Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana
Part 46
Questi, dopo le prime parole, entrò col Corvino a discorrere di ciò che avrebbe dovuto fare viaggiando per le Fiandre, e rimase tanto maravigliato dei consigli e delle considerazioni di lui, che, alla fine, voltosi a Manfredo:
--Se di questa tempra d'uomini, disse, ci fosse meno scarsità nel mondo, certo le cose camminerebbero di miglior passo.
Del resto le prime ore che Manfredo e lo Sforza passarono insieme in quella notte dopo tanti anni, sia per le cagioni reali che li esaltava, sia pel conversar vivo e brioso del Corvino, furono al certo le più liete della loro vita, e per parte di Manfredo tanto più liete, in quanto pensava che gli era concesso finalmente di poter trasfondere quella giocondità medesima in chi per lui aveva tanto patito.
La Bentivoglio, ritrattasi in Monaco, aspettava intanto, prima di ricondursi ad Augusta, che il Palavicino venuto ad abboccarsi col duca Francesco Sforza e ricevuto il comando delle sue genti, tornasse in Italia. Come le costava però quel sagrificio ch'ella medesima s'era imposto, di non vedere mai più il marito della duchessa Elena! Come invece i movimenti spontanei del cuore la portavano a far tutt'altro! E quante volte anche in quell'anima virtuosa ed ingenua sorsero pensieri di gelosia furente e d'odio inesorabile contro la signora di Rimini; quante volte, nell'esasperazione di una passione, a cui non sapeva dare uscita in nessun modo, proruppe a maledirla, benchè con subito pentimento. Sorsero persine de' propositi di vendetta, fuggitivi bensì come il pensiero, ma sorsero; e la verità ci costringe a dire che in quegli ultimi giorni s'era messa nel suo sangue un'acredine, un'asprezza, una così procellosa disposizione, da renderla quasi intollerabile a chi l'avvicinava; e noi teniam per fermo, che se mai fosse durata codesta condizione di cose, la mite, la nobile sua indole avrebbe subita una tale modificazione, da farla parere pel resto della vita tutt'altra donna; tanto può un desiderio nutrito a lungo e con ardore continuo, e non appagato mai!
Ma un giorno le fu annunciato che il duca Francesco Sforza, venuto a Monaco espressamente per lei, chiedeva di vederla.
Com'è ben naturale, ella il fece entrar tosto.
Alla Bentivoglio, che in quel momento era tristissima, parve fosse il duca d'un umore, oltre il solito, giocondo; tanto giocondo, da generare in lei un certo dispetto che non bastò a dissimulare.
--In mille anni, cominciò a dirle il duca, mai non sapreste indovinare, o Ginevra, il motivo della mia venuta a Monaco, e perchè adesso stia qui.
--E di fatto, come lo potrei, eccellenza, se non ne ho il filo?
--Io non so se quanto vengo a proporvi potrà essere ben accetto; tuttavia parlerò, e quando la parola sarà uscita, dell'effetto risponderà la fortuna.
--Ma e che mai avete a propormi, eccellenza?
--Per dir vero mi sembrate sì mal disposta, che quasi sarei per prorogare ad altro giorno il mio mandato; che cosa dunque ho a fare? ditemelo con tutta la libertà; se volete, parlo, se non volete, taccio.
--Quantunque io sia ben trista, o duca, pure non saprei mai perdonare a me stessa se mi bastasse l'animo di rifiutarmi ad udire le cortesi vostre parole.
--Dunque parlo.
--Sto ad ascoltarvi.
Il giovane duca, che per verità era più del solito lieto, diede di volta per la camera ridendo, poi fermatosi in faccia a lei.
--È da un pezzo, Ginevra, che mi giungono all'orecchio dei lamenti intorno alla vostra vedovanza...
La Bentivoglio si accigliò.
--Bella, e chi nol vede, giovane, e chi non lo sa... credo infatti non abbiate più di ventitrè anni, è una gran bell'età, vedete!...
La Ginevra si faceva sempre più attonita ad ogni parola di lui, e si alzò molto sconcertata.
--Dunque, come vi dicevo, continuava il duca imperterrito, giovane, bella, ricchissima qual siete, sarebbe il gravissimo degli errori il rimaner così sola per tutto il resto della vita...
--Duca, io non vi comprendo.
--Mi comprenderete benissimo.
--Ma e dove volete voi condurmi con queste strane parole, le più strane che io abbia udite da che vivo?
--A un fine per avventura desiderabile... se non da voi, da altri; vengo insomma a proporvi un matrimonio; la mia missione sta qui.
--La vostra missione è straordinaria assai, gli rispose la Ginevra con una severità quasi iraconda.
Il duca non si scompose, e ghignò a quella specie di rabbuffo.
--Quand'è così darem di volta al discorso e parleremo di tutt'altro... parlerem dunque degli ultimi avvenimenti d'Italia.
--E allora vi ascolterò, come sempre, con molla attenzione e vivo interesse.
--Benissimo! Cominciam dunque dall'avvenimento che in questi ultimi mesi ha destato il maggior rumore, perchè del resto, in questo istante almeno, non è a fare nessun conto; sappiate dunque che la signora di Rimini è morta.
Esprimere con parole la trasmutazione istantanea che, a quella notizia, successe nella faccia, in tutta la persona della Ginevra, è assolutamente impossibile; al primo fe' un balzo quasi per abbracciare il duca, ma si frenò issofatto seria e grave, pungendola la vergogna d'essersi fatta troppo scorgere, e il rimordimento d'aver provato una viva gioja per l'annunzio di una sventura.
--Morta? ripetè poi; ma come, ma quando è avvenuta?
--In gennaio avvenne. Come poi sia avvenuta ne parleremo a suo tempo; per adesso è assai meglio tacerne.
--Chi vi ha detto tutto ciò?
--È inverosimile non l'abbiate già indovinato; lo stesso Palavicino lo disse, che venne in Augusta alcuni dì fa, ed ora è qui anche lui.
--Lui?
--Sì, lui, non è a farne alcuna maraviglia; ma, a proposito di lui appunto, io che, sotto al dolore onde necessariamente egli era compreso pel fatto della duchessa, ho letto altri affetti ed altri pensieri, lo esortai, giacchè il tempo incalzava, a lasciar da un lato talune convenienze, e prima che vengano altre procelle, che Dio tenga lontano, far quello che mai s'è potuto fare. Voi mi comprendete; però, sebbene la morte recente della sventurata Elena, parrebbe comandare di protrarre ad altro tempo quel che io, che voi, che Manfredo desidera, tuttavia, avuto riguardo alle circostanze straordinarie in cui noi tutti ci troviamo adesso, faccio presente che, quanto non è fatto oggi, talvolta non è fatto domani.
La Bentivoglio non rispondeva, chè il tumulto dell'animo le toglieva ogni forza. Ma il duca continuava:
--Se me lo permettete, esco dunque un istante, perchè l'amico mio sta attendendomi con quell'ansia che potete immaginarvi, onde sarebbe una vera crudeltà il protrarre più a lungo la sua aspettazione. Siate dunque forte, ed attendeteci ambidue.
Così la Ginevra rimase ancor sola finchè il duca ritornò col Palavicino . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
La Bentivoglio, durante il tempo che dimorò in Germania, aveva ricominciato un carteggio con una sua amica di Bologna, una Giulia Aldrovandi, carteggio interrotto fin da quando era partita da Milano.
Ultimamente avendo veduto in Roma il fratello dell'Aldrovandi, e sentito da lui come l'amica desiderasse ardentemente sue nuove, le scrisse di fatto prima di recarsi a Trento; la qual cosa continuò a far poi, che il mezzo di mantenere una tale corrispondenza e di far ricapitare le lettere erale agevolato dai molti che viaggiavano in Italia.
Siccome il tempo intercorso dall'arrivo del Palavicino in Germania al suo ritorno in Italia non fu gran fatto ricco d'avvenimenti, quando si eccettui l'affaccendarsi di Manfredo per raccogliere e condurre con sè quanti Lombardi trovavansi nelle Fiandre, ma invece, tanto per parte di lui, che della Ginevra, fu tempo di calma, di riposo, di soddisfazioni tutte intime: così a compire un tale intervallo riporteremo taluna delle lettere stesse della Bentivoglio, che meglio delle nostre parole può valere a riprodurre quello stato di vita.
_Augusta_.--21 _marzo_, 1521.
A GIULIA ALDROVANDI.
"Al tuo desiderio d'aver notizie di me e da me stessa, dopo tanto tempo, io ho adempiuto e con mia grandissima soddisfazione, ma più per amor tuo però, affettuosa Giulia, che per desiderio ch'io avessi di versare in altrui que' dolori onde, con tanta insistenza e crudeltà di fortuna, io fui tormentata. Quei dolori in parte tu li conoscevi, e dal fratel tuo seppi di quanta compassione tu mi fosti cortese, e quanti voti tu facessi per me continuamente; pure l'ultimo e il più terribil colpo a te non era noto. O amica mia, esso fu così acuto, così straziante, così insopportabile, che se taluno mi dicesse, che un altro simile mi attende, nell'avvenire, ben di gran voglia io rinuncerei a questa vita, sebbene adesso versi in quell'estrema gioia, onde troppo rare volte gli uomini possono confortarsi. Oh sì, tanto è immenso il gaudio mio presente, quanto fu immenso quell'affanno. Allora perduto per sempre quanto più desideravo nel mondo, e perduto quando appunto mi confidavo d'averlo acquistato alla fine; ed ora nell'assoluto possesso di lui, mentre un istante prima tutto mi convinceva d'averlo per sempre perduto. Ben ti accorgi ch'è di Manfredo ch'io ti parlo. A te sarà noto l'ultimo fatto pel quale è rimasto libero di sè; ora sappi, ch'egli è venuto in Augusta, ch'è venuto e cercar me, che tutti gli ostacoli furon tolti di mezzo, e che domani, nella cattedrale di Augusta, io sarò benedetta moglie di lui. Ultimamente, nel darti ragguaglio delle mie sventure lunghissime, de' miei dolori, della mia disperazione, quasi avea rimorso di venire con racconti lugubri a intorbidare la tranquilla tua vita; ma provo un'immensa soddisfazione adesso considerando che la mia possa alla fine perfettamente armonizzare colla tua. In questo istante medesimo in cui attendo a scrivere queste parole, nella camera dove io sto, odo la voce sonora del mio Manfredo che sta parlando dell'impresa che tu sai; e mentre provo certa sensazione da non potersi mai esprimere, rivolgendomi al passato, e considerando in che desolata condizione io mi trovavo un anno fa solamente, non so quasi persuadermi che quanto mi sta d'intorno e vedo e sento e tocco, sia vero e reale, e lo stesso Manfredo che mi è sì vicino, e in questo punto io mi volgo a contemplare, quasi sospetto non sia più che una fuggitiva immagine della mia fantasia ardente. O mia Giulia! a te son note le oscillazioni tutte quante dei mio cuore adolescente, quando fanciulla a te fanciulla comunicava i primi trasporti del cuor mio di subito infiammato. Che desiderj io facessi allora, di che speranze, di che illusioni andassi in cerca tu lo sai. Ebbene ora tutto è compito, e d'altro non mi affanno che di concentrarmi in quest'unico punto della vita, a cui vorrei perpetuamente fermarmi. Poche ore dunque, e il Palavicino sarà mio marito, e ciò ti ripeto perchè lo annunci in Bologna a quanti più puoi; che dell'esser fatta consorte a questo generoso lombardo, a quest'orgoglio dell'anima mia, io ne ho tale esaltamento, che vorrei fosse narrato dalla Fama a tutto il mondo. Per oggi basta; ti scriverò ancora tra breve in occasione che il legato danese verrà in Italia e passerà per Bologna. Addio."
Altre lettere avremmo qui da riprodurre ma basterà questa in data del 6 maggio, che è la più breve e come la riassuntiva delle gioje tranquille in cui, dopo tanta procella, si riposarono per poco Ginevra e Manfredo.
_Aquisgrana_.--6 _maggio_, 1521.
"Al legato danese che abbiamo atteso in Augusta un pezzo, ci siamo incontrati qui in Aquisgrana, però consegno a lui questo letterino per te. In questi due mesi io, Manfredo e il duca Francesco Sforza, che sempre si è degnato di stare con noi, abbiam percorsa la parte più bella della Germania. La stupenda vista di città, di castella, di fortezze, di cattedrali insigni; la primavera ridentissima lungo le sponde del Reno, i tortuosi giri della Mosa che secondammo in questi ultimi giorni, tutto concorse ad accrescere l'alacrità delle anime nostre. C'incontrammo in molti Italiani, dei quali per dir vero andavasi in cerca, e di cui la maggior parte stanno adesso con noi e si son messi sotto gli ordini di Manfredo. Confido che i voti che noi già facemmo, fanciulle ancora, quando ci costò tante lagrime la misera fine di Gliceria nostra così atrocemente offesa e tradita [1], si compiranno alla fine. Tutto volge ad un punto, e pare che gli ostacoli cadano l'un dopo l'altro quasi per volontà superiore. Stamattina fui nella cattedrale di Aquisgrana, ho veduto il teschio di Carlo Magno, ho toccato la sua pesante _gioiosa_, e mi par d'essere più che donna. Domani ci rimetteremo in viaggio per Augusta.... di là per l'Italia. Partiamo quasi soli, ora siamo in una truppa tra Lombardi ed altri d'Italia.... Addio; non ti scriverò più se non dopo l'esito dei primi tentativi. Addio di nuovo."
[1] Vedi, cap. IV.
CAPITOLO XXXIV.
Il passo della Spluga, oggidì percorso e ripercorso da infinito numero di viaggiatori, oggetto di visite frequenti a chi, per diletto, percorso il Lario sin dove l'Adda vi si mesce col suo torbido gorgo, voglia dilungarsi in cerca di spettacoli insoliti, ne' tempi andati non era noto più che di nome e da pochi, e non praticato da viandante alcuno, se non da contrabbandieri, da fuggiaschi in cerca di un varco qualunque, e da rari cacciatori. Però, se anche oggidì, a malgrado gli sforzi dell'arte tutta intenta a correggere la natura, e che di certo vi ha operato prodigi, è tuttavia così arduo e selvaggio, torna facile il figurarsi come dovesse presentarsi un tempo a chi per caso e per necessità e per sventura vi si fosse innoltrato. Non vie, non ricoveri, non traccia nessuna che potesse in qualche modo scemarne il terribile.
Le nevi che qui cessano in maggio per ricominciare in settembre, non si dileguano mai così che non ne appaja vestigio anche nell'estate; nella quale stagione, quando si giunga la vetta, i rigori del freddo superano talvolta i geli degl'inverni lombardi. Torbidi vapori agitati dalla continua tramontana, addensantisi spesso in negre nubi, avvolgono quasi sempre i passi del viandante che si spicchi fin là, e che soffermandosi, avvolto nel pesante mantello, assiste quasi ad operosa officina, dove la natura nel suo più squallido aspetto sta apprestando nubi per la prossima Lombardia. Qui silenzio vasto, profondo, perfetto, pur talvolta interrotto dal súbito gracchiare de' corvi volanti a torme di centinaia attraverso le nubi, o dal gemito prolungantesi della borea, o dalla frana che, staccatasi per repentina frattura, con fragor cupo si precipiti a valle, ridestando per poco i profondi echi.
L'uomo in questa regione trova pericoli altrove ignoti, e quando la neve comincia a cadere, può talvolta venir soffermato a mezzo del cammino dall'influenza letale della _bisa _e della_ tormenta_, che dalle gole soffiando ad avvolgerlo nel suo gelo, gli fa d'improvviso piegare i ginocchi e cader seduto, e lentamente lo uccide, nel seno stesso del più profondo sopore, senza che vi sia apparenza di patimento. E nei tempi in cui non era qui traccia alcuna d'abitazione umana, il _solengo_ veniva ad opprimere anche l'indigeno che da più dì non avesse udito alcuna voce, nè trovato orma d'esseri viventi.
Nel giugno dell'anno con cui cammina la nostra storia, un cacciatore armato di balestra che per alquanti giorni inutilmente era stato in cerca di corvi, tornando da Vhò alla Cima, per discendere nella Svizzera, sentivasi oppresso appunto da quella sensazione particolare che mette nell'uomo la solitudine prolungata. Passando a volo di roccia in roccia, pareva quasi fuggisse spaventato da sè medesimo, finchè giunto al colmo della montagna, si fermò un istante a contemplare rari sprazzi di raggi solari che attraversando globi di vapor denso vi producevan le tinte dell'iride; ma in quel punto, cessato il suono della sua pedata, da lontano, dal basso gli giunse all'orecchio un rumore insolito, continuo, che pareva avvicinarsi di minuto in minuto. Il cacciatore, avvezzo alla voce dei venti e all'altre delle alpi solitarie, non indovinò da che quella provenisse, e dalla vetta a salti affrettò la discesa. Più calava in giù, più il rumore cresceva, e veniva anzi a fondersi in più rumori diversi. Gli parve infine fosser voci di viventi, favelle d'uomini, nitriti di cavalli; affrettò il passo più ancora; gli si scoperse alla fine una numerosa schiera d'uomini, che, preceduti da più guide, s'affannavano a guadagnare il sommo della montagna.
Era la gente condotta dal marchese Palavicino.
Il cacciatore, ignaro di quanto avveniva oltre il circolo delle sue corse quotidiane, maravigliava a veder tanti armati spingersi per quelle erte dove, a sua memoria, mai non avea veduto torme d'uomini che non fossero di contrabbandieri. Porgeva attento l'orecchio, e misto al linguaggio della Svizzera tedesca, che era il suo, udiva parlarsi una lingua che gli giungeva più piana, ma ch'egli punto non conosceva. Passando presso le guide, e da queste interrogato in tedesco, lor rispondeva di conformità, ma non ottenne da lor risposta quando chiese qual gente fosse quella che conducevano; e però discese oltre curioso e impaziente di raccontare quanto aveva veduto. Infine il rumore che prima dal basso era salito a rompere il silenzio che lui circondava in alto, si dileguò lontan lontano, sinchè l'ultimo suono gli sembrò venire dal colmo della montagna. La gente del Palavicino erasi allora infatti, con prolungate grida di gioja, fermata alla cima della Spluga a riposarsi per poco della faticosissima salita.
Col nipote del Sion, coll'Elia Corvino, con forse un cento Lombardi, con altrettanti circa d'altri luoghi d'Italia, trovati in diverse parti della Germania o fuggiaschi volontari, o banditi forzati, desiderosi tutti d'un repentino mutamento di cose, con più d'un migliajo tra barbute svizzere e spadoni olandesi, e d'altri raccogliticci di Germania, Manfredo erasi partito poco tempo prima da Augusta dove il duca Francesco Sforza aveva ricevuto il giuramento di tutti. Partito con poco apparato, e facendo camminare gli uomini d'armi a sparsi e lontani drappelli, per non dar troppo a parlare altrui, di paese in paese venuto a Costanza, e pel lago entrato nella Svizzera, s'era di preferenza volto alla Spluga, come al passo noto a pochi, da nessuno praticato, e pel quale, scansando il pericolo che le voci assai prima del tempo annunciassero i tentativi, poteva d'improvviso, e quand'altri meno sel pensasse, toccar le sponde del Lario.
Tutto il viaggio da Augusta a Costanza, e da qui a Coira gli era riuscito ben comodo; ma tra gli orridi passi della Via-Mala penò molto a frenare le soldatesche insofferenti dell'eccessivo disagio, e dovette loro promettere doppia paga sintanto che non si fosse giunti al lago. Ciò per altro bastò perchè tutti si rimettessero in cammino di gran voglia, tentando dissimulare sotto le apparenze dell'allegria la fatica che in vero riuscì insopportabile nell'ardua salita dal paesello di Splügen alla vetta del monte. Per ciò furono costretti a riposarvisi, sebbene i gelati buffi del vento e gli umidi vapori lor facessero ingratissima quella fermata, tanto più incomoda in quanto giungeva inaspettata.
È un fenomeno strano, per chi valica la Spluga in estate, il passare in poche ore per tutte le temperature delle quattro stagioni dell'anno, e dopo avere alle falde ansato pel caldo, respirare a mezza costa, per rabbrividire di gelo pochi momenti dopo.
Con tutto ciò copertisi alla meglio gli uomini del Palavicino trovarono qualche sollievo nel riposo, durante il quale chi s'affaccendava intorno a cavalli mezzo ammaccati dalle frequenti cadute, chi a forbir l'armi, e ad avvolgere entro paglia quelle da fuoco onde non fosser guaste dall'umidità eccessiva, chi ad altre cose. Il Palavicino attendeva intanto a dar parole e lodi e incoraggiamenti e promesse a tutti, rivolgendosi ogni tanto alla Ginevra, che di forza, quantunque molti le avessero consigliato di fermarsi in Augusta fino ad opera compiuta, aveva voluto accompagnarsi seco, prontissima ad incontrare nuovi pericoli ed a sopportare nuovi dolori.
Fatto sosta una mezz'ora, si cominciò la discesa della montagna. Sino a Tegiate camminarono senza disagio, il quale si fece gravissimo alla precipitosa costa delle Acque Rosse, e continuò fin sotto a Pianazzo. Qui lo spettacolo della grande cascata li soffermò alquanto. La Ginevra volle discendere con Manfredo di greppo in greppo ad osservare dall'imo fondo l'effetto di quelle acque che, precipitando dalla sommità del monte, fanno tale illusione, che pare si gettino dal cielo. Ripreso il cammino, toccarono Campodolcino qualche ora dopo dov'ebbero assai facile la via, e verso sera si trovarono nella valle San Giacomo. Il Palavicino udendo dalle guide che poco mancava ad esser fuori di quegli ardui sentieri e a toccare il piano, e che poco lungi era il lago, cominciò a sentire gli effetti di una commozione vivissima, di cui trapelavano i segni nell'acceso calore che gli copriva la parte superiore della faccia. Camminando in disparte degli altri, e allontanatosi dalla Ginevra, fisso in un pensiero unico, guardava macchinalmente il fiume Liro che tra immense frane impedito discende e cupo romoreggia, e le cime altissime de' monti da cui le nevi disciolte nella state si versano in cascate e cascatelle innumerevoli, le quali danno alla valle una voce particolare, potente, nella sua grave monotonia, a vincer l'anima di mestizia profonda. Manfredo, benchè avesse l'animo a tutt'altro, pure, senza cercarlo, sentì quell'influsso. In una tale disposizione, il suo coraggio, che da tanto tempo gli confortava le speranze, dileguò, e fu improvvisamente assalito da timori insoliti, da una sfiducia che lo confuse.
Pure di quei timori neppur uno era per sè; eran tutti pe' concittadini, per la patria, per lo Sforza. Se fosse stato sicuro che la sua vita avrebbe comprato in un subito la felicità di tutti, egli ne sarebbe stato ben lieto quantunque l'esistenza dovesse pure essergli cara dopo che la Ginevra stava con lui. Ma temeva che fallendogli il primo tentativo potesse mai crescere il danno comune, e considerando d'avere sulle proprie spalle tanta responsabilità, e che il ben essere di tanti uomini stava per poco nelle sue mani, tremò. Come era nobile quel timore! come quella sfiducia era generosa!
E a tal punto non possiamo a meno di esternare la nostra maraviglia per le poche e sterili parole onde gli storici accennarono di questo giovane uomo, più che ne trattassero. Per ciò se il presente lavoro, che or volge al suo fine, ci lasciò pentimenti molti e ben scarsa soddisfazione, ci conforta almeno di aver tentato di evocar dal passato questa bella figura che soffrì, che operò, che senza mira nessuna di vantaggio per sè stesso, e vita e averi ed ogni sua cosa ed ogni suo bene consacrò alla causa che il suo convincimento gli mostrò essere la nobilissima di tutte.
Quando si considera che volumi innumerevoli furono gettati alla moltitudine ammirata per narrare la vita d'uomini che sconvolsero popoli e Stati e allagarono il mondo di sangue, non d'altro vigili che dell'utile proprio, e convinti di essersi compri il diritto di far servi gli uomini tutti a sè soli; e che poi, a sommare tutte le parole di molti storici, non esce un quarto di pagina per toccare di chi pur vivendo ed operando al pubblico cospetto, possedette la virtù vera, la virtù senza l'egoismo; ci assale un'amarezza invincibile, un'amarezza così sconfortante da travolger persino i nostri giudizi, da comandar quasi anche a noi medesimi la noncuranza comune. Se non che un pensiero più indipendente sorvola agli altri e li fa tacer tutti, e il desiderio di convivere a lungo cogli uomini rari e dimenticati, narrando di loro quel che gli altri tacquero, diventa un così forte bisogno, da costringerci a tentar l'opera, anche nella certezza che nessuno vorrà accostarvisi.