Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana
Part 44
Tutti rimasero atterriti guardandosi l'un l'altro in faccia, e più uomini unendo allora i loro sforzi, a gran colpi sfondarono la porta. Chiamarono Elena di nuovo, poi non udendo più nulla si misero in gran silenzio. Tendendo intensamente l'orecchio, parve loro di sentire di dentro come uno stropicciare di piedi che si volgessero in giro con gran violenza.
--E che mai può esser questo? dicevano.
--Perdio, ella non è sola.
--Duchessa, signora, chiamarono altamente le donne.
Si udì un altro grido, il più acuto di tutti, e fu sfondata un'altra porta, poi un'altra e un'altra.
Avvicinandosi alla stanza della duchessa, fu più facile d'intendere quel che vi succedeva.
--Perdio, qui avviene qualche cosa di orrendo, uscì detto ad uno; spacciamoci dunque ed atterriamo le altre porte.
Un gemito profondo, cupo, soffocato, fe' tacer tutti ancora; poco dopo udirono aprire i vetri di una finestra.
L'ultima porta cadde finalmente, e una folla di persone tra soldati, tra servi, tra donne irruppero nelle stanze di Elena, passarono nella camera da letto. La finestra era spalancata ancora; le cortine dell'alcova erano stirate. Corsero ad alzarle e videro il corpo della sventurata adagiato sul letto, come se altri ve l'avesse messa, le accostarono i lumi alla faccia. Non v'era nessun'alterazione nelle linee, soltanto alla solita bianchezza era successa una tinta leggermente livida, e sulla fronte apparivano gonfie e rosse alcune vene. La veste di seta, senza nessun disordine apparente, seguiva ancora i bei contorni della persona; soltanto appariva spezzata la cintura di lamina d'oro onde, per dar grazia maggiore alla persona, ell'era solita avvolgersi i lombi, Pareva che taluno, stringendola alla vita e abbracciandola colla forza d'Ercole, le avesse fatto subire il supplizio d'Anteo.
Lo stupore degli astanti crebbe sempre più. Domandata a gran voce la duchessa, questa non rispondeva, sebbene al respiro desse indizio d'esser viva.
Passarono alcuni minuti di un profondo silenzio, nel quale non s'udivano che i singulti delle donne, e fuori il soffio impetuoso del vento che investiva le piante del parco.
--Eppure, uscì detto finalmente ad uno, nessuno mi potrà persuadere che la signora fosse qui sola.
--Nè io lo potrò mai credere. Stetti ben attento, e non posso essermi ingannato. Qualcuno era in questa stanza con lei.
--Ma e come mai?
--La finestra aperta n'è prova. Certo sono usciti per di qui.
--Venti braccia d'altezza...
Più d'uno allora guardò fuori della finestra.
--Ecco qui... nella vite e la brignonia attortigliata ai capitelli si trovò la scala, e son fuggiti pel parco.
Si tacque ancora. Le donne, circondato il letto della sventurata signora, stavano aspettando venisse il vescovo di Rimini e il medico che in tutta fretta eransi mandato a cercare. Di tanto in tanto chiamavano Elena per nome, e la coprivano di pianto e di baci. Parve che si venisse riavendo. Finalmente dischiuse qualche poco gli occhi, e fu un grido delle donne, un grido di gioia. Quanti erano nella stanza corsero al letto.
--Signora, parlate, che fu, chi è venuto qui?...
La duchessa non rispose, tornò a chiuder gli occhi con un mover lento del capo, e mandò un grave sospiro.
Si rimise il silenzio.
--Tu dicevi, parlavan sommesso soldati e servi; tu dicevi non poter essere che qualche assassino della campagna di Roma, o dell'Abruzzo, o della Marca d'Ancona. Ma guarda qui cinti e monili che soli basterebbero a far la ricchezza di molti, lasciati qui senza che nessuno ci abbia badato più che tanto...
--È vero.
--È vero.
--Quanto più cerchiamo di trovare una spiegazione al miserabile fatto, tanto più crescono i viluppi e i dubbi. Io non so più cosa dire.
In questa entrò il lettore di medicina, al quale tutti si misero intorno. Udita ogni cosa egli se ne venne al letto della signora.
Le donne, veduto che ella pativa difficoltà di respiro l'avevano rialzata qualche poco. Così quando il medico le si accostò pareva si fosse riavuta di molto. Aveva gli occhi aperti, sembrava anzi avessero ricuperato per intero la facoltà visiva, ed ella guardasse con attenzione intelligente, ma a tutte le domande che aveale fatte il medico mai non rispose o non volle rispondere. Ad esso peraltro dai sintomi esterni, risultò che il pericolo era estremo.
Venne finalmente il vescovo di Rimini, uomo, a quanto ne diceva la voce pubblica, d'insigne pietà, senno ed esperienza.
Quando questi si fu al letto della signora, e su lei abbassò il vecchio e venerando capo, fu notato ch'ella fece uno sforzo per avvicinarsi a lui, e farsi intendere con cenni. Il venerando uomo fece allora uscir tutti della stanza. E rimase solo così colla duchessa.
In questa medesima notte viaggiava affrettatamente verso Rimini il nostro Manfredo, insieme all'Elia Corvino e a due barbute. La molta neve caduta lungo la linea degli Apennini, lo avevano costretto il dì prima a fermarsi per molte ore presso Lojano. Senza questo contrattempo si può esser certi ch'egli sarebbe arrivato a Rimini intorno alle ore medesime in cui il Lautrec ci pose il piede. Una tale combinazione sarebbe invero parsa al più dei lettori la più strana, la più improbabile, la più incredibile, eppure tanto induce a credere ch'ella era inevitabile, se la neve non avesse impedito il passo a nostri viaggiatori. Un'ora prima dell'alba quando furono nel Cesenatico, lungo la via, da alcuni uomini del contado udirono a parlare dell'incendio della città di Rimini. Que' villeggiani che da altri avevano appreso questa notizia, la quale facevasi tanto più grave quanto più eran le bocche per cui passava, parlarono di quell'incendio come di una cosa spaventevole, e però interrogati da Manfredo e dall'Elia, risposero, che a quanto essi avevano udito, a quell'ora doveva essere distrutta una buona parte della città. Il Palavicino non volle altro, e dando di sprone al cavallo si rimise in via a gran corsa. Non giunse però presso Rimini che ad un'ora di giorno. In ragione che si venivano accostando alla città, le notizie dell'incendio si conformavano sempre più al vero, per cui, quando furono a poche miglia di distanza, i nostri viaggiatori si tranquillarono affatto, udendo che l'incendio era stato arrestato, e che Rimini non aveva patito gran danno. Rimessosi così da qualunque appressione, il Palavicino vi entrò pochi momenti dopo. Ma alla porta, il caporale delle guardie, avendolo riconosciuto e non sapendo farsi capace del modo lieto onde s'intratteneva col compagno, gli si accostò, e:
--Signore, gli disse, date di sprone al cavallo, che se mai non sapeste nulla, io vi avviso che la signora sta in termine di morte.
--Che? gli domandò Manfredo percosso da quelle parole e fermando il cavallo, d'onde il sai tu?
--Stanotte, eccellentissimo signore, fu davvero una notte d'inferno.
--So che fu appiccato fuoco.
--Nell'ora che tutta la città era in travaglio per stornare il pericolo, uomini scellerati entrarono negli appartamenti della signora...
Manfredo non aspettò che la guardia narrasse il resto. Si cacciò a furia nella via che attraversava la città. Tutti i cittadini uscivano al trotto serrato dei quattro cavalli. Riconoscevano il Palavicino e si ritraevano doppiamente addolorati. La sventura della duchessa aveva sparsa la desolazione in tutto il popolo, tanto ella era amata.
Il Palavicino, entrò in palazzo, smontato di sella, salì tosto agli appartamenti della signora. Non udì che pianti, non vide che disordine, il quale alla sua comparsa crebbe ancor più.
Ai primi tra' servi che gli vennero incontro fece quel cenno che equivale a molte interrogazioni. I servi si strinsero nelle spalle. In quella usciva il medico dalla stanza della sventurata Elena per dar non so che ordini, e colpito alla vista del marchese, il quale gli s'era incontanente rivolto:
--Dopo che il vescovo, gli disse, l'ha benedetta, ella non ha più parlato; nè a me nè ad altri è mai riuscito di saper nulla di preciso intorno a quanto avvenne in questa notte orribile.
--A ciò provvederemo dopo. Ditemi intanto se la duchessa potrà mai riaversi.
--Questo non potrebbe avvenire che per un miracolo d'Iddio; in quanto a me non ho più speranze.
Manfredo stette pensoso per qualche tempo poi disse:
--Io la vedrò... ma fatti alcuni passi per entrar nella stanza da letto, quando fu sulla soglia retrocesse esclamando: Non so s'io potrò mai sopportare l'orribil vista!
--Non v'è segno nessuno di violenza, disse allora il medico, comprendendo appieno le parole del marchese. Parrebbe che naturalmente ella sia stata assalita da repentino malore.
--Ma e che dunque mi fu raccontato per via?...
--Che qualche scellerato sia entrato da lei, è certissimo. Tutti costoro almeno lo attestano.
--Ma e cosa facevano costoro? proruppe allora Manfredo.
--D'ordine della signora, eran tutti usciti per recare qualche soccorso quando l'incendio minacciava d'investire la città.
--Oh è orribile!... orribile!... ripeteva Manfredo, poi chiamati intorno a sè quanti servi trovavansi negli appartamenti:
--Raccontatemi, disse loro con un accento calmo ma grave di angoscia, raccontatemi tutto ciò che sapete... tutto, e non omettete parola.
I servi con gran disordine, ma anche con molta efficacia di espressioni, dissero ciò che sapevano e che avevano udito. Quando si venne all'ultimo punto, egli non potè più trattenersi, e:
--Parlasse ella almeno! proruppe.
Così dicendo, accompagnato dal medico entrò nella stanza della sventurata Elena.
Ella non dava oramai più nessun segno di vita, l'agonia era incominciata. Il venerando prelato le stava d'accanto immobile.
Manfredo la guardò, la chiamò per nome, e veduto ch'era indarno, si concentrò in sè stesso e stette pensoso molto tempo.
Dopo, recatosi al finestrone ch'era stato chiuso, ne sferrò le vetriere, lo aprì e guardò fuori. Parve che anch'egli ne misurasse l'altezza.
--Per quanto lavori col pensiero, non so trovare nessun filo, esclamò poi a voce bassa rivolto al medico; però di là non può esser fuggito che un uomo solo. E non poteva essere un assassino volgare. Oh parlasse questa infelice!
Il medico gli disse allora che al vescovo ella aveva di certo parlato e che esso doveva saper qualche cosa: però si provasse a interrogarlo. Manfredo lo tentò.
--Le preghiere dei morti van rispettate! fu l'unica risposta che gli diede il vescovo facendo un nuovo segno di croce sul volto della duchessa.
L'agonia della infelice durò due giorni e due notti. Il sacerdote non l'abbandonò mai; il medico praticò tutti gli argomenti per vedere di conoscere la causa che sì repentinamente l'avea tratta a quel termine, senza che ci fossero indizi manifesti di una grave lesione, ma sempre dovette fermarsi alle congetture.
In quanto a Manfredo, continuò esso pure a tentare discoprir qualche filo, e venutogli il sospetto fosse mai stato il Lautrec medesimo l'uccisore della sua donna, non omise nessun mezzo che potesse condurlo a verificare un tal fatto.... Ma desiderando una cosa, un'altra ne scoprì.... Verso le ultime ore dell'ultima notte.... cercando non so che oggetti in uno stipo d'argento, gli venne veduto un piccol ritratto.... messovi lo sguardo.... la prima sensazione fu quella di un grave turbamento.... Gli parve d'aver già veduto quel volto infantile, ma non sapeva ridurselo a memoria.... pure insistendo, si ricordò del fanciullo Armando, il figlio del Lautrec, che a suo agio aveva potuto guardare a Reggio, e che anche allora avea fermata la sua attenzione. Egli non sapeva nulla del misterioso fatto.... ma fu colpito quando, osservando meglio, in quelle linee di fanciullo gli sembrò vedere il volto istesso di Elena. Si ricordò del passato.... comprese tutto.... gli cadde il ritratto di mano.
Tre giorni dopo partiva di Rimini. La duchessa Elena era già discesa nella fossa, e la notizia ne corse per tutta Italia.... Il mistero che aveva circondato la sua vita circondò pure la sua morte, e dovunque si continuò per gran tempo a domandare come fosse avvenuta. Il vescovo di Rimini fu però sollecito di far diffondere la voce che la duchessa Elena era morta naturalmente.
CAPITOLO XXXII.
A tener dietro a ciascun passo dei principali personaggi in cui c'incontrammo nel corso di questa storia, ad osservare più d'appresso che ci fosse possibile taluni fatti, abbiam dovuto percorrere gran parte d'Italia. Da Milano passammo a Roma, a Rimini, a Venezia, a Reggio correndone e ripercorrendone lo stradale. Ora ci conviene varcare le alpi e dilungarci da Italia per gran tratto.
L'uomo che i destini collocarono all'estremo di una dinastia famosa perchè dovesse chiuderla per sempre, che per anni molti fu occasione di controversie, di lotte, di errori, e insieme di virtù grandi e di sforzi magnanimi; l'uomo al quale un popolo, intero, abbattuto da patimenti assidui, volge, dopo un lungo oblio, lo sguardo e le speranze; che, mentre altri s'affaticavano per lui, stette fuori, mal suo grado, degli sguardi dell'universale, protagonista senza parole e senz'opere, coperto dalle dense ombre della sua sventura; quest'uomo, che fu nulla per sì gran tempo, mentre pure si rodeva del desiderio di esser tanto, deve esercitare su noi così gran forza da costringerne finalmente ad occuparci anche di lui.
Fuori una lega d'Augusta, l'antica città sui campi dove Ottone il Grande sconfisse gli Unni nei secolo decimo, quasi in ogni giorno dei primi mesi del 1521, alla prim'alba, i buoni borghesi alemanni che per commercio viaggiavano in quei dintorni, lungo il cammino, si fermavano ad osservare un giovane uomo il quale, su di un ardente cavallo, comandava drappelli di fanti e cavalli, che per esercizi simulavano battaglie sulla estesa campagna. Si domandavano l'un l'altro chi mai fosse quel giovine cavaliere, e tosto un senso di rispetto e di venerazione pietosa si metteva nei cuori di quegli uomini leali, quando sentivano esser colui il duca Sforza, l'ultimo della dinastia del grande Francesco, che sbalestrato giovinetto fuori dei suoi Stati da un'usurpazione crudele, ora anelava di ricuperarli, e finchè durava gli ozi ingrati, esercitavasi in ciò che più è necessario a chi deve metter corona.
Era da qualche tempo infatti che il duca Francesco Sforza, dopo avere accompagnato Carlo nelle Fiandre, aveva stabilita la sua stanza in Augusta, nella quale città era venuta a dimorare anche la Ginevra Bentivoglio.
Il Morone le avea consigliato di star presso al duca, come a costui aveva raccomandato di vegliare sulla di lei sicurezza. L'acuto lombardo, considerando di quanto aiuto esser potesse ai forti bisogni del duca l'ingente pensione pagata dal pontefice alla vedova del Baglione, per questo li volle ravvicinare. Siccome però dubitava fosse mai per sorgere da ciò qualche voce che offendesse la fama illibata della signora, così fra' que' leali Alemanni che circondavano lo Sforza diffuse il racconto dei lunghi patimenti subiti dalla Ginevra e come figlia del signore di Bologna e come consorte del tiranno di Perugia, narrò egli medesimo la simpatia profonda che prima di quel malaugurato matrimonio l'avea legata con Manfredo Palavicino, gentiluomo lombardo, e come in ultimo, per giovare alla patria e dar modo all'amico di collocarsi a tal posto dove gli fosse più agevole adoperarsi per essa, sebbene libera di sè per la morte del Baglione, pure avea fatto sacrifizio dell'immenso affetto che nutriva da si lungo tempo, concedendo ella medesima alle braccia d'altra consorte l'uomo che già chiamava suo sposo, ed era venuta intanto presso il duca Sforza per giovare coi proprii mezzi nella causa di costui quella della patria. Il fatto di una virtù così insolita non è a dire che venerazione fruttasse alla Ginevra, in quel paese dove un sentimentalismo profondo e sincerissimo è sorgente di adorazioni per ciò che altrove troverebbe indifferenza e spregio.
Lo Sforza, sebbene da tanto tempo desiderasse di metter gente insieme, pure da principio non volle accettare le offerte generose della Bentivoglio, ma finalmente, pieno di fiducia nella propria causa, e sicurissimo che, rimesso nei propri Stati, avrebbe potuto compensar la Ginevra ad usura, accettò, e così con que' mezzi e coi pochi lasciatigli da Massimiliano e con quelli che gli venner dopo da Carlo, potè in breve metter insieme quel migliajo tra fanti e cavalli.
Una mattina del febbraio di quest'anno, in mezzo a molti cavalieri tra lombardi ed alemanni, misurava esso la gran pianura d'Ottone facendo la solita rivista e comandando le consuete manovre. A vederlo mostrava un trent'anni di età, ma non ne contava che ventotto, ed era di un'avvenenza assai rubesta, con folta e prolissa barba. Al modo onde governava quella sua gente, pareva uomo nato fra l'armi, e che per tutta la vita ad altro non avesse atteso che all'arte della guerra.
Fin da quando, uscito dal ducato di Milano, seppe che il suo fratello Massimiliano aveva abdicato e che però le sorti, qualora avessero mai voluto ristampare la dinastia, si sarebbero rivolti a lui secondogenito, si propose di passare il tempo del suo esiglio negli studi d'ogni maniera. Passando dai più violenti esercizi di corpo, alle più alte e solitarie meditazioni della scienza, dalla sala d'Armi all'aula dell'Università, avea trascorsi cinque interi anni; perciò, sebbene fosse ancora assai giovane, tuttavia poteva annoverarsi non solo tra' più perfetti cavalieri, ma anche tra i più dotti giovani che allora facessero parlare di sè nelle Università della Germania.
Il Morone medesimo, quando dopo tanto tempo di lontananza, si trovò con lui e lo udì parlare, ne rimase altamente edificato e ne concepì le maggiori speranze. Valore, dottrina e mansuetudine sapiente nei rapporti della vita privata; c'era forse quanto poteva bastare perchè l'ultimo Sforza avesse a toccare la gloria del primo.
Venuta l'ora in cui, finiti gli esercizi del campo, ritto sul cavallo, si fermò ad osservare ad uno ad uno i fantaccini ed i cavalieri che gli sfilavano innanzi:
--Se il re di Francia, diceva parlando al nipote del cardinale di Sion che stava sempre seco, sapesse ch'io sto esercitando codesto pugno di soldati, davvero che riderebbe; pure io vivo sicuro che non riderà a lungo. Ma s'egli si credesse mai ch'io fossi per riporre tutta la mia fiducia in così poca gente, mostrerebbe di non avere attitudine nessuna a giudicare altrui. Del resto potrebbe esser causa di gran maraviglia in coloro che si fermano alle prime apparenze, il vedere ch'io vada tuttodì addestrando questi uomini, che tutti si sono trovati in più fatti d'arme, e non possono apprender molto da me che, dalla culla passato all'esiglio, non ho ancora fatto nulla al mondo; ma se lì trattengo per tante ore sotto le armi, è appunto per esercitar me così inesperto. Pure verrà tempo, caro mio, tempo verrà che faremo qualche cosa anche noi, e dal drappello passando all'esercito non ci darà noia la polvere del campo; però se Francesco I Sforza fu l'onore del suo tempo, noi condurremo le cose in modo che il secondo Francesco almeno non ne sia il disonore. Ma tornando a noi, questa brava gente non sarebbe già qui per dar spettacolo a me solo; varrà pur essa a qualche cosa, e presto. Vi farò leggere le ultime lettere venutemi da Italia. Tutti si son desti, e il più dei Milanesi stanno per me finalmente. Sentirete quanto dice il Morone, quanto promette il mio Palavicino.
--A proposito di questo amico vostro, credete voi ch'egli verrà qui prima di tentare un colpo in Italia?
--Fu un pensiero del Morone... del resto poi non so... pure se vuolsi operare con prudenza, il Palavicino dovrebbe venir qui a prendersi seco questa gente per unirla alle soldatesche che già si son messe insieme in Italia, e di buon grado la porrei sotto il suo comando. Non so s'io saprei indurmi a far questo con altri, ma se non avessi fiducia in quel mio generoso amico, dovrei negarla anche a me stesso. Faccia egli dunque quel che a me non è concesso per ora. Dopo toccherà a me, a me sempre... se Dio lo vorrà.
Ciò dicendo, come fu passato dinanzi a lui l'ultimo fantaccino de' suoi, dando anch'esso di sprone al cavallo, si mise a trotto per tornare in Augusta.
--Mi pare siasi fatto tardo, e ci bisogna affrettare il passo. Il lettore di diritto Martino Zimmerman comincierà oggi i commenti dei capitolari dì Carlomagno, e preluderà discorrendo tutta la storia del regno di questo sovrano gigante; capirete dunque che non bisogna mancare. La dotta facondia di questo lettore di giurisprudenza mi diletta assai, e in quanto a me vado struggendomi del desiderio d'approfondarmi sempre più in codesta scienza, ch'è la scienza dei re.
Così, passando d'uno in altro discorso, entrato in città e scavalcato al proprio alloggio, passo passo, a braccio del Sion e di un giovane lombardo, figlio di un mercante di pannilani, s'incamminò verso l'Università.
Gran parte della studiosa gioventù della Germania affluiva allora in Augusta, e quell'ardore persistente di studi che più tardi fu il caratteristico degl'ingegni di quella nazione, era abbastanza notevole anche allora. I biondi e perspicacissimi figli del Reno, della Mosa, dell'Elba, od osservavano abitualmente il silenzio dei trappisti, o se il rompevano, era per gettarsi a corpo perduto sul campo della discussione e delle argomentazioni sottili, e anche di quel tempo sì forte era l'entusiasmo della scienza, che quando pure la _Cerevisia_ di Monaco metteva loro di gran fumi alla testa, gli ardenti vaniloqui versavan sempre intorno alle più astruse ed intricate quistioni. Se tutte le dispute fatte a voce, da che esistono Università in Germania, si potessero riprodurre e pubblicare, sarebbe causa di un forte stupore il vedere sino a che punto la ragione possa smarrirsi entro i suoi medesimi labirinti.
Con questi giovani ardenti, instancabili, acutissimi, passava dunque il giovane Sforza il suo tempo, quando tornava dall'avere armeggiato. Proponeva, domandava, rispondeva, argomentava, sottilizzava anche: se non che quel buon senso imperturbabile onde, se vuolsi, vanno assai distinte le intelligenze lombarde, gli serviva di bussola ogni volta che coi colleghi audaci gettavasi in qualche mare intentato; e spesso avveniva che con un bel tacere si fermasse a tempo, lasciando intero ai colleghi il privilegio d'invadere le regioni della pazzia.
Al tocco della campana entrò lo Sforza nell'aula dove leggevasi diritto, e senza distinzione di sorta s'affrettò a sedere nei banchi. I figliuoli dei buoni borghesi d'Augusta e delle altre città della Germania sedettero appresso all'ultimo rampollo dei duca Sforza di Milano. Vicino alla cattedra ove saliva il dottore Martino Zimmermann eravi però un posto di distinzione; una gran seggiola a bracciuoli con cuscini di corame incartocciato e chiodi d'ottone abbruniti dal tempo. Poco dopo che il dottor Zimmermann fu salito in cattedra, una donna vestita a lutto, accompagnata da un servo, entrò nell'aula e andò a sedere in quel posto distinto. Era dessa la Ginevra Bentivoglio. Quantunque ogni giorno assistesse alle lezioni di diritto, pure la sua comparsa era sempre seguita da un lungo mormorio, tanta ammirazione sentivano per colei que' giovani entusiasti.
A dimenticare i molesti pensieri che malgrado la sua virtù e la sua fermezza d'animo, venivan spesso ad opprimerla, la Ginevra giusta i consigli del Morene, uscendo della sfera di donna, s'era avvolta con molto ardore nelle pubbliche faccende. Delle sue rendite la massima parte erano impiegate a soddisfare alle paghe delle soldatesche del duca. Per le circostanze che sa il lettore, ella aveva in odio il nome francese e amava ardentemente l'Italia; nè la diversa direzione del padre e de' fratelli non avevano più che tanto influito su di lei, che il Palavicino l'avea prepotentemente indotta nelle proprie opinioni. Per questo operava con passione, e il sagrificio che faceva altrui delle proprie ricchezze era così volontario, così spontaneo, che gliene derivava una soddisfazione completa.