# Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana

## Part 45

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Per quanto però avesse interesse e prendesse parte alle cose della patria, più volentieri lo facea coi fatti che colle parole. Voleva essere perfettamente istrutta del movimento delle cose; parlarne a lungo le dispiaceva; anzi, lo si può dar per certissimo, le recava una pena insopportabile. Discorrendo col giovane Sforza la condizione presente e l'avvenire della patria lontana, ad ogni quattro parole era impossibile di non toccare del Palavicino. Il tumulto eccessivo che sempre le si metteva nell'animo a tal nome era ciò che le faceva scansare di parlarne. Però a tentare ogni modo per dimenticarlo, e svagarsi, tornò agli studi severi, in cui giovinetta aveva mostrato di valere assai, quando, sotto l'Urceo, aveva atteso allo studio dei Classici latini; udito poi dal duca Sforza, che nell'università d'Augusta eravi un assai distinto professore di diritto che parlando l'idioma del Lazio, trascinava tutti colla dottrina straordinaria e l'insolita eleganza della facondia, pensò d'intervenire anch'essa alle sue lezioni, e da più giorni le sole ore in cui potea dire di riposare veramente in un perfetto sollievo, eran quelle che passava nell'aula dell'Università, tenendo dietro con attenzione e spesso con entusiasmo al discorso del lettore di diritto.

Questi intanto aveva accennato d'incominciare la sua lezione, e già nell'aula erasi messo quel silenzio che è sempre indizio del quanto un professore promovi l'interesse nella massa degli uditori. La Ginevra si raccolse, e dimenticando al tutto ogni altra cura si mise in ascolto.

Il professore, prima di venire a trattare di quanto era rimasto della grand'opera di Carlomagno, degli avanzi della legge salica, della ripense, della borgognona ecc., e di risolvere se i capitolari fossero tolti dal diritto romano, ciò che formava l'oggetto principale della lezione di quel dì, facendo precedere una digressione storica, aveva cominciato ab ovo, vai dire dalla divisione del regno dei Franchi dopo la morte di Pipino; poi toccato, in passando, di Carlomanno e della sua morte, entrò finalmente a parlare di Carlomagno, della sua puerizia, del suo carattere in tutto germanico, della sua incoronazione, della prima guerra d'Aquitania, delle cagioni che prepararono le sue conquiste, della caduta del regno dei Longobardi. E a questo punto pose una questione, quella questione intorno alla quale l'Italia sta attendendo adesso che il suo più grande scrittore pronunci le definitive parole. Il professore Zimmermann avea però dato, per oggetto principale della disputa, ciò che oggidì fu toccato per incidenza, ed era:==Se all'Italia, dall'invasione dei Franchi e dalla caduta del regno longobardico sia venuto danno o vantaggio, e se colui che chiamò Carlo in propria difesa abbia saviamente e giustamente operato.==Il dottore Zimmermann, premesso il proprio giudizio, che era in tutto favore di Adriano, gettò la questione al dibattimento degli uditori.

Il duca Francesco Sforza, alzatosi dal suo banco e coprendo della propria la voce di molti altri che sorgevano per parlare, si mise con molto impeto contro all'opinione dello Zimmermann.

--Io, che sono italiano, cominciò a dire, che vedo il vantaggio della patria mia, e lo vedo con chiarezza perchè lo sento con ardore, dirò qualche parola su questo soggetto. Adriano, chiamando Carlo, non provvide che a se solo, senza avere un pensiero al mondo del resto d'Italia. I Longobardi conquistando il territorio romano, e distendendosi sulla parte massima d'Italia, l'avrebbero a lungo unificata; però Adriano intercettò la via all'opera del tempo, troncando in un colpo tutti i fili delle speranze avvenire. Tutti i mali onde oggidì è tormentata l'Italia, sono conseguenza dell'improvvida risoluzione d'Adriano. Su di me, sul popolo mio che mi fu tolto pesano da anni codesti mali gravissimi, e però più di tutti posso misurare l'abisso profondo dove un uomo, d'altronde santissimo, gettò pel corso di secoli un'intera nazione.

--I Longobardi, gli obbiettava lo Zimmermann, mantenevano in uno spavento continuo non solamente Adriano, ma quella parte di popolo affidata alla sua custodia. Egli era dunque in obbligo di provvedere alla felicità del suo popolo; in prima è necessità rimovere il danno presente, dopo si può anche pensare al vantaggio futuro. Che dalla maggior conquista de' Longobardi potesse scaturire un futuro bene, è una facile illusione, ma chi ne avrebbe mallevato Adriano? e doveva intanto permettere che il suo territorio fosse messo a ferro e fuoco?

--Che lo dovesse non lo penso; ma se non aveva altro mezzo per istornare la violenza, che di chiamare i Franchi in Italia, dico il vero, avrei voluto il suo danno, che di questo sarebbe venuto gran frutto alla maggior parte dei suoi contemporanei, immenso a tutti i suoi posteri e a noi. E s'io ne porto la convinzione, bisogna bene che la verità mi faccia forza, non il solo interesse; giacch'egli è chiaro che se Italia, per opera de Longobardi si fosse fusa in un gran tutto, io forse non sarei stato più che un individuo della gran massa della nazione; nè la famiglia Sforza mai avrebbe assunta la dignità della dinastia nè le alte virtù dell'avo mio mai sarebbero comparse al cospetto del mondo; nè io adesso mi affannerei per un diritto, dal cui riacquisto e dalle cui conseguenze forse mi verrà alcuna gloria. Ma prima di me, unità impercettibile, metto il vantaggio delle centinaja di migliaja, e sempre sosterrò che la calata di Carlo fu la prima, l'unica, la fatale causa della rovina d'Italia, e che se i Franchi non l'avessero toccata allora, i Francesi non farebbero adesso così atroce strazio del mio buon popolo.

Il dibattimento si protrasse per assai tempo; chi stette pel dottor Zimmermann, chi pel giovane duca, il quale questa volta più che di forza logica e di argomentare sicuro e conseguente, die' segno del grande e sincero amore onde amava la sua terra, e come in ogni occasione fosse sempre così preoccupato del pensiero di lei, che le questioni le vedeva sovente da un unico lato.

Così anche quel giorno la lezione del dottor Zimmermann si chiuse, e gli uditori uscirono dall'aula a patto di portare la volontà di discutere anche fuori dell'Università.

Di questa guisa tanto il duca Sforza che la Bentivoglio, l'uno tentando colle occupazioni d'ogni maniera di frenar l'impazienza che da anni lo rodeva, l'altra di smarrire l'antico affetto in un entusiasmo più vasto e più generoso, stavano attendendo venissero altre notizie d'Italia le quali, si lusingavano, avessero ad esser le risolutive. Ma passò il gennaio e quasi tutto il febbraio. Soltanto in sullo scorcio di questo mese, quando il duca Sforza, venendo dall'Università entrava nella sua casa, trovò il solito corriere d'Innspruck che aveva lettere d'Italia appunto. Erano presenti il nipote del Sion e alcuni Milanesi della parte ghibellina. Lo Sforza apre le lettere in faccia a loro stessi; una era del Morone, l'altra del Palavicino. Scorsole di volo per vedere ciò che contenevano, le rilesse poi ad alta voce pieno di esaltamento.

Dicevasi in quelle lettere, che i fatti eran maturi finalmente, che mentre Leone e Carlo stavan per mettersi d'accordo e per unire le loro forze contro Francia, tornava indispensabile coglier l'occasione che gli animi nel ducato di Milano fossero inaspriti contro il governo, e con un'impresa ardita prevenir l'opera stessa dei due alleati. Lo si assicurava che congiungendo le soldatesche del Palavicino alle sue, siccome tali forze unite venivano rinvalidate dall'entusiasmo dei molti Milanesi ch'entravano a farvi parte, presto sarebbesi messo il governatore di Milano a malissimo partito.

Aggiungevasi poi che una tale impresa, comunque fosse andata, sarebbe sempre stata di vantaggio, non mai di danno; giacchè se falliva il primo colpo, si sollecitavano con ciò i soccorsi dell'Imperatore e del papa, i quali parevano tardar troppo a risolversi; se poi la buona volontà avesse trovata la fortuna corrispondente, tutte le esitanze si sarebber tolte di mezzo, e il fine avrebbe quandochessia coronato il principio.

"Da quest'ora, così chiudevasi la lettera del Palavicino, non più colle parole ma coi fatti verrò a darti prova dell'amicizia che da tanti anni mi lega a te, duca Francesco. Io confido che in poco di tempo tu sarai restituito a Milano, dove tutto il popolo oramai ti desidera ardentemente. Quando considero che la fortuna, mentre non mi ha mai giovata in nessuna mia cosa, sempre in quest'ultimi anni mi si mostrò seconda ne' tentativi fatti in pro della patria e di te, con tutta ragione dobbiamo sperar tutto da quanto stiamo adesso per imprendere. Se tu udissi in questo momento le proteste, i voti, i giuramenti dei tanti Milanesi che mi stanno d'intorno, certo ti loderesti d'essere stato per sì gran tempo da essi dimenticato, se una tale dimenticanza doveva essere susseguita da così vivo fervore. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Stando dunque a quanto ti ha detto il Morone, i cui pensamenti sono sempre i più diritti, in breve io sarò presso di te per le necessarie disposizioni. Sul lago di Como, le mie genti condotte dal conte Mandello, che, vedendo il bisogno, s'è fatto il più perfetto gentiluomo e soldato d'Italia, si uniranno alle tue condotte da me, se ti par bene. Per verità che se avessi a guidarle tu stesso, l'impresa sarebbe forse più sicura; ma la tua vita non deve ancora esser messa a pericolo.... lo vuole la necessità.... del resto non mancherà tempo. Aspettami dunque."

Questa lettera fu mostrata anche alla Bentivoglio, la quale, sebbene più volte avesse udito dire che il Palavicino sarebbe anch'esso capitato in Germania, pure ne fu molto sorpresa quando sentì dovervi giungere infallibilmente e tra poco tempo. Tuttavia, in faccia allo Sforza non fece atto, nè disse parola che svelasse menomamente la sua commozione; bensì, alcuni giorni dopo, considerato che rimanendo in Augusta non le sarebbe mai stato possibile scansare di trovarsi col Palavicino, nè sentendosi forte abbastanza da sopportarne la presenza, disse allo Sforza che gli bisognava recarsi a Monaco per poco, e vi si recò infatti.

CAPITOLO XXXIII.

In questo mentre, Manfredo Palavicino tornato a Reggio, ad onta della prostrazion d'animo in cui necessariamente avealo gettato il caso funesto, colla maggior sollecitudine aveva atteso ai preparativi per l'impresa. Non gli era però stato possibile uscir subito da Reggio, giacchè, quando ogni cosa fu disposta, la città ebbe a difendersi ancora dagli assalti de' Francesi, a proposito dei quali, di buona voglia rimettiamo il lettore al Guicciardini che li raccontò a lungo e per minuto.

Con maggior interesse ci occupiamo invece di quegli avvenimenti che, sebbene di un'uguale ed anche di una maggiore importanza, pure sono appena accennati, e come di gran fretta, nella storia e nelle cronache, o taciuti spesso non appajono che sottintesi, e de' quali in ogni modo la netta cognizione non risulta che dalle lunghe letture e dai diligenti confronti di molti libri. Più che amplificare i racconti della storia può tornar vantaggioso il cercare d'empirne le lacune, e a questo abbiam volte le nostre intenzioni.

Appena dunque il Palavicino ebbe sgombro il passo, accompagnato dal Corvino e da pochi altri, si pose in cammino per la Germania, mandando prima al duca Sforza, per que' mezzi di comunicazioni praticati dal Morone dopo la sua andata in quel paese, la lettera che noi già conosciamo. Lungo il cammino si recò dal Figino più sopra nominato, signore del castello in sull'Adda. Gli parlò del gran conto che per voto comune erasi voluto fare di lui, gli espose per minuto il disegno da seguirsi ad ottenere il gran fine a cui tutti da poco tempo miravano con grande ardore, e prese con lui gli opportuni concerti per la gente da ricovrarsi temporariamente nel suo castello. Il Figino, il quale appena seppe tentarsi qualcosa contro Francia, aveva mandato dire al Palavicino, di cui era amicissimo, non voler per nessun conto far l'ultima parte nell'opera comune; ben grato dell'illimitata fiducia, rispose che da quell'ora egli, i suoi, le sue ricchezze erano a disposizione di lui e dello Sforza, però procedesse con coraggio, che non gli sarebbero mai mancati soccorsi.

--Io poi, gli disse in ultimo, terrò d'occhio il corso dell'Adda e del lago, e da qui a Chiavenna, in varj punti, porrò uomini fidatissimi, pei quali rapidamente ci possa giungere la prima notizia della tua comparsa, e così io, il Mandello e la gente ti moviamo incontro senza perder tempo. Mi pare che tutto sia disposto con ordine, onde si può sperar bene.

--Nel tempo che il Mandello starà qui, istrutto com'è d'ogni minima cosa, istruirà te pure e tutto riuscirà facile. Ho pochissimi timori e grandi speranze, conchiuse finalmente il Palavicino. Presto dunque ci rivedremo.

Così, rimessosi in viaggio, non si fermò più che oltr'alpi.

Una sera il duca Francesco Sforza, nell'ora che, lasciato da tutti i suoi, era solito ritirarsi a studiare per gran parte della notte, mentre appunto stava pensando al troppo lungo intervallo che passava tra la lettera ricevuta e l'arrivo del Palavicino, ode un insolito scalpito di cavalli nel cortile. Si alza da sedere per uscire a sentir chi fosse, quando i servi, entrano nella stanza:

--Eccellenza, gli dicono, è giunto il marchese Palavicino, e sale adesso le scale.

Il giovane Sforza, agitato da una vivissima commozione, muove allora incontro all'ospite, il quale gli si affaccia dal vestibolo.

Il rivedersi di due amici, dopo molti anni d'assenza, di due veri amici che sian cresciuti insieme, a cui tutti i rapporti della vita, dell'età, delle opinioni, delle sventure, dei timori, delle speranze abbia mantenuta inalterabile l'affezione, è un istante di ben forte interesse. Quantunque io abbia udito dire, non esservi cosa sotto il sole che mai possa raggiungere il gaudio di due amanti, i quali si riabbraccino dopo lungo intervallo, tuttavia porto opinione, che nell'incontro di due amici ci sia alcun che se non di più ardente, certo di più dignitoso, di più solenne, di più profondo. Due uomini che si conoscono, che si stimano, e che per un gran fine sospirato a lungo, dopo pericoli gravi, si trovano insieme finalmente e la mano dell'uno sta stretta in quella dell'altro.... è e sarà sempre uno spettacolo innanzi a cui non potrà rintuzzare la commozione neppure il più scettico uomo.... Nell'incontro di due amanti invece un tal uomo troverebbe quanto basta per fare un epigramma....

Stretti adunque per mano il Palavicino e lo Sforza, si ritrassero, dopo alcuni momenti, fuori degli altrui sguardi, e liberarono alfine la parola che in sulle prime non avea voluto uscire.

--Così io ti rivedo, o mio Manfredo, disse lo Sforza, ti rivedo abbattuto dalle tante sventure che hai subite per me, narrandomi le quali, il Morone mi fece tremare e fremere, sebbene te ne sapessi uscito oramai. Però m'accorgo che sul tuo volto i tempi calamitosi hanno lasciato la loro impronta. E per verità che mi sembri assai dimagrato, tanto che, a tutta prima, se non fossi stato avvisato, quasi non t'avrei riconosciuto.

--Se non v'è altro che il pallore e la magrezza, ti assicuro che ciò non mi dà nessun pensiero. Del resto da qui a qualche anno avrò tempo di metter l'adipe anch'io.... Sei mesi ancora di gran faccende e d'altri pericoli, se vuoi, poi tutto tornerà nell'ordine antico, e allora toccherà a te.

--Dio faccia che tu sia indovino infallibile, ed io possa davvero affaccendarmi dì e notte pel maggior vantaggio del mio buon popolo e della mia cara città. Pure in tutto questo tempo, se mi furono impossibili i fatti, col pensiero m'affannai sempre in cerca del modo di ristorare, e per sempre, i poveri Milanesi, da così lunghi patimenti, e di spargere dappertutto una felicità che debba esser duratura, e tanto più volontieri io vi attesi, in quanto era sicuro che il mio Manfredo me ne avrebbe aperta la via. La più importante, la più ardua, la più gloriosa opera fu rimessa dal destino nelle tue mani.... ma della gratitudine ond'io ti pagherò, spero che tutti ti pagheranno.

Manfredo non rispose, e strinse di nuovo la mano dello Sforza che si tacque.

Ben rare volte due uomini sentirono, come costoro l'uno per l'altro un attaccamento così vivo e così forte.

--Certo non più di sei mesi, tornò a replicare Manfredo, e di Francesi non rimarrà più traccia in Lombardia. Domani mi farai vedere la tua gente.

--Spero che ne rimarrai soddisfatto, e ti so dire che dal primo all'ultimo cavallo, dal primo all'ultimo fante son tutti uomini da valer dieci per ciascuno. Però se anche i tuoi son di tal razza possiam dire d'avere un esercito a' nostri ordini.

--Nella gente che ho raccozzata da varie parti d'Italia, ho messo un milanese per ogni dieci, e de' più ardenti patriotti, perchè possa col suo entusiasmo raddoppiar la forza a ciascuno. Così fosse possibile fare il medesimo anche co' tuoi, che tutti i colpi sarebbero infallibili allora.

--Lombardi ve ne sono in Augusta più di parecchi, ve ne sono in Fiandra, ve ne sono in più città lungo il Reno, e so benissimo che oramai stanno tutti per me.

--Allora sarebbe ottimo cercare di congiungerli tutti quanti.

--E il modo?

--A te non conviene chiamarli, ci penserò io por questo; una cinquantina ch'io ne possa raccogliere è più che sufficiente. Quei che dimorano in Augusta ci sono intanto. Bisognerà dunque andare in traccia degli altri, e sta tranquillo che saprem navigare il Reno e la Mosa. Io prenderò per una parte, l'amico che ho meco prenderà per l'altra... così in breve ci spacciamo.... e dopo.... Tutto il piano che ho abbozzato su quel che mi rimane a fare, te lo mostrerò punto per punto, e confido che i tuoi consigli lo faranno perfetto.

Qui fece un po' di pausa, poi disse:

--Ora che abbiam parlato di quello che più importami, dell'unica cosa che mi dovrebbe occupare, mi farò lecito parlarti di quanto riguarda me solo. So che la Ginevra è in Augusta.

--La sua casa è qui in fatto; ma da un venti dì se n'è andata a Monaco.

--A Monaco?

--E mi pare d'aver compreso benissimo perch'ella abbia voluto partirsi, come non comprendo affatto, che tu mi abbia a domandare di lei, tu, marito della signora di Rimini.

--L'avresti compreso, se una strana notizia avesse potuto giunger qui prima di me. Sappi dunque che son vedovo.

--Vedovo?

--Sì, la duchessa è morta; fu un grave avvenimento.

--Ma raccontami com'è il fatto in breve. Io son pieno di maraviglia.

Il Palavicino raccontò al duca tutto ciò che noi sappiamo. Lo stupore dello Sforza andava crescendo ad ogni parola di Manfredo, ma come questi ebbe finito:

--Convien dire, proruppe, che la fortuna t'ha voluto battere per ogni verso, e mai non t'ha lasciato tranquillo un'ora.

--Egli è così in fatto; e t'assicuro che mi è voluto del buono a riavermi anche da questa percossa... tanto più che.... io ebbi dei torti con quella sciaguratissima donna, ed ora sento il rimorso di averle amareggiato, benchè senza volerlo, i giorni che precedettero la sua misera fine. Ma le lagrime, ma la memoria di questa.... di questa cara Ginevra, fecero dileguare ogni amore che prima pur seppi portare alla duchessa, la quale si mise in sospetto, e da che visse con me non ebbe più pace.

--Ciò è chiaro... ma io non ne voglio udir altro, e tu non parlarmene più. A quel che avvenne non è rimedio, e i rimpianti e i rimorsi tornan sempre inutili se non dannosi. Se dunque i morti non si ponno risuscitare, pensiam piuttosto a consolare i vivi. Ti ho dunque a dire che la Bentivoglio è sconsolata.

Manfredo tacque.

--Benchè in tutto questo tempo ella siasi fatto forza, e la sua virtù abbia potuto assai, pure non potè abbastanza perch'io non le leggessi in cuore.

--E che diceva?

--Nulla diceva; operava in vantaggio e di me e d'Italia e dell'impresa comune, e nel suo segreto intanto gemeva continuamente. Sai tu poi, perchè da venti giorni siasi partita di qui?

--Non lo so.

--Le mostrai la lettera, dalla quale appariva che tu eri per venir qui tra brevissimo tempo; però ti ha voluto scansare: ecco tutto.

--Ciò era più che naturale a quella virtuosa donna; ella non poteva che comportarsi così. Ma ora io ti domando cosa si abbia a fare?

--Non c'è da almanaccar tanto, mi sembra, scriverò io stesso alla Ginevra. Le dirò.... le dirò quello che tu medesimo le diresti, se non che sarò più chiaro e meno impacciato; la porrò a parte, giacchè tutti gli ostacoli son caduti, d'una mia volontà che è pur la tua e quella di lei, se non mi inganno. Così, per il primo io avrò la consolazione di vedere, dopo sì lunghi affanni, contenti e te e lei finalmente. Questa disposizione di cose m'è d'un felicissimo augurio. Noi tre che ci conoscemmo tanto giovani, che fummo improvvisamente divisi da un colpo terribile, e immersi nei più tremendi guai, del corso medesimo delle cose ci troviamo adesso riuniti, e il prossimo avvenire ci si rischiara dinanzi confortandoci di mille promesse. Che te ne sembra a te?

--Lo stesso; ma tornando alla Bentivoglio, non mi parrebbe cosa benissimo fatta l'avvisarla per lettera; piuttosto troverei conveniente il fare una gita a Monaco.

--Tu?

--Non lo credi lecito?

--Tu solo, no; bensì verrò io stesso con te, se ti par meglio.

--Ti sei incontrato nel mio desiderio, questo è ciò ch'io volevo; tanto più che in codesta gita a Monaco non abbiamo a perdere il nostro tempo, e facendo due cose ad una, raccoglieremo quanti Milanesi per avventura si trovassero colà e li condurremo con noi.

--Benissimo pensato. Domani dunque, appena io t'abbia mostrato tutta la mia gente, alla quale, ti darò a conoscere, partiremo di qui e andremo a Monaco.

--In questo frattempo poi, giacchè non è un minuto a perdere, l'uomo che ho condotto con me, ed è un tale Elia Corvino, non so se l'abbia sentito nominare, il più acuto uomo che mai sia stato da che mondo è mondo, e che adesso vedrai, si recherà in alcuna città delle Fiandre a serrare nella nostra rete quanti Lombardi saranno in quelle parti. L'impresa tanto più si farà sicura, in ragione del numero dei Milanesi che potremo mettere nelle soldatesche, giacchè dei soli mercenarj non è mai a fare gran conto.

--Come ti dicevo, so che nelle Fiandre ve n'ha in buon numero, però confido che codesto tuo Corvino, qualora sappia fare, avrà buonissima messe; ma a proposito, dammelo a conoscere.

--Lo chiamo tosto.

Così dicendo, recatosi nell'anticamera, dov'era l'Elia Corvino ad aspettare:

--Il duca ti vuol vedere, Elia, gli disse, e vuol fare la tua conoscenza; vieni dunque.

Il Corvino volgendosi allora, e udendo l'invito:

--So che in Italia, disse, il Bandello attende a scriver novelle curiosissime e interessanti, però, se vuol far fortuna, dovrebbe prendere ad argomento la vita mia, quando per altro non tema di esser tacciato d'inverosimiglianza. Del resto i fatti son fatti; nato ricco, divenuto povero, virtuoso per istinto, ribaldo per convenienza, un tempo notaio dei vendarrosti e dei pubblicani quantunque fosse in una capitale; passato poi, per un gran calcio della fortuna in diplomazia, veduti e raggirati dei cappelli cardinalizi in gran numero, e corone quando non bastarono i cappelli, e trovatomi a quattrocchi col papa. Adesso finalmente viene sua eccellenza il duca Francesco Sforza, il duca della mia città medesima, che pareva calato in fondo, e veniamo a ripescare, il quale, di ragione e per amor vostro ora sarà per darmi grandissime lodi, che io accetterò con molta dignità. Vi assicuro, o marchese, che i posteri, dato che il mio nome possa mai rotolare ai posteri, dureranno gran fatica a percorrere con me codesto labirinto, nel quale il filo di Arianna mi giovò tanto bene; ma se il vero non è vero, non so più cosa dire.

Il Palavicino, il quale, ad onta di tante cure, era però abbastanza ben disposto per le nuove speranze, rise di cuore a queste celie dell'Elia, e lo condusse innanzi al duca.

