# Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana

## Part 40

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--Vado e torno, gli disse il Morone per ultimo; e ci recheremo assieme a s. Giovanni.

Manfredo tacque, ed egli uscì.

Dalla casa del Palavicino, a quella della Ginevra non essendovi gran tratto di cammino, il Morone con que' suoi passi svelti vi giunse prestissimo. Entrato in palazzo, siccome qualche ora prima erasene licenziato per aver sentito che la signora trovavasi col Palavicino, ora domandò all'uomo di camera s'ella era sola.

--È sola infatti, questi rispose; ma adesso è difficile che riceva alcuno.

--Quando le direte il mio nome, credo mi riceverà.... Io sono il Morone, ed ho da comunicarle cose di somma importanza.

L'uomo obbedì ed entrò dalla signora.

--C'è qui fuori un tale che mi disse essere il Morone, e vorrebbe parlarvi; però gli ho risposto non essere il miglior momento.

--Avete fatto malissimo; un tal uomo non lo si vuol far aspettare. Presto dunque, andate e fatelo entrare.

Così il Morone fu introdotto, e la Ginevra, tutta sollecita, gli corse incontro.

--Vi ho atteso tutti questi giorni, gli disse poi, e sebbene mi dovessi tener sicura delle vostre promesse, pure stavo quasi per perdere ogni speranza. Siate dunque il benvenuto adesso, e sedete.

--Sarei venuto anche prima se si fosse trattato di semplici complimenti; ma avevo cose importanti da confidarvi, e bisognava pure che prima io dessi fine a parecchie faccende. Ora son qui perchè tutto pare determinato.

--Sedete dunque; io sto ad ascoltarvi.

Il Morone si assise. La Ginevra gli sedette in faccia in grande aspettazione.

--Oggi, è venuto da voi il marchese Palavicino?

--È venuto in fatti, rispose la Ginevra arrossendo.

--Era più che naturale; ma ora vi farò una domanda: Sapete voi per qual cagione sia oggi venuto il marchese da voi?

--Se non è quella che, trovandosi in Roma, era ben ragionevole venisse a farmi una visita, come ci venite voi, io non ne saprei trovare verun'altra.

--Benissimo detto; pure questa non era nè la prima nè l'unica cagione.

La Ginevra facevasi attenta.

--Permettetemi ora che vi faccia un'altra domanda, continuava il Morone. Sapete voi chi si è maneggiato in tutto questo tempo, affinchè il Baglione fosse tratto a Roma, e a voi si desse finalmente il modo di respirare da tanta oppressione?

--Saperlo? non lo so; pure l'ho sospettato.

--Non era difficile; l'Elia Corvino vi deve aver detto qualche cosa.

--Nulla mi disse; bensì l'ho compreso,

--Capirete ch'io non vi richiamo tal circostanza per farmene un merito in faccia vostra. Il vostro bene ci stava fortemente sul cuore, e la condizione in cui eravate ci faceva pietà veramente; pure non era qui tutto. La morte del Baglione non salvava soltanto la vita vostra, ma doveva esser vantaggio di molti; però ci siamo adoperati.

--Vi ringrazio per me e vi ammiro pel resto. Pure non so comprendere a che mi vogliate condurre.

--Non ringraziateci perchè vi si è salvata, ringraziateci bensì perchè vi abbiam sempre considerata per un bel mezzo di ottenere un alto scopo, e facendo di voi la stima che meritate, non abbiam voluto mettervi a fascio col più delle donne.

--Io ve ne sono gratissima.

--Bene; ma oggi è il dì che voi avete a mostrarvi degna veramente della nostra stima.

--Mi confido di esserlo; parlate.

--Ho a farvi una terza domanda, e scusatemi s'ella vi parrà strana, e se il mio linguaggio non sarà forse abbastanza dilicato: Sentite voi ancora qualche affezione pel Palavicino?

La Ginevra non rispose in sulle prime, poi con sufficiente disinvoltura soggiunse:

--Confesserete che mi si dovrebbe tacciare di assai leggerezza se io mi fossi cangiata a suo riguardo. Egli è tuttora qual fu sempre, nobile, generoso, magnanimo, e di più molte sventure e molti affanni dovette sopportare per cagion mia in questi ultimi tempi; però, se l'ho amato sempre per naturale impulso, ora la gratitudine verrebbe a farmene un dovere.

--Ciò è verissimo! Ma io mi son fatto lecito di chiedervi tutto ciò perchè, se per avventura egli vi fosse uscito dal cuore, non avrei avuto a dirvi altro, e potrei adesso benissimo licenziarmi da voi; ma così non ho che incominciato. Debbo dunque farvi una calda preghiera.

--Dite pure.

--Procurate di tener pronta tutta la forza vostra contro all'urto delle mie parole... perchè il fine a cui si ha a riuscire, pur troppo dev'essere contrario a ciò che il mio esordio pareva promettere.

La Ginevra si scosse e impallidi.

--Prima di tutto però, soggiunse il Morone il quale, vedendo il pallore della Ginevra, fu tentato di porvi qualche rimedio, comincierò col dirvi, esser Manfredo, a vostro riguardo, inalterabilmente lo stesso, e ciò vi basti. Ora quanto voleva dire si è, che la necessità domanda un sacrificio.

La Ginevra mandò un sospiro.

--Sei anni fa, e voi non ne avevate più di quindici, io vi ho udito parlare del nostro paese con tali parole, che mi scossero di stupore e d'ammirazione, e ben mi ricordo d'aver detto tra me: peccato che costei sia donna, perchè diversamente grandissime cose potremmo aspettarci da lei. Ora, o Ginevra, giacchè l'età e la scuola della sventura anzichè scemare, debbono avere accresciuta la vostra virtù... Ascoltatemi con attenzione... Se per salvare codesto nostro paese, il quale, come sapete, è in gran pericolo, se per sanare così profonde piaghe, se per far cessare i pianti e i dolori di tanti milioni d'uomini, fosse necessario il dolore e il pianto d'uno o di due, cosa ne pensereste voi? rispondete.

--Oh Dio!! disse la Ginevra alzandosi in piedi. Oh ditemi, in una parola, di che si tratta! Io tremo di spavento... pure, parlate... ve lo prometto... sarò forte!

E tornava a fissare i suoi grand'occhi atterriti sul volto del Morone, quasi per leggervi in prevenzione quel che gli rimaneva a dire.

--Si tratta che il Palavicino fu costretto, da un'alta necessità, a rinunciare per sempre a quanto più desiderava nel mondo; si tratta che voi pure dobbiate assoggettarvi a una tale necessità. Ecco tutto.

--E Manfredo?

--È venuto egli stesso da voi oggi per manifestarvi questa medesima cosa; ma il coraggio non gli bastò... e momenti fa, io durai fatica a calmare la sua disperazione... Questa poi è un'ora assai terribile per lui!

--Per lui?

--È mestieri sappiate anche il resto: a voi è noto che nell'impresa che si avrà a tentare per iscacciare i Francesi da Italia, a lui, come al più caldo sostenitore degli Sforza, e italiano ardentissimo, si vuol dare il primo carico.

--Lo so.

--Ma bisogna che tutti gli Italiani interessati in questo s'accordino nel concedergli un tal primato. Ora taluni vorrebbero fosse qualche principe italiano; tal'altri fosse uomo almeno di gran potenza, e condottiero di soldati. Per ovviar dunque a tutto ciò, e per metter tutti d'accordo, il Palavicino in poco d'ora avrà in sè raccolto ciò appunto che si vuole.

--Ciò che si vuole?... Sarà dunque principe? sarà capitano?

--Sarà padrone di Rimini tra poco, e le ricchezze e gli uomini ne saranno a sua disposizione.

--Ma in qual modo?

--In quello che costituisce appunto il vostro e il suo sagrificio.

Alla Ginevra balenò qualche cosa, e la sua agitazione crebbe all'estremo.

--Or ditemi tutto di fretta, disse poi. Io sono percossa dallo stupore... pure avrò forza. Ditemi dunque in qual maniera egli è per esser padrone di Rimini.

Il Morone fece qualche pausa, poi disse:

--Sposandone la signora.

La Ginevra mandò un gemito e si mise le mani alle tempia; poi, non potendo reggersi in piedi, cadde sulla sedia.

Scorsero molti minuti, durante i quali il Morone non volle interrompere il silenzio di lei, troppa pietà e troppa venerazione avendo di quel suo immenso dolore. Ma quando ella si scosse, rimase spaventato della repentina alterazione successa ne' suoi lineamenti, e non osò rivolgerle ancora la parola.

Infine ella si alzò. Si vedeva chiaramente lo sforzo eccessivo onde tentava assumere una calma dignitosa e rassegnata.

--Sentite, Ginevra, disse finalmente il Morone dopo una lunga pausa, io ho preveduto il vostro affanno, e perciò avrei pensato al modo di alleggerirlo.

--Alleggerire il mio affanno?

--Sì, considerandovi più che donna, e affidandovi un incarico della più grave importanza.

--A me? e quale?

--Jeri si è parlato di voi a lungo.

--Con chi?

--Col santo padre, il quale voleva aveste a fermare la vostra dimora in Roma.

--È quanto dissi a me stessa.

--Io però non era del suo avviso, e a poco a poco lo condussi nel mio... È dunque a Trento dove io vorrei che vi recaste adesso.

--A Trento?

--Sì, dove di presente è il duca di Bari, Francesco Sforza. È bisogno che qualcuno a viva voce lo metta a parte di quanto noi stiamo facendo per lui. Nelle circostanze attuali, non sarebbe nè sicuro nè sufficiente l'istruirlo con lettere, e per quanto poi mi guardassi attorno, non saprei mai trovar l'uomo al quale affidare così grave e dilicato incarico. O potrebbe essere un traditore, o potrebbe destar sospetti. Il cielo mi vi ha dunque mandata. Voi conoscete il duca, egli voi, e non ci sarà luogo a diffidenza. D'altra parte, penso che avete bisogno di lasciare per qualche tempo codesto paese, dove tante infelici memorie debbono perseguitarvi.

--Ah è vero, è vero! esclamò la Ginevra. Io partirò; andrò a Trento; farò tutto quello che vorrete.

--Allora, giacchè siete a ciò disposta, converrà far presto. Domani tornerò qui; avrò con me molte carte da consegnarvi pel duca, e molte istruzioni da darvi; e doman l'altro partirete.

La Ginevra chinò la testa e non rispose.

--Intanto vi lascio, concluse il Morone, vi lascio pieno di fiducia nella vostra virtù e nella vostra grandezza d'animo, e promettendovi la gratitudine e l'ammirazione di tutti i buoni italiani.

Così dicendo uscì. La Ginevra rimase sola.

Ella se ne stette immobile e cogli occhi a terra per un pezzo. Il suo dolore era di quelli che tolgono persino la facoltà di dare un lamento. In tanta prostrazione pensava bensì che la sua vita da quell'ora in poi sarebbe stata più tranquilla che per l'addietro, ma si sentiva opprimere da quella tranquillità, considerando chiusa in tutto e per sempre l'unica speranza per la quale aveva sopportato di vivere in tanti anni di spasimo.

Ma che poteva ella mai antivedere? E chi lo avrebbe potuto?

Seguiamo adesso il Morone.

Giunto alla casa del Palavicino, e confortatosi vedendo nel cortile la lettiga e i cavalli, salì di volo, e domandò a' servi se il marchese era abbigliato.

--Lo lasciamo adesso, risposero i servi. Il marchese è nella sua camera.

Vi corse tosto, e trovando l'uscio aperto, entrò senza essere sentito da Manfredo. In tutto lo sfarzo voluto del costume de' tempi, della sua condizione e dal momento, esso se ne stava seduto innanzi ad una tavola colle testa fra le mani.

--Siamo a tempo? gli domandò il Morone prima ch'esso si accorgesse della di lui presenza.

Manfredo balzò in piedi, e accostatosi al Morone.

--Venite da lei? gli chiese.

--Vengo da lei, sta dunque di buon animo; ora sa tutto ed è rassegnata.

--Rassegnata?

--Sì.

Manfredo guardò fiso il Morone, poi soggiunse:

--E tal sia; ora possiamo andare.

Così discesero ambedue e si misero in lettiga.

Il Palavicino non pronunciò mai parola, nè il Morone pensò di rompere il silenzio prima d'arrivare al tempio. Ma quando la lettiga si fermò innanzi alla porta del chiostro contiguo.

--Ora è bisogno di tutta la tua fermezza, disse a Manfredo stringendogli il braccio; bada che un gesto, una parola, un sospiro, ti potrebbero tradire.

--State tranquillo, gli rispose Manfredo, posso essere infelice, non stolto. L'ho voluto io, e comprendo che la dev'essere così. Non state dunque in nessun timore per me.... Ma sarà giunta, la duchessa?

--Non vedi le lettighe e le cavalcature.

In questo momento si fecero loro incontro alcuni preti, i quali domandarono se fosse il marchese Palavicino.

--Sì, rispose il Morone; or dov'è la signora?

--Colle sue donne e il suo seguito. Venite dunque, che sua eccellenza aspetta da qualche tempo.

L'ora era già tarda. A Manfredo, attraversando il cortile del chiostro, venne in mente la notte in cui la duchessa Elena nel tempio di S. Francesco a Rimini stava attendendo il maresciallo Lautrec col quale avea ad unirsi in matrimonio. Ricordando quella notte, l'orrida scena di cui era stato spettatore, ed ora trovandosi egli medesimo quasi in pari circostanza, quasi a consumare gli effetti che quella notte ebbe generati, l'idea di una fatalità inesorabile lo invase, e non potè vincere una sensazione di terrore che gli gelò il sangue. Così entrò nella grand'aula dove la signora di Rimini e gli altri lo stavano aspettando.

La duchessa s'alzò, e tutti con lei. Ella volse uno sguardo al Palavicino, ma non parlò, nè prima aveva mai detto parola a nessuno del suo seguito. Era grave e concentrata. Le medesime ricordanze, com'è facile a credere, che avevano sgomentato Manfredo, vennero ad assalire essa pure; gli antichi pensieri, gli stessi rimorsi che da qualche tempo avevan cessato d'infestarla, ritornarono allora con una terribile efficacia. Eran quelle le sue terze nozze... tremò considerando quant'erano state funeste le altre. A motivo di questa preoccupazione non potè accorgersi della tristezza che Manfredo, per quanto si sforzasse, non sapeva nascondere, e che però diede da pensar molto agli altri.

L'arcidiacono ch'era uscito ad avvisare il cardinal Bibbiena esser giunto il marchese Palavicino, rientrò qualche tempo dopo per invitare quanti si trovavan nell'aula ad entrare nel tempio.

Manfredo, sospinto dalla mano del Morone, s'accostò alla duchessa, presso la quale stavano alcune gentildonne romane che, a dispetto della varia fama e delle gravi calunnie, avevano continuato ad esserle amiche. Passaron dunque nella chiesa, e attraversando il coro uscirono sull'altar maggiore. Erasi dato l'ordine di chiudere le porte al popolo, ma il forte e vasto mormorio avvisò che gli ordini non erano stati eseguiti. Quando i due sposi si mostrarono sulla predella, il mormorio crebbe oltre misura. Non potea darsi una coppia di sposi che più di questa potesse eccitare l'attenzione e l'entusiasmo nella moltitudine, tanto amica del grande e dello strano. Il grado, la misteriosa vita, la bellezza unica della signora, promoveva in tutti un immenso interesse. La condizione del Palavicino, l'esser forestiero ed esigliato, la storia di grande avventure, di orrende disgrazie, l'appartenere ad un paese che, per le sue calamità, dava da parlare a molti, e pel quale dicevasi ch'esso stava per tentare un gran colpo, erano cose assai forti per eccitare la simpatia e l'entusiasmo generale; la stessa distanza che interveniva tra un semplice gentiluomo qual'era Manfredo, e l'eccellentissima signora di Rimini, rendeva più notabile quelle nozze per essere insolite. A questo si aggiunga la molta giovinezza di Manfredo, per la quale facevasi ancora più straordinaria la storia di tante peripezie per lui subite.

Il bisbiglio continuò sinchè comparve il cardinal Bibbiena che doveva benedire gli sposi. Questi allora s'inginocchiarono com'è il costume, e tanto fu il silenzio fatto dal popolo in tal punto, che s'udì distintamente la formola pronunciata dal cardinale, e poco di poi la breve e fatale risposta data dagli sposi che, benedetti, si alzarono.

In questo istante lo stato dell'animo della duchessa fu ben opposto a quello del Palavicino. La prima, respinti i gravi pensieri, credette le si aprisse dinanzi una vita nuova e felice. A Manfredo sembrò invece gli si fosse precluso per sempre ogni orizzonte.

Un momento dopo le lettighe, i cocchi, le cavalcature, tutto il seguito della duchessa rientrò nel palazzo Aurelio, già illuminato a festa e già zeppo di popolo, il quale aspettava l'arrivo degli sposi.

Come questi discesero dalla lettiga, lor furono intorno persone a centinaia che gli accompagnarono negli appartamenti superiori. La signora, per altro, credette bene di ritirarsi nel suo gabinetto prima di mostrarsi nella gran sala, dove per l'ultima volta ella avea fatto invitare i Romani ad una festa di poesia e di musica quali allora erano in uso; moltissime altre ne aveva date in tutto quel tempo della sua dimora in Roma, e sapendo di quanto entusiasmo ella n'era stato oggetto, avea pensato d'accomiatarsi da' suoi romani, lasciando loro un simile ricordo.

In quanto al Palavicino, non potendo resistere a così vive manifestazioni di gioja, trovandosi impacciato nel dover rispondere a tante persone che facevano a gara per dargli auguri e felicitazioni, approfittando di quanto il Morone ebbe detto fin dalla mattina alla duchessa per tranquillarla sulla di lui assenza, col miglior garbo che gli fu possibile, mettendole innanzi quella storia medesima, le disse essergli necessario uscire per qualche ora, e però non stesse in pensiero, che tosto sarebbe ritornato. Ella non trovò da risponder nulla, e lo lasciò fare.

Messa una cappa oscura, se ne uscì dunque il Palavicino vagando pei luoghi solitarj di Roma. Chi gli avrebbe detto nei primi giorni in cui ebbe riveduta la duchessa, quando sentiva per lei un affetto sì forte, chi gli avrebbe detto che il supremo compimento de' suoi desiderj sarebbe stato il supremo de' suoi tormenti? Attraversando le contrade, non sentiva a parlare che della signora di Rimini e di lui. Chi diceva una cosa, chi l'altra, e tutte erano per lui acutissime fitte. Pensando poi che anche all'orecchio della Ginevra, in que' momenti poteva esser parlato delle feste della signora di Rimini, sentiva sulle proprie guancie salire il rossore della vergogna, quasi egli avesse commesso una colpa detestabile. Per questa vedeva non essergli più possibile di comparire innanzi alla Ginevra, di cui mai non avrebbe saputo sostenere lo sguardo.... Ma nel punto stesso, riandando le parole del Morone, il quale aveagli detto che la Ginevra sarebbe partita tra poco, il pensiero che alcune ore prima egli l'aveva veduta per l'ultima volta, e forse non l'avrebbe riveduta mai più, lo percuoteva con più duro flagello.... e però irresistibilmente portato come da una forza indipendente dalla volontà sua.... di contrada in contrada si trovò in Piazza Farnese.

Il palazzo dove stava la Ginevra gli era dirimpetto, le finestre del di lei appartamento erano illuminate. Egli si fermò cogli occhi fissi a quelle finestre, e stette molto tempo senza mai muoversi. Era tanto assorto, da non accorgersi neppure delle persone che gli passavano innanzi, e lo conobbero.

--È il marchese Palavicino colui, aveva detto infatti una voce.

--Che domine può avere con quel palazzo, dal quale non leva mai gli occhi?

--S'è fatto sposo stanotte.--S'io fossi ne' suoi panni, mi comporterei con molto maggior senno, e penso che la signora di Rimini merita le occhiate di un galantuomo ben più che le pietre di un palazzo.

--La signora di Rimini, hai detto tu, va benissimo.... ma lì ci starebbe la signora dì Perugia....

--Oh che cosa vorresti mai dire? sei pazzo?

--Meno di colui però.

--Se il tuo pensiero avesse còlto, non sarebbe poi tanto pazzo.... Meglio due che una, caro mio.

--E non si muove ancora, guarda.

--Poniamoci qui dietro all'atrio. Io vo' pur vedere com'ella vorrà finire, e che sia per fare costui.

Dopo qualche momento, per una semplice combinazione, sui vetri del finestrone di mezzo si proiettò un'ombra, i cui contorni segnavano una figura di donna.

--Guarda.

--Che cosa?

--Là c'è un'ombra.

--E ci stia.

--Osserva adesso, che questo lombardo s'accosta al palazzo.

Mentre però si profferivano tali parole, l'ombra era scomparsa, e dopo qualche momento s'allontanò anche Manfredo.

--Domani farò le mie confidenze a Marforio, disse uno del crocchio allora.

--E Pasquino non mancherà esso pure di far l'ufficio suo.

--Ma se tutto ciò non fosse che una nuova immaginazione?

--E sia pure, ho un gusto matto io a stuzzicare la curiosità de' Romani, e a promuovere delle dicerie. Lascia far dunque a me.

E scantonando dileguarono tutt'assieme. Che l'ombra apparsa fosse quella della Ginevra è cosa ben dubbia. Ma questi lo sospettarono, e il Palavicino lo tenne per certo. Il tumulto che gli si mise nell'animo a quella vista, lo gettò nella massima disperazione. Camminato un pezzo, e passato presso a Ripetta, si fermò in riva al Tevere.... il rumore delle acque gli fece passar pel capo una orrenda tentazione; gettarsi in quelle e sparire, e seppellirvi per sempre tutti i dolori ond'era oppresso, e gli altri da cui vedevasi minacciato. Ma il dovere? ma le promesse fatte in faccia a sè medesimo; ma i suoi concittadini, e il Morone, e gli obblighi assunti?

Spaventato allora si allontanò, e a passo lento ricalcò la via che prima aveva battuta; passato presso una chiesa, vi si fermò a lungo, poi tornò a mettersi in via. Il suono profondo del martello dell'orologio di S. Pietro si fece sentire in quella; egli contò otto ore.... e si ricondusse al palazzo Aurelio. V'era gran folla sulla piazza, gli atrj, i cortili, erano gremiti di persone, s'udiva gran rumore nelle sale superiori, e suoni di strumenti musicali, e voci e canti. Quando il Palavicino entrò, molti gli si fecero incontro, ma egli, contro il suo costume, e con istupore di tutti, sgarbatamente se ne distolse, e a furia salite le scale, corse, quasi a nascondersi, nel gabinetto dalla duchessa, il più lontano dalla gran sala e dal rumore, per lui tormentosissimo. Chiamato però un servo:

--Annuncierete alla duchessa, gli disse, ch'io sono in palazzo, e non posso venire fra tanta gente, perchè devo attendere a scrivere per affari della massima importanza.

Uscito il servo, si mise a sedere presso ad un tavolino, nascondendo la faccia fra le mani e, per un pezzo, stette in questa attitudine.

Nelle sale intanto era la più viva giocondità. Nessun computista estemporaneo avrebbe saputo tener conto in quella notte di quante centinaja di versi sgorgarono dalle bocche poetiche; e l'offerta fu così eccessiva, così intemperante, che molti, assai più che edificati, ne rimasero sazj. Ma la musica era accorsa a riparare i guasti della poesia; e la duchessa Elena, colla soave potenza della sua voce, scorrendo tutta la scala diutonica, aveva lasciate impressioni profonde e suscitati delirj non pochi. La viva e sincera gioja ond'era animata in quelle ore le aggiungeva una luminosa bellezza che rapiva e strascinava. Fin da quando s'accorse d'essere svisceratamente amata dal Palavicino, e tutte le apparenze la portavano a questa conclusione, e vide di poter toccare tra poco il fine supremo da lei vagheggiato con una smania rodente di sposarsi al giovane lombardo, ella aveva sentito dentro di sè come una calma gioconda non mai provata in prima e che bastò persino a vestire di un'altra forma i non morituri rimorsi. Si può dire che in tutto il tempo in cui ella erasi riposata nell'amore di Manfredo, non aveva provato che un'ora sola di cupo travaglio, quella che precedette le nozze; ma strette che furono, ogni nube dileguò. E in quella sera il sapere d'esser finalmente la moglie di Manfredo, aveva in lei generate tali affezioni da indurre nel suo aspetto quasi una trasmutazione, La sua bellezza aveva assunto una tinta ancora più seducente, nelle sue maniere ci fu qualche cosa di più libero, e sicura entro di sè che non sarebbe caduta mai più; senza ritegno, e senza pensare ai contingenti pericoli che l'altrui entusiasmo poteva far nascere, in quella notte dispiegò in faccia alla moltitudine tutto l'iridescente ventaglio delle sue doti.

