Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana

Part 39

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Ma se la mattina gli era ciò sembrato assai facile, quando si trovò in piazza, e vide il portone del palazzo, e guardò le finestre dell'appartamento dove sapeva trovarsi la Ginevra, e fu per entrare, non potè. Il desiderio trovava l'ostacolo nel suo eccesso medesimo. Perciò, incontratosi in un suo conoscente, gli si accompagnò per allora e, allontanatosi dal palazzo Chigi, se ne andò con esso lui vagando per la città sempre martellandosi il cervello e senza mai potersi risolvere. Era una giornata nuvolosa del gennajo di Roma; l'aria riceveva gli umidi vapori dal Mediterraneo. La mancanza del sole, e questa disposizione particolare dell'atmosfera metteva una gravezza insolita nell'esistenza di Manfredo, gravezza che gli avrebbe diminuita anche la gioja quando pare le circostanze della vita fossero state favorevoli a questo sentimento. Giorni più funesti e più procellosi di questo egli ne avea passati assai; ma neppur uno più squallido, più tetro, più melanconico.

Stretto a braccio di quel suo amico, senza sapere quel che si facesse di lui, e in pari tempo senza potersi determinare a staccarsene, fece seco molto cammino. Non avendo mai potuto sfogarsi con nessuno, e oramai mancandogli la forza a dissimulare il suo affanno, mille volte fu per manifestar tutto all'amico. In una simile preoccupazione lasciava cadere in terra tutti i discorsi che colui gli faceva. Per verità che non vi poteva esser cosa più greve, più tediosa della compagnia del povero Manfredo in quel dì. L'amico lo sopportò per un pezzo, poi tentò di staccarsi da lui; se non che il Palavicino lo pregava a non lasciarlo, e per trattenerlo, gli diceva avergli a manifestare cosa di grave importanza; così passò qualche tempo ancora. Ma il Palavicino, già pentito d'essere uscito nell'imprudente parola, trasse l'amico nel centro della città, e come sentì batter l'ore a tutti gli orologi:

--Perdio, è tardi! esclamò. Bisogna che io ti lasci; ci rivedremo stassera dal Chigi,

--Ma e ciò che avevi a dirmi?

--Oh non è nulla, non è nulla!,.. Ci rivedremo stassera....

E lo lasciava senz'altro.... Quegli, in sulle prime, rimase attonito in mezzo alla via, poi disse tra sè:--Costui è ben pazzo, oggi. Ma fui ben più stolido io stesso a non accorgemene prima.... Così se ne andò pe' fatti suoi, intanto che il Manfredo a furia s'incamminava verso il palazzo dove stava la Ginevra.

Percorsa buona parte di Roma senza accorgersene, fu presto in Piazza Farnese, l'attraversò di volo, entrò nel palazzo, domandò della signora di Perugia, pregò di essere incontanente annunciato, e seguì l'uomo di camera supplicandolo di far presto. Temeva d'avere ancora a pentirsi, e sollecitava....

L'uomo salì in fretta lo scalone; quando fu sull'ultimo piano tornò a domandare il nome al Palavicino; questi glielo replicò, e fermatosi ad aspettare nell'anticamera, vide l'uomo aprire un uscio ed entrare nelle stanze.

Il cuore di Manfredo batteva frequentissimo e ineguale; i ginocchi gli tremavano a segno da non poterlo quasi sostenere; una pallidezza insolita gli copriva la fronte e le guancie. Se in quel momento gli si fosse voluto cavar sangue, forse non ne avrebbe data una goccia. La commozione era portata al punto che, accrescendola di qualche poco, poteva esser cagione di un funesto effetto.

Io porto persuasione che simili istanti debban lasciare indelebili impronte nella vita di un uomo.

Del resto, a molti potrà parere esagerata la condizion d'animo del Palavicino; ma se non sappiamo trovare il modo di persuadere costoro, vogliamo almeno congratularci con essi, perchè i loro dubbj ci provano che nessun vento procelloso non perturbò giammai il beatissimo stagno della loro vita.

Il Palavicino sentì il rumore di due o tre usci che si aprivano, poi ebbe ad udire alcune voci, poi i passi dell'uomo di camera. Ad agitare la massa del sangue e a scuotersi, egli erasi dato in quel momento a passeggiare per la stanza come un viaggiatore frettoloso. Non erasi ancora fermato, quando l'uomo dall'uscio gli disse ad alta voce, che poteva entrare. Allora si fermò, si volse, fece uno sforzo estremo onde ricomporsi del tutto, ed entrò. L'uomo di camera, che prima non gli aveva molto badato, ora, mentre gli passava innanzi, lo guardò con un'attenzione curiosissima e indagatrice. Quando fu solo e sentì i passi del Palavicino che s'innoltravano nelle stanze:

--Chi sarà mai quest'uomo, disse tra denti, se la signora quasi fu per cadere in terra all'udire il suo nome?

Manfredo, allorchè fu nella seconda stanza, vide tre donne uscire dalla porta di prospetto. Erano le ancelle che la signora aveva licenziato in fretta, le quali, nell'attraversare la stanza, lo esaminarono anch'esse dal capo a' piedi, con quell'interesse curioso e indagatore dell'uomo di camera. Una tra l'altre poi, accorgendosi ch'egli se ne stava irresoluto in mezzo alla Stanza:

--Entrate, illustrissimo, gli disse con molta cortesia; la signora è là.

Il Palavicino corse all'uscio di prospetto e vi mise la mano per aprirlo, ma quello gli si spalancò d'innanzi. Era la Ginevra stessa che teneva alzato il saliscendi.... Si trovarono così in quel punto faccia faccia a un dito di distanza.... I labbri stetter muti, le persone immobili. In apparenza non ci poteva essere calma più gelida; tutto il tumulto era interno.

In fine, ella si ritrasse e Manfredo la seguì.

--Sedete! fu la prima parola ch'essa, tutta tremante, pronunciò. Manfredo si assise di fatto, ma non parlò ancora. I suoi occhi erano fisi nella contemplazione della Ginevra; non ci poteva essere cosa più attraente della vaga e svelta figura di quella giovane donna, linee più care di quel volto impallidito dai lunghi affanni,... La bellezza della duchessa Elena era senza dubbio più perfetta; ma quella perfezione, essendo la sede stessa della voluttà, cessava di essere efficace quando, chi la contemplava, avea forti preoccupazioni morali. La Ginevra invece non poteva risvegliare che sensazioni di quest'ultimo genere... Erano più durature.... ed erano sempre efficaci!... Se dunque al solo sentire ch'ella era per rimaner vedova, Manfredo fu pentito di essersi legato alla duchessa; ora che, dopo tanti anni, la rivedeva, non gli parve più sopportabile il congiungersi in matrimonio colla duchessa: non sopportabile e non possibile, e nel senso più risoluto e più fatale di queste parole. Il Morone, le sue insistenze, il comune vantaggio, le dicerie, i vituperi, la duchessa, la sua disperazione, lo scandalo, in un fascio dileguarono innanzi a quell'amore immenso.

Gli passò per la mente la risoluzione di non sposare nessuna donna del mondo fuorchè la Ginevra. Questa allora vide cangiarsi di repente il colore del volto di lui; e la sua fronte, di pallidissima ch'ella era, coprirsi di un rosso carico....

E in questo punto egli si alzò, e per uno di quei movimenti rapidissimi ed inesplicabili onde l'anima passa da uno stato all'altro, assunse di tratto un fare disinvolto e disimpacciato.

--Cinque anni sono trascorsi, disse poi, cinque interi interminabili anni, o Ginevra! Fu davvero l'eternità che non si misura e che spaventa; parlo di me... di voi... non so.

Ella non rispose.

--Chi lo avrebbe detto a voi, continuava il Palavicino, chi lo avrebbe persuaso a me... la giustizia prevenne la vecchiaia... e fu più inesorabile del tempo.

--Il silenzio ricopra quel ch'è passato, rispose la Ginevra; troppo sventure s'accumularono sulle nostre teste, troppo insopportabili patimenti minacciarono da vicino le nostre esistenze.... Da quest'ora in poi, ogni mio sforzo sarà di scordare il passato; fate lo stesso anche voi.

Manfredo non aggiunse altro, e tornò a concentrarsi.... Nei modi della Ginevra, in mezzo alla stessa dignità onde gli avea data quella risposta, vide qualche cosa che lo spaventò. S'accorse che colle proprie parole aveva sollevate di troppo le speranze di lei, e ne fu atterrito.

Cercando allora un'occupazione qualunque per torsi al doloroso imbarazzo, si pose a sedere innanzi ad un gran camino, come per attizzarvi il fuoco che v'era spento.... Non s'accorgeva che con quell'atto di eccessiva dimestichezza, accresceva invece di scemar valore alle parole già pronunciate.

L'atto era semplicissimo, ma non è a dire quanti pensieri suscitasse nella mente e nel cuore della Ginevra. Fu una cara illusione, per la quale ella stimò già compiuto quanto avea desiderato, e si figurò fosse quello il suo perpetuo soggiorno di sposa. Senza far moto stava osservando la persona di Manfredo e si deliziava in contemplarlo.... Il cuore le s'espandeva di più in più... una gioja insolita l'innondava! Ma in proporzione che gli affetti di lei s'ergevano in un gaudio ineffabile, Manfredo sempre più si sprofondava nell'abbattimento.

--Oh quante sventure! esclamò poi con un sospiro gravissimo. Egli è vero, o Ginevra: patimenti insopportabili minacciarono ben da vicino le nostre esistenze.

Qui tornava ad alzarsi, ed accostandosi alla Ginevra:

--Se questo momento si potesse perpetuare! esclamava come parlando fra sè. Se questa stanza ne si chiudesse per sempre, se a noi mai più non fosse concesso di uscire nel tristo mondo... nè a nessuno di penetrar qui!

E fece una lunga pausa senza poter terminare il discorso, durante la quale non tolse mai gli occhi dalla persona della Ginevra. Che tenerezza, che accoramento era nell'anima sua in quell'istante!!

--Pur troppo, soggiunse poi, a me non è dato che di vagheggiare questo impossibile... perchè, o mi volga al passato, o guardi nell'avvenire, non trovo che memorie amarissime, e sgomenti nuovi.

--Sgomenti nuovi?

--Egli è così, Ginevra, Soltanto mi rincresce per voi.

--Per me?

Ogni gioconda esaltazione era in lei cessata; le parole di Manfredo la percossero terribilmente, quantunque non le potesse comprendere.

--Ma voi non sapete nulla, nulla della mia condizione presente? le domandò qualche momento dopo con vivezza il Palavicino, non potendo farsi capace del come la Ginevra ignorasse ancora il suo matrimonio colla duchessa.

--Ma che cosa io debbo sapere?

--Prima d'oggi, nessuno dunque v' ha parlato di me nè in Roma nè altrove?

--Per verità, nessuno.

--Ma il Corvino è pur venuto a Perugia.

--Egli fu il solo, disse la Ginevra allora arrossendo e chinando il capo, dal quale io abbia udito il vostro nome in questi cinque dolorosissimi anni.

--E che ti ha detto?

--Che voi eravate qui....

--Questo solo... e null'altro?

--Null'altro.

--Perdio, è inverosimile.

--Ma che avete, o Manfredo? per carità parlate....

Il Palavicino fece alcuni passi per la stanza agitatissimo. Era venuto nella risoluzione di svelar tutto alla Ginevra. E in fatto, quando tornò a fermarsi in faccia a lei, la prima parola della rivelazione fatale stava già per uscirgli di bocca.

Ma non seppe sostenere gli sguardi della infelice donna... ma atterrito, respinse la parola e diede rapidamente di volta al discorso.

--Non sai dunque nulla, disse, della patria mia?

--Che?

--Nulla delle sue estreme miserie, nè del flagello onde la Francia ci va percuotendo a sangue e di continuo?.... Mia madre è morta, non lo sai tu?

--Ahi... povera sventurata!... Nulla, nulla io so....

--Morta di crepacuore per cagion mia, d'affanno e di sgomento per le oppressioni di tutti!

La Ginevra che, spaventata, si aspettava di udire dalla bocca del Palavicino qualche grave pericolo che riguardasse lui particolarmente, fu sollevata un poco quando l'udì parlare di una comune sventura. Egli è naturale che le cose risguardanti un fatto generale ci colpiscano meno immediatamente di ciò che batte dappresso le nostre private affezioni; però la Ginevra, abbandonandosi ancora alle prime esaltazioni, si gettò a sedere accanto al Palavicino, godendo quasi nell'intrattenerlo a discorrere di quelle pubbliche calamità, mentre pur ne sentiva un vivo e pietoso interesse.

--Oh rendetemi istrutta di tutto, Manfredo. In questi cinque anni non mi giunse mai nuova di nessun pubblico avvenimento. Lo sapete pure; io era come sepolta viva colà. Raccontatemi dunque tutto da capo.

Il Palavicino, ch'era venuto lì per tutt'altro, s'intrattenne a lungo nel fare alla Ginevra un esteso e minuto racconto dello stato delle pubbliche cose. Essendosi in quel giorno e in quelle ore mille volte cangiati i di lui propositi, prolungando adesso il suo discorso, tentava pure di prolungare le illusioni di una felicità che non poteva sperare, che non gli era lecito desiderare. E la Ginevra medesima, quantunque la dignità e la compostezza delle sue maniere fossero irreprensibili, procurava pure con domande, riflessi e considerazioni di trarre in lungo più che poteva quel dialogo. Del resto, nella condizione in cui ella credeva di trovarsi, la sua innocenza continuava ad essere intera, per quanto si lasciasse andare ai teneri vaneggiamenti di un affetto che mai non erasi estinto in lei, ed ora giustificato e comandato anzi dall'improvviso cambiamento delle cose, era risorto con istraordinaria veemenza.

--Io non so, gli diceva con quei suoi modi soavi, perchè voi non troviate fuorchè sgomenti nuovi guardando nell'avvenire, mentr'io invece non posso che lasciarmi andare ad ogni speranza considerando quanto mi avete detto. Ben m'accorgo che c'è da piangere assai sulle nostre condizioni presenti, ma vedrete pure che Iddio, se ci ha messo alla prova, ci preparerà pure le consolazioni. Intanto, io mi congratulo di quanto avete fatto per richiamare i vostri compatriotti sulla via della ragione e della gloria, e dell'esser voi uscito, con tanto onor vostro, di tanti pericoli, e stiate in aspettazione di operare a pro di tutti e di redimerci da tante miserie. Oh sperate, Manfredo, confidate; è nella speranza, è nella fede che si rafforza il coraggio degli uomini. Ma a proposito di tutte queste cose, io vorrei pur sentire anche il vostro Morone, il quale mi promise di venire a vedermi e non venne mai.

--Il Morone? disse il Manfredo atterrito da quel nome. Ma quando v'ha egli parlato?

--Mi sono incontrata con lui nell'anticamera del pontefice.... Ma perchè tanta maraviglia in voi?

--E che cosa ti ha detto? soggiunse il Palavicino ricomponendosi.

--Oh nulla, furono congratulazioni e semplici parole, bensì mi ha promesso di venir qui, e per verità lo aspettavo anche oggi.--Manfredo tacque, e in quella girando gli occhi per la camera, e fermatili su di un orologio a campana, vide che le ventidue erano passate.

Egli non s'era ancora lasciato vedere dalla duchessa in quel dì, e la lunga assenza poteva dar luogo a sospetti. Gettò alla sfuggita uno sguardo di disperazione alla Ginevra e si alzò... pentito di non aver nulla manifestato, incertissimo di quel che gli rimarrebbe a fare, atterrito che l'ora del matrimonio colla duchessa era imminente, lacerato da mille punte acutissime. Con tutto ciò avea l'aspetto tranquillo... con tutto ciò accomiatossi dalla Ginevra con voce abbastanza ferma.

--Tornerò, le disse.

--Quando tornerete?

--Oh presto, debbo dirti grandi cose, e se ne andò.

Appena fu uscito, la Ginevra (Dio ne saprà la cagione) si gettò in ginocchio e pregò con gran fervore.

Quando Manfredo mise il piede sulla pubblica via, non potè accorgersi che ad una finestra del palazzo di rincontro stava osservandolo il Morone. Un'ora prima erasi recato anch'esso nel palazzo Chigi per parlare alla Bentivoglio, ma dall'uomo di camera avendo udito ch'era con lei il marchese Palavicino, senza metter fuori il proprio nome, pieno di maraviglia, avea dovuto partirsi.

Siccome esso tenevasi certo, per non aver mai perduto d'occhio il Palavicino, che in tutti quei giorni non erasi mai recato dalla Ginevra, lo dovea necessariamente mettere in gran pensiero e in un gravissimo timore il sentire che Manfredo, per la prima volta erasi presentato a lei il dì appunto delle nozze.

Senza però lasciarsi smarrire, aveva pensato di attenderlo quando ne uscisse, e di accompagnarsi con lui. Al qual fine, messo gli occhi sul marchese Rucellai, che abitava rimpetto all'albergo del Chigi, e ch'egli conosceva benissimo, salì da colui a fargli visita, e dalla finestra stette a guardare aspettando che Manfredo si mostrasse.

Vistolo, si licenziò dal Rucellai e discese di volo, e con que' suoi passi svelti lo raggiunse quando non aveva ancora svoltato il canto.

Il Palavicino, mentre andava pensando a ciò che avrebbe detto per iscusarsi colla duchessa dell'assenza insolita, udì la voce del Morone il quale, chiamandolo per nome, gli diede un tuffo nel sangue.

--Molti servi sono in volta per la città in cerca di te, Manfredo, gli disse; io non sapevo cosa pensare, e dovetti durare gran fatica per iscusarti in faccia alla duchessa. E per verità può ben far nascere di gran sospetti il non lasciarti mai vedere il dì appunto delle nozze.... Andiamo dunque, che la duchessa ti aspetta.

Egli espressamente aveva dissimulato quanto sapeva di lui e della Ginevra, perchè dando a divedere al Palavicino che non si dubitava punto di lui, gli si rendeva tanto più difficile il mettere innanzi ostacoli, quando mai gliene fosse venuta la tentazione.

--Il palazzo Aurelio è affollato di patrizi e di prelati, soggiunse poi; il cardinal Bibiena sarà fra un'ora in S. Giovanni Luterano, sendo lui che benedirà gli sponsali. Tutti i concerti son presi, tanta è la necessità di far presto, e domani o dopo tu e la duchessa vi porrete in viaggio per Rimini. Io me ne andrò a Reggio: così stanotte per accontentare codesti Romani, che sono impazienti di salutarvi marito e moglie, e ciò m'è di assai felice augurio, ci saranno grandi feste in palazzo. E anche a ciò si è pensato.

Il Palavicino non parlò mai lungo la strada; non sapeva in vero quel che gli fosse conveniente di dire; soltanto quando fu innanzi al palazzo Aurelio, come se le gambe gli si rifiutassero a portarlo, si fermò, e stringendo il braccio del Morone con forza convulsa:

--Aspettate, gli disse, avrei a dirvi qualche parola.

--Dobbiamo entrare prima dalia duchessa, gli rispose il Morone con insolita severità d'atto e d'accento.

--No, è necessario che vi parli prima.

--Non v'è nulla di più necessario che il farti vedere dalla duchessa in questo momento. Tutto il resto, crollasse anche il mondo, mi comprendi tu? crollasse anche il mondo, diventa un nulla in faccia agli obblighi da te assunti con lei. Persuasa dalle parole mie, iscusò la tua assenza... ma se questa si prolungasse di più, guai; non v'è dunque da por tempo in mezzo. Andiamo.

--Ebbene, uscì allora il Palavicino coll'impeto della disperazione, sappiate che ora io vengo dall'aver parlato alla Ginevra, e....

--Lo so, rispose il Morone.

--Lo sapete?

--Si, ma io non ci trovo nulla di straordinario. Tu la conoscevi, dunque hai fatto assai bene a farle una visita.

--Ma....

--E credo anzi che tu le avrai parlato di questo matrimonio, e del quanto, per esso, tu ti metta nella posizione di giovare al tuo paese.... Ed ella necessariamente deve essersi congratulata con te... Io la conosco assai bene... e se tu le hai parlalo da senno, come ne son sicuro, ella ti deve indubitatamente aver compreso...

Le parole del Morone erano queste; la freddezza onde le pronunciava era tale da mettere chicchessia alla disperazione, ma di dentro era anch'esso tutt'altro che tranquillo.

--Andiamo dunque, disse finalmente afferrando il braccio del Palavicino e traendoselo dietro a sè.

--Se ho da venire, ascoltatemi dunque.

--E dopo ci verrai?

--Ci verrò.

--E non farai nessun atto che ti faccia scorgere menomamente dalla duchessa?

--Saprò dissimulare.

--E fra un'ora sarai suo marito?

--Lo sarò.

--Non ti domando nessuna promessa; troppo alta è la stima che io ho di te; parla dunque.

--Quantunque lo abbiate detto, pure non sarete per credermi quando vi manifesti il fine per cui oggi mi son recato dalla Ginevra.

--Dovevo prevederlo, conoscendo la delicatezza estrema dell'animo tuo, e ricordandomi di quel che già è passato fra te e la Bentivoglio. L'ho creduto, lo credo, e ti lodo assai che ti sia recato da lei per questo.

--Per carità, per carità non mi lodate di nulla, e ascoltate prima ogni cosa. A me non bastò il coraggio di darle la terribile nuova. Quando mi venne il pensiero d'andare a vederla, ho sospettato ch'ella sapesse pur qualche cosa di codeste mie nozze. Ma nulla all'atto ne sapeva.... ed a me non bastò l'animo di dare la prima fitta a quella donna infelice, e forse, tanto le mie parola uscivano spontanee e veementi, io ho data qualche lusinga a quella sventurata.

--Qualche lusinga? e che le hai detto?

--Non lo so, non mi ricordo; del resto ella non avrebbe dovuto comprendermi. Ma...

--Che cosa!

--Se prima non era conveniente, adesso sarebbe orribile ch'io stringessi queste nozze senza ch'ella non ne sapesse nulla, senza ch'io stesso non le manifestassi il tutto con intrepidezza... ma questa ancora mi manca,

--Non mancherà a me, rispose subito il Morone; trovo ragionevole codesto tuo desiderio, però parlerò io medesimo alla Ginevra, e troverò il modo di mandarla consolata.

--Consolata?

--Se non consolata, rassegnata.

--Ma quando ci andrete?

--In questo istante medesimo.

--Oh Dio!!

--Prima, per altro, entreremo insieme dalla duchessa; ella ci aspetta, e non si vuole destare verun sospetto. Andiamo.

Il Morone mise allora piede in palazzo, e Manfredo lo seguì: salirono le scale ambidue tremanti per diverse affezioni. Quando furono nelle anticamere, il Morone tornò a raccomandare al Palavicino di non tradirsi e star calmo: così entrarono.

La duchessa Elena stava in mezzo alle sue donne, che attendevano ad abbigliarla. Si vedeva un velo bianco di filo d'argento spiegato su d'un tavoliere, una veste di raso bianchissimo ancora piegata e messa su di un cuscino. Ella aveva i capegli sparsi e pareva la Maddalena del Tiziano. Quando vide il Palavicino si alzò presta e gli corse incontro.

--Ci siamo disimpacciati di tutto, eccellenza, le disse il Morone. Qui il nostro Manfredo ha condotto a buonissimo fine quella faccenda di cui vi ho detto, e che lo costrinse a star lontano da voi tutt'oggi. Ora egli è qui, ed è tutto vostro; non lasciate dunque che i cibi si raffreddino, e ricomponete i vostri spiriti.

Per un uscio aperto si vedeva apparecchiata la mensa nella sala contigua, e le vivande imbandite; per ciò il Morone avea compreso che, per l'eccessiva agitazione, la duchessa non aveva potuto toccar cibo, e assumendo la leggerezza dello scherzo, la confortò a ristorarsi. Ella non rispose parola, soltanto volgendosi al Palavicino gli disse qualche gentilezza, a cui esso si sforzò di corrispondere. Di quando in quando però, anche sulla faccia della duchessa Elena, si vedevano passare dei lugubri pensieri. Le nozze imminenti le richiamavano le prime, poi le seconde che s'erano tanto terribilmente interrotte; gl'insistenti rimorsi, come da lontano, facevano sentire la loro voce; il timore del Lautrec tornava a spaventarla. Il Morone s'accorgeva di questi nuvoli tanto naturali del resto in un giorno di nozze, ed aveva sempre timore del Palavicino; e per ciò:

--Senti, Manfredo, gli disse; tu faresti ottimamente a recarti adesso a casa tua. Ci voglion piume di perle nel berretto, ci vuol farsetto di raso bianco e candide maglie. Dopo, potrai andare difilato a s. Giovanni Laterano. Tutte queste persone, di cui ora senti il mormorio nella gran sala, a momenti, facendo corteggio alla duchessa, si trasferiranno anch'esse colà. Non c'è dunque un minuto da perdere, e, se vuoi, t'accompagnerò io stesso.

Il Palavicino, non trovando d'opporsi:--Mi pare diciate bene, rispose. E si alzò per uscire, mentre la duchessa, con voce tremante lo salutò.... Com'eran vari e strani gli affetti di quelle tre persone!!

Quando il Morone e il Palavicino furono usciti:

--Io t'accompagnerò sino a casa tua, gli disse il primo; poi andrò subito dalla Ginevra, e tutto sarà finito.

Ciò fece di fatto, accompagnò Manfredo sin nel suo gabinetto, lo mise nelle mani de' servitori perchè l'abbigliassero a festa, nè si partì sino a quando non vide esser l'opera incominciata.