# Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana

## Part 38

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--Vedete dunque, figliuola mia, continuò, che in tutto quanto s'è fatto, abbiamo avuto di mira il ben vostro. Non state dunque a volerne supplicare per una cosa che, se mai fossimo venuti nella risoluzione d'esaudirvi, v'avrebbe poi gettata nella massima disperazione. Noi non possiamo che lodare, figliuola mia, codesta straordinaria virtù, onde, per adempire ciò che credevate debito vostro, ci avete supplicato a voler perpetuare le vostre miserie, e vi assicuriamo che Dio ve ne farà un gran merito. Ma non si vuole andare più in là. D'altra parte, figliuola, io mi avvedo benissimo che il cuor vostro non può mettersi d'accordo colla vostra bocca; per questa volta vediam dunque di seguire il consiglio del cuore che tal fiata ragiona meglio assai della mente, la quale s'imbroglia di cavilli e di pregiudizj. I giorni della vostra vita ci stanno innanzi tutti quanti come se fosser scritti in un libro; e per verità, non aveste mai a respirar liberamente, povera figliuola mia. Comincerete dunque oggi stesso una vita nuova, e fate cantare un triduo in _ara coeli_, che vi varrà un'indulgenza plenaria. Intanto i trentamila giulj che vi abbiamo assegnati ad ogni anno, spero vi potranno indennizzare assai bene e della vostra Bologna e di Perugia. In quanto poi al luogo della vostra futura dimora, io vorrei vi fermaste in Roma dove siete sicura da tutte le insidie che vi potessero mai tendere o i vostri fratelli o i figli di Giampaolo. Del resto, figliuola, verrete alla nostra udienza qualch'altra volta, e vi daremo talune altre istruzioni.

La Ginevra, a quest'ultime parole che significavano un commiato, si alzò senza ripetere quella preghiera che appena presentatasi a Leone, avea fatta non senza fervore. Ma era un fervore forzato e non spontaneo, e che necessariamente avea dovuto cessare innanzi alle prime negative. Vedremo in altro momento come il fervore della preghiera crescerà invece col crescere delle ripulse, e quale straziante efficacia di parole porrà sulle labbra di questa infelice una disperazione senza pari.

Si alzò dunque, e fatto qualche ringraziamento, si licenziò ed uscì dal gabinetto.

Coloro che stavano nell'anticamera e avevano udite le parole di commiato, si volsero tutti per guardarla appena l'uscio si spalancò ed ella comparve sulla soglia. Al sommesso bisbiglio che le faceva d'intorno, nel passare ella girò alla sfuggita uno sguardo, un timidissimo sguardo, fra que' personaggi, quando improvvisamente si fermò mandando come un piccol grido, mentre la faccia le si coprì tutta quanta di un vivissimo rossore che degenerò issofatto in un pallore estremo. Il volto del Morone che distinguevasi tra le molte teste ond'era circondato, e che fissando lei con molta attenzione, le si mostrò per il primo, fa causa di quell'estrema sua commozione; ed ella si fermò volgendogl un'occhiata. Il Morone potè accorgersi del tremito che s'era messo nella persona della Ginevra, e allora di volo, allontanatosi dagli altri, si accostò a lei dicendole:

--Oggi venivo da voi, e non avrei mai creduto d'avervi a trovar prima qui.

La Ginevra non potè rispondere in sul subito, poi, quando quell'agitazione le cessò:

--Oh come ho caro a vedervi, disse.

Le parole non furono che queste, ma il modo onde le pronunciò, ma l'accento pieno di fervore, di passione, d'ingenuità e di grazia onde furon rese, ma il rossore che le ritornò sul volto nello stringere la mano del Morone con ambedue le proprie che tremavano, fu di una forza così potente da comunicare quella commozione al Morone medesimo.

Rimasero così ambedue nel mezzo dell'anticamera senza parlare e immobili, mentre tutti gli altri in silenzio li stavano guardando con maraviglia.

--E così, disse finalmente il Morone, tanto per rompere quel silenzio, credo sarete ben contenta dell'accoglimento fattovi da Sua Santità, io sapevo già le sue intenzioni.

--Sì, disse la Ginevra, l'ebbi a trovare di una grande bontà.... e in quanto a me non avrei mai potuto sperare di più.

Il Morone fu per soggiungere:--Continuate dunque a sperare, che la vostra sorte pare siasi voluta mutare a un tratto; parole che intere gli si erano già ordinate nella mente, ma che non gli bastò il coraggio di pronunciare. Così tornò a tacere.

La Ginevra fece essa puro il medesimo, e intanto al modo onde guardava il Morone, pareva stesse in aspettazione di molte altre sue parole e lo invitasse anzi a metterle fuori.

Quante cose in fatto alla doveva aspettarsi d'udire in quel momento dal Morone.... e con un'ansia accresciuta dal contrasto delle più vive speranze stette attendendo di sentir profferire un nome dalla bocca del Morone. Ma questi avea troppe ragioni per non fargliene motto, e la condusse invece ad altri discorsi; finchè, nel punto di dividersi, le promise sarebbesi recato da lei o in quel giorno o presso.

Il Morone, nel salutarla, potè accorgersi che di improvviso l'umore di lei era divenuto assai cupo. Ne indovinò la cagione, ma non poteva ripararvi. L'aspettazione delusa, pur troppo avea lasciato nell'animo della Ginevra un vôto, una desolazione indicibile. Quando infatti si fu ridotta alle proprie stanze, e si trovò sola, un tal rammarico la percosse, una tetraggine così profonda le si mise nell'animo, che non potè trattenere le lagrime e pianse per molte ore in segreto.

Alcuni giorni ella dovette passare in questo stato doloroso, d'ansia, d'incertezza, di timori e di speranze, durante i quali non ebbe visita da nessuno, nemmeno dal Morone. Due dì dopo solamente un segretario pontificio le recò la bolla per la quale a lei venivano assegnati trentamila giuli annui, e con quella la notizia della condanna del Baglione, notizia che le mise nell'animo un turbamento nuovo, che la sorte del vecchio Baglione doveva necessariamente far nascere in lei de' gravissimi pensieri.

Vediamo adesso di recarci in castel Sant'Angelo, quantunque sia di notte e l'accesso sia a tutti precluso.

Correvan quasi due mesi che Giampaolo Baglione era chiuso in castello. Fin dal momento in cui fu lasciato solo in uno de' camerotti del castello, e udì chiudersi l'uscio di fuori, un orrendo sospetto avea fatti rizzare sull'adusta fronte di lui i pochi e bianchi capegli, e per la prima volta potè accorgersi che significhi lo spavento e il terrore, e nell'intenso suo raccapriccio potè misurare tutti i dolori onde egli era stato autore altrui in tanti anni di dominio, di violenza, di ferocia. Riavutosi per altro da quella prima percossa, non gli sembrò vero che gli si fosse voluto tendere una simile insidia, e sperò ancora. Ma fu per pochissimo, che in quel giorno stesso della sua cattura gli fu fatto intendere, sarebbe tosto condotto innanzi ad un consesso espressamente raccolto per udir lui, ed al quale avrebbe dovuto dar conto di tutta la sua vita passata. Quando udì simil cosa, rimase muto alcuni momenti, quasi non comprendesse o non potesse comprendere di essere caduto in un abisso tanto profondo.... poi con maraviglia e spavento di coloro che gli avean data così tremenda nuova, como se il furore lo avesse ritornato alla sana e potente robustezza della sua gioventù.

--Chi, gridò con voce tanto forte da far rimbombare la vôlta della camera dove si trovava, chi pretende di obbligarmi a tanta ignominia! Chi ha mai preteso in Italia di far stare Giampaolo?,. Voi forse?...

E ciò dicendo scagliandosi su cinque sacerdoti che gli stavano innanzi, con uno stiletto che si era cavato di sotto alla cappa, uno stese ferito a terra, due ne percosse, e l'atto fu così istantaneo che le guardie pontificie non avevan potuto prevenirlo, e soltanto furon sopra al Baglione quando, vinto dalla decrepitezza e dalle doglie del corpo, le quali non abbandonavanlo mai, e gli si fecero allora sentire con uno spasimo acuto, cadde come massa di piombo sul suolo, rendendo somiglianza di epiletico furibondo, che dopo aver fracassato quanto gli sta dintorno con una forza preternaturale, d'improvviso è reso immobile ed inerte.

Fu allora portato in una delle segrete, e messo in catene. Il vecchio si riebbe ancora, ma nel fondo della bassa carcere, immobile, cogli occhi fissi e vitrei, colle braccia intrecciate ai ginocchi, se ne stette squallido e muto e orribile agli uomini che gli facevan la guardia. Venne poi il giorno nel quale il processo si aprì, e a cominciare gl'interrogatorii, si dovette trascinarlo innanzi al consiglio straordinario. In quel giorno, e in molti altri successivi fu impossibile cavare dal suo labbro una parola sola. Si trovò però tosto il modo di farlo parlare, e quella tortura dal Baglione medesimo applicata altrui tante volte, e con tanta atrocità, fu fatta subire anche a lui. Dopo tanti giorni di silenzio, parlò per la prima volta, confessò cose da mettere il raccapriccio e lo spavento in coloro che l'ascoltavano; da quelle sue labbra livide e convulse uscì il racconto di tali enormezze, che la ragione trova un conforto nel rifiutarsi a crederle. E da quando quel silenzio fu interrotto da lui, il suo labbro non tacque mai più. Ricondotto nella segreta, cominciò ad uscire in grido, in imprecazioni, in bestemmie che assordavano le guardie facendole inorridire... e da quel momento non fu ora nè del giorno nè della notte in cui quella sua voce tacesse. Un feroce delirio, una forsennatezza spaventosa aveva sconvolta la mente di lui; ma venne l'ultima sua notte, ed è questa a cui ci troviamo.

Due guardie pontificie, all'estremo punto di un lunghissimo corritojo, stavano in piede guardandosi in faccia l'una l'altra. Sul fondo di quel corritojo una lanterna appesa all'alta vòlta spargeva qualche poco di lume intorno... ed era così scarso, che la luce lunare proiettata sulla parete e sul pavimento dentro i contorni de' sei finestroni aperti in alto, la vincevano quasi del tutto. Le guardie tendevano le orecchie.

--Egli tace, uscì detto ad una.

--Era tempo!... Io non ne potevo più...

--Abbi però pazienza che ei tornerà presto da capo.

--Ma quando sarà egli finito codesto processo?

--È finito.

--E la sentenza?

--È data e sottoscritta, e non c'è altro a fare.

--Dunque.

Il soldato non aveva finito di pronunciar questa parola, che dall'estremo fondo del corritojo, come se venisse di dietro a molte imposte rabbattute, tornò a farsi sentire una voce profonda e rantolosa, e gemebonda talvolta... In sul principio si udiva un suono senza parole, ma grado grado la voce si venne alzando sempre più, fino al punto che attraversando lo spessore delle imposte rivestite di ferro, ridestò gli echi delle vôlte, ed orribili parole risuonarono in quel luogo.

--Ah... ci sei... ti ho afferrato!... diceva quella voce. Calerai con me al fondo!... Guarda che negri fiotti!... No... non è acqua... è sangue... sangue... sangue! È il lago d'averno questo.... giù, giù... giù con me... traditore infame... giù boja! Vedi?... là... là è fuoco!... Senti?... qui... il sangue ribolle... arde!... Ahi, ahi, ahi!!! La carne abbrustolita mi si stacca dalle ossa!... Ahi!... tormento, tormento, tormento!!... E tu?... che fai tu?... ah, sta qui... non sfuggirmi traditore infame!... Questo è fiotto... è sangue... è fuoco!... Affoga, tristo... cala giù, giù, giù... ardi... ardi con me, boja infame! Ahi!... no... vedi tu?... no?... quello è sangue... è fuoco!... No, è il demonio... il demonio... Ahi, ahi!!... m'ha percosso coll'ali!... Vedi tu?... son l'ali che sommovono i fiotti... Oh guarda... son rosse... son sangue... son fuoco!... Ma e tu? tu traditore infame, tu boia... cala giù con me... giù, giù!... Ah! ora t'ho pel collo... Qui, demonio, stringi qui... percuotilo coll'ala di pipistrello... giù, giù, giù... percuotilo, o demonio, demonio... demonio!!!...

Alle guardie si rizzavano i capelli di sotto alla celata. L'ora tarda, il luogo tetro e remoto, la scarsa luce, e tali orrendi voci li empivano di sgomento e di stranissime ubbie...

Ma le voci continuavano...

--Cala giù con me boja... giù, giù! Qui, demonio, stringilo qui... demonio, demonio!... Ahi... le mie carni... ahi, ahi!...

Questi ululati continuavano da un'ora senz'interruzione... Le guardie non facevan passo, nè l'una osava staccarsi un momento dall'altra... quando, di mezzo ai gridi, odono rumori di voci e di passi che salivan le scale conducenti in quel luogo. Dopo qualche istante infatti vedono affacciarsi dal pianerottolo tre uomini... Il primo aveva il lampione nelle mani, il secondo portava un grosso involto sotto il braccio, il terzo era un frate della Misericordia... Salgono lenti e taciti... percorrono il lungo corritojo... l'uomo che aveva il lampione apre la porta di prospetto... che tosto si chiude... poi un'altra, poi un'altra... Le guardie sentirono confuso alle grida incessanti il rimbombo che le imposte ferrate facevano nel richiudersi,.. Scorse brevissimo tempo... poco di poi le grida s'alzarono più furibonde... ma fu l'istante di un secondo,... e di colpo cessarono. Vi fu un silenzio profondo di pochi minuti... ma subito le tre porte s'udirono riaprirsi e rimbombare rinchiudendosi... i tre uomini ricomparirono all'uscio di prospetto, che fu chiuso... silenziosi attraversarono il corritojo... silenziosi passarono innanzi alle guardie e ridiscesero. Tutto il rimanente della notte fu immerso nella più profonda quiete.

--Che pensi? disse finalmente una delle guardie all'altra, di cui udiva il respiro.

--Quello che pensi tu. Ci scommetto...

--Per costui non c'è altro dunque...

--No.

--Ora mi sovviene di una cosa. Sei notti fa io stavo di guardia a Porta Capena... sai che lì presso ci son le stalle dello Scaraventa beccajo...

--Ebbene.

--Era da qualche tempo che un bufalo selvaggio preso al laccio di fresco, faceva, di notte specialmente, rimbombare de' suoi muggiti tutti i luoghi dintorno, ed era una noia indicibile. Bisogna che lo Scaraventa se ne tediasse esso pure... e sei notti fa appunto, io che passeggiavo al fresco per non prender sonno, lo vidi attraversare la via, aprire la stalla, ed entrarvi. I muggiti cessarono... quando m'accorsi dei rumore che fece il bufalo stramazzando...

--E così?

--E così non c'è altro. Soltanto ti volevo dire che costui è morto così.... Va poi tu ad augurarti di nascere in alto stato.

Il giorno dopo corse per Roma la voce, essere stato il Baglione decapitato in castello, e la giustizia aver fatto il debito suo.

Lasciamo che questa segua il suo giro. Ora è di Manfredo che dobbiam prenderci pensiero.

CAPITOLO XXVIII

Dopo l'arrivo della Ginevra a Roma, l'abbiam veduto una volta nel palazzo della duchessa Elena, ma il suo esteriore era troppo calmo. I suoi modi erano simulati da una allegria troppo artificiosa perchè si potesse vedere quel che passava nell'anima di lui.

È terribile la condizione di chi vive nel contrasto di due passioni violenti, cui la ragione, negli istanti in cui l'anima travagliata si riposa, altamente condanni. Ma è forse più ardua assai quella di chi provi l'urto di due affezioni, che non possono venir condannate dalla ragione assoluta, ma che per una combinazione di cose, e per relazioni specialissime, non possono esistere simultanee, senza disordine e colpa. Tutta la gravezza e il pericolo di tal situazione potè sentire e misurare il Palavicino appena gli venne all'orecchio che la Ginevra era in Roma. Il tumulto messosi nell'animo suo a quella notizia fu de' più violenti; fu una sensazione complessa di più sensazioni; fu sgomento profondo e fu anche gioia susseguita da rimorso; furono speranze e fu disperazione. Esso non avea provveduto a spegnere le prime accensioni d'amore che provò per la duchessa Elena, quando la diuturna lontananza, e un ostacolo che pareva insormontabile, bastavano per iscusarlo d'essersi dimenticato della Ginevra. In conseguenza di ciò, e per un altro fine più alto, egli aveva di poi fatta la promessa di sposare la signora di Rimini.... E l'ora era presso in cui codeste sue promesse dovevano consumarsi; ma circostanze fatali l'avevan protratta sino al punto di diventar tormento; troppo tardi perchè si potesse dar un passo addietro, troppo presto perchè non potessero nascere delle tentazioni. La Ginevra era in Roma, la lontananza era tolta, l'ostacolo distrutto, e distrutto pochi momenti prima che il matrimonio colla duchessa Elena fosse effettuato. Pareva si fosse la sorte espressamente adoperata perchè le antiche promesse ch'egli aveva fatte alla Ginevra dovessero mantenersi; ma rifiutando la duchessa era sconvolgere un ordine di cose da troppo tempo preparate, e rese troppo importanti da circostanze indipendenti dai privati affetti, nel punto stesso che il non tener conto veruno della Ginevra presente, poteva meritare la taccia di una scortesia vituperosa e colpevole.

Era il dì successivo alla morte del signore di Perugia; una tormentosa perplessità non lasciava più dunque un'ora sola di riposo al Palavicino. Fin da quando seppe essere la Ginevra in Roma, e in qual palazzo alloggiava, eragli venuta la tentazione di recarsi tosto a vederla.... Vederla dopo tanti anni, dopo tante sventure, dopo aver creduto impossibile un simile incontro, gli pareva d'avere a toccare il cielo col dito.... L'esaltazione venutagli da così forte desiderio aveagli messo nel sangue un fuoco febbrile.

Il lettore si ricorderà del giorno in cui il Palavicino, dopo aver veduta in Roma la signora di Rimini per la prima volta, aveva messo in un perfetto oblio la Ginevra Bentivoglio.... Nessuno allora avrebbe potuto ragionevolmente predire, fosse per venir giorno in cui l'immagine di lei sarebbe ricomparsa più abbagliante che mai, e l'avrebbe vinto al punto da renderlo smemorato della duchessa Elena.

È una verità di cui bisogna persuadersi, che un primo affetto non si scancella mai al tutto dalla memoria dell'uomo; potrà, per mille circostanze, arrestarsi, intiepidirsi, parer anche del tutto dileguato, ma appena qualunque fatto impreveduto lo sommovi un momento, gli ardori si ridestano colla medesima forza di un tempo, e più ancora.... e il ritornare colla memoria a que' giorni, a quell'ora a quel primo istante in cui l'anima si scosse alla rivelazione di un affetto sconosciuto, riempie il cuore di una mestizia piena di dolcezza, e che ci fa desiderare e rimpiangere quel momento solenne e soavissimo che non si rinnoverà mai più nella vita. Per ciò stesso tutti gli affetti venuti dopo a quel primo, appena questo ricompaja, sono costretti a cedergli il posto.... tutto tace dintorno a lui, e l'oggetto pel quale esso fu dimenticato per qualche periodo di tempo, quasi ci promove il dispetto, quasi ne diventa odioso. E in quanto al nostro Manfredo, altre cause straordinarie dovevano generare affetti ancora più forti. L'irresistibile simpatia ch'egli aveva sentita per la Ginevra, la prima volta in cui l'ebbe veduta, apparteneva ad una sfera puramente morale, quantunque la bellezza fisica di lei fosse stato il primo motivo di quella passione; ella era nata inoltre nel momento in cui l'animo del Palavicino versava nell'esaltamento di tutte le più nobili aspirazioni. Un affetto nato in tali istanti assume una forza troppo tenace perchè possa mai spegnersi.... Ma in qual punto invece aveva avuto nascimento l'amor suo per la duchessa Elena? Noi ce ne dobbiamo ricordare, se quasi egli corse pericolo di perdere allora la nostra stima.... La sensualità, e non altro, aveva infiammata in un subito prima la sua carne, poi l'animo suo per colei.... La sensualità, cagione impura di torbidi e non durevoli affetti! Bensì, a poco a poco, taluni pregi della duchessa aveano aggiunta una tal forza costante all'amore di lui, ma era pur sempre la prima sensualità larvata sotto a più nobili apparenze. Guai se i ritorni delle ingenue ricordanze fosser venuti a gettare il pentimento nel cuor suo.... e pur troppo esse vennero; ma vennero quando non era più in tempo, quando anzi diventava colpa e cagione di scandalo inaudito il distruggere i secondi affetti per riassumere i primi.

In que' giorni dunque il Palavicino, non mostrando mai nulla al di fuori quando trovavasi in faccia alla duchessa Elena e a Girolamo Morone, tosto ch'ei fosse lontano da essi tentava ogni mezzo per dar sfogo all'immenso affanno e alleggerir l'animo del peso insopportabile. Dovendo simulare la calma per tante ore, versava poi su chi non temeva, tutta l'acredine dell'umor suo. I suoi conoscenti maravigliarono del cambiamento repentino avvenuto ne' suoi modi, e delle sue stranezze, e ne parlavano facendo mille commenti. E più di tutti i servi di lui, che l'adoravano pe' suoi modi affabili e dolci, con doloroso stupore non seppero come spiegare l'asprezza insolita onde li trattava. La notte il sentivano passeggiare per la camera, e quando pure dormiva, l'udivano risentirsi nel sonno. Per tre o quattro giorni continui duravano tali stranezze.... poi a un tratto si tranquillò come se avesse, presa una risoluzione. S'egli lo avesse voluto di forza, non gli sarebbe bastata più che una parola per rifiutare la duchessa.... E fu questa una tentazione che lo mise tante volte alle strette, e lo esaltava, lo scuoteva, lo fiaccava al punto da lasciarlo spossato per molte ore di spirito e di corpo.... Nelle stanze della signora, in faccia a lei, più d'una volta gli era venuta una parola sul labbro, la quale avrebbe cambiato tante cose in un punto; ma avea saputo cacciarla indietro. In fine, dopo lunga e dolorosa lotta, ebbe fermo il suo partito; e considerato il matrimonio della duchessa come un atto che più di lui risguardava il paese suo, e ricordandosi di quanto aveva giurato a sè medesimo, chinò la testa e disse:--Sia fatta l'altrui volontà.

Aveva però presa un'altra risoluzione, ed era di recarsi a veder la Ginevra e di confessare a lei con ingenuità lo stato suo e lo stato delle cose che lo costringevano a far ciò ch'era tanto contrario alla propria volontà. Sposare la duchessa mentre la Ginevra era in Roma, non gli parve mai cosa lecita.... Il pensare all'effetto che avrebbe fatto su di lei l'insultante oblio, gli metteva l'animo sossopra.... Stimò dunque miglior cosa il recarsi dalla Ginevra e aprirle l'animo proprio; d'altra parte, traendola all'argomento del paese comune, si confidò di poter così divertire l'affanno di lei e il proprio in più alte considerazioni. Sapeva la mente della Ginevra, e quanto l'Italia stesse sul cuore di lei; per ciò sperava.

La mattina del giorno stabilito per le sue nozze colla duchessa, si alzò fermo in questa risoluzione, e tranquillo.

I servi lo trovarono mite e affabile come sempre, e furono contentissimi. L'incertezza e il contrasto che gli aveano tenuto in sobbollimento il sangue, essendo cessati, cessarono anche gli effetti. Così l'apparenza di lui fu abbastanza calma.... l'apparenza soltanto, perchè dell'animo interno era tutt' altro. La malattia aveva cangiato aspetto, ma non era vinta; era anzi peggiorata.... I primi sintomi violenti avean dato luogo alla spossatezza e al languore!... Prima un'inquietezza ardente e furibonda gli portava le imprecazioni sulle labbra; ora era l'accoramento, la tenerezza che lo moveva al pianto. Del resto egli avea risoluto, e quando gli parve tempo uscì di fatto per recarsi al palazzo Chigi in Piazza Farnese.... per vedere, dopo tanto tempo, la Bentivoglio e parlarle!

