# Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana

## Part 51

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--Io esco, gli disse il Lautrec, esco a prendere altr'aria, che qui mi parrebbe di avere a cader senza fiato da un momento all'altro; nè comprendo come ciò non possa nuocere anche ad Armando.

--Lo strepito del vento gli nuocerebbe assai più, Eccellenza. Del resto, mi pare che oggi egli stia molto meglio del solito, ad onta del mal tempo sempre grave agli infermi, per cui se mai continuasse di tal passo....

--Vi sarebbero delle speranze?

--Purchè continui di tal passo, potrebbero anche diventar ragionevoli le speranze.

Il Lautrec, cosa insolita, presa la mano di Bonnivet:

--Io non confido che in voi! gli disse, e gettando un'altr'occhiata sul letto d'Armando, uscì.

Il medico avrebbe voluto continuare il discorso per disporre il Lautrec al nuovo incontro in qualche modo, o per vedere qual effetto sarebbe mai per produrre su lui la presenza della moglie di Manfredo.... ma giacchè se ne usciva spontaneamente, non volle trattenerlo di più, desiderando si risolvesse presto ogni cosa.

Le anticamere dell'appartamento del Lautrec s'erano intanto affollate di ufficiali dell'esercito accorsi alla notizia che la moglie del Palavicino era entrata nella sala d'armi per tentar di parlare al governatore. Nè, vinto il primo ostacolo delle guardie che stavano alla porta del palazzo e nei cortili, a nessuno, per quanto fosse strana la comparsa di una donna in palazzo, venne in mente di respingerla. Bensì taluno dei baroni, i quali, pel loro grado, convivendo sempre col Lautrec, lo conoscevano meglio ancora degli altri, non mancarono di far qualche rimostranza; ma il medico Bonnivet aveva informato d'ogni cosa monsignore di Lescuns, il quale dopo essere stato ostinato un pezzo, permise infine che la moglie del Palavicino tentasse quel mezzo al fine di parlare a Sua Eccellenza. D'indole più paurosa del suo fratello, e avendo avuto alcun sentore d'un sobbollimento popolare, non vide mal volentieri che al governatore si presentasse un'occasione per mostrarsi men duro del consueto, perciò comparso a tempo fra i baroni, acquetò ogni loro timore, dicendo che avrebbe preso sopra di sè tutte le conseguenze dell'ira di suo fratello.

Ma questo, uscito dalla stanza del figliuolo, e passeggiando d'una in altra camera, udì quel ronzio incessante che si faceva nelle anticamere, e s'intorbidò pensando che quel rumore potesse giungere anche all'orecchio del figlio, però, indispettendosi che gli si avesse così poco riguardo, nè sapendo dissimulare il benchè minimo soprassalto di sdegno, attraversò di volo tutte le stanze, e portandosi improvvisamente dov'eran baroni, ufficiali e soldati, proruppe, quando meno era aspettato, in un violento rabbuffo che costrinse tutti quanti al più profondo silenzio.

L'appartamento del Lautrec era diviso dalla gran sala d'armi, da quelle anticamere appunto dove s'eran fermati tutti i soldati. La Ginevra Bentivoglio era già entrata nella sala ad aspettare che la provvidenza gli mandasse il governatore men torbido del solito, ed era stata lasciata colà con tre o quattro guardie soltanto. La condizione di quella infelicissima donna era tale che, non trovando mai requie, ora si sprofondava in un muto abbattimento, ora tentava di sfogare l'immenso affanno parlando colla donna che tenevasi presso, ora prorompeva in lagrime e gemeva dirottamente, disperatamente. Volle dunque il caso che quando il Lautrec fe' tacer tutti coll'improvvisa comparsa e col violento rabbuffo, la povera Ginevra, più non potendo reprimere la passione che la rodeva e l'angore convulso, e quasi non ricordandosi più del luogo ove trovavasi, desse in pianti e in querele.

Per descrivere esattamente come si commosse il volto del Lautrec all'udire quella voce gemebonda, quella voce di donna principalmente; per descrivere le sensazioni che si dipinsero sulle facce di tutti, quando, udendo quel suono, si volsero al governatore, in attenzione di quanto poteva succedere, converrebbe esser stato presente. Le parole iraconde in cui il Lautrec era uscito alcuni momenti prima, erano indizio ch'esso versava allora nella più turbolenta agitazione dell'animo. Perciò, sebbene la pietà non fosse la virtù degli uomini colà raccolti, pure, ad onore del vero, convien dire che, dimenticando sè stessi, tutti si atterrirono pensando alle ingiurie, e forse alle violenze che avrebbe dovuto patir la donna infelice alla quale tutte le speranze venivan distrutte, se il Lautrec non ascoltava le sue preghiere. E quand'esso, dopo aver gettate qui e là delle torve occhiate, per cercar forse una spiegazione a quanto aveva udito, si mosse di slancio ed entrò nella sala d'armi, ciascuno si sentì quasi forzato a seguirlo, ma con quell'ansia paurosa onde si andrebbe a contemplar lo spettacolo d'una belva che bramosa si gettasse su chi non ha difesa.

Il medico Bonnivet, il quale aveva allora lasciato il letto d'Armando, e a vedere come si mettesser le cose era corso dov'eran gli altri, giunse appunto quando la moltitudine dei soldati s'affollava sul limitare della sala d'armi. Giunse e domandò che fosse?!

--Ahimè, gli diss'uno, se noi avessimo respinta quella donna, ingiuriandola, avremmo fatto il suo meglio, maestro; Sua Eccellenza è peggio irato che mai, e Dio sa cosa vorrà succedere.

Il medico si conturbò tutto quanto, e fece per entrare anche lui in quella che sentì un grido della Ginevra, e la voce nasale e prorompente del governatore.

Bonnivet si strinse nelle spalle, ma udì quasi subito tacere tanto il governatore che la moglie del Palavicino, e allora avendo potuto entar nella sala, vide il Lautrec nel mezzo che, immobile, teneva abbassato lo sguardo sulla figura della Ginevra, la quale stavale aggruzzata ai piedi come cosa colpita dal fulmine.

--Ditelo voi tutti a costei, gridò poi il Lautrec riscuotendosi improvviso, ditelo voi s'io potrò mai concedere una grazia a suo marito. Guardatela tutti, questa è la moglie del Palavicino, guardatela questa pazza, che viene da me a cercar favore pel suo tristo marito!

E tacque e sorrise, di quei freddi ed amari sorrisi peggiori d'ogni minaccia.

La Ginevra, fatta coraggiosa dalla disperazione, osò di alzare ancora gli occhi e di ripetere la sua preghiera.

--Io non chiedo la sua salvezza, no, tanto non chiedo, concedetemi solo che sia sospeso il giudizio, e che il re, il re solo pronunci la sentenza, e ch'io possa recarmi in Francia e presentarmi al re, al vostro buon re.

--Quando questo fosse debito mio, le rispose allora il Lautrec con una calma tremenda; quand'anche, negandovi quel che chiedete fosse per cadere l'ira del re sulla mia testa, ve lo negherei cionnullameno. Pensate poi com'io debba esaudirvi, quando è il re stesso che mi vuole inesorabile coi ribelli; cessate dunque, andate, lasciatemi!.... Lasciatemi!! replicò poi, e ruggì con un'asprezza spaventosa, sentendo ch'ella continuava a stringerlo alle gambe.

E la Ginevra si staccò infatti e balzò in piedi tutta tremante, e si gittò disperata tra le braccia della sua donna che piangeva dirottamente.

Il Lautrec guardò per un istante quel gruppo; tutti gli animi erano commossi, e qualche lagrima fu veduta cadere anche sulle rudi guance di più d'un soldato.

Ma tra quella folla si mostrò allora il giovinetto paggio, l'assiduo compagno dell'infermo Armando, e fermatosi un momento a vedere, scomparve poi subito, senza che nessuno ci badasse.

A questo punto eran dunque le cose. Il Lautrec aveva tentato di uscire, ma la Ginevra, sentendo che si allontanava, si staccò dalla sua donna e gli si parò ancora d'innanzi, e di nuovo gli si gettò ai piedi ritentando la preghiera. Non rispose questa volta il Lautrec, ma si vedeva ch'egli solo non poteva essere smosso in mezzo alla profonda commozione di tutti, e che forse sarebbesi lasciato andare a qualche atto atroce.

A questo punto il paggio, scomparso poco prima, ricomparì ancora, e aprendosi la via tra i soldati, gli si accostò e gli disse che Armando domandava di lui.

Sentir questo e sciogliersi violentemente dalle braccia della Ginevra, e sospingendola quasi a cadere a terra, uscire precipitosamente di là fu pel Lautrec un punto solo.

La Ginevra diede in un grido disperato e chinò la testa, come chi sentendosi mancare ogni forza, si abbandona all'onda che lo deve affogare. Tutti poi perdettero ogni speranza.

Ma il governatore, quasi già dimentico di quanto era successo, s'affrettava, nella stanza d'Armando, il quale, momenti prima, mentre stava per abbandonarsi al sonno, aveva sentito la voce minacciosa di suo padre, che trasportato dall'ira, com'era il suo solito, non pensò che poteva essere udito dal figlio.

Questi dunque, pel turbamento, perduto il sonno si mise a far qualche parola col suo giovinetto amico, quando, ad onta della distanza, gli giunse all'orecchio anche il grido della Ginevra. Debole com'era, pur tentò di alzarsi in sui gomiti e si mise in ascolto, ma non avendo udito altro, pregò il suo compagno perchè si recasse a vedere cosa fosse. Il paggio obbedì e corso nelle sale, vide e udì e domandò e seppe chi era la donna che pregava, e osservandola a piangere in così disperato modo, ne fu tanto commosso, tanto impietosito, che colle lagrime agli occhi era corso a raccontare ogni cosa al suo diletto Armando.

Grandi cose dipendono spesso da tenuissimi fili, e il fanciullo Armando, udito il fatto e commosso anche lui, pel sentimento che forse gli rendeva più squisito la natura stessa della malattia, ebbe un gentil rammarico nell'udire che il padre si comportava tanto atrocemente con una donna che pregava, rammarico che gli fece nascere il desiderio di parlare al padre, e di scongiurarlo a concedere la grazia ond'era supplicato.

Essendosi accorto d'esercitare un invincibile ascendente sull'animo di suo padre, e per questo sperando di esser esaudito, disse al paggio la propria intenzione, e quegli s'affrettò tosto per dire al Lautrec che suo figlio lo chiamava.

Fu una semplice combinazione, ma egli è appunto per queste che avvengono di strane cose quaggiù.

Quando il Lautrec entrò, e vide il figliuolo che si sosteneva in sui gomiti e aveva sulle guancie affilate un vivo rossore forse per la fatica che faceva, fu pago di quell'apparenza, ed accostatosi al letto gli domandò cosa volesse.

--Voglio, disse allora subito Armando colla cara sua voce argentina, sebbene tanto quanto velata, voglio che tu esaudisca quella povera donna che di là piange con tanta passione e si dispera.

Il Lautrec si rannuvolò e:

--Chi ti ha detto?... e gettò una torva occhiata sul paggio che sgomentato si ritrasse....

Ma la paura si mostrò anche sui lineamenti di Armando, il quale non era uso a veder suo padre torbido così, onde rannicchiò il collo esile nelle scarne spallucce con quell'atto di chi si vuol schermire.

Odetto accortosene, sentì un súbito intenerimento, un rimorso e appianò la fronte e fu sollecito di confortare il fanciullo, il quale accortosi dal canto suo della commozione paterna:--Padre, continuò, se tu vuoi ch'io guarisca, fa che quella donna cessi di piangere. Io soffro, o padre, io soffro assai: fa dunque che quella donna cessi dalle pene.... e finiranno anche le mie. Il Signore mi ha fatto sentire una voce che mi consiglia una tale pietà: il Signore mi ha messo in cuore la persuasione che da un atto di pietà soltanto potrà nascere la mia guarigione e la tua contentezza.

Il Lautrec stupiva nell'udire il suo figliuolo ad esprimersi in modo ch'era fuori affatto dell'ordine di fanciullo. Stupiva e intenerivasi sempre più, e cominciando a sentire nell'animo un violento contrasto e un timore superstizioso, accorgevasi già di non poter negare ad Armando quanto domandava; ma, cosa stranissima a dirsi, mentre sentendo sull'anima il dominio di una forza invincibile, guardava al paggio ancora atterrito, provava per quel fanciullo che sempre gli era stato carissimo, qualcosa di somigliante all'odio, nella convinzione che fosse stato lui a promovere la preghiera d'Armando. E mentre poi cercava persuadersi che la loquacità intempestiva d'un fanciullo aveva promosso un infantile capriccio, non sapeva però svincolarsi dagli arcani auguri, e dai vaghi timori, e dalle superstiziose idee, così che non desse a quel capriccio l'autorità di una voce fatale da cui era costretto a far ciò che non voleva. Fu dunque nell'intimo del suo cuore una furiosa lotta di qualche momento, dalla quale si sciolse colla deliberazione di esaudire in tutto e senza por tempo in mezzo, e quasi con religiosa sollecitudine, la preghiera della moglie del Palavicino.

Trasse dunque al campanello. Il primo che comparve fu il medico Bonnivet che si avvanzò riguardoso e temente.

--Donde venite? gli chiese il Lautrec, con cupa severità.

--Dalla sala d'armi, Eccellenza.

--Quella donna.... è là?... non è ancora partita?

--No, Eccellenza, ed a nessuno è riuscito di persuaderla ad uscire.

--Ma chi, per l'inferno, lasciolla entrare? chiese allora prorompendo il Lautrec; ma fu una fiamma che subito si spense, e tornò alla sua cupa severità.

--Sentite, disse poi, e ciò dicendo gettava una occhiata sul letto del figliuolo; sentite.... andate là.... dite a quella donna.... ditelo a quanti son là.... già m'accorgo che eran tutti contro di me e che colei fu ajutata da altri (e diede in un nuovo impeto d'ira che di nuovo si spense), dite dunque a quella donna che le concedo la grazia, che vada in Francia, che parli al re. Questo fanciullo lo vuole. Andate, che ringrazi questo fanciullo.

Bonnivet uscì attonito dalla stanza. Il Lautrec si gettò a sedere accanto al letto del figlio, e guardandolo con una tenerezza ineffabile:

--Sei contento ora? gli disse, e tacque e si sprofondò ne' soliti pensieri.

Alcuni momenti dopo, udendo rumore di passi nelle camere vicine, si alzò per vedere che fosse, ed affacciandosi alla porta s'incontrò nella figura della Ginevra, la quale si precipitò nella stanza.

Il volto di lei aveva subito un trasmutamento indescrivibile, e l'occhio le scintillava di gioja che parea diffondersi in raggi. Confidando appieno nella clemenza del re, teneva salvo ormai il suo Manfredo; per ciò, come udì che tutto era dipenduto dal figlio del governatore, domandò di esser condotta a vedere, a ringraziare, a benedire il fanciullo.

E questo, appena vide la Ginevra, fece uno sforzo, tentò alzarsi e le sorrise. Ella le si gettò al capezzale e lo coprì di baci e di benedizioni, e volgendosi improvvisamente al Lautrec;

--Questo vostro figliuolo vivrà lunghissima vita! gli disse. Parole che furono pronunciate in modo, da far credere uscissero dal labbro di chi avesse il soffio della profezia.

--Io ne sono certa come se lo tenessi dal cielo, continuava poi, dal cielo che intensamente, continuamente pregherò, per la salute, per la felicità di questo caro angelo!

E ciò dicendo si disciogliea in lagrime, onde bagnava la faccia del fanciullo, che l'abbracciava piangendo. A queste tenerissime espansioni di pietà di gratitudine, di simpatia ineffabile, rispondevano intanto i singhiozzi del paggio, il tenero compagno d'Armando; ma, ciò che più colpiva, era il pianto che scorgevasi anche negli occhi gonfiati del Lautrec....

Durante il tempo in cui succedette nel palazzo quanto abbiam raccontato, il turbine continuò al di fuori quasi sempre colla stessa violenza, onde la moltitudine che impaziente stava accalcata sotto al Coperto dei Figini non potè mai spandersi per la piazza, nè accostarsi al palazzo. Non appena però la gragnuola cadde più rada, qualcheduno più degli altri ansioso attraversò la piazza a corsa, credendo, recandosi più presso alla Corte, di scoprir prima e più facilmente quanto succedeva di dentro. Così l'esempio fece imitatori, e in breve tutto lo spazio che sta innanzi al palazzo fu gremito di popolo, il quale pel molto tempo trascorso, messosi in forti sospetti, cominciò a dare in qualche grido minaccioso. Le sentinelle francesi avvezze a far violenze d'ogni maniera, e per nulla timorose, cominciarono dal canto loro a bravare la folla ed a rispondere alle sue minacce con altrettante, quando corse la voce che il governatore aveva esaudite le preghiere della moglie del Palavicino, la quale sarebbosi tosto trasferita a Parigi per parlare al re. Una tal nuova spense istantaneamente ogni ira, nel popolo per un senso di gratitudine che dominò sui lunghi rancori, nelle sentinelle per la naturale maraviglia.

In breve essa giunse anche all'orecchio del Corvino e del Mandello, i quali non seppero prestarle fede a tutta prima; ma nel súbito raffreddamento della moltitudine videro che i loro provvedimenti erano stati indarno. Fu vantaggio? fu danno? più probabilmente fu risparmio d'inutile sangue, chè quanto aveva a succedere era irrevocabile!

CONCLUSIONE

A questo punto, sebbene molti fili ancora sparsi parrebbero domandare altro cammino, pure abbiam fermo di prender commiato dal nostro lettore; che i capi di quelli non si potrebbero annodare altrimenti, che uscendo fuori del circolo assegnato dai destini all'opera del nostro protagonista. Così potessimo anche sul conto suo pretermettere le ultime notizie, tanto sono esse contrarie a ciò che poc'anzi ne pareva promesso!

Il conforto generato dallo spettacolo di un'angoscia estrema repentinemente mutata nell'estrema gioia, e d'una crudeltà mostruosa costretta, per la malìa di un amore forte come l'istinto, a conceder ciò che anche la naturale clemenza forse avrebbe dubitato d'accordare; tutte le emozioni, che, staccandoci poc'anzi dalla moglie di Manfredo e dal governatore Lautrec, si suscitarono in noi, al risolversi inatteso di tante ansie, non si vorrebbero più distruggere, e l'anima prova quasi un bisogno di soddisfare finalmente ai tanti desiderj nodriti, ai tanti voti fatti lungo il disastroso viaggio. Per ciò, lo ripetiamo, vorremmo aver finito, anzichè rompere a' lettori la loro aspettazione con un contrapposto estremamente crudo. Ma essendo costretti a non dissimulare il vero, faremo almeno come chi, recando infauste nuove, tenta un giro alle parole, il quale, senz'essere mendace, non riesca straziante, Per qual fine accenneremo a' fatti e nulla più, senza descriverli, senza pesarli, senza narrarli, quasi fuggendo.

Allorchè dunque la Ginevra s'affrettava verso la Francia, e il conte Mandello, uscito da Milano coi soldati che vi aveva condotti, riducevasi di bel nuovo a Reggio e pieno di speranza per la notizia del trattato conchiuso finalmente tra Leone e Carlo; negli ultimi giorni del giugno di quest'anno, morì il figlio del Lautrec. Le parole pronunciate dalla Ginevra nell'impeto della sua gratitudine non ebbero la virtù di arrestare i guasti di un malore invincibile, e il funesto avvenimento un altro ne trasse seco. Il giudizio della _Cameretta_ stato sospeso si ricominciò, e il marchese Palavicino fu condannato.

Precedendo di molti anni la caparbia volontà di quel governatore spagnuolo che distrusse un decreto del suo sovrano, il Lautrec non tenne conto di quanto il suo re avrebbe per avventura concesso alle preghiere della moglie di Manfredo. Disperato e furente, non volle esser il solo colpito dalla sventura, e della sua disperazione fece sugli altri pesare i tremendi effetti,

L'antivigilia del giorno di s. Pietro, Manfredo Palavicino, al cospetto di pochi spettatori sbalorditi e muti e invano pietosi, dalla torre del castello fu condotto al patibolo, dove finì la vita generosa e infelice senz'aver potuto compire quanto aveva incominciato.

Forse per ciò la storia mostrò poi di non avergli gran riguardo, e mise il suo nome in fondo al numeroso elenco di tanti che men di lui avevano diritto alla gratitudine de' posteri.

Ma appunto per questo ci siam seco accompagnati negli anni più operosi e più calamitosi della sua vita; che delle ingiurie patite dai Milanesi e prima e dopo la giornata di Marignano fu desso che preparò le vendette consumate di poi alla battaglia della Bicocca, per la quale chi aveva per tanti anni conculcata la Lombardia fu costretto a cedere il luogo al suo duca naturale.

Nel far poi, in quanto potevasi, il ritratto de' tempi in cui visse il Palavicino, abbiamo avuto l'animo ad altri fini che non diremo qui; perchè delle cose sparse in tutto uno scritto è inutile anzi è ridicolo affannarsi di mostrar la ragione all'ultima pagina, se il lettore, anche tra il sonno e la veglia, non seppe coglierla da per sè, quando teneva il libro fra le mani.

FINE

