Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana
Part 37
La Ginevra maravigliava le fosse fatta una simile preghiera, e guardando ora l'uno ora l'altro dei due fratelli, senza rispondere, parea volesse leggere nei loro volti se veramente avean parlato da senno.
Ma i due figli del Baglione indispettiti del silenzio di lei, e riassumendo la nativa asprezza....
--Nessun'altra donna, uscirono a dire, che si avesse a trovare ne' panni vostri, mai non vorrebbe rifiutarsi a far questo; però ci è di grandissima maraviglia codesto vostro tacere.
Ma la Ginevra pensava intanto a ciò che le convenisse fare in quella circostanza. Da cinque anni se ne viveva, quasi prigioniera, in Perugia, o al castello del Trasimeno, senza vedere altre facce che quelle truci ond'era composta la famiglia del Baglione. Mille volte ella s'era augurato di potere uscire almeno a respirare altr'aria, a vivere in mezzo ad altri costumi, perchè troppa era l'oppressione che le derivava da quei soliti obbietti. Ed ora per una combinazione che mai ella avrebbe saputo immaginare, se ne vedeva aperta la via. Ed era la città di Roma dov'ella dovea andare.
Noi non sapremmo assicurare se la circostanza che il Palavicino dimorava in quella città abbia principalmente influito a farle prendere una determinazione; è probabile però v'abbia avuto la sua parte; fatto sta che dopo un lungo silenzio:
--Io ci andrò, disse alzando gli occhi in faccia ai due figli del Baglione. Io andrò a Roma; mi presenterò al papa; farò quanto volete voi.
I due fratelli, che non si aspettavano una simile risposta, e già quasi erano volti al male, rimasero altamente edificati a quelle parole risolutive della giovine lor madre; onde cambiando improvvisamente aspetto e modi:
--Noi eravam sicuri che mai non vi sareste rifiutata a ciò; ora, giacchè vi siete risoluta, converrà bene vi partiate oggi stesso, perchè se si arriva tardi, ogni opera se ne andrebbe perduta.
--Ed io partirò in questo giorno medesimo, anche in quest'ora, se lo volete, purchè provvediate a metter tosto in ordine ogni cosa per la mia partenza.
I due Baglioni soddisfatti, più che non avrebbero sperato, della loro giovane madre, attesero in quel giorno a disporre ogni cosa perch'ella potesse mettersi tosto in viaggio. Mandarono innanzi più corrieri a cercar cavalli onde non s'avesse a perder tempo lungo il viaggio, le allestirono un numeroso traino acciò che, entrando in Roma, potesse subitamente destar romore per tutta la città, la qual cosa ad essi parve dovesse avere il suo vantaggio. E come tutto fu in punto, entrarono dalla giovane signora ad avvisarla che non si attendeva che lei.
La Ginevra non avea mai provato tanta agitazione come in quel momento. Movevasi di là per far cosa di cui non poteva presagir l'esito; mettevasi in cammino alla volta di una città dov'era colui che da cinque anni non vedeva, e col quale però ella non era sicura d'avere ad incontrarsi, non sapendo come si sarebbero ordinate le cose. In una città dove trovavasi il Morone, che sempre l'avea protetta, e l'Elia Corvino a cui doveva tanto. Era dunque quello un momento assai risolutivo della sua vita, trattandosi che fra pochi giorni poteva cangiarsi la sua condizione al tutto; tuttavia quanto le si parava dinanzi era pieno di dubbj, di viluppi, d'incertezze, di pericoli. Ella sperava così e temeva ad un tempo; ora lasciavasi andare agli estremi della fiducia, ora si fermava atterrita e perplessa. Nella sua virtù pensando poi esser debito suo presentarsi a Leone e supplicarlo per ciò stesso da cui il suo cuore irresistibilmente abborriva, ne provava un tormentoso contrasto che la rendeva insofferente e inquietissima; pure un pensiero assiduo e sereno veniva sempre a galla degli altri, e li escludeva spesso. In questa condizione d'animo, uscì dalle sue stanze, uscì da palazzo dove avea passato tanti anni infelici, salì in lettiga, e ricevute le ultime preghiere dei due figli del Baglione, si pose finalmente in viaggio accompagnata da un numeroso equipaggio.
I corrieri stati spediti innanzi a cercar cavalli perchè non si perdesse tempo nel viaggio, avevano in un momento divulgata la notizia di quell'andata della moglie del vecchio signore di Perugia a Roma per impetrare la grazia del pontefice, per cui essendo ella nota alla maggior parte, e come figlia dello scaduto signore di Bologna, e per la fama che, nella circostanza del suo matrimonio col Baglione, aveva dovunque recate le lodi della bellezza, della sua giovinezza insieme al compianto delle sue molte sventure e del duro modo con cui era stata sagrificata dal padre, gli abitanti de' luoghi per dove ella passava traevano in folla a vederla. Il fatto medesimo della cattura del signore di Perugia, fatto che aveva sbalordita mezza Italia, ajutava ad accrescere nella folla il desiderio di considerare da vicino la moglie di lui, e tanto più in quanto, correndo la voce che per tanti anni ella stessa era stata la vittima di quell'atroce uomo, non sapevasi abbastanza ammirare la di lei generosità, per la quale s'affrettava presso il pontefice al fine di implorare la salvezza di colui appunto che era stato la cagione de' suoi continui patimenti.
Ma i corrieri precedendola di molte miglia entrarono in Roma un giorno prima di lei, al fine di prepararle un conveniente alloggio. Affluendo colà, di que' tempi, altissimi personaggi d'ogni paese, alcuni ricchi cittadini avean destinato espressamente de' sontuosi palazzi, all'uso di alberghi. Agostino Chigi era il proprietario d'uno di questi, il quale essendo il più magnifico e il più riccamente addobbato degli altri, i personaggi più distinti vi si recavano di preferenza, e questo appunto fu prescelto per dare alloggio alla signora di Perugia.
Fin dal dì prima, da taluni mercadanti che viaggiavan per Romagna, era stata recata la notizia che la moglie del Baglione era in viaggio per Roma, alla quale chi aveva prestato fede, chi no. Ma appena giunsero i corrieri, e furon visti fermarsi all'albergo in Piazza Farnese, e si sparse la nuova che il dì dopo sarebbe venuta la signora di Perugia, fu un mormorio di tutta la città. Già tutta l'attenzione de' Romani era vôlta allora al fine che avrebbe avuto il processo del Baglione. Nelle case, per le strade, ai passeggi, nelle botteghe, ai giuochi, non si parlava che di quell'avvenimento straordinario. Ora si può argomentare quale effetto facesse anche in Roma come altrove la notizia dell'arrivo della sua moglie.
Il giorno dopo, come suole avvenire in simili circostanze, verso l'ora in cui credevasi da tutti ch'ella dovesse arrivare, si cominciò a vedere la Piazza Farnese affollarsi di sfaccendati, i quali volevano esser i primi a veder discendere dalla lettiga la giovane signora, della quale avevano sentito a dir tante cose.
--Vorrei sapere, diceva uno, a che fine ella se ne venga in questa città.
--Io sospetto l'abbia fatta chiamare papa Leone per sentire anche lei. Delle molte atrocità ond'è colpevole il Baglione, credo che costei non sia stata l'ultima vittima, onde sarà venuta qui espressamente per far testimonianza a danno di lui.
--Io credo vi prendiate abbaglio, ed ho sentito dire invece ch'ella si affretti per genuflettersi al santo padre, e per impetrare la sua clemenza a pro del marito.
--Chi ve l'ha raccontata non dee di certo aver la testa sulle spalle. Da quando in qua s'è egli mai sentito dire che il paziente abbia supplicato pel boja?
--Da questo istante.
--Io non ci credo nulla però, e la vedremo.
--Ma se egli è vero ch'ella se ne viene per salvare il marito, credi tu che il santo padre si lascerà poi smuovere dalle preghiere di lei?
--Io starei pel no: tuttavia chi può mai coglier giusto in tali cose?
--Costui dice benissimo: in queste cose non si può mai essere indovini; del resto, quando avrò parlato a un certo tale, vi saprò dir io cosa ne sarà per succedere.
--Ma in che ora precisamente sarà per arrivare?
--Il fante dell'albergo dice che si sta appunto aspettandola da un momento all'altro.
--Sentite, rechiamoci un tratto fuor di porta Belisario, così movendole incontro non avremo a durare la noia dell'aspettare.
--Se ti par meglio, tu puoi andare; ma io non mi scosto di qui, chè vo' vederla dappresso quand'uscirà di lettiga.
Dietro il parere di questi due, chi stette fermo presso la porta dell'albergo, chi si mosse verso porta Belisario. Ma questi ultimi non ebbero a veder nulla, perchè i cavalcatori sospettando che a quella porta vi sarebbe stata una gran moltitudine, entrarono in città per un'altra, e attraversandola di corsa, furon presto in Piazza Farnese. Alle prime voci che annunziavano l'arrivo del numeroso traino della signora di Perugia, nella folla successe un gran commovimento. Molti s'addensarono allo sbocco della contrada che metteva sulla piazza, e per dove la signora aveva a passare; molti l'aspettarono di piè fermo innanzi alla porta del palazzo Chigi.
--È qui, ci giunge adesso, due, tre, quattro, sei lettighe.
--È un seguito numeroso.
--Or sta a vedere dove sarà la signora?
--Attenti, guarda, non è lei; queste son donne di servizio.
--Ma di ragione ella si troverà con taluna di costoro.
--Eccola... l'hai veduta?
--È poi dessa veramente?
--È seduta a dritta; è quella che parla, osserva.
--L'ho veduta adesso.
--È bella; or vo' vederla a discendere.
--Non l'avrei creduta così giovane.
--Presto, andiamo.
E in coda al seguito la folla che s'era divisa, tornando a congiungersi, si sforzò di ridursi presso alla porta del palazzo. Quando poi le lettighe si fermarono, il pigiamento della moltitudine fu straordinario, chi sforzavasi a soverchiar l'altro, chi si alzava sulla punta dei piedi, chi cercava di sporger la testa fra quelle che si addensavano innanzi.
Fu un momento di aspettazione; infine la svelta figura della Ginevra, avvolta in una stretta tunica di velluto nero, fu veduta discender lesta dalla lettiga e scomparir subito sotto il portone del palazzo. La curiosità generale fu delusa nel punto stesso di essere appagata, e la moltitudine cominciò a diradarsi; chi diceva una cosa, chi un'altra.
--Per quel ch'io vidi, avrei anche potuto starmene a bottega.
--Tuo danno, se ti sei ostinato a non voler starmi presso, lo invece mi trovai a due passi da lei quando discese... ed ebbi agio così di guardarla come adesso guardo te.
--E ti parve?
--Le voci stavolta non han propalato il falso; è molto giovane, è molto bella, ma bella davvero. Conosci tu la figlia del Savelli? Bene, questa le somiglia assai, se non che è più donna.
--Ma come va ch'ell'abbia sposato un uomo così vecchio e così laido?
--Non fu lei, caro mio; suo padre era in male acque assai quando l'offerse al Baglione, e sperava grandissime cose. Ora vedi che bel guadagno ha fatto.
Con questi ed altri tali parlari ciascheduno si ritraeva, di modo che la piazza in poco di tempo rimase vuota. A sera però e a notte si videro fermarsi molti gruppi di persone per gettar qualche occhiata alle finestre illuminate dell'appartamento dove la Ginevra alloggiava.
Appena arrivata, ella avea tosto mandato un suo uomo alla Corte pontificia per sapere quando avrebbe potuto avere un'udienza dal santo padre, e in pari tempo perchè cercasse di sapere in qual condizione si trovasse allora Giampaolo.
L'uomo s'era fatto presentare al cardinal Bembo, il quale, dopo aver fatte molte interrogazioni, gli disse tornasse la sera stessa che avrebbe lasciata una risposta. Ma nello stesso tempo non mancò di fargli intendere, che l'illustrissima Bentivoglio avrebbe supplicato indarno, perchè il processo era finito e il Baglione era stato condannato.
--Tuttavia dite all'illustrissima signora vostra, soggiunse per ultimo il Bembo, che se non ha a sperar nulla per suo marito, speri per sè medesima e nella bontà del santissimo padre.
L'uomo riferì queste parole alla Ginevra, la quale non seppe come aveva ad intenderle; tornò la notte a palazzo, e ne riportò che l'illustrissima Bentivoglio si recasse il dì dopo ad ora di terza alla Corte del santo padre, chè questo le accordava la desiderata udienza.
Il processo del Baglione era dunque finito, ed esso era stato condannato a morte.... La Ginevra pensò tutta la notte a questo avvenimento, ed era tanta la bontà sua, che provava quasi un rimorso nel non sentire un sincero dolore per tale notizia. Ed ogniqualvolta un altro pensiero, un pensiero di tutta speranza irresistibilmente le si affacciava, ogniqualvolta guardando per la finestra, e vedendo il chiaro di luna battere sui palazzi sontuosi che decoravano quella piazza, pensava ch'essa era in Roma.... in Roma dove tante volte nel massimo trasporto della passione, era corsa colla mente in cerca di colui che il Corvino gli aveva nominato... tentava ogni sforzo per respingere quelle idee e per comporsi alla pietà di cui, nell'estrema sventura, le parea fatto degno il Baglione. Ma ciò le riusciva affatto impossibile, ed insensibilmente era trascinata dai moti del cuore... e quando in sulle prime ore della notte, salivano fino alla sua camera i rumori dei passi, delle voci di quanti attraversavano la piazza, considerando che tra coloro vi poteva essere l'amico della sua giovinezza... l'esaltazione di spiriti che ne provava era di tal natura, ch'ella più non bastava a dominarsi, e recavasi alla finestra a gettare uno sguardo sulla piazza.... e il cuore gli voleva scoppiare di sotto al drappo di velluto.
Tali pensieri stava facendo la Ginevra nel punto stesso che altri pensavano a lei ed alla circostanza straordinaria ed inaspettata per la quale si tosto ella era venuta in Roma.
Cominciamo da Gerolamo Morone. Quando le prime voci annunziarono l'arrivo della moglie del signore di Perugia, egli non ci prestò nessuna fede sapendo che Leone non l'aveva ancor mandata a chiamare, e non potendo congetturare nessuna causa per la quale spontaneamente ella poteva esser partita di Perugia; perciò non è a dire quale stupore fosse il suo quando la sera prima, recandosi nelle solite sale di Agostino Chigi, seppe da lui come la signora di Perugia il dì dopo sarebbe venuta ad alloggiare nell'albergo in Piazza Farnese.
Quel concorso strano di più avvenimenti, che a vicenda venivano ad urtarsi nel medesimo tempo, gli diede molto a pensare. Per quanto fosse uomo superiore, pure la morte della madre del Palavicino avvenuta quand'esso stava per maritarsi alla duchessa Elena, poi la cattura di Giampaolo Baglione successa nell'intervallo della di lui assenza da Roma, la quale avrebbe in poco di tempo fatta libera la Ginevra, ed ora l'arrivo di costei in Roma pochi giorni dopo la venuta di Manfredo stesso, salvo per miracolo, arrivo che pareva affrettato espressamente per mandare a vuoto il matrimonio di lui colla duchessa, gli parvero cose disposte troppo fatalmente perch'egli ci si volesse opporre. E a tutta prima sotto l'influenza di quel dubbio passaggiero venne quasi nella determinazione di lasciar correre le cose come voleva la fortuna, la quale sino a quel punto era stata molto più forte di lui, e della quale, per dir vero, in ciò che toccava il Palavicino, non era a lamentarsi punto. Venne quasi nella determinazione di togliersi affatto da quell'intreccio di cose, di lasciar Roma per qualche tempo, e di recarsi a Reggio a trovare i suoi concittadini. Furono però dubbi, pensieri e determinazioni di breve durata; e infine pensò che se più d'una volta la fortuna avea inestricato i fatti in modo da far credere non li potesse rompere più nessuno; più d'una volta, colla prudenza e coll'astuzia, era stata vinta essa pure. Il matrimonio poi del Palavicino colla signora di Rimini era per lui di una importanza troppo forte, troppo immediata per le cose d'Italia, perchè potesse persuadersi a lasciare anche quello in balia della sorte. Si studiò allora di credere che nel concorso dei fatti maturatisi in quegli ultimi giorni non ci fosse nulla di straordinario. Pensò finalmente che della Ginevra, alla quale il pontefice era venuto nella determinazione di fissare una ricchissima pensione, poteasi pure cavare un gran partito... Così a poco a poco tranquillatosi del tutto, cominciò a meditare le cose che gli rimanevano a fare, e quali prima e quali dopo. E fra le prime, stabilì di recarsi a fare un lungo discorso al Bembo ed a Leone appena la Bentivoglio fosse venuta a Roma e, contro la prima intenzione del pontefice medesimo, condurre le cose in modo che quella avesse tostamente ad uscire di Roma, per ridursi a vivere a Trento, dove da cinque anni aveva fermato la sua stanza il duca Francesco Sforza. In questo ravvicinamento il Morone riponeva molte delle sue speranze. Fatte così le prime linee di tal disegno con quella prontezza di concepimento che gli era tanto propria, stette aspettando che alla solita conversazione del Chigi venissero la duchessa e il Palavicino; ma per quella sera, con sua grande maraviglia non disgiunta da taluni timori, non vennero nè l'uno nè l'altra, onde il giorno successivo, che fu quello appunto dell'arrivo della Ginevra, si recò al palazzo di Elena per vedere se mai vi fosse qualche novità, ma non v'era propriamente nulla. Soltanto la duchessa mentre aspettava il Palavicino, essendo presso l'ora di pranzo, uscì in queste parole col Morone:
--Io non so cosa pensare, amico mio, ma da che Manfredo è ritornato a Roma non mi par più quel di prima. A miei dì mai non lo vidi in tanto pensiero e così triste, nemmen quando, in gran travaglio di corpo e di fortuna, alloggiò per la prima volta nel mio castello a Rimini.
--È una cosa presto pensata e della quale non è a fare nessuna maraviglia, che anzi ve ne sarebbe a fare se fosse diversamente. La morte di sua madre non gli può uscire dal pensiero un momento ed era da aspettarsi, perchè non credo che nessun figlio abbia mai sentito per sua madre così profonda tenerezza, come il nostro Manfredo.
--Anche a me venne un tal pensiero per la mente, pure mi sembra ci sia qualche cosa che non sia affatto affatto la dolorosa memoria di sua madre,
--Ed io sono certissimo che non c'è altro, duchessa, come son certo che dopo qualche mese di tempo anche il suo dolore darà luogo ed egli ritornerà quel di prima.
--Faccia Iddio che ciò sia per essere, e non ne parliamo più.
Qualche momento dopo codesto breve discorso, quando già i commensali s'erano raccolti nella sala delle mense, venne il Palavicino.
Alle prime domande rivoltegli dalla duchessa egli rispose con molta alacrità, e durante il pranzo, e in tutta la sera parve ad Elena e a tutti di lietissimo umore, non al Morone però il quale s'accorse benissimo quanto v'era di ostentato e di artificiale in quella allegria sotto a cui, di tratto in tratto, trapelava una cupa preoccupazione. Che al Palavicino fosse noto l'arrivo della Ginevra in Roma, non era a farne il minimo dubbio. Ora cosa voleva significare quello sforzo insistente e faticoso onde procurava coprirsi in faccia agli altri? Voleva significar tanto che il Morone ne fu assai sconcertato. Del resto, quando in sullo sparecchiarsi delle mense ad uno dei commensali venne la tentazione di entrare a discorrere del Baglione, il Palavicino con un impeto ed un'asprezza che contrastavano troppo alla gentilezza de' suoi modi, gli tagliò la parola in bocca, mettendo in mezzo che non era conveniente il parlare di un così tristo fatto in mezzo alla comune giocondità; e quando, a notte già innoltrata, la duchessa accennò di muoversi per recarsi al palazzo Chigi, secondo il consueto, egli, dicendo che sarebbe rimasto, costrinse anch'essa a rimanere.
Ciò per altro non dispiacque al Morone, il quale naturalmente aveva a temere che nella numerosa conversazione del Chigi entrandosi a parlare, com'era inevitabile, e del Baglione e della venuta della Ginevra moglie di lui, alla duchessa Elena potesse mai balenare il sospetto di ciò che, con ogni premura, le si doveva tener nascosto. Così, a mettere un freno a tutti i discorsi del Palavicino e a mantener sempre vivo il discorso del matrimonio, per l'adempimento del quale egli aveva sollecitato l'ultima pubblicazione, si trattenne egli pure presso la duchessa fino al punto da partirne insieme al Palavicino. Ma in questa notte, lungo il cammino, tra i due compatriotti non corse alcuna parola, e fu una dissimulazione perfetta tanto per l'una che per l'altra parte. Soltanto il loro silenzio si ruppe quando si salutarono per lasciarsi.
CAPITOLO XXVII
La mattina del giorno dopo, verso le sedici ore, il Morone, uscito dalla sua casa, passo passo e in gran pensiero, se ne andò alla Corte pontificia. Passato il primo cortile di palazzo, gremito come di solito di guardie svizzere, attraversati gli atrj pe' quali era una folla corrente e ricorrente di preti e di prelati, salì la grande scala, mise il piede ne' corritoj dei piano superiore, non mai solitarj in nessuna ora del giorno e nemmeno nel più profondo della notte, ed entrò finalmente nell'anticamera della sala d'udienza del papa. Qui trovavasi il cardinal Bibiena, l'autore della Calandra, diversi altri cardinali o i preti camerari che in quel giorno erano di servizio e che attendevano a diverse faccende, Il Bibiena se ne stava discorrendo di letteratura con un poeta venuto per presentare non so qual manoscritto a Leone. Due cardinali stavano attenti ad esaminare alcuni grandi fogli che uno scolaro del Bramante lor veniva mostrando, ed erano diversi progetti architettonici d'un tempio. Presso ad un grande e ricchissimo vestibolo che si mostrava di faccia a chi entrava nell'anticamera, stava ritto il camarlingo, il cui ufficio era di aprire l'usciale a chi voleva presentarsi al papa. Quando il Morone entrò, chiese al cardinal Bibiena, dal quale gli fu stretta la mano, se si poteva entrare dal santo padre....
--Da qui un momento lo potrete benissimo: per ora no, che è entrata da lui adesso la moglie di Giampaolo, la quale è giunta a Roma da jeri come sapete.
Al Morone rincrebbe d'essere stato preceduto, e stette qualche momento sopra pensiero, poi disse al Bibiena:
--Ma che cosa è venuta a far qui costei?
--È presto pensato: per impetrare la grazia a favore del marito.
--Se è presto pensato, non sarà presto creduto, illustrissimo, giacchè se il santo padre aveva interesse per dieci alla morte del Baglione, costei ne deve aver avuto per cento, a dir poco.
--Credo bene che ciò sia; ma intanto ella è qui per il fine che v'ho detto.
Uno squillo di campanello venuto dal gabinetto del pontefice troncò questo dialogo e gli altri che si facevano da tante persone. I camerari di servigio entrarono allora nel gabinetto in fretta. Quando l'usciale fu aperto, facendosi un gran silenzio nell'anticamera, s'udì il suono della voce della Ginevra Bentivoglio, e alcune parole del santo padre. Per udirle meglio facciamo d'entrarvi anche noi.
Seduto accanto ad una tavola, nell'attitudine precisa in cui lo vediamo ritratto nella tela di Rafaello, papa Leone, appena vide spuntare dal vestibolo i due camerari, lor si volse dicendo:
Trasmetterete tosto quest'ordine al cardinale tesoriere.
Nel pronunciare le quali parole, sporse un foglio ad uno di loro due, che al suo cenno uscirono colla prestezza onde v'entrarono.
Il papa, rimasto così ancor solo colla Ginevra: