Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana
Part 49
Il conte, per la molta perdita del sangue, era oltremodo affievolito; tuttavia, riavutosi dalla prima angoscia, tanto più degna di maraviglia, in quanto aveva potuto vincere la sua natura medesima, narrò il fatto con tale efficacia di parole, che per tutto il campo fu una conflagrazione repentina, insolita, che giunse fino al furore tra i militi alemanni, percossi dalla vergogna che un loro compatriotta si fosso bruttato di un così infame tradimento.
Ma che valevano le pietose proteste, il dolore, lo stupore, lo sdegno, il desiderio di vendetta? Come si poteva salvare lo sventurato Manfredo? Come uscire con tutta la gente da quelle angustie, e penetrare in Como, e far strage di chi aveva comandato un così atroce tradimento? Come continuare le paghe! Come in tanto intreccio di cose, avviluppatesi più che mai quando pareva dovessero terminare, trovare un consiglio, un rifugio, un mezzo potente per riparare a tanta sciagura! Il conte osservò tutte queste cose di un lampo, misurò tutta la profondità dell'abisso, e, da che viveva, perdette per la prima volta affatto quella fiducia così piena di trovati e di risorse, disperò e si sentì prostrato e avvilito e incapace a pensare non che ad operare.
In questo stesso dì giunse l'Elia Corvino da Cremia, dove, per preghiera del Palavicino, erasi recato a confortare la Ginevra, e di mestissima ch'ella era, l'aveva lasciata tanto quanto lieta. Accortosi che nel campo era un gran pericolo, da principio non seppe che si pensare, poi quando udì la grave sciagura rimase come smemorato.--Povera Ginevra, esclamò, qual colpo sarà questo per lei!!--E si recò subito presso il conte Mandello il quale s'era messo a giacere sul suo letto di paglia, non consentendo maggiori comodi le angustie delle circostanze e dei luoghi.
L'Elia e il conte si guardarono a lungo senza parlare.
Non v'ha spettacolo che più colpisca dell'angoscia e della prostrazione di chi naturalmente è audace e giocondo e noncurante. E una tale commozione si fa ancora più grave quando, ritornando alla causa, si considera quanto ella dev'esser stata terribile se potè gettare la confusione anche colà dove era sempre stata sconosciuta.
E fu terribile davvero.
--Ma e non pensiamo a far nulla? disse finalmente l'Elia dopo avere aspettato invano che il conte parlasse il primo.
---Tutto io avrei fatto, rispose allora quasi dando in furore il Mandello, se questa ferita non mi avesse fatto cadere; quantunque in due soli e quasi senz'armi contro quattro armati d'archibugio e coperti di ferro dalla testa ai piedi, pure li avremmo schiacciati, per la fede di Dio, ed io avrei fatto miracoli per salvare Manfredo! il buon Manfredo! così è perduto!...
E tacque.... e pianse.... pianse d'amore e d'affanno. L'Elia volse la testa altrove.
E dopo una lunga pausa:
--È da più ore, caro Elia, e gli sporgeva la mano per stringere la sua, che io sto affannandomi in cerca di un filo di salvezza; ma non so trovar nulla.... nulla, e mi pare d'avere smarrita l'intelligenza affatto. Sarebbe un gran che, vedi, se si potesse salvare un così prezioso amico, un italiano sì generoso, un così raro complesso di virtù egregie, in cui era tanto valore e tanto ingegno, e tanta soavità di natura.... Oh percorri Elia, percorri tutta Italia che un giovane come Manfredo non ti verrà mai fatto di trovarlo mai.... Ed ora è perduto.... e il cuore mi dice per sempre!.... perchè.... l'altra volta quando Manfredo corse quasi lo stesso pericolo.... io non mi lasciai così abbattere.... e il presentimento d'averlo a salvare mi metteva in cuore una gran fiducia.... ma oggi non vedo nulla! E s'io ho a morire impazzito ciò accadrà per questa disperazione che mi strazia, che mi divora! Ma tu, Elia tu uomo acuto e scaltro.... e provvedente.... non hai nulla a dirmi, nulla a consigliarmi, nulla da operare pel nostro povero, sventurato amico?
L'Elia non rispondeva....
Il Mandello si fece ancora immobile, e tenne gli occhi fissi senza mai parlare.
--E la Ginevra, disse poi scuotendosi tutt'a un tratto, come l'hai tu lasciata quella povera sventurata? Ma tu non rispondi? Io ho perduto il senno, tu anche la favella.
--Vorrei, per verità, aver perduto l'uno e l'altra, rispose finalmente l'Elia.... ma se si ha a tentare un partito ancora.... esso non può essere che il più disperato.
--Sia pur disperato quanto mai può essere, purchè ci sia; parla dunque. Che partito hai tu?
--Potrebbe riuscire se Dio lo volesse, e se dipendesse soltanto da noi, che siam pronti a sagrificar tutto!
--Sì, tutto, sino alla vita!
--Ma noi soli non bastiamo.... Converrebbe che la Ginevra potesse far ciò che forse non è lecito attendere dal suo immenso dolore quando saprà la sventura.... Pure la sua disperazione istessa, le sue grida strazianti potrebbero essere un gran mezzo, una potente scintilla da destare un incendio.
--Che?
--Sì, centomila uomini, che gemendo tacciono da anni, potrebbero, eccitati da uomini esperti prorompere improvvisamente innanzi allo spettacolo di una desolazione che non ha pari.
Il Mandello si alzava dal suo giaciglio a queste parole, e appuntando l'occhio in volto all'Elia in grande aspettazione:
--Parmi, diceva, parmi d'averti compreso.... Segui!
--Manfredo, quest'oggi istesso, forse sarà in Milano.
--Non può essere diversamente.... è il governatore che lo vuole.
--Ma prima che il governatore ci tolga tutte le speranze, Manfredo, trattandosi d'un fatto così pubblico, così straordinario, così politico, sarà giudicato dalla _Cameretta_; questo basta perchè, prima della sua condanna, passi qualche giorno d'intervallo.... Un tale intervallo può esser tutto per noi!
Il Mandello, a tali parole, rianimandosi di speranza:
--Dio ti benedica! proruppe; il resto lo so io.
--La Ginevra....
--La Ginevra s'affretta a Milano....
--E va a palazzo.... e domanda un'udienza dal governatore....
--E al suo rapido viaggio da qui a Milano si dà il più grande apparato possibile, tanto che accorra la folla, commiserando e sdegnosa, sulla via per dove passerà....
--E in città si mandano uomini esperti ad annunciare la sua venuta.... a preparare, ad eccitare, ad esaltare gli animi di pietà e di furore.
--Nè ella dovrà pregare il governatore per la vita di Manfredo: sarebbe domandar troppo; chiederà che a lei sia concessa la grazia di recarsi a supplicare il re, il solo che possa mutar la sentenza della _Cameretta_.
--Ma ciò non concederà il Lautrec.... e i pianti di lei ecciteranno il popolo.... e noi stessi muoveremo gli animi intanto che l'infelice pregherà invano! Se le nostre parole avranno efficacia; se in un solo istante una corrente di entusiasmo verace immenso, solca ed arde non già cento; ma ventimila uomini soltanto, non v'è più forza che li trattenga. E una donna che prega e versa torrenti di lagrime, e trova il rifiuto spietato, può far di gran cose, credetelo a me.
Il Mandello, attonito prestava attenzione all'insolito impeto onde esprimevasi l'Elia, e sentiva tutte sussultarsi le fibre, e a dispetto della ferita, non poteva star calmo.
--Mi pesa di essere così indebolito, disse poi, ma farò come se non fosse nulla. Intanto bisognerà che tu ti rechi subitamente a Cremia.... e parli alla moglie di Manfredo.
L'Elia sentì sbollirsi ogni coraggio a un tale pensiero.
--E questo, disse, questo è ciò che mi riesce insopportabile; e non so cosa farei perchè altri se ne incaricasse.
--Ti comprendo, Elia, ma conviene che ti faccia forza.
--E s'ella non sopportasse il dolore?
--Speriamo che lo sopporti. Ma intanto che tu vai a Cremia, io provvederò a ciò che rimane a farsi coi mercenarj di Manfredo; credo che per quindici giorni ancora vi siano i denari per le paghe, passati i quali, se non giunge un soccorso dal Morone o da altri, bisognerà licenziarli. Intanto io crederei bene di condurli, per la Valle d'Intelvi, sul territorio svizzero, il quale è a poche miglia di qui, che in tal modo, finchè si aspetta, si è in luogo più sicuro, e i Francesi del presidio, vivendo in continuo sospetto, non potranno recarsi a Milano per portar soccorso quando ci fosse il bisogno.
--Ciò è ben pensato, mi pare, e converrà dar gli ordini perchè si ritiri anche la gente che il Palavicino lasciò per ajuto sul lago.
--A questo ci ha già provveduto lui, e tutto è fatto.
La notte, quantunque il lago fosse procelloso e minacciasse fortuna, l'Elia si recò a Cremia.
CAPITOLO XXXVI.
La nuova di tali avvenimenti aveva messo intanto uno strano sobbollimento negli animi dei Milanesi. Già da molto tempo prima erano stati in aspettazione di qualche gran cosa, e la continua resistenza dei fuorusciti raccolti in Reggio contro le scorrerie francesi, non è a dire che fiducia e quante speranze avesse in loro suscitato. Avean saputo inoltre che stavasi concertando una lega tra Leone e Carlo, la quale, siccome tutto induceva a credere, avrebbe risolutivamente cacciato dalla Lombardia quelli che, da tanti anni, con tirannia sì atroce la governavano.
Coloro, ed erano i più, che durante tale dominazione mai non poterono uscire dalla città, da principio, percossi dall'insolita miseria, non avevan saputo che tremare e lamentarsi e piegare il collo--e in così deplorabile condizione continuarono per gran tempo. Ma nell'anno in cui il Lautrec stette in Francia, e il Lescuns meno atroce, lo rappresentò, alla prima notizia del complotto di Reggio cominciarono alquanto a risentirsi dal pauroso torpore, e più d'una volta avvenne che la folla prorompesse in qualche sfogo improvviso di furore contro le soldatesche; sfoghi, che sebbene in breve venissero repressi dalle forze soverchianti, pure erano indizio che, se continuavasi di tal guisa, la moltitudine, dalla disperazione medesima fatta accorta della propria forza, avrebbe potuto, a lungo andare, riuscire formidabile a quelli stessi che tanto l'avevano oppressa.
Ben è vero che, al ritorno del Lautrec, ella sentì ancora un resto di paura per le terribili misure da lui prese, ma anche quella, spinta all'eccesso, avrebbe potuto diventar poi la causa di una conflagrazione improvvisa e risolutiva.
Il dì 11 di giugno cominciò finalmente a correre sordamente per Milano una strana voce: che il marchese Palavicino, alla testa di molta gente era comparso sul lago di Como in attitudine minacciosa. Dapprincipio si cominciò a negar fede a quelli che, pieni di esaltamento, raccontavano un tal fatto, poi crescendo il cumulo delle prove, subentrò la maraviglia, l'aspettazione, l'ansia. V'era tuttavia chi non sapeva ancora indursi a credere quanto si raccontava, quando il corriere spedito in tutta fretta dal comandante del presidio di Como a Milano, e l'improvviso ordinarsi delle soldatesche che stavano in castello, e il battere dei tamburi che risuonò turbinoso nel rione di Porta Comasina, persuase e colpì tutti quanti. Il nome del marchese Palavicino corse allora in Milano sulle bocche di tutti. Chi raccontava la sua vita passata chi le sue sventure, chi le ultime vicende in cui si trovò avvolto. Sapevasi che egli aveva sposato la signora di Rimini, e si parlò di costei e della misteriosa sua morte; ma s'ignorava al tutto che egli si fosse unito in matrimonio colla Ginevra Bentivoglio, della quale si ricordò la fuga, onde tutta Milano s'era tanto scandolezzata. Quante cose avvennero in sì lungo corso di tempo, si riandarono tutte in quei cinque o sei giorni, e i personaggi che l'uno dopo l'altro comparvero in questo libro, dal più al meno furon tutti oggetto dei discorsi generali. Corse finalmente anche la voce che il marchese Palavicino aveva sposata la Ginevra Bentivoglio, la vedova del terribile Baglione, e che anzi ella trovavasi a Como con lui. Una tal nuova colmò le maraviglie, accrescendo l'interesse per ambedue, il quale era tanto maggiore in quanto si connetteva all'interesse comune. Non è poi a dire con quale impazienza e con che ardore si cercavano le notizie dell'impresa di Como. Fu un tripudio generale, sebbene compresso, quando vennero propizie; fu un'inquietudine quasi tumultuosa quando si vociferò che la gente del Palavicino aveva dovuto ritirarsi fra i monti, e che la condizion sua facevasi più difficile di giorno in giorno.
In questo mezzo, cominciando a imperversar la stagione fuori dell'ordine naturale, con venti procellosi e gragnuole violenti e lampi continui; il popolo, a quel tempo, superstizioso oltre ogni credere, credette vedervi qualche indizio di una terribile catastrofe. Uscendo dalle disertate officine, gli artieri si radunavano a crocchi, e chi faceva un pronostico, chi l'altro; e siccome in quegli ultimi dì, sulla Piazza Castello, eransi dati atrocissimi supplizj a sei patrizi lombardi caduti nelle mani del Lautrec, si pensò che il cielo, col procelloso aspetto, volesse dar segno della sua collera, e taluni si confortavano considerando che se pure un'inaudita sciagura avrebbe avuto a colpire qualche mortale, questo sarebbe stato un francese; e tutti i pensieri correvano allora al governatore di fresco tornato a Milano, e che avendo trovato il figliuolo in assai mal termine di salute, e quasi coi segni della morte in sul volto, era uscito in disperate imprecazioni e in minaccie contro a' medici, che non avevan saputo fermare i guasti del morbo.
Ma qual fu la maraviglia quando mentre, l'attenzione era rivolta al figliuolo del Lautrec, il marchese Palavicino, circondato da venti gendarmi a cavallo, entrò in Milano e fu condotto al castello di Porta Giovia!
La nuova di una così tremenda sventura percorse come un fulmine la città, e ciascuno rimase colpito da quello stupore e da quell'angoscia che toglie perfino la facoltà di esprimerla in qualche modo.
Fu un lutto generale sentito nel profondo dell'animo, e non comandato; se non che in quello scambio della sorte la moltitudine credette che il cielo, anzichè i Francesi, avesse voluto punire la città di antiche e gravi colpe, cogliendola nell'oggetto del suo amore, e là appunto dove aveva riposta ogni speranza.
Però, nel ricordare, questo fatto doloroso, non si può a meno di provare qualcosa che somiglia al conforto, pensando a quella corrispondenza di amore e di gratitudine sincera che fu tra un individuo ed un'intera moltitudine, d'amore disinteressato per una parte e che non si manifestò a parole, ma con fatti; e per l'altra di un'effusione spontanea di pietà che se non fu efficace, fu però generosa, e, quando non foss'altro, compensò anticipatamente il Palavicino della freddezza e noncuranza dei molti i quali, abbagliati dal grande, non ebbero riguardo al buono.
Erano così corsi tre giorni dalla cattura del Palavicino; alla torre della Piazza de' Mercanti batteva la campana del mezzogiorno, e in quell'ora destinata dagli artigiani al riposo, molti di questi, dalla contrada Marsia, da quella di Pescheria, da quella dei Fustagnari, degli Orefici, e dalle altre che ricevono il nome delle arti diverse, venivano ad unirsi sotto al Coperto dei Figini per raccogliere altre novità e per discorrere intorno a quelle di cui pur troppo erano istrutti. Si raccoglievano sotto il portico, perchè nel cielo era un annottar tempestoso che minacciava rovesci di pioggia, come dalla metà di giugno soleva succedere ogni dì.
Innanzi alla bottega del merciajo Burigozzo, il quale aveva perduto alquanto della sua parlatina e se mai sentiva bisogno di sfogo, non si attentava di parlare che tra visi ben noti e dopo avere esplorato d'ogn'intorno con gran precauzione stava un crocchio piuttosto denso d'uomini che all'apparenza indicavano robustezza fisica e gran risolutezza; fra costoro trovavasi l'Omobono, fratello del Corvino, e quel fallito beneficato da Manfredo. Ed era cosa curiosa come, in quel vasto susurro di voci che facevasi sotto al portico, fra tanta gente intese a discorrere col massimo interesse, questo crocchio soltanto osservasse il più grave silenzio, e quelli che lo costituivano guardassero d'ogn'intorno con attenzione, con sospetto, con aspettazione, e di tanto in tanto qualcheduno, spiccandosi dalla folla e attraversando la piazza, si allontanasse per qualche istante, e ritornando poi sempre in silenzio, si facesse ancora coi compagni.
Ma venne il momento in cui uno di essi portò finalmente la notizia che gli pareva stessero attendendo.
Il fratello dell'Elia si gettò allora fra la gente di cui era gremito il portico, ciò che fecero tutti i suoi colleghi.
--Amici, una notizia!
--Fra pochi momenti il governatore riceverà una strana visita, se pure vorrà accordarla.
--Che? Cosa dite? Di che si tratta?
--Grandi cose ne avranno ad uscire.
--Sì, è la moglie del marchese Palavicino.
--La sventurata sua moglie, che fu veduta entrare in Milano or ora.
--E in gran pianti, come dicono chi l'ha veduta.
--E assicurano ch'egli è uno spettacolo innanzi a cui non si può trattenere le lagrime.
--E a momenti sarà qui?
--A far che?
--Per impetrare un'udienza dal governatore.
Il Burigozzo, uscito allora dalla sua bottega, e non potendo più trattenersi:
--Ahimè, disse, ella è giunta in malissimo punto! Mi rincresce per lei, ma il governatore la ributterà.
--Perchè la ributterà? Vorremo vederla!
--Cominciamo dal dire, che non entrò mai donna in quel palazzo dal momento che il governatore ci venne a star lui.
--E v'entrerà oggi. Ed è questo un caso straordinario.
--È da due giorni e due notti ch'egli non abbandona mai il letto del figliuolo.... Pensate se vorrà farlo per costei, per la moglie del marchese!
--Ma ella morrà d'angoscia, se ciò le verrà negato!
--Com'è vero Iddio, disperata morirà!
--E questo io credo, ma non posso che sentirne pietà e non altro.
--Sentite tutti: muoviamole incontro. Ella riceva i nostri conforti almeno.
--Sì, muoviamole incontro. Io voglio vederla.
--Anch'io vo' confortarla in qualche modo.
--Tanto popolo commosso pel suo dolore, sarà per riuscirle d'un gran sollievo.
--Andiamo dunque.
--Andiamo.
--Vengo anch'io.
--Ed io pure.
E in breve la piazza del duomo rimase deserta affatto, spalancate le botteghe e vuote senza custodia. Soltanto vedevansi le sentinelle francesi a passeggiare innanzi al palazzo ducale, soltanto udivasi come da lontano il brontolar cupo e irresoluto del tuono, e il cielo oscurarsi sempre più talchè pareva imminente lo schianto della gragnuola.
La folla intanto, prendendo per Pescheria, e via di furia attraversando la Piazza de' Mercanti, di contrada in contrada fu al Cordusio, fu al Broletto, E ad ogni passo, quasi mucchio di neve che s'aumenti rotolando, si faceva sempre più densa, più compatta, più romoreggiante. Si udì un trotto serrato di cavalli, e fu un grido generale:--Ella viene! Ella viene!
E in tal punto l'Omobono s'incontrò nel fratello tutto chiuso nella cappa e coperto dal cappello a falde.
--Il principio fu buono, Elia, e la moltitudine ha viscere.
--Lo vedo e son contento; ma lo sospettavo.
--E il cielo par che ci ajuti colle sue tenebre.
--Pare.
--Ma il conte?
--È qui.
--Ed i soldati?
--Sono in Milano travestiti da contadini.
--Dunque s'ella è respinta e il governatore sta ostinato?...
--Come t'ho detto; il resto lo sai. Va dunque.
E si divisero.
Omobono seguì la sua via e raggiunse la moltitudine, la quale s'era affollata ristagnando intorno alla carrozza della moglie del Palavicino.
La Ginevra non sapeva che quel fermento popolare era mosso dal conte Mandello e dall'Elia Corvino, perchè questo, sebbene a malincuore, non aveva voluto per nessun conto scemarle il dolore, dandole argomenti di speranza. Come sappiamo, voleva che il popolo venisse infiammato dallo spettacolo di un dolore e di una disperazione senza limiti. E pur troppo il dolore della Ginevra fu tale e lo sarebbe stato, quando pure avesse avuta qualche promessa d'ajuto. Messasi dunque in viaggio, nell'ora stabilita dal Mandello e dal Corvino, percorse tutto lo stradale senza mai cessare dal pianto per un momento, e spesso dando in tali espansioni di angoscia, e in tal gemiti, che la donna che gli sedeva presso nella carrozza non trovava più modo nessuno per confortarla.
Lungo lo stradale non ebbe neppure la facoltà d'accorgersi della sparsa gente accorsa dalle ville per vederla e commiserarla, ma entrata in Milano, rimase a tutta prima attonita della moltitudine che le moveva incontro, e maravigliata domandò al'ancella, che fosse?! Ma le parole e le grida del popolo l'avvisarono d'ogni cosa. Se non che questa pubblica attestazione di pietà, queste voci di conforto che in tuon lugubre le giungevano da mille punti della folla stipata, questo lutto universale, essendo prova del quanto a tutti fosse cara la vita del suo Manfredo, con una fitta più profonda le vennero a colpir l'animo, e il pianto rattenuto dal primo stupore tornò a sgorgare con tanta passione, e sul suo volto, in cui tutti gli sguardi eran fissi, si mostrarono i segni di uno strazio morale così opprimente, che dalla folla si levò un sol grido che tutti esprimeva i varj affetti, onde ciascuno era agitato.
Le donne medesime prendevan parte a questo pubblico dolore, e qualche voce femminile, frammezzo al generale frastuono, giunse con un suono più gradito all'orecchio della misera Ginevra. E dalle finestre, e dai balconi e dai ballatoj si vedevan teste affacciarsi e cercare con pietosa curiosità lei, che la sventura aveva tanto colpito.
Ma tra le espressioni generali e vaghe della pubblica pietà s'udirono anche precise e calde proteste che per poco fermarono l'attenzione e le lagrime della Ginevra. E taluno, che rompendo l'onda del popolo, s'erale recato presso per vederla meglio, e più degli altri ne aveva sentito compassione, lasciò sfuggirsi qualche parola che spiegava il pubblico intento.
--Illustrissima signora, non piangete così.
--Signora, sperate; v'è chi pensa per voi.
--Per carità, marchesa, non vi lasciate perder d'animo in questo modo.
--Confortatevi! Sperate!
--Il governatore non vi respingerà.
--No, come è vero Iddio, non vi respingerà!
--O sconterà oggi tutte le sue scelleratezze passate!
--Sì, guai per lui se nega d'ascoltarvi!
--Guai per lui, marchesa.
--Guai! ripeterono più voci. Guai!
La Ginevra, a tali proteste, irresistibilmente in sulle prime si lasciò andare a qualche speranza. Lo stesso bisogno ch'ella avea di rilevarsi qualche poco dallo spasimo morale ond'era oppressa, era quello che la persuadeva a prestar fede a quelle voci, ma fu un brevissimo sollievo dal quale ricadde poi in un'angoscia più cupa della prima; che pensando all'indole inesorabile del Lautrec, e in parte sapendo quanto era avvenuto tra colui e il suo Manfredo, s'accorgeva dell'inefficacia di quei voti, onde d'ogn'intorno le venivano i gridi. E questa considerazione la conduceva poi a diffidare più che mai di sè medesima; e quando, dopo essersi anfanata a lungo e con tormento in cerca di un mezzo che potesse aver forza sull'animo del governatore, riusciva alla persuasione desolata, che a lei non soccorrevano che le sue preghiere e il suo pianto, un brivido d'orrore, prendendola istantaneamente, la faceva tremare e fremere quasi per violento assalto di febbre. Poco dopo, la sua carrozza, tra la folla che l'accompagnava, pervenne alla piazza del duomo, e qui il cocchiere, come ne era stato istrutto, spinse i cavalli a tutta carriera, per sormontare i primi ostacoli, ed entrò nel palazzo ducale.