Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana

Part 42

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La morte del Trivulzio e la partenza, per non dire la fuga, del Lescuns, quantunque non fossero fatti della più grave importanza, avevano di molto accresciuto il coraggio e le speranze di coloro che la Francia, e chi stava per Francia, chiamava ribelli. Si entrava già nel 1521 e il Morone riceveva da Roma un forte soccorso di danaro affine di giovare l'impresa, e con quello alcune lettere che lo assicuravano esser imminente l'ora che tra Leon X e Carlo V sarebbesi fatta la lega per cacciare i Francesi d'Italia. L'ambasciatore di Carlo, il quale trovavasi in Roma, assicurava intanto che il giovane duca Francesco Sforza, il quale nelle Fiandre s'era trovato coll'imperatore, da questo avea tenuto altri mezzi per accrescere il numero della gente con cui dovea tentarsi un primo colpo.

La sera che nella gran sala del palazzo del governatore, il Morone comunicò tali notizie alla numerosa folla dei Milanesi, i quali attentissimi lo stavano ascoltando, rivoltosi improvvisamente al Palavicino:

--Ora io penso, disse, che tu non debba aspettar altro, e tosto ti metta all'opera. Qui c'è qualche migliajo di soldati che dipendono da te. Francesco Sforza in Germania ha pure messo insieme della gente che bensì dipende da lui, ma alla quale per adesso non gli è concesso di comandare in persona. Io vi esorto dunque, quanti siete qui, a metter fuori il vostro parere sulla questione ch'io propongo, ed è questa: Se al Palavicino convenga recarsi in Germania, accostarsi a Francesco, farsi capo della sua gente, con quella calar giù di queto per impadronirsi di quella città del ducato di Milano che più dell'altre porga qualche facilità di riuscita; o piuttosto uscire adesso di Reggio colle forze che abbiamo e coll'altre che sì potranno in breve mettere insieme, e intanto che monsignore di Lescuns non è preparato, assalirlo. Comincierò dunque dal metter fuori il mio parere, ed è che il Palavicino s'attenga al primo partito. Dite ora voi, messer Francesco, s'esso vi paja il migliore.

--In Germania necessariamente vi debbon essere maggiori forze e meno ostacoli, rispose il Guicciardini; d'altra parte, per quella via, le prime mosse non potrebbero essere esplorate. Qui invece le notizie precederebbero l'azione. Non ci può dunque esser dubbio.

--La sentenza del nostro governatore, soggiunse allora il Morone, potrebbe bastare senza più altro. Pure se v'è taluno qui che abbia altro pensiero, si faccia sentire.

A queste parole successe nell'adunanza un lungo silenzio e nessuno si alzò per parlare.

--Un tal silenzio mi avvisa che voi tutti portate un'opinione medesima intorno al punto da cui il Palavicino ha da partire. Il disegno è dunque fatto, non ci resta a far altro che colorirlo. Ma anche qui ci potrebb'essere disparità di pareri, ed è necessario sentir tutti perchè il consiglio migliore sarà seguito. Parla dunque tu pel primo in proposito, marchese Palavicino, che n'hai il diritto.

Dopo lunga pausa, durante la quale tutti gli sguardi erano rivolti in lui:

--Se il punto di partenza è la Germania, disse Manfredo, la prima cosa a cui si devo pensare è la via per cui di là si ha a calare in Italia. Queste, per non parlare delle altre che essendo frequentate non sono favorevoli al nostro segreto, possono esser due, o pel Tirolo o per la Svizzera; ma ciò dipende troppo dalle momentanee circostanze perchè si abbia a stabilire adesso quali delle due esser debba. Bensì si può stabilire il cammino da farsi, varcate che sian l'Alpi, e la città lombarda, su cui, venendo da quella parte, si possono fare i primi tentativi, e qui mi pare tutto si disponga da sè. Sia che si venga dalla Svizzera o dal Tirolo, sarebbe dunque mio pensiero prendere pel Lago di Como e volgere le nostre mire a questa città. Ho detto.

--E benissimo avete detto, prese allora la parola un mercante lombardo, ma non so se sappiate quanto sia arduo il varco delle Alpi tanto a chi viene dalla Svizzera come dal Tirolo, e che in questi luoghi se non sì trovano ostacoli d'uomini, si trova quello della natura selvaggia e deserta. Tuttavia state di buon animo che più d'una volta ho fatte queste vie, e se mai non ho cavato grand'utile da que' disastrosi viaggi, credo d'averlo a cavare adesso, e sia lodato Iddio.

--Quand'è così tu sarai compagno a Manfredo, gli disse il Morone. Intanto se v'è qui chi abbia qualche buon pensiero lo invito a metterlo fuori.

--L'altro mio pensiero è questo, riprese allora la parola il Palavicino. Siccome io debbo recarmi solo per adesso in Tirolo e tutti gli uomini d'armi che ho messi insieme in Rimini ho a lasciarli qui, così penserei d'affidare costoro al conte Mandello, il quale, come gliene verrà avviso, dovrà (non faccio che metter fuori un pensiero) recarsi a chiudersi con essi nel castello di Marsiglio Figino, il quale so che sta con noi di buonissima voglia. La posizione del castello, non essendo lontano all'Adda e fuori d'occhio affatto, non può esser migliore. Chiuso in esso con questa brava gente che tengo al soldo, e che molto bene è addestrata, tu devi aspettar ch'io dalla Svizzera o dal Tirolo mi sia già messo sul lago... Allora esci dal castello, rimonti l'Adda, e su su pel ramo di Lecco vieni alla mia volta; qui ci congiungiamo. Il resto non v'è chi nol veda.

A tutti parve bellissima questa pensata di Manfredo, che sentì scoppiare gli applausi da tutte le parti della sala.

--Dunque, continuava Manfredo, io mi porrò tosto in viaggio e domani senza perder tempo tornerò per poco a Rimini a prender commiato dalla duchessa, alla quale io e quanti siam qui dobbiamo avere assai gratitudine, giacchè, per aiutare la nostra impresa, ne ha dato facoltà di giovarci delle sue ricchezze.

Il Morone si oppose a quest'andata di Manfredo, e trovando del resto assai ragionevole che alla duchessa Elena fosse dato avviso del viaggio di lui in Germania, consigliò fosse per questo spedito a Rimini il Corvino o talun altro. Ma il Palavicino stette ostinato nella volontà sua e si mise a cavallo il dì dopo.

Precediamolo a Rimini, dove un grave avvenimento sta preparandosi.

CAPITOLO XXX.

Era il 30 gennaio del 1521; alla porta del palazzo della signoria di Rimini la guardia della mezzanotte subentrava a fare il suo quarto; nell'interno era quel movimento che prepara la quiete. Soldati che, con lanterne, andavano a visitare alcuni posti; servi che con lumi accesi, si vedevano gironzare come per dar sesto all'ultime faccende. Di minuto in minuto il silenzio cresceva sempre più, fino al punto in cui s'udì distintamente il suono di una voce, la quale parea recitasse preghiere o piuttosto declamasse qualcosa.

Un'ala del palazzo appariva ancora illuminata, e stando nel cortile si potevano vedere alcune figure dipingersi come ombre sulle vetriere. La duchessa stava colà in mezzo alle sue donne, ed era da molte ore ch'ella passava d'occupazione in occupazione senza mai potersi riposare in alcuna, finchè si fece leggere ad alta voce da un giovane paggio alcuni squarci dell'Ariosto, il suo autore prediletto.

Dopo la partenza del Palavicino aveva cominciato a protrarre le veglie sino ad ora tardissima. Aveva sgomento delle tenebre, della solitudine, sentiva bisogno di qualche cosa che la difendesse da' suoi pensieri. Dal giorno in cui sperò di trovare la felicità, l'aveva invece perduta per sempre. Dopo che fu la moglie del marchese Palavicino, tutte le ore della sua vita furono una successione di dubbi, di ansie, di sospetti, e ciò che più forse le rodeva l'esistenza, di un amore senza limiti che quei dubbi e quei sospetti facevano sempre più ardente. Il modo onde s'era comportato Manfredo in Roma poche ore dopo le nozze le avevano infatti posta nell'animo una spina che non doveva sradicarsi che colla vita. In qual maniera spiegare quell'improvviso e furibondo dispetto di Manfredo, e poi quel suo pianto dirottissimo, disperato?! La soluzione di questo viluppo era quanto da undici mesi la tormentava, e per cui tante volte Manfredo era stato tormentato; pure prima di partirsi da Roma le venne all'orecchio qualche voce che di certo l'avrebbe condotta a scoprir tutto se la scaltrezza del Morone non le avesse rotto il filo delle congetture. Prima di questa partenza, l'attenzione di quella città fu rivolta ad un faceto dialogo ch'ebbero a far tra loro le statue di Pasquino e Marforio, dialogo che avea dato origine ad un numero infinito di comenti. I nomi del Palavicino, della signora di Rimini e della signora di Perugia vi erano intrecciati in un modo singolare, tanto singolare, che ne dovette arrossire la Ginevra quando gliene fu detto qualcosa, e fare impallidire la duchessa Elena allorchè gli giunse la notizia.

Questa parlando col Morone di Manfredo e dei sospetti ch'ella aveva di costui, gli mise innanzi un tal dialogo, dicendogli ne facesse la spiegazione; ma il Morone seppe così ben fare e così ben dire, che la vedova del Baglione uscì affatto dalla mente della duchessa Elena, alla quale rimase intera la sua curiosità tormentosa. Venuta poi a Rimini, e Manfredo comportandosi in modo da tranquillarla affatto sul proprio conto, mille volte avealo stretto con domande insistenti perchè confessasse il segreto, promettendo ch'ella sarebbesi dimenticata di tutto, quand'anche fosse per farle la più orribile manifestazione. Ma il Palavicino fu sempre fermo, e per nessuna promessa non volle mai confessare ciò ch'era veramente, nè metter mai fuori il nome della Ginevra Bentivoglio. Questa ostinazione però, facendo credere che il segreto fosse ben grave, tanto più cresceva il tormento della curiosità. Spesse volte avvenne in quell'anno che Manfredo stesse sopra di sè impensierito, e allora era una cosa strana a vedersi la duchessa, se mai più dell'usato fosse lieta, tosto si rannuvolasse al rannuvolarsi di Manfredo, il quale mentre più volte aveva provato una viva compassione ed anche una gratitudine sincera conoscendo d'essere tanto amato da questa donna che pure era il delirio di molti, mai non aveva potuto dimenticar la Ginevra, pensando alla quale non sapeva vincersi così, che il suo tetro umore non fosse manifesto.

Nella mente un po' superstiziosa della signora erasi messa la credenza che l'antica sua colpa dovesse espiarsi per queste pene assidue, e dal giorno in cui pensò tal cosa, i rimorsi tornarono ad assediarla, e strane ubbie l'infestavano al punto, che quasi la solitudine e le tenebre la spaventavano.

Però, come ad affrettare il tempo dell'espiazione, con grandi beneficenze, che a ciò la portava la sua naturale tendenza, cercava nell'amore e nella benedizione de' poveri cittadini e dei tanti infelici che l'assediavano continuamente, un sollievo ai propri affanni. E al Palavicino concesse quante ricchezze ella poteva avere a disposizione, quando sentì dover servire per sanare la più profonda piaga che i Francesi, colla lunga dimora, avevano aperto in seno all'Italia. Ed ella era tanto più degna di stima in quanto che, tormentandosi al pensiero che pei soccorsi medesimi ch'essa gli dava, il Palavicino si affrettasse sempre più incontro all'estremo pericolo, dovendo esporsi per la patria e per tutti; pure non disse mai parole atte a sconfortarlo un momento, e fu solo quando Manfredo mostrò l'avviso ricevuto di recarsi a Reggio colla gente da lui messa insieme, ch'ella non potè vincersi affatto, e il pianto tradì ogni suo pensiero. Dal giorno che si trovò ancor sola, sentì pesare sopra di sè tutti i mali della vita. Con tanta apparenza di prosperità, non sapeva in qual modo dare un sollievo all'anima affaticata; protraeva perciò le veglie sino alla più alta notte, cercava nella musica, nel canto, nella poesia, in cui tanto valeva, qualche gran difficoltà da vincere per dimenticare tutto il resto. Di giorno davasi anche ai più violenti esercizi di corpo, e in mezzo a' distinti della città, il popolo la vedeva per molte ore precorrere a cavallo la spiaggia del mare, darsi talora a così rapida e furiosa corsa da far credere cercasse espressamente i pericoli. Dicevasi tra il popolo che da queste strane occupazioni, ridottasi nelle sue stanze, e nella cappella di palazzo, passava poi a cose al tutto opposte, e come forse non aveva mai fatto, infervorava nella meditazione e nelle preghiere e negli atti religiosi da far sospettare stesse facendo la penitenza di qualche gran peccato. E allora di bocca in bocca tornava a passare il racconto della vecchia storia di lei; ma la maldicenza quando stava per prorompere era costretta a tacere innanzi ai tanti benefizi della duchessa, e allorchè, dalle corse affannate, ella tornava in città, e a cavallo l'attraversava, tutto il popolo erale intorno ad attestare con battimani e con evviva l'amore e la gratitudine che sentiva per lei.

Questo da qualche tempo era il tenore di vita della signora di Rimini.

Nella notte a cui siamo, ella, dopo esser passata d'occupazione in occupazione, prestava dunque attenzione alla lettura che un paggio le faceva dei migliori squarci dell'Ariosto. Si giunse al canto ventesimoterzo, alla pazzia di Orlando, a que' versi:

All'ultimo l'istoria si ridusse Che'l pastor fe' portar la gemma innante Ch'alla sua dipartenza per mercede Del buon albergo Angelica gli diede. ........................... Questa conclusïon fu la secure Che il capo a Orlando gli levò dal collo. ........................... ........................... Non suppliron le lagrime al dolore, Finir che a mezzo era il dolore appena, ........................... ........................... Il quarto dì da gran furor commosso E maglie e piastre si stracciò di dosso. ........................... ........................... E cominciò la gran follía, sì orrenda Che de la più non sarà mai ch'intenda. ........................... ........................... E in tanta rabbia, in tanto furor venne Che rimase offuscato in ogni senso....

La duchessa si alzò, accennò al paggio di sospendere la lettura, e, pallida, si concentrò in sè medesima. La figura del Lautrec, per l'effetto di que' versi essendole comparsa innanzi come se fosse la vera, fu la causa di quel turbamento. Dileguatosi però, e pensando che non vi poteva essere più pericolo, e che Lautrec era in Francia, si ricompose e tornò a sedersi fra le donne. Era impossibile che di quel terribil uomo ella potesse dimenticarsi affatto, od ogni minimo accidente che per associazione le richiamasse qualche fatto antico, bastava a sconvolgerle tutta la massa del sangue. Eravi poi una creatura che sempre, a dispetto de' suoi terrori, le richiamava il Lautrec; una creatura per cui provava un effetto particolarissimo: il fanciullo Armando, la cui immagine infantile ella avea fatto ritrarre da uno scolaro di Raffaello, e che ogni tanto contemplava con una passione ineffabile, la quale tanto più facevasi forte, quanto più doveva star nascosta, che sarebbe caduta morta di vergogna, se al Palavicino fosse trapelato mai nulla di quanto era accaduto. Ma passiamo a ciò che più importa.

Avvicinavasi l'ora in cui di solito soleva licenziar le donne e recarsi nella camera da letto. Quando infatti non trovò più con che protrarre la veglia.

--L'ora è ben tarda, disse, e se tutto riposa adesso, bisogna bene che tronchiamo la veglia noi pure. Così dunque vi auguro la buona notte.

Ciò detto, si recò nella sua camera seguita da una fante. Tutto era tranquillo oramai, nè alla signora altro rimaneva che di farsi svestire dall'ancella.... Quando un furioso scampanare a martello, rimbombando nel silenzio della notte, venne improvvisamente a colpirla. Atterrita esce allora dalla camera, e con lei l'ancella. Chiamano le altre donne che, spaventate, per diverse parti ritornavano. A quel martellamento intanto che parea venire da una estrema parte della città, rispondono tutte le campane delle chiese. A questi suoni si mescono le voci stridenti delle sentinelle che gridano all'armi:--Chi è?--che fu?

La duchessa dagli appartamenti, entrando sugli atrj è colpita da un'insolita luce rossa infuocata, riflessa nelle vetriere dei fìnestroni del piano superiore. Era l'effetto medesimo che produce la faccia del sole quando dall'occidente manda fiumi di luce sui fastigi degli edifìzi, in cui pel giuoco de' vetri, sembra vada infuriando un vasto incendio.

E l'idea di un incendio colpì appunto la duchessa che, per accertarsi salì su di un ballatoio posto nella parte più alta del palazzo, e di là volgendo lo sguardo donde veniva lo spaventoso splendore, vide infatti dalla parte spettante al mare come un capellizio di fiamme e colonne di torbido e nero fumo, che s'innalzavano al cielo nubiloso. Da quasi tutto l'inverno imperversava un furioso vento di ponente, per cui anche l'Adriatico era sempre stato in una continua procella. La duchessa sospettò che il vento appunto portando faville ed incendiando qualche covone di paglia sparso alla campagna (chè le fiamme apparivano fuori della città), avesse dato fuoco alla gran selva d'abeti che da quella parte univa i villaggi a Rimini. Ma stando cogli occhi fissi al terribile spettacolo, e facendo tacer quanti le stavano intorno, si mise in ascolto. Da quella parte le veniva all'orecchio il cupo e vasto fragore del vento che alimentava ed era alimentato dalle fiamme. Dalle contrade della città un momento prima tranquille e deserte, salivano fino a lei le mille voci dei cittadini che, atterriti, avean lasciati i letti al suono della campana a martello per accorrere a dar soccorso. Stando a quell'altezza, alla gran luce dell'incendio che, quasi fiume di fuoco straripato, si avanzava con tremendo impeto verso la città, vedeva sulle piazze i densi gruppi delle persone affrettarsi tutti ad una meta, e sui tetti le facce di coloro che oziosi stavano osservando. Allora ella discese rapida; tutti i camerieri, i servi, i famigli erano in movimento di su, di giù per gli atri, pei corridoi, per le scale. La duchessa li fa chiamar tutti.

--Perchè siete ancor qui? loro dice, il comune pericolo vi chiama; l'incendio si avanza verso la città. Andate, e avrete da me tale compenso, che assai vi loderete di aver prestato soccorso altrui. Sopratutto fate in modo ch'io sappia uno per uno il nome di coloro che più degli altri fossero per rimanere danneggiati dalla gran disgrazia. Andate.

E finito di far questa esortazione ai servi, si recò tosto al verone che rispondeva sulla pubblica via per incuorare dalla voce la moltitudine che tuttavia continuava a passare.

Un'ora prima che la campana a martello svegliasse tutto il popolo di Rimini; fuori della città, in riva al mare, passeggiava affrettatamente un soldato. Tirando il vento di ponente, la notte, era delle più tempestose, quantunque non cadesse pioggia. La luna a quando a quando, sotto strisce biancastre, mostrandosi tra i neri nuvoloni, rivelava lo spettacolo del mare, d'una tinta affatto nera, chiazzata qui e qua, e alla cresta delle onde segnatamente di bianca spuma. Al fragore del vento che sommoveva le onde, rispondeva il vasto fremito della selva d'abeti, situata a molta distanza. La grande corporatura del soldato proiettavasi gigante sulla ghiaia del lido, se mai per qualche istante la luna uscisse abbastanza dalle nubi da gettare qualche raggio sulla terra; di tanto in tanto colui soffermavasi, e pareva che frammezzo al fragore del vento e del mare aspettasse di udire qualch'altro suono. Tosto però tornava a passeggiare percorrendo la ghiaja, talvolta calava giù giù fin quasi a toccar co' piedi l'ultimo lembo dell'onda, che alzandosi quasi muro e ripiegandosi poscia in sè stessa, si rovesciava a bolzonargli le gambe con suo pericolo.

Stava esso appunto così, colle braccia intrecciate al petto, guatando quell'immenso e torbido spettacolo, scongiurando quasi fosse il demonio della procella, e mare e venti; quando d'improvviso una larga e lunga striscia di luce vivissima comparendo in seno alle acque sommosse, lo fe' balzar tosto dal basso al sommo della spiaggia. Qui si fermò guardando alla parte opposta al mare, e apparendogli un gran fuoco, battè palma a palma, e pronunciò parole che furono portate dal vento. Allora tornò di nuovo a percorrere la spiaggia, finchè il suono di molti passi d'uomini lo fecero fermare. Si volse; quelli gli si raccolsero intorno dicendo in francese ciò che noi mettiam qui in italiano:

--Tutto secondo i vostri ordini, eccellenza, e secondo i vostri desideri. La selva arida, il vento a tempo, non un tizzo gettato in fallo.

--Se il ponente segue a soffiar con quest'impeto, il fuoco della selva s'appiccherà alle mura in meno d'un'ora.

--E il popolo s'è già desto, eccellenza, e quasi tutti sono usciti dalla città.

--E fra poco sarà deserta.

Dopo un lungo silenzio:

--Ora potete andare, disse colui al quale eran volte le parole di tutti, procedete tosto per di qui, e crolli anche il cielo stanotte, viaggiate di continuo senza mai fare un passo indietro per qualunque cosa aveste ad udire, e domani all'alba siate a Forlì. Andate.

Quelli senza far motto nè aggiunger parola, tosto si staccarono dal loro signore, e a gran passi lungo la riva si allontanarono da lui, finchè questi li perdette di vista e rimase solo.

Che costui fosse il Lautrec è inutile dirlo; rimase dunque solo, e ancora diedesi a passeggiare la spiaggia il più frettolosamente che mai, guardando come si venisse distendendo l'incendio. Un orrendo contrasto gli accrebbe quello scompiglio che da tanto tempo gli si era messo nell'animo. Un anno prima, quando a Milano gli giunse la notizia che la duchessa Elena avea sposato il marchese Palavicino, dopo un accesso di furore che quasi fu per divenirgli funesto, aveva risoluto di non lasciar correre tempo in mezzo, recarsi a Rimini e disperatamente vendicarsi. Ma volle il caso che il re gli desse tali incarichi da non lasciargli tempo di provvedere alle cose proprie, e lo chiamasse poi in Francia con gran sollecitudine, per cui dovette protrarre ad altro tempo quanto aveva in animo di fare, e così per molti mesi se ne rimase in Francia. Ma più tempo trascorreva, più la passione si condensava nell'anima di lui, così che quando gli fu concesso di ritornare in Italia, non ebbe altro pensiero che quello di correre alla vendetta.

Attraversare l'Italia senza che nessuno avesse sentore del suo arrivo, raccogliere di fretta quelle notizie che gli fossero per giovare, di volo correre a Rimini, e, attraversando ogni ostacolo, cercare della duchessa e del Palavicino per far scontar loro in un punto tutte quelle angoscie onde a lui erano stati cagione, ecco qual fu il suo primo divisamento; se non che il difficile stava appunto nel vincere quegli ostacoli che, sebbene fosse travolto dalla passione, vedeva pure essere fortissimi. Però gli venne in mente che un gran disastro pubblico, mettendo tutti nello scompiglio, a lui avrebbe dato facoltà di cogliere all'impensata, e soli forse, tanto la duchessa che Manfredo. Allora non vedendo la possibilità che questo potesse nascere da sè, pensò di suscitarlo egli stesso, e un incendio gli parve l'occasione più opportuna per ottenere il proprio fine. Da uomini fidati poteva farlo appiccare quando e come gli fosse piaciuto, e in quella parte della città di Rimini che gli convenisse meglio.

Fatto dunque un tal disegno, l'impazienza di vederlo effettuato, lo sollecitò nel viaggio. Seco aveva condotto dodici uomini con promessa di larghissimo compenso. Messili al fatto del proprio intento, a mezzo cammino, per non destar sospetti, erasi diviso da loro, e li aveva spediti innanzi per la via di Ferrara, dando loro la posta al piccol luogo di Cervia presso Forlì, dov'egli sarebbe arrivato dopo, prendendo per la strada del Modenese, e dove sarebbesi concertato il rimanente da farsi.