# Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana

## Part 43

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Dopo molti giorni di viaggio era in fatti giunto a Cervia, e qui trovò gli uomini che lo aspettavano. Colà saputo che il marchese Palavicino erasi recato a Reggio, da principio ciò gli parve un contrattempo, e fu quasi per aspettare ch'egli tornasse. Ma dopo fece altri pensieri, e si dispose a mandar tosto ad effetto il suo atroce disegno. Conoscendo benissimo la città di Rimini e i suoi dintorni per avervi dimorato tanto tempo, senza bisogno di far nessuna visita ai luoghi, ebbe subito stabilito il modo. Suo intento era, come si disse di produrre un immenso scompiglio in tutto il popolo, costringerlo ad uscire della città se voleva attenuare il disastro, e per tal via, mentre la città rimaneva deserta, o quasi, le soldatesche occupate altrove, e, se dava la sorte, anche il palazzo della signoria abbandonato dalle guardie, entrare in quello. Per questo stimò bene di appiccare l'incendio alla parte della città che fosse la più lontana dal palazzo, perchè nel mentre fosse abbandonato dalle guardie intente a portar soccorso altrove, non fosse poi abbandonato da chi egli aveva interesse di trovare. Pieno di questo pensiero e della smania di vederlo compiuto, aspettò la notte in cui il vento imperversasse più del solito e communicasse così impeto maggiore all'incendio. Tutto adunque gli era andato a seconda del desiderio. Udiva dal posto ove stava il furioso crepitar delle fiamme, sapeva che quasi tutto il popolo era uscito di Rimini, e che a lui non rimaneva perciò che di entrare in quella città di cui sapeva ogni angolo, e col favore delle tenebre, della solitudine e del generale disordine, senza ostacolo, mettere il piede nel palazzo della duchessa.

Ma quante volte fu per prender la via della città, altrettante retrocesse e si fermò perplesso:

--A che vado a far colà? diceva tra sè, per qual fine io la cerco colei?

Quando seppe le nozze di Elena con Manfredo, esso non aveva veduto che sangue allora, e nel sangue solamente aveva cercato di confortare i propri dolori; nè altro pensiero gli era venuto in mente fuori di questo, che fu il primo, e continuò ad esser l'unico per assai tempo. Da che dunque gli derivava adesso tanta perplessità? Da ciò solo che dall'odio medesimo ond'era divorato per colei, e lo sospingeva a cercarla per distruggerla, era risorto l'amore, prepotente amore che, confuso coll'odio stesso, talvolta lo soverchiava; però nel punto medesimo in cui quanto si chiama sete di sangue trucemente lo esaltava, il brivido che si metteva nelle sue ossa al pensiero che dopo tanti anni avrebbe riveduta la madre del suo Armando, era segno indubitato che l'amore gli comunicava l'irresistibile bisogno di trovarsi con lei, ma un bisogno nel cui soddisfacimento era pure riposto un supremo gaudio. Chi sapesse farsi idea dell'esistenza contemporanea di questi due affetti, potrebbe valutare appieno la condizione tormentosa in cui versava il Lautrec in quella notte, in quell'ora, la più procellosa di tutte le trascorse.

Ma l'immagine del Palavicino e tutte le ricordanze che si affollavano intorno all'abborrito Milanese lo determinarono finalmente, e percorrendo una via fuor di mano che metteva in Rimini, vi entrò una mezz'ora dopo. A gran furia avea fatto la strada, e tra per questa rapida corsa e per la passione che assiduamente lo batteva, si sentì come spossato. Giunto sulla gran piazza e incertissimo ancora di quel che dovesse fare, si appoggiò per poco a quel piedistallo di marmo su cui è fama che Cesare parlasse alle sue legioni prima di passare il Rubicone. La piazza era silenziosa, e soltanto portato dal vento, vi giungeva il frastuono delle mille voci del popolo uscito ad arrestar l'incendio. Quando in mezzo alla generale quiete sentì la voce di due cittadini che parlavano:

--La selva è in cenere oramai, ma tanto abbiam fatto, che le fiamme non hanno ancora investite le mura. Or vado a vedere se la povera mia madre s'è rimessa dallo spavento, e torno subito all'opera.

--Vado io pure a dire alla donna mia, che il pericolo è quasi cessato.

--E a ringraziar Dio d'aver mandato a vuoto l'atroce attentato di chi voleva arsa questa bella città.

--Che dici tu? se fu la furia, del vento che portò fiamme tra i rami degli abeti,

--Tu non sai nulla. V'è chi ha veduto uomini armati a mettere fuoco agli alberi.

--È ciò possibile?

--È vero....

E con queste parole dileguarono le voci e i due che parlavano, e il Lautrec si alzò considerando che se più tardava, poteva forse venir gente e affollarsi il palazzo di cittadini e d'uomini d'armi, ed impedire a chicchessia d'accostarsi alla duchessa.

Si alzò dunque, e difilato si affrettò al palazzo. Giuntovi presso, rallentò il passo e si pose in ascolto per sentire se ne uscisse qualche rumore; ma alla quiete che vi dominava, pareva fosse disabitato.

--Che colei se ne fosse mai uscita? disse tra se sconcertato da un tal dubbio.

Allora corse alla gran porta.... Le imposte erano spalancate.... Egli mise il piede nel cortile. Il piano superiore dell'ala destra era illuminato ma non ne usciva alcun suono; però quando si fermò gli venne udito un mormorare monotono che veniva da un luogo a terreno. Si studiò di poter comprendere cosa fosse, e allora conoscendo parte a parte tutti i luoghi di palazzo capì che quel rumore veniva dalla cappella dove tutte le mattine solevasi celebrare la messa per la signora e la sua famiglia. Avvicinatosi all'ingresso della cappella e messovi l'orecchio, sentì più voci di donne che recitavano delle preghiere, poi udì nettamente la voce di una sola, a cui l'altre rispondevano. Non era la voce della duchessa. Fu in dubbio di entrare, vedere e interrogare, ma temette d'avere a metter fra quelle donne troppo spavento, e pensò ad altro. Si allontanò di là, e recatosi alla parte opposta del palazzo dov'era il gran vestibolo che introduceva allo scalone, e là messosi di nuovo in ascolto prima di entrare gli parve d'udire il suono di due voci che venissero dall'alto dell'edificio. Rattenne il respiro per udir meglio. Fra quel silenzio, al quale di tanto in tanto s'interpolava il mormorio che veniva dalla cappella e il suono del popolo scemato dalla distanza, conobbe una delle due voci. Quel terribile uomo, che non sarebbesi scosso per nessuna cosa del mondo, all'udire quella voce, quella voce fatale, quasi fu per smarrire ogni spirito e cadere. Era la duchessa che dall'alto del palazzo, dove sul ballatoio stava osservando cosa avvenisse dell'incendio, dava alcuni ordini ad una donna, la quale, rispostole, si ritraeva. Di fatto il Lautrec non udì altro. Allora credette fosse venuto il momento d'entrare, ma quando fu per spalancare l'imposta che chiudeva il vestibolo, udì scender qualcheduno per la scala appunto; ond'egli ritrattosi, vide uscirne una donna la quale, attraversato il cortile, si recò nella cappella. Misurando il tempo, congetturò dover essere la donna che un momento prima aveva parlato colla duchessa; pensò dunque esser probabile che in quel punto ella si trovasse sola. Entrò nel vestibolo, salì la scala... fu tosto al piano superiore. Di qui per un'altra scala, e finalmente per una a chiocciola fu sul ballatoio. Vi corse con un'ansietà e insieme con un'agitazione che gli faceva vacillare i ginocchi; vi gettò uno sguardo... non v'era più nessuno.

--Dove può ella essere andata? disse tra sè; ma era pure la sua voce quella che ho udito... ma era qui dov'ella si trovava momenti fa!

E si pose ancora in ascolto... il solito silenzio gli rispondeva.

--Che fosse mai discesa a' suoi appartamenti? pensò poi.

Pensato questo, ridiscese tosto. Ripercorse gli atrj del primo piano, fu all'uscio che metteva agli appartamenti della duchessa; vi entrò subitamente, ma rallentando il passo e procurando di non far rumore col piede ferrato. Passò per più stanze; eran tutte vuote, ma v'era quel disordine nelle suppellettili che è indizio dell'abituale movimento di molte persone. Quando fu nella gran sala, che si chiamava la sala de' musaici, e pareva piuttosto un piccol tempio che altro, si fermò; udì nella prossima un suono di passi affrettati, e quel fruscio particolare che da una veste serica sbattuta. Il sangue gli corse alle tempia, si precipitò in quella camera; in un lampo fu dappresso ad Elena. Al rumore della porta che si spalancava, alla vista dell'uomo d'armi che moveva alla sua volta, la signora si fermò guardandolo attonita e in aspettazione di qualche gran cosa.... poi a un tratto proruppe in un grido.... Ella avevalo riconosciuto anche di sotto alla buffa. Il Lautrec corse all'uscio e lo chiuse a chiavistello, e senza dir mai parola si pose in ascolto.... gli parve d'udir qualche rumore.... Allora liberò ancora il chiavistello dell'uscio, e continuando sempre a tacere, uscì della camera.

La duchessa, cui lo spavento ognora crescente aveva soffocato il secondo grido, non seppe cosa pensare, e seguendolo coll'occhio non si mosse dal suo posto. Udì i passi ferrati del Lautrec che si allontanavano di sala in sala, poi lo strepito di una porta che si chiudeva, e quell'aspro cigolìo che fa la chiave quando gira nel chiavistello, poi lo stesso di un'altra porta, e della terza e della quarta, e i passi del Lautrec che ritornava.... Allora accortasi di quel che era, e cessata l'inerzia della prima attonitaggine, si mosse per uscire; ma fino a sei tutte si chiusero le porte a quel modo, e il Lautrec rientrò dov'ella era.

--Sei stanze mi serrai dietro a chiavistello, furono le prime parole del Lautrec, e questa non mette capo a nessun luogo; siam dunque soli, soli, affatto soli!

Pronunciando queste parole con quella sua voce nasale e tremenda, guardò fisso la duchessa pei fori della buffa che non alzò. Con tutti i modi avrebbe voluto atterrirla, fuorchè collo spettacolo della sua laida bruttezza. Questa doveva a lei rimaner coperta in perpetuo.

--Soli! macchinalmente ancora ripetè... ma in quel punto, facendo un passo verso Elena e prendendole un braccio... la vide lenta lenta piegar il collo e le ginocchia, e diventar bianca come se tutto il sangue le fosse uscito dalle vene. Certo sarebbe caduta come piombo sul pavimento, se non fosse rimasta così sospesa e sostenuta dalla mano ferrata di lui che l'aveva presa pel braccio. Egli subito si tacque, e continuò a sostenerla guardandola con un'attenzione particolare. Passò qualche minuto senza che d'un punto si cambiasse la posizione d'ambedue... ma i ginocchi di lei si ripiegavano sempre più, finchè con quelli venne a poco a poco toccando il suolo. Anche al Lautrec pareva che le forze si fossero scemate, e non bastando a sorreggerla la lasciò toccar terra, senza però lasciarla cadere. Colla testa cascante da un lato, colle braccia pendenti e la fronte pallida pallida, ma bellissima tuttavia di una bellezza senza pari, non dava Elena nessun segno di vita.

La dritta mano ancora avvolta intorno al sinistro braccio di lei, il capo basso, gli occhi fissi nello spettacolo di una vita che pareva dissolversi, il Lautrec non si moveva, non alitava. Pareva una statua di ferro inchinata sur una di marmo.... Se non che improvvisamente, dopo un profondo sospiro che rivelava un angore straziante, dai larghi fori della buffa del Lautrec, caddero grosse goccie di pianto sulla bianca fronte della signora.

Per quell'apparenza di gracilità subita dalle fattezze d'Elena a cagione del deliquio, erasi accresciuta la somiglianza ch'ell'aveva col fanciullo Armando, le di cui linee erano le medesime di lei, e soltanto ne differiva per l'esilità e la pallidezza, e accresciuta al punto che agli occhi del Lautrec l'un volto si confondeva coll'altro. Il fanciullo, nell'anno che stette in Francia, forse pel clima influentissimo sulle debili complessioni, avea perduto sempre più della salute, ed era stato, ed era tuttavia cagione di forti apprensioni al padre, che interrogava medici e si struggeva di dolore, e malediva la sorte che minacciava colpirlo nell'unico oggetto della sua affezione. Ora il volto d'Elena gli richiamava queste idee, e mentre da ciò stesso gli era accresciuta la pietà pel suo figlio, questa era di tal natura, che bisognava pure in qualche parte si stendesse anche sulla madre sciagurata di lui. Temeva l'immatura fine d'Armando, di cui a quando a quando sentiva un vago e angoscioso presentimento; però, mentre era venuto in cerca della madre per consumare su lei una vendetta covata da tanti anni, un orrore insolito lo prese, un superstizioso timore che spegnendo la vita di lei, venisse contemporaneamente a spegnersi anche quella del fanciullo; credeva che un'aura medesima animasse l'esistenza di quelle due creature tanto simili l'una all'altra, e che per conseguenza un soffio solo dovesse riuscire funesto ad ambedue. Ma pensando com'era stato tradito e offeso da quella che ora gli pendeva dal braccio, si tormentava fossegli venuto in quel punto un tal timore, e con una vicenda rapidissima passava così da un estremo all'altro della passione inestimabile che lo divorava.

Pianse finch'ella rimase più presso allo stato di morte che di vita, ma, cosa stranissima a dirsi, quando Elena diede segno di riaversi, parve gli s'inaridisse improvvisamente la fonte delle lagrime, e vergognandosi potesse ella mai accorgersi della condizione dell'animo suo, la mise a giacere, ed aspettando ricuperasse gli spiriti, si staccò da lei.

Taceva ancora tutto d'intorno, e il Lautrec colle braccia intrecciate al petto se ne stava immobile in mezzo alla stanza, le spalle rivolte alla duchessa, quando un secondo suo grido, ma assai più debole del primo, l'avvisò ch'era tornata in vita, e si volse.

La signora, quando si fu desta, alzossi, e movendo in giro lo sguardo, e vedendo il Lautrec immobile, si ritrasse nella camera vicina, ch'era quella da letto, per tentare di chiudervisi in fretta; ma il Lautrec, voltosi a quel movimento, la seguì, e fu davvero il peggio per la sciagurata Elena. Dalla parete in faccia all'alcova del letto pendeva il ritratto del Palavicino, fattogli a Roma da Giulio Romano. Gli occhi del Lautrec corsero a quell'immagine, e fu un funesto accidente che, inariditagli ogni pietà, non gli lasciò che furore nel sangue.

La sciagurata Elena se n'accorse, e vedendo che il Lautrec di colpo s'era fermato innanzi a quel ritratto:

--Ahi, disse con voce tremante e con un accento particolarissimo, io sono perduta! E si mise le mani alle tempia, indizio di gran disperazione.

--Sì, perduta, irremissibilmente perduta! rispose volgendosi il Lautrec alle parole di lei. E per qual altro fine credevate voi che io fossi venuto a far qui, e abbia fatto appiccar fuoco alla città, e gettato lo spavento in sì gran numero di uomini? Per uccidervi; pensate poi se in faccia a questo (e additava il ritratto), io possa mai desistere da tal proposito; preparatevi dunque a morire.

La duchessa, che stava per interrompere il Lautrec, si fermò a quest'ultima parola.... e se ne stette così immobile tendendo lo sguardo senza fissarlo in nessun luogo, e premendo con tremito convulso le mani intrecciate sul petto.

Il Lautrec la prese la seconda volta pel braccio.

Talora l'eccesso dello spavento in animo naturalmente altero genera il coraggio; però al tocco di quella mano ella gli alzò in volto que' suoi grand'occhi con un'espressione che non si potrebbe descrivere.

--Quando pure, come voi, tutta io fossi vestita di ferro, e avessi l'arme accanto, sareste tuttavia ben vile ad assalir me così sola.

Il Lautrec sorrise, ma di quelli amari sorrisi che gelano il sangue.

--Quel ch'io mi sia non lo so, disse poi; ma da così lungo tempo, e con sì tenace persistenza io mi struggo di consumare su te una vendetta pari all'offesa, che se tutto il mondo insorgesse poi a caricarmi d'obbrobrio e a chiamarmi il più vile degli uomini, mi riderei di lui, come adesso mi rido di te; però non isprecare il fiato.

Ciò dicendo, di tanta forza la veniva stringendo colla mano di ferro, ch'ella non potendo sopportare il dolor fisico, gridò. Un sudor freddo le grondava dalla fronte. Era veramente un istante orribile.

La sciagurata richiamandosi, in mezzo al disordine stesso della mente, le ingrate memorie, e vedendosi ricomparire innanzi la truce larva del primo marito per lei assassinato, tanto più si sgomentava, ma pure le parea fosse lo strazio presente di lunga mano superiore alla colpa. Ed era in vero un accidente degnissimo di tutto il compianto che tanta bellezza e insieme tante doti di mente e di cuore, e così abbaglianti prestigi, bastevoli a dar gloria e felicità non che ad una, a dieci vite, per lei siano state invece l'occasione prima di farla cadere in tanto abisso di peccato e di sciagura. Ma ebbe difetto di una virtù che le altre avrebbe equilibrate, ed eccesso di vitalità e d'ardore che mal suo grado la travolse.

Dopo l'ultimo grido della sventurata Elena, salì dal cortile del palazzo un rumore che fu udito tanto dal Lautrec che da lei.

Mille partiti passarono in mente all'infelice e insieme una speranza, ma fu una cosa istantanea, considerando che quel rumore e il sopraggiungere delle sue donne o d'altri avrebbe accelerato l'istante estremo. Parve infatti che il Lautrec si determinasse, ond'ella con tutta la forza che le potea dare lo spavento cercò strapparsi da lui, e uscita così dalla camera da letto, tornò nella vicina. Aveva compreso che il ritratto di Manfredo pendente dalla parete più che ogni altra cosa erale funesto.... Il Lautrec non l'abbandonò.... In quel punto, di dietro alle sei porte, s'udì distintissimo il suono di molti passi.

Il Lautrec si percosse la buffa col pugno... non gli rimaneva un istante di più, ed era tuttavia nel massimo della perplessità e del contrasto.

La sventurata Elena, più non sapendo allora a che appigliarsi, alzatasi quanto più poteva ed accostata la bocca all'orecchio del Lautrec, quasi paventasse d'essere udita da qualcheduno.

--Ah Odetto, disse con accento cupo e guturale, e il nostro figlio!?

Più volte prima ell'era stata in procinto di ricordargli, al fine di placarlo, quella creatura per la quale, insieme a sì vivo amore, provava tanta vergogna; ma il rossore glielo aveva impedito e non ci volle meno dell'ultimo pericolo per costringerla.

Ciò per altro non fu senz'effetto.

Nel tentare d'alzarsi per parlare all'orecchio di lui, avea dovuto abbracciare la sua armatura e lasciarsegli andare addosso. Ora un tal atto, che richiamò ad Odetto l'epoca più felice della sua vita e lo illuse al punto da trasportarlo a quel tempo, e l'accento straziante onde gli fu ricordato il figliuolo, fu di una efficacia strana.

--Oh Elena! proruppe Odetto allora e con impeto. La sua voce aveva il suono del gemito ferino, ma pure blandiente.

La duchessa fu scossa dal modo onde il Lautrec pronunciò il di lei nome, e s'egli non avesse avuto il volto coperto si sarebbe assai confortata vedendolo; ma continuava il Lautrec:

--Se ti spaventa di dover morire, parla.

Il rumore nelle anticamere intanto si faceva sempre più forte, parve anzi che da taluno fosse pronunciato il nome della duchessa.

--Se t'è di spavento, parla, che il tempo ci sfugge. Parla ed esci con me fra questa gente; esci per seguirmi fino all'ultima Francia. Là, nella mia terra, lontano dal mondo, dimenticherò.... Di ciò solo io mi contento.... Giunga a notizia di colui.... che tu sei venuta con me, che Odetto e il fanciullo Armando, il tuo, il mio fanciullo, ti stavano ben più sul cuore che lui colla sua giovanile ma fiacca bellezza. Esci e sia tutto dimenticato.... Nessuno di costoro, di cui udiamo il tumulto, vorrà impedire i tuoi passi, purchè tu il voglia....

Elena non rispondeva, ma, per estremo di sventura, sul volto di lei, senza ch'ella il volesse, apparvero i segni del rifiuto e dello spregio....

Tacque Odetto di colpo....

Dietro alle porte chiuse, più voci chiamarono altamente e con insistenza la signora. Questa gridò per rispondere, e fu un grido da metter tutti in allarme.

S'udirono allora de' gran colpi all'ultima porta.

CAPITOLO XXXI.

Le guardie di palazzo, gli uomini di camera, i famigli, tutti quelli insomma che erano in istato di portare un valido ajuto onde arrestare l'incendio, avevan dovuto, come sappiamo, per comando della duchessa trasferirsi subitamente fuori della città al luogo del maggior pericolo. La signora aveva lor dato ordine di mandar tosto, appena il pericolo fosse cessato, qualcheduno a dirlo. In quanto alle donne, a tutte aveva ingiunto di recarsi nella sacra cappella a pregare.

Per qualche tempo anch'essa aveva pregato con loro, ma poi, siccome abbiamo detto, ad osservare l'incendio, era ascesa all'alto dell'edificio. Le fiamme continuarono un pezzo la loro devastazione, ma vi fu un istante che presa una tinta, una tinta rosso-pallida, il più si distolsero in fumo, e il chiarore generale cessò quasi affatto. Allora la signora stette aspettando qualche buona novella. Dopo alcuni momenti infatti, nel silenzio profondo in cui era avvolta la città, dall'alto ella potè udire distintamente il suono di due passi, i quali parevano attraversar la contrada che metteva al palazzo. Avesse ella potuto indovinare chi era quegli che si avanzava! Ma quel rumore era cessato improvvisamente, ond'ella disse alla fante:

--È probabile sia qualcheduno che venga a darci qualche nuova; scendi dunque a vedere se ciò fosse di fatto, se no, va nella cappella e aspettami là; pregheremo ancora.

La fante, discesa e uscita dal vestibolo, e non avendo veduto nessuno per esser rimasto il Lautrec coperto dall'usciale da lei stessa aperto, si era fermata un istante in mezzo al cortile, poi non udendo altro, aveva messo il piede nella cappella.

Il resto lo sappiamo. Ma ciò che ci rimane a saper si è che, diminuito l'incendio al segno da esser troppe tante braccia al bisogno, la maggior parte degli uomini addetti al servizio della duchessa, visto non esser più necessaria l'opera loro, avevan pensato ridursi a palazzo. Erano desiderosi di dar conto alla signora di quanto avean fatto, e più che altro, di raccontarle quanto oramai correva per le bocche di tutti che cioè lo incendio era stato appiccato apposta da mani scellerate.

Fosse almeno cessato qualche momento prima, che essi sarebbero arrivati in tempo presso la duchessa, ma tutto volle in quella notte congiurare al danno di lei.

Le donne che trovavansi nella sacra cappella, a malgrado della grossa volta della chiesuola e del fervore della loro preghiera, avevano pure udito quel primo grido della duchessa, ma l'esser la camera dov'ella trovavasi nella parte del palazzo opposta alla cappella e rispondente al parco, il grido dileguatosi per di là sembrò ad esse fosse venuto da molto più lontano che non fu; onde, dopo essersi messe in ascolto, non udendo altro, continuarono nella loro preghiera senza un sospetto al mondo; l'altro era stato troppo debole perchè potesse udirsi.

Dopo qualche tempo entrò tumultuando in palazzo la gente della duchessa. Allora anche le donne avvisate dal rumore, si alzarono ed uscirono dalla cappella.

--L'incendio è pressochè spento, rispondeva ciascuno alle donne che domandavano; la selva degli abeti è però quasi tutta incenerita, due catapecchie di famiglie del contado rimasero distrutte. La città soltanto ne fu affatto affatto illesa; lodiamone dunque Iddio e rechiamoci a darne avviso alla signora.

--Ascendiamo all'ultimo terrazzo; io l'ho lasciata lassù.

--Sai tu i nomi delle famiglie che più furono danneggiate dall'incendio?

--Non so i nomi, ma ho degli indizi, e tu sta tranquillo, che alla duchessa non mancherà stavolta l'occasione di beneficare altrui.

Ciò dicendo, salirono in fretta per le scale e su fino all'ultimo ballatoio, ma non avendola trovata entrarono negli appartamenti.

Che le porte delle sale fossero chiuse, era una cosa insolita, però quando fecero per entrare e trovarono l'ostacolo del chiavistello, non seppero che si pensare, e messisi in qualche sospetto, chiamarono per nome la duchessa. Fu allora che udirono le sue grida le quali, a motivo delle porte tutte chiuse, parea venissero da lontano.

