva di guastade, di vasi, di bottiglie di vino. Si comprendeva facilmente come il conte molto si dilettasse di quest'ultimo per certi segni di un rosso carico tendente al violetto che mostrava sulle guance e sul naso. Del resto, fuori di questo indizio, che forse non poteva dare un'idea molto dignitosa di un tal personaggio, tutti i tratti del suo aspetto e della sua fisonomia erano d'una nobiltà straordinaria, e ne era non comune anche la bellezza e l'eleganza, se non che queste scomparivano spesso sotto ad una trascuratezza e cascaggine, quasi potrebbe dirsi, affettata d'atteggiamenti. Aveva certi occhi neri pieni di brio e in quel momento più lucenti ancora del solito. Gli vestivan il labbro superiore due gran baffi neri lunghi e puntuti, quantunque il costume d'allora portasse che i gentiluomini avessero a radersi compiutamente.

Intorno alla tavola erano quattro seggiole alquanto smosse, nelle quali era manifesto che un momento prima ci dovean stare adagiate quattro persone, e gli oggetti che vi erano ancor dimenticati davano a divedere che quelle quattro persone dovevano appartenere al bel sesso. Il Palavicino, entrato in tempo per vedere a scomparir lesto lesto lo strascico d'una veste dietro una porta che subito erasi chiusa, s'era messo a sorridere guardando in faccia al conte, il quale fece in prima, a quell'atto, un volto assai significativo, poi soggiunse:

--Potevano benissimo star qui; ma forse, all'abito scuro, t'hanno scambiato pel sagrista di San Martino, che è un santo, ed ora ci scommetto che quelle care pazze ti stanno a dar la baia; ma bisogna compatirle.

--E anche tu sei sempre pazzo a un modo, caro conte.

--E tu sempre savio, e al di là di quanto fa bisogno a' nostri dì.

--La propria natura uno non può cambiarla.

--Benissimo detto!.... Ma io vorrei sapere la cagione di questa tua visita in ora così insolita.

--Mi rincresce che tu non l'abbia già indovinata.

A queste parole il conte Galeazzo guardò fisso il Manfredo, e stato così come sopra pensiero:

--Ah ah! disse; va benissimo... ora mi sovvengo! E crollando il capo e ridendo: Ma... prima però, hai da bere un bicchiere con me, chè questa è tal faccenda assai più importante di quella che tu di'. È un vino che bolle e frizza e fa il diavolo, ed è fatto apposta per guarire il dolor di capo.

Così dicendo colmò due bicchieri, ne presentò uno al Manfredo mentre se lo faceva seder vicino, vuotò l'altro tutto d'un fiato, e continuò:

--È già dal tredici, caro Manfredo, ch'io non prendo più arme, e al Besozzo maestro, che tien sala qui a due passi da me, non è mai riuscito in due anni, farmi prendere nè fioretto nè stocco; però non so bene s'io potrei fare il debito domani quando per caso volessi venire con voi a codesta scaramuccia.

--Non siam più che una cinquantina, Galeazzo, ed è invero una gran vergogna! Ma se tu fossi mai per mancare, più non saprei che dire di questi tempi così scaduti.

--Tempi scaduti certo. Ma!... non so cosa dirti. Io per me non ho polmoni che bastino a metter aria in questa vescica così vizza e screpolata, e quando un corpo è accidentato, altro che ortiche ci vogliono. E poi.... questo duca Massimiliano...

--Lascia il duca Massimiliano... e pensa alla sola causa sforzesca e al duca di Bari, e più che tutto, a que' scomunicati braconi, che faranno il diavolo, e peggio, se mai venisse lor fatto di rimettere il piede qui.

--Tu parli bene; ma io tengo che ci verranno senz' altro i braconi.

Il Manfredo aggrottò le ciglia, e soggiunse:

--Il cardinale di Sion e i suoi Svizzeri sapranno però far testa, e noi....

--Noi?.... rispose il Mandello ridendo e crollando il capo e vuotando a metà un altro bicchiere.

--Che vuoi tu dire?

--Nulla voglio dire....Del resto, quando in duomo batterà campana a martello io sarò a cavallo e verrò dove voi andrete.

--Pare però che tu non ci venga di buona voglia....

--Perchè no?

--Se tu sei persuaso che non possa venirne alcun utile....

--L'utile che tu intendi....no....ma io ci verrò nullameno. Da due anni a questo dì mi si è ingrossato il sangue maladettamente....e mi dice madonna, che questo mio naso è diventato così pavonazzo, che non è cosa più soffribile ormai....Io so benissimo che è il vino d'oltrapò, il quale bisogna bene che si faccia vedere in qualche luogo, e so pure che è questa vita inerte e tediosa la causa che l'oltrapò faccia deposito. Il Chiodo, chirurgo, mi consigliava stamattina a farmi applicar le mignatte a un tal sito per tirare al basso i tristi umori, ma io ho pensato invece farmi cacciare in altro modo il sangue che mi cresce, e dare una buona scrollata a questo corpo, che un dì più dell'altro va coprendosi di lardo. Se dunque io m'acconcio a venire con voi domani al tocco della campana, ci vengo per questo appunto, nè vogliate darmene un merito al mondo voi altri patriotti.

--Ma che sentimenti sono i tuoi, caro conte?

--Per ora non ne ho altri; ma io ti farò capace di tutto in breve. E comincio dal domandarti a che gioverà l'aver noi menate le mani in quest'occasione, quando i quattro quinti de' gentiluomini e delle case che più contano, altro non desiderano al mondo che si rimettano le brache di Normandia e torni in voga il vino di Borgogna....

--Che fa a noi di questi quattro quinti, se il popolo....

--Lascia stare il popolo, che lui non c'entra in queste cose qui....E tu guardati bene dal fare il Cajo Gracco un'altra volta.

--Che cosa vorresti dire con queste parole, Galeazzo?

--Niente affatto; ma il Tita, cameriere, t'ha veduto a Santa Maria della Scala a ricevere i battimani dei trecconi, e mi ha fatto ridere assai. Ma, come ti dicevo, il vino di Borgogna pare che debba tornare in prezzo, e lo si desidera ardentemente, perchè, vedi, tu devi crederlo a me, quando le lancie di re Luigi usciron di Milano, nel 12, si è anche sparsa più d'una lagrimetta qui. La contessa Clelia, che sta lì in sul canto, baciava e ribaciava, l'altro dì, i suoi due figli biondi, e se la maggior parte di noi non li avesse, come suol dirsi, veduti a nascere, direbbe ognuno che alla Senna, al Rodano, e alla Loira si è attinta l'acqua pel battesimo dei bimbi. E la cosa è naturalissima, perchè io giocherei la mia dritta, che il conte padre non ci ha nè colpa, nè peccato....tu mi comprendi. Ma io ho guadagnato più di trecento e più di quattrocento gigli d'oro giuocando al faraone col barone De-la-Palice che frequentava la casa, e ci perdeva volentieri, e trovava da far buona pesca perdendo. Nessuno diffatto potrebbe dire che la contessa non fosse allora un pezzo di femmina ben ghiotto.

--Ma io non so comprendere come tu possa ripetere codeste infamie, e non fremere al solo pensarci.

--Fremerne?...sicuramente che uno può anche fremerne! Ma sta a vedere ch'io vorrò alterare un sistema di quieto vivere, nel quale durai tanta fatica ad adagiarmi, perchè la contessa Clelia ha i figli biondi?...

Qui il Mandello si tacque, come uno che sta richiamandosi in mente qualche cosa, poi ghignando d'un fare tutto suo.

--Il contestabile di Boissy, riprese, un borgognone, il quale aveva assai più della bestia, che dell'uomo, un dì che il discorso piegò sulle nostre donne, disse cose che mai non avrebbe dovuto dire. Ma anche lui aveva una moglie molto bella e molto giovane, alla quale si capiva benissimo ch'esso erale venuto fieramente a noia, e per verità aveva aspettato anche troppo. La contessa Clelia, che sta qui in sul canto, baciava, come ti dicevo, i suoi due figli biondi; ma nel 12, la moglie del contestabile ne baciava uno di pupille nerissime, quantunque il borgognone avesse occhi gialli e pel rosso. E però anche vero che qualche anno fa io mi dilettavo a spruzzarmi coll'acqua nanfa, e l'oltrapò non aveva ancor fatto deposito; capirai dunque che una mano lava l'altra, senza venire a duelli per cose di sì poco conto; almeno tal modo è comodo....Ma tu ti mostri impensierito!

--Se domani mi verranno in mente codeste infamie, io temo che la spada abbia a croccarmi tra le mani. Ma tuttavia mi conforta che in taluni ancora, o non son pochi, c'è ancora moltissima virtù.

--Vorrei crederlo, caro marchese, ma per quanto io vada guardandomi attorno, se voglio prendere un conforto, convien pure che io ritorni qui! (e batteva le nocche della mano sul bicchiere che gli stava innanzi).

--Malissimo, conte.

--Perchè malissimo?

--Perchè la tua riputazione, e a me lo puoi credere, va perdendo prezzo di dì in dì.

--Ci ho rinunciato al tutto, caro mio. Il circolo de' miei diletti s'è cangiato e ristretto; quand'io mi sento girar nella testa come una ruota di mulino, al punto da non saper racapezzare più nulla di quanto avviene d'intorno a me, allora io posso dire di star bene, perchè delle cose che avvengono oggidì, meno si vede, più si guadagna.

A questo punto Manfredo, vedendo che il conte continuava a vuotar bicchieri, così mezzo ridendo, gli disse:

--Io non voglio già che tu debba cambiare il tuo costume, ma per stassera fa il piacer mio e bevi acqua fresca, giacchè noi dobbiamo recarci insieme dal conte Besozzo dove si raccoglieranno ipochi che stanno per lo Sforza.

--Benissimo; e noi andremo da quel buon vecchio, l'unico del quale io faccio grandissima stima. È un vecchio bravo e pieno d'onore, peccato che abbia un po' del matto, o mi fa ridere quando veggo che tiene ancora la catena alla punta delle scarpe e porta il berretto di Filippo Maria. È un caro matto, ma pieno d'onore, torno a dire.