Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana
Part 50
Alcuni istanti prima grossi e radi goccioloni d'acqua, con brontolío continuo di tuoni e lampi che, rilucendo interpolatamente, rendevano ancora più tetro l'aspetto del cielo, aveano annunziato il pieno rovescio del turbine, che scoppiò quando la folla fu sulla piazza. Quanti poterono corsero allora a riparare sotto al Coperchio de' Figini, e fu un addensarsi, un pigiarsi, un tumultuare da non potersi descrivere. Essendo gli sguardi di tutti volti al palazzo, vi fu un momento che la saltante gragnuola cadde sì spessa da togliere del tutto anche quella vista. L'ansia, l'impazienza, l'aspettazion del popolo era indicibile, e il vasto suo fremito veniva solo coperto da quello della natura, la quale pareva avesse voluto espressamente sceglier quest'ora a prorompere così, perchè non sembrasse di soverchio monstruosa la violenza di quelle estreme passioni onde in quel punto avevano ad agitarsi umani petti.
Allorchè la carrozza della Ginevra passò sotto l'androne del palazzo ducale, da tutti quegli ufficiali, e caporali, e soldati che in gran numero si raccoglievano sotto agli atrj e nelle stanze a terreno, da principio si credette, quantunque paresse strano, ch'ella avesse voluto riparare colà per essere stata colta improvvisamente dal mal tempo. Per ciò avvezzi qual'erano i più a prendersi facilmente trastullo di tutto e di tutti, com'è costume di tal gente, si fecero intorno alla carrozza per trovare qualche argomento di risa e di beffe. Se non che al primo affacciarsi della Ginevra allo sportello, in tutti sorse un sentimento uguale che comandò il rispetto, o qualcosa di somigliante. Nell'entrare, ella aveva tentato ogni sforzo per ricomporsi alla meglio, ma non ci era riuscita in modo che altri non potesse accorgersi del disordine in cui trovavasi, e del molto pianto che avea versato; per la qual cosa, fra quella moltitudine d'uomini d'arme nacque gran curiosità di sapere chi fosse e cosa volesse.
Ma quando le si raccolsero intorno per parlarle ed ascoltarla, la confusione, onde la Ginevra venne assalita nel trovarsi in mezzo a tali uomini, di cui sospettava e temeva i liberi costumi, fu così forte, che, per un istante almeno, superò lo stesso suo dolore. Sentiva, i bisbigli, le sommesse domande che l'un l'altro si facevano, vedeva i sorrisi da cui trapelava qualche segno di procacità, e ciò che più l'atterriva, udiva le lodi fatte alla sua bellezza.
La donna che l'accompagnava temeva più che mai onde le andava dicendo:
--Per carità, usciamo di qui; fuggiamo da questa gente!
Ma in quella un francese, accostandosi allo sportello:
--Signora, disse alla Ginevra, possiamo noi sapere se voi siete venuta qui per riparare dal mal tempo, o per qual altra cagione siate venuta?
--Davvero signora, le diceva un altro men riservato del primo, se siete corsa fra noi per ricovrarvi avete scelto benissimo il luogo; e, per s. Dionigi, non sarà mai detto che un gendarme francese siasi rifiutato a prestare i suoi servigi a una bella donna! Voi poi siete bellissima, e avrete a lodarvi assai di me e di quanti siam qui.
La Ginevra, a tali parole, non seppe vincersi così che non trapelasse di fuori l'indignazione onde tutta si accese.
Ma il primo francese, mettendo il guanto sulla bocca del compagno.
--Taci tu gli disse, e prima di far promesse, ascolta. Questa donna ha ben altro a pensare che dar retta a te e alle tue ciance.
Tali parole furono susseguite da varii sghignazzi e da qualche frase in lingua francese, colla quale pareva si volesse mettere in celia la cortesia di chi primo aveva parlato alla Ginevra.
Ma un vecchio caporale, alzando la voce:
--Chi fa ingiuria altrui, disse, la fa a sè stesso; però usiamo a questa donna i dovuti riguardi.
L'insolito esempio di costume gentile esibitoci da questi soldati, non ci faccia però supporre che dall'ultima volta in cui fummo in questo palazzo sia scomparsa, tra le soldatese del Lautrec, quell'atroce durezza di cui siamo stati testimoni. I poveri Milanesi ebbero a patire, in quegli ultimi anni, violenze d'ogni genere; ma ciò non toglie che fra tanti uomini solleciti di secondare il governatore ve ne fosse taluno di natura più rimessa e più generosa, e che colle parole e coi fatti biasimasse fors'anco il duro esempio dato dal Lautrec. In quel modo istesso che la boriosa e feroce rozzezza onde si segnalavano i baroni che stavano con lui non è indizio ch'ella fosse il marchio caratteristico di tutti i Francesi a quei tempi, come parimenti (per toccare di un fatto che già fu descritto in questo libro), e la viltà di quel giovane gendarme vinto in duello e schiaffeggiato dal conte Galeazzo, non può implicar quella dell'intera nazione francese, la quale invece, così allora come prima e dopo, sempre si distinse per la contraria virtù. Molto meno poi che l'autore di questo libro abbia voluto espressamente introdurre quel personaggio quasi tipo di tutta una gente. Per far ciò avrebbe dovuto rinunziare alle proprie convinzioni e a quella stima in cui sempre ha tenuto la gloriosa nazione, alla quale i destini furono tanto propizj; ma parimenti avrebbe dovuto rinunciare alla verità, se della dominazione francese in Lombardia a que' tempi lontani, si fosse sforzato di esibire un ritratto diverso di quello che in parte ne ha dato.
Ciò sia detto nel supposto che possa per avventura tornar necessario e, più che altro, perchè la l'opportunità ce ne fece invito. Seguiamo ora quel che più importa.
La Ginevra, dopo aver taciuto a lungo per la confusione in cui l'avean messa tanti uomini d'armi di cui temeva la procacità, confortata dalle savie parole del vecchio caporale e del gendarme che le stava allo sportello:
--Signori, disse, io non venni già qui perchè il mal tempo mi abbia spinta. Ho ben più crudele, tempesta nell'animo, e percorsi molte miglia a furia, per giungere in tempo e avere un'udienza dal governatore.
--Un'udienza del governatore? disser molti ad una voce maravigliando e guardandosi l'un l'altro a vicenda.
--Me ne rincresce, cara signora, disse allora il vecchio caporale, ma ciò vi sarà impossibile. Il governatore non ha mai concessa udienza a donna del mondo. Oggi poi la negherebbe a chicchessia, quando pure lo avesse in costume.
--Non v'è cosa più grave di quella per cui sono venuta; per ciò scongiuro voi tutti onde facciate che il governatore mi accolga. Io sono la moglie del marchese Palavicino....
Questo nome fece che il cerchio de' soldati che stava intorno alla carrozza si stringesse istantaneamente, e che tutti gli occhi si fissassero nel volto della Ginevra con un'attenzione e con un interesse intenso. Cessò ogni bisbiglio ed ogni rumore tra i soldati, e non s'udiva che l'infuriare della gragnuola e della pioggia la quale cadeva a rovesci.
La Ginevra stette un momento irresoluta; poi spinto lo sportello della carrozza, discese tenendo per mano l'ancella.
--Ditemi soltanto dov'è la stanza del governatore; io ci andrò senz'essere annunziata, così le sue furie cadranno solo su me che sono parata a tutto.
--È da due giorni e due notti ch'egli non esce dalla stanza dove giace vicinissimo a morte il diletto, l'unico suo figlio; però se taluno osasse recarsegli presso non chiamato, quel che avverrebbe di colui non vorrei che capitasse a me.
--Voi avete ragione di temer tutto. Io non ho a temer nulla, perchè, se non ottengo di parlargli vedete bene, non esservi cosa che più mi possa percuotere!
Le parole non erano che queste, ma l'accento, ma l'espressione, erano tali da costringere la pietà di chicchessia.
Allora vi furono taluni che, rivolti al vecchio caporale tanto quanto commossi:
--Non avete voluto, dissero, essere acerbo in principio, così ci avete messi tutti quanti in un terribile intrigo; perchè vi domandiamo noi come si avrà a rimandare costei....
--Signora, le disse allora facendosele più dappresso il vecchio gendarme, se io ho promesso che vi sarebbero usati i dovuti riguardi, potete star certa che non avrete a lamentarvi di noi, ma torno a ripetervi che quello di cui ci avete pregati, è affatto impossibile. D'altra parte, mi pesa a dirvelo, ma tornerebbe anche inutile. Vostro marito, io lo compiango, perchè chiunque si trovi in una così terribile condizione merita bene che gli si abbia qualche commiserazione, ma salvarlo! credetelo a me, non lo potremo, nè io, nè voi, nè nessuno, nè il governatore medesimo, quando pure il volesse; perchè il marchese sarà condannato dalla _Cameretta_. E sono sessanta i decurioni che han voto, e il governatore non ha altro diritto che di segnarne due invece di uno; voi mi darete taccia d'uomo crudele, perchè vi tolgo d'un colpo tutte le vostre speranze; ma credete invece che ella è pietà, perchè bisogna bene che v'entri una volta l'ultima persuasione; e il passare di continuo dalle inutili speranze ai timori, e da questi a quelle, non fa che prolungare i tormenti.
La Ginevra non rispondeva parola, ma il tremito onde in quel punto fu assalita per tutta la persona fu ben più forte d'ogni risposta. La donna che le stava presso la supplicava di partire, ma ella, sempre tenendola per mano, dava segno di essere ostinata nel suo proposito di voler parlare al governatore.
Il conte Mandello e il Corvino non avean voluto darle a compagno nessun uomo che potesse prestarle qualche soccorso in tali momenti, pensando che la sua disperazione abbandonata a sè stessa avrebbe fatto più che altro. E si apposero in fatti.
Dopo alcuni istanti di silenzio:
--Potete crederlo, o signora, continuò il vecchio, che se ci fosse un filo, un sol filo di speranza, quantunque l'ira del governatore fosse tutta per prorompere su di noi, pure non temeremmo d'affrontarla.
--Signore, proruppe allora la Ginevra, s'egli è vero quello che mi dite, se non temete per voi, fate dunque ch'io mi trovi faccia a faccia col governatore; se questo mi si concede, s'io posso dire qualche parola a quest'uomo, per quanto sia terribile, pure io confido che cederà alle preghiere, perchè io non pretenderò già ch'egli abbia a rimetter tosto in libertà il marchese, mio marito: questo, forse, non sarebbe nella sua facoltà; solo io domando che protragga il giudizio, e che tutto rimetta al re. Allora io mi affretterò a Parigi ai piedi di Francesco; questo re è buono, e non permetterà ch'io abbia a morir disperata. So che la _Cameretta_ si è già radunata, so che domani pronuncierà la sentenza; s'io non parlo oggi al governatore, s'egli non giunge in tempo a sospendere il giudizio prima che la sentenza sia data, vedete che tutto, tutto è perduto. Annunziatemi dunque, parlate a chi sta presso al governatore; quest'uomo avrà pure taluno che gli sarà più accetto degli altri. Raccomandatemi dunque a costui; per carità, fate quanto io vi dico!
Il vecchio caporale ascoltò tutto senza mai parlare, poi disse:
--Voi mi fate pietà.... ma quanto chiedete è troppo!... pure aspettate qui.... vado e torno. Non vi do nessuna speranza, anzi vi esorto a non attender nulla di buono; tuttavia qualche cosa dirò, non già a Sua Eccellenza, che vorrei piuttosto cadere in terra morto, ma a chi talvolta.... basta, aspettate qui.
E ciò dicendo si allontanò lungo i portici, e scomparve.
L'aspettazione che si mise nell'animo della Ginevra alle parole del vecchio caporale, si mise parimenti negli uomini d'armi che le stavano intorno, senza l'ansia però e quell'incertezza orribile che di minuto in minuto sempre più andava fiaccando le forze della sventurata moglie di Manfredo. Chiunque allora, senza sapere di che si trattasse, fosse entrato sotto ai portici del palazzo ducale sarebbe stato colpito dallo strano spettacolo.
Era un centinaio di soldati tra lancieri e archibusieri e spadoni e artiglieri, per la maggior parte de' più bassi gradi dell'esercito, e quasi tutti, per quanto indicava l'aspetto, tolti alle infime classi del popolo e con quella speciale durezza in aggiunta che suol dare il costume militare; e tutti costoro, ad onta di questo, bisbigliando sommessamente quasi per timore di farsi udire, stavan raccolti in largo cerchio intorno alla Ginevra, la quale subitamente colpiva e per la ricca semplicità delle vesti, e per l'aspetto in cui vedeasi la nobiltà trasparire dalla bellezza dignitosa e molle ad una, e pei segni dell'affanno e delle lagrime recenti; e con tutto quest'apparato di nobiltà, di bellezza, di mollezza, la si vedeva star là immobile, sebbene la pioggia, pel vento che imperversava, cadendo di traverso sin sotto ai portici, le avesse fatto ai piedi un lago d'acqua e l'avvolgesse di continua spruzzaglia.
Ma, per quanto fosse stata pregata di entrare in una di quelle stanze a terreno, non ascoltò mai parola, e sempre stringendo nella propria la mano della donna che stava seco, teneva intensamente rivolta la pupilla per dove era scomparso il vecchio caporale.
Questi intanto, recatosi all'ultimo piano del palazzo, bussò all'uscio di una camera; ne uscì un fante collo stemma francese ricamato sul giustacuore, il quale, vedendo il caporale:
--Se domandate di maestro Bonnivet, gli disse, è andato a vedere il figlio di Sua Eccellenza; ma tornerà presto per recarsi poi subito dopo a vederlo di bel nuovo, ciò che suol fare per cento volte in un dì, chè il governatore lo vuol sempre vicino e lo tempesta di continue domande e non gli lascia tempo di attendere a' suoi studj, per cui questi libri che vedete son quasi sempre aperti al medesimo foglio.... Se dunque volete aspettare aspettate, se no tornate presto. Ma s'udi in quella salire qualcheduno per la scaletta a chiocciola, la quale serviva di comunicazione tra la stanza del medico Bonnivet e l'appartamento di Sua Eccellenza.
--Forse è lui, disse allora il fante, e il medico Bonnivet comparve infatti. Un uomo più vicino ai sessanta che ai cinquant'anni, calvo, pallido, di fisonomia aperta, e vestito con tanta semplicità che quasi toccava la pilaccheria.
--Voi qui? disse al caporale con molta scioltezza di modi. Son forse ricomparse ancora le doglie antiche?
--Maestro, non vengo da voi per medicina, chè mercè la virtù vostra, a settant'anni, che tanti ne ho, io mi sento così forte da non aver invidia ad un giovane; ma venivo per tutt'altro: per un caso strano e doloroso, doloroso davvero.
--Di che si tratta?
--Mi spaccio in poche parole. Abbasso v'ha una donna che piange e si dispera e scongiura tutti quanti perchè la vogliano introdurre da Sua Eccellenza!
--Caro mio, converrà persuaderla e rimandarla.
--Fu il mio primo pensiero; ma questa donna è la moglie del marchese Palavicino, la figlia del signore di Bologna, la vedova del signore di Perugia.... e fate conto che il suo dolore è a tale estremo, ch'ella non sa più ove si trovi, e senza aver riguardo nè al suo rango, nè ad altro, è venuta quasi a gettarsi ai piedi nostri, che siamo poveri soldati, e rassegnata sopportò la beffa di chi al primo non l'aveva conosciuta.
--E cosa volete dirmi con ciò? Se fosse un dolor fisico io m'affannerei di trovarle un farmaco; ma così vedete bene, caro mio, per un tal genere d'angoscie io non ho che la mia compassione. E poi.... se fosse la moglie di tutt'altro.... ma il marchese Palavicino.... voi sapete....
--So tutto, e chi nol sa!
--Dunque.... chi volete voi che s'attenti di pregare Sua Eccellenza per questo giovane lombardo?
--Anche a ciò ho pensato io pure; ma quella donna infelice non cessava dalle preghiere e dalle lagrime, e non cesserà sì presto; ond'io dissi fra me: se in palazzo v'è un uomo che sia amato da Sua Eccellenza, è il maestro Bonnivet. S'egli trovasse mai il modo d'indurre il governatore ad ascoltare questa donna.... sarebbero tanti guai riparati.... perchè costei non mi par disposta ad uscire così facilmente di palazzo, ed io m'aspetto di vederla a cader morta sul lastrico del cortile, anzichè partirsi senza aver parlato al governatore....
--È un grave intrigo.... ma pur troppo non è modo a ripararvi.... tutt'al più verrò io stesso a veder questa donna, e farò di persuaderla.
--Maestro, non ci riuscirete, credetelo a me.
E senza più discesero e s'affrettarono là dov'era la Ginevra che aspettava.
I colleghi del caporale credevano ch'egli avesse voluto presentarsi al fratello del Lautrec, monsignore di Lescuns, dal quale potevasi forse sperar qualche cosa; perciò quando lo videro comparire col medico Bonnivet non seppero congetturare qual intenzione fosse la sua; ma la Ginevra che non lo conosceva, e in questa comparsa d'un nuovo personaggio trovò subito una speranza, si mosse istantaneamente, e loro correndo incontro:
--Signore, disse rivolta a Bonnivet, se voi siete venuto per esaudire la mia domanda io vi benedico. Fate dunque ch'io possa parlar subito al governatore.
Queste parole, che indicavano una viva speranza rendevano necessariamente difficile qualunque risposta che mirasse a distruggerla. E il medico Bonnivet contemplando la Ginevra, e vedendo sul volto di lei i segni d'una passione struggente, sentì i primi consigli della pietà mentre svanivano quelli della prudenza.
Allora più per profferire qualche parola, che per altro, tentò distoglierla dal suo proposito; ma tornando a prorompere la disperazione della Ginevra:
--Ebbene, disse, io non ho che un consiglio da darvi. Codesta vostra ostinazione ci metterà tutti in un terribile imbarazzo, chè voi non sapete qual furore egli sia, quando scoppia, quello del governatore, e in tali circostanze, ed oggi specialmente. Pure, quando tutti quelli che son qui lo consentano e le guardie che stanno nelle anticamere di Sua Eccellenza non vogliano, per amor vostro, aver riguardo a sè stesse, passate oltre, salite, entrate nella sala d'armi.... e colà fermatevi ad aspettare che per avventura passi il Lautrec; quand'io gli do qualche speranza sulla salute del suo figliuolo, egli, riavendosi qualche poco, suol recarsi ancora là a tentare le sue armi predilette.... Se dunque nel malato fanciullo v'è qualche indizio di miglioramento, se una speranza ci fosse realmente, se l'umore del Lautrec fosse men tetro del solito, se passando dove voi lo starete attendendo, la vostra vista nol conturba e non gli promuove il solito furore.... se tutte le circostanze insomma, per la bontà di Dio, avessero a concorrere in vostro soccorso.... potete sperare; ma v'avverto che sarà difficile....
Allora domandò a tutti gli uomini d'armi che s'erano avvicinati, se non avevano difficoltà nessuna di lasciare passar oltre quella donna infelice.
--Passi! gridò più d'uno. Sua Eccellenza non vorrà già farci impiccar tutti quanti, e le guardie che stan nelle anticamere possono benissimo gettar la broda su di noi. Passi dunque, passi!
La Ginevra, sempre accompagnata dalla sua donna, s'innoltrò allora pei portici e salì lo scalone.... La metà degli uomini d'arme l'accompagnarono curiosi di ciò che ne sarebbe seguito.
In questi momenti stavasi il Lautrec nella stanza del fanciullo Armando. Il medico Bonnivet aveva raccomandato il maggior silenzio possibile affine di conciliare qualche sonno al malato, e perchè il fracasso esterno non gli provocasse un sussulto di convulsione, aveva fatto chiuder tutte le porte.
Il Lautrec, in un canto della camera, in piedi, appoggiato colla sinistra ai bracciuoli di una gran seggiola, colla destra cascante, e la testa china, aveva tutta l'apparenza di un uomo che fosse sprofondato in un pensiero unico; ma realmente, più che la fissazione in un'idea, era la confusione di tante che gli aveva fatto prendere quella posa.
Avendo fìn dalla nascita dato indizio di una complessione debolissima, da più d'un anno malaticcio, il giovanetto Armando, preso alcuni mesi prima da tosse violenta e da febbre continua, non aveva potuto più sorgere dal letto, nè per quanti argomenti siensi adoperati, nè per quante consulte siensi fatte tra i più reputati medici d'allora che furono invitati anche da lontanissimo, non si potè mai giungere ad un risultato che desse qualche speranza di guarigione, e tutti convennero col medico Bonnivet sulla natura del male del giovinetto.
Nè per ciò nessuno stia a credere che questa sia stata una di quelle punizioni, onde il fato dava una volta le sue lezioni morali.
Il fanciullo, fin dalla nascita, portò nel germe il malore che doveva consumarlo, e ciò pur troppo sarebbe avvenuto quando pure il Lautrec con benefica mano avesse migliorata la condizione dei Milanesi e avesse lasciato qualche monumento di straordinaria virtù, e gli eventi si fossero intrecciati in modo che la duchessa Elena fosse stata moglie di lui. Ciò che la natura avea determinato era irrevocabile, e se la vita del Lautrec fosse corsa sempre tranquilla, a questo punto avrebbe provato il primo dolore.
Ma il Lautrec non la pensava così, e sebbene, per la durezza medesima della sua natura, men che la maggior parte de' suoi contemporanei, subisse le influenze della superstizione, pure vi andava soggetto anche lui, e tanto più quando l'anima sua s'inteneriva per qualche affetto straordinario.
Dal giorno che, partito o fuggito da Rimini, dopo quell'ultima e tremenda ora della sciagurata Elena, venne a Milano e trovò il figliuolo più che mai peggiorato, e poco di poi assalito dalla massima violenza del male, gli sembrò vedere in quel fatto qualcosa di fatale che lo spaventò.... e sentiva orrore di sè stesso ogniqualvolta, ritornando all'istante in cui trovossi faccia a faccia colla duchessa, si ricordava d'esser stato perplesso prima di ucciderla, per paura di spegnere due vite ad una; ma d'aver poi dimenticato il suo unico figlio pel desiderio della vendetta.
E un tetro rimorso venne a tormentarlo assiduamente, e le ricordanze dei dì trascorsi si risolvevano tutte in un ultimo e desolato pentimento fatto più straziante dall'impossibilità della riparazione. E non sapeva trovar riposo quando pensava all'inclemenza della sorte, la quale volle guidar gli eventi in modo, che le vittime del suo furore avessero ad essere gli oggetti medesimi della sua tenerezza.
Immerso dunque nel confuso turbine di queste idee il Lautrec, stato per qualche minuto in quell'abbandonato atteggiamento, alzò e volse la testa verso il letto dove giaceva Armando. Per quanto il malore avesse fatto esile ed affilato il viso di lui, pure non eran per nulla scomparse le tracce della prima beltà, ed anzi la lucentezza straordinaria che gli s'era trasfusa negli occhi, come avviene di chi è travagliato dal mal sottile, le comunicava, direi quasi, un carattere di essenza sovranaturale. Il governatore lo guardò a lungo, e un certo movimento tremulo, che continuò per tutto il tempo in cui stette guardandolo, era testimonio dello strazio che gliene derivava. Guardava poi, alternativamente, ora il figliuolo, ora un paggio che, seduto al capezzale d'Armando, teneva nella propria la mano di lui che dolcemente gliela abbandonava. Il medico Bonnivet aveva scongiurato il Lautrec perchè il giovine paggio fosse fatto allontanare da quel luogo, nel timore non gli dovesse, a lungo, riuscire funesta l'assidua dimora in quella corrotta atmosfera. Ma i pianti d'Armando, ma il volontario sagrificio del giovinetto paggio che, come avviene tra' fanciulli, aveva preso immenso amore al figlio del Lautrec, il quale altrettanto gliene portava, ma il torbido adombrarsi del governatore a un tale consiglio, lo aveva mal suo grado fatto desistere da ulteriori preghiere. Però, intanto che il Lautrec osservava quei due fanciulli, fermandosi qualche poco sul paggio provava un senso molesto di una pietà irresistibile considerando che mentre una salute rigogliosa aveva destinato quel fanciullo a vivere una vita lunghissima, sarebbe forse morto immaturamente anche lui, costretto com'era ad un sì funesto servigio.
Ma la caldura insopportabile che s'era tutta concentrata nella camera, per esserne state chiuse le uscite, e che al Laulrec rendevasi ancora più molesta dopo essere stato tanto tempo in quell'atteggiamento, e quasi senza respirare, gli fece sentire il bisogno d'uscire a passeggiare per l'altre camere. Di fatto, entrando allora il medico Bonnivet, per tentare qualche parola atta a produrre dei buoni effetti sull'animo di lui: