Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana

Part 36

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Nel giorno successivo, il magnifico signore di Perugia, accompagnato da un seguito non molto numeroso, dai due messi del papa, e dall'Elia Corvino, si mise in viaggio per Roma dove arrivò in sul finire di dicembre, in que' giorni medesimi che il Palavicino viaggiava per recarsi a Milano e per cadere nelle insidie del Lautrec. Combinazione singolare di avvenimenti, pe' quali pareva che una mano invisibile disponesse quelle lontane fila a farle poi convergere ad un punto!

Essendo stati spediti innanzi corrieri ad annunziare la venuta del Baglione, il papa pensò bene di trovarsi in castel Sant' Angelo intorno all'ora che colui sarebbe entrato in Roma.

Di fatto, quando v'entrò col seguito, essendosi diretto al Palazzo Vaticano, di là fu tosto dal capitano Annibale Rangone, condotto al castello, dove gli fu detto trovarsi il pontefice. Vi si trasferì tosto insieme al Corvino (il quale benissimo aveva compreso perchè Leone aveva pensato di ricevere in castello l'ospite da tanto tempo aspettato) e cercato del papa, ebbe da lui poche parole e tosto fu lasciato solo... solo per pochi momenti, perchè il castellano con una mano di soldati pontificii vennero a levarlo per condurlo nelle secrete.

Racconteremo a suo luogo quel che avvenne in quest'occasione; diremo intanto che il processo contro il signore di Perugia durava già da qualche tempo quando Manfredo Palavicino, staccatosi, al paesello di Diedo, da' suoi compatriotti e dal Mandello, s'era messo in viaggio.

La notizia dell'andata del Baglione a Roma e della sua cattura, e del processo, presto, come dovea succedere, si divulgò e per la prima volta giunse all'orecchio di Manfredo quando questi ebbe a passare per Faenza. Vi si diceva esser stata delegata una Commissione espressa per giudicarlo, aver quel tiranno confessato così orribili delitti da non parer vero che una creatura umana avesse potuto arrivare a tanta enormezza, che per conseguenza altro non era ad attendersi fuorchè la sua condanna. Vi si parlava inoltre della giovine moglie di lui, intorno alla quale la voce pubblica propalava fatti che mai non erano avvenuti, ma che si accordavano molto bene colle atroci storie delle altre mogli del tiranno di Perugia. Il Palavicino udiva ogni cosa, udiva, e tanto era forte il suo stupore, che quasi non volea prestar fede a tutte quelle voci; ma più s'innoltrava nel suo viaggio, più quelle voci crescevano, e passando presso Perugia potè assicurarsi di tutto.

Or come un avvenimento così inaspettato non lo doveva condurre a pensare alla Ginevra Bentivoglio, i di cui destini già egli avea creduti indissolubilmente legati ai propri? Il tempo e alcuni fatti pur troppo contrari avevano bensì potuto distruggere affatto quell'ingenua fiducia. Ma adesso come non dovea risorgere per una combinazione di cose tanto straordinaria!!

E il Palavicino difatto ne fu sbalordito; insieme all'antica fiducia risorse anche l'amore antico, e quando fu in veduta della città di Perugia, e si richiamò le sensazioni che un mese prima viaggiando di fretta a Milano avea provato, ripensando anche allora alla Ginevra, provò una forte tentazione di cogliere quell'occasione che il Baglione era in Roma, per mettere il piede in Perugia, per recarsi nel palazzo della signoria ed entrare nelle stanze della Ginevra, e vederla e parlarle... dopo tanti anni, dopo tanti patimenti... dopo l'assoluta disperazione d'averla ad abbracciare mai più. E già spingendo il cavallo alla volta di quella città, e considerando che tra poco la Ginevra sarebbe stata libera di sè, provò una gioia insolita... provò... ma come poteva essere intera?... come poteva durare più che un istante?... E così fu di fatto... e a quella gioia s'attraversarono sgarbatamente tutti gli altri suoi pensieri.... considerò da chi era aspettato in Roma... considerò con quante, con quali promesse s'era avvinto alla duchessa Elena!... Pensò non essergli oramai più possibile di dare un passo addietro, senza incontrare guai terribili per parte di lei, per parte del Morone che voleva quel matrimonio, e lo voleva per uno scopo così importante, per l'unico scopo anzi, al quale Manfredo ben si ricordava d'aver giurato in un terribile momento della sua vita, di voler sempre posporre ogni privato affetto!...

La faccia che ridente di tante speranze, egli teneva alta guardando le mura di quella città, l'abbassò allora istantaneamente insieme ad un piegar lento del collo e del busto, come se un peso insopportabile gli fosse stato messo in sul dosso... E il cavallo che a corsa sospingeva verso Perugia, con un tratto di freni repentino fece ripiegar sulle anche e dare di volta.... confuso, abbattuto sconsolato, si rimise sulla gran via che conduceva a Roma...

Vi giunse alcuni giorni dopo, e pensando esser debito suo, prima di scavalcare alla propria casa, di recarsi tosto al palazzo Aurelio, al palazzo della duchessa Elena, lo fece di fatto.

Era verso sera; il Palavicino soprapreso da quella specie d'agitazione che di solito veste chi sa d'avere fra poco ad esser causa di un forte commovimento, attraversò le vie di Roma che conducevano al palazzo Aurelio. Quando, svoltando il canto, vi gettò uno sguardo, sentì un brivido per tutta la persona, tanti e così diversi affetti gli tumultuavano nell'animo; attraversò così la piazza... entrò col cavallo, passò sotto l'androne della porta che rintronò allo scalpito, d'un salto discese lasciando le briglie del cavallo all'uomo che aveva seco, e di volo salì i gradini dello scalone. Era l'ora di pranzo, v'era molta gente dalla duchessa; come voleva la consuetudine; nelle anticamere era un ire e redire continuo di servi, di fanti, di camerieri e di donne. Ma quando il Palavicino entrò e fu riconosciuto, un grido sorse fra quella gente di servizio, e tosto fu un uscire di tutti per correre a darne avviso alla duchessa, di modo che Manfredo non potè nemmeno, come ne aveva il desiderio, raccomandar loro di parlare in segreto alla duchessa, senza che gli altri se ne avvedessero per non far troppo tumulto.

Ma subito un tumulto di voci, di passi, un rumore insolito lo avvisò che quanti erano nel palazzo s'affrettavano allora per venire in quell'anticamera, dov'egli stava di piè fermo.

La prima che, spalancando l'usciale, a corsa, in disordine, anfanata, gli venne incontro, gli si gettò fra le braccia, lo baciò, lo strinse a sè con una forza convulsa e prepotente, con un trasporto, con certe parole che più presto parevan gemiti, i gemiti della gioia, fu la duchessa Elena.

Le veniva presso il Morone, il quale da qualche tempo era sempre con lei, e che non potè abbracciare il Palavicino, impedito dalla signora che non l'abbandonò per un pezzo. Tutti gli altri commensali, i servi medesimi gli si affollarono, gli si chiusero intorno gridando, applaudendo delle mani, tanto il contento della duchessa era contento per tutti!! Fu uno spettacolo strano e commovente, e il Palavicino, vedendo di quanta forza era amato da quella donna, di cui osservando i trasporti, osservava anche la bellezza abbagliante, più abbagliante in quel disordine stesso, fu tolto un momento dai pensieri che lo avevano accompagnato in tutto il viaggio, e non potendo resistere al sentimento di una viva gratitudine, corrispose alle proteste d'amore con altrettante.

Oh fruisci di quest'ora, di quest'ora fuggente, donna infelice... che pur troppo quelle che verranno dopo, non avranno più nessun gaudio per te. Oh ti distempra nel soave ed innocente affetto di quest'ora, ch'è il tuo primo ed ultimo innocente affetto... gravissimi eventi stanno accumulandosi sulla tua giovane vita, che delle tue colpe passate non ti sarà concesso di scansare la pena!!

CAPITOLO XXVI.

Il Morone osservando quelle dimostrazioni d'affetto, tanto per parte della duchessa che di Manfredo, non ebbe più nessun timore e pensò di sollecitare il loro matrimonio. Ho detto non ebbe più nessun timore, perchè dal momento in cui Giampaolo Baglione venne a Roma e fu chiuso in castel Sant'Angelo per passare, come sapevasi da tutti, dalla prigione ai patibolo, tosto gli era venuto il sospetto che Manfredo, smarrito il primo entusiasmo d'amore per la duchessa, fosse per scansarsi di congiungersi in matrimonio con lei, appena sapesse che la Ginevra Bentivoglio era per rimaner libera di sè. La sera stessa del suo arrivo gli parlò dunque della necessità di far subito le nozze. Ma allora il Palavicino gli uscì a dire, che essendo troppo recente la morte della propria madre, gli pareva conveniente d'averle a protrarre per qualche tempo.

Queste parole fecero grandemente maravigliare il Morone, il quale tornò tosto ai primi sospetti; però, ad assicurarsi di tutto, entrò a parlare col Palavicino di Giampaolo Baglione. Intrattenutosi a lungo, e saputo dalla sua stessa bocca quali voci correvano, ne' vari paesi per dove era esso passato, sul conto del signore di Perugia, senza farne le viste pesando ogni parola di Manfredo e notando ogni moto del suo viso, potè accorgersi con quale ansietà egli attendesse la morte del vecchio tiranno. All'acutezza del Morone non poteva isfuggire nessun movimento dell'animo altrui; però come vide che i timori non erano stati indarno, e troppo presto si erano avverati, pensò al pericolo di qualche vicino intrigo e d'altri guai terribili. E tanto più si confermava in questo pensiero in quanto la mattina del giorno innanzi, essendosi recato al Vaticano, aveva saputo che la Commissione nominata a giudicare il Baglione, compiuto il processo, in conseguenza delle atroci confessioni del vecchio tiranno, aveva pronunciata la sentenza di morte, la quale tra poco sarebbesi eseguita. Aveva saputo inoltre, che Leone era venuto nella determinazione di fissare alla vedova del Baglione un'annua pensione, e d'invitarla a fermare la sua dimora in Roma, appena il dominio della città di Perugia fosse entrato a far parte del patrimonio di S. Pietro.

Era questa una combinazione e un intreccio di cose che il Morone non aveva potuto prevedere. Egli medesimo aveva tentato ogni mezzo presso la Corte, affinchè il Baglione fosse spodestato e la Ginevra Bentivoglio rimanesse libera; ma l'aveva tentato in tempo in cui pensava a trarre alcun partito della di lei libertà; e quando i nuovi amori del Palavicino colla duchessa Elena gli fecero fare un altro disegno che gli parve assai migliore, non era stato più in tempo a far desistere l'Elia Corvino dal primo. A Leone era questo troppo piaciuto perchè si potesse provargli ch'era pessimo quanto una volta gli era stato proposto per ottimo. D'altra parte la caduta del Baglione era un fatto di troppo grave, di troppo utile importanza perchè il Morone volesse poi impedirla per nessuna cosa del mondo! Tutti i guai erano dunque scaturiti dalla morte della madre di Manfredo, per la quale si dovettero interrompere le nozze di lui colla duchessa. Che rimaneva or dunque a fare? Quando a notte avanzata tutte le persone eransi partite dal palazzo Aurelio, ed egli si trovò solo colla duchessa e col Palavicino:

--Ora dunque, prese a dire, come se da Manfredo non avesse inteso parola, è venuto il tempo di far questo matrimonio; tutta Roma se ne sta in grande aspettazione, onde potrebbe esser causa di qualche diceria l'averlo a tirar troppo per le lunghe. In quanto poi alla morte recente della madre del nostro Manfredo, per la quale parrebbe si dovesse portarle ad altro tempo, considero che nelle attuali circostanze non conviene tenerne conto, e che infine un matrimonio, e un tal matrimonio, è cosa troppo solenne perchè possa offendere menomamente la gravita del lutto. Che ne pensate, duchessa?

--Quel che ne pensate voi.

--Non ci bisogna dunque altro, rispose allora il Morone, e sono sicuro essere Manfredo del medesimo nostro avviso.

Il Palavicino tacque... la duchessa non ci badò. Il Morone lo guardò di sott'occhio. Del resto egli aveva parlato ed erasi comportato in quel modo per non dare più campo al Palavicino di potersi ritrarre, obbligandolo in faccia alla duchessa medesima.

--Dunque, se credete, continuava il Morone, domani stesso vado a darne avviso ai camerari apostolici, perchè dai pergami di San Pietro tornino a promulgare i vostri sponsali, giacchè quanto si è fatto due mesi or fanno, non ha più nessun valore adesso.

Rimasti in questa, il Palavicino e il Morone si partirono insieme dal palazzo Aurelio. Ne' discorsi ch'essi tennero facendo la via, il Morone si comportò sempre di maniera, come se fosse intimamente persuaso non desiderasse Manfredo altra cosa fuorchè di maritarsi alla duchessa.

--Sposata che tu l'abbia, diceva, tu senza perder tempo vai a Rimini con lei. Colà bisognerà bene che provveda con tutto il tuo senno a mettere in ordine le cose di quella città, e sovratutto ad ordinare gli uomini d'arme e ad accrescerne il numero. Della qual cosa è grandissimo il bisogno. Ora le mie speranze, caro Manfredo, sono presso a mutarsi in sicurezza, che per la pura verità tutto quanto è avvenuto, e ciò stesso che ne pareva inciampo, pericolo e sventura, fu ordinato in modo che par proprio ci abbian voluto i cieli mettere la loro mano! Persino quella tua imprudente andata a Milano ti ha condotto ad ottimi risultati, e non ti saprò mai lodare abbastanza del modo onde hai saputo inviare a Reggio quel centinaio di Milanesi. Fu un colpo assai maestro, caro Manfredo, ch'io t'invidio, e pel quale ora mi convinco che tu sei atto a qualunque difficile impresa; ma il tuo matrimonio colla duchessa è quello che le deve coronar tutte. Senza di queste saremmo ancora in principio, perchè a dirti la verità, e il Guicciardini e il Bembo e l'ambasciatore di Carlo e Leone stesso erano fermi di affidare l'impresa ch'io voglio mettere nelle tue mani, ad uno, come ti dicevo già, il quale avesse Stato in Italia! Così invece tutti i desideri sono appagati. Del resto tu devi ringraziare i tuoi destini che ti han voluto giovare in un modo veramente straordinario. E se altri desiderasse ciò che tu hai ottenuto, gli si potrebbe dar taccia di pazzia. Ringraziane dunque Iddio e attendi a cavarne tutto il profitto possibile.

Dicendo quest'ultime parole, aveva accompagnato il suo giovane concittadino fino alla porta del di lui alloggio, dove, datagli la buona notte, lo lasciò.

Quando il Palavicino si fu raccolto nelle proprie stanze, riandando le parole del Morone ed ogni suo atto, e parendogli fosse nato in lui qualche sospetto, si pentì d'aver espresso il proprio desiderio, e tanto più in quanto temeva che il Morone, a lungo andare, avesse a togliergli ogni sua stima, vedendolo sempre a tentennare nei momenti più risolutivi della vita. Considerando inoltre che il voler rompere in quel punto le promesse fatte alla duchessa sarebbe stato uno scandalo da far parlare tutta Italia e i suoi compatriotti tanto più, a' quali doveva esser chiara l'importanza di quel matrimonio, venne nella risoluzione di non mettere innanzi più nessun pretesto, e di fare in tutto e per tutto la volontà del suo saggio concittadino. In quella sera poi la bellezza sempre abbagliante della signora di Rimini, e i suoi modi pieni di fascino avevano tanto quanto ravvivato il suo amore per lei, amore che, con uno sforzo dell'animo egli procurò d'accrescere, tentando dall'altra parte di escludere il pensiero della Ginevra, la cui immagine, dopo tanto tempo, aveva ricominciato a comparirgli innanzi con molta insistenza; ma nel punto stesso in cui si affannava ad escluderla, con maggiore apparenza di realtà, quella gli si fermava innanzi. Allora col pensiero correva al giorno in cui fosse giunto alla Bentivoglio la notizia della morte del vecchio marito; si figurava la viva gioja di lei all'udire che le si ridonava la libertà perduta, e il rinascere in lei dei primi pensieri i quali, dal punto ch'ella non aveva più marito, avrebbero a cessare d'essere colpevoli, e dopo que' pensieri, l'assidua sua aspettazione di vedersi comparire innanzi chi le dovea mantenere quelle promesse che da tanto tempo, e in circostanze tanto gravi erano state fatte. Ma a romperle quell'aspettazione ed a gettarla in una disperazione nuova, ecco giungerle la notizia del matrimonio della duchessa Elena, signora di Rimini, con chi?... A questa idea il Palavicino si alzava agitatissimo, e per quella donna infelice sentiva commozioni tali, che lo sforzavano alle lagrime.... Se non che a poco a poco, per mantenersi saldo, cercò di convincersi che la Ginevra oramai doveva essersi dimenticata di lui, e richiamandosi in mente il modo onde la Bentivoglio, nel castello d'Acquanera, s'era da lui disgiunta per ritornare con suo padre o col suo decrepito sposo, stimò esser pazzia il credere d'avere ancora tanta parte nelle affezioni di lei, e così con una soddisfazione particolarissima che non era contento, si staccò dalla Ginevra, e sperò se ne sarebbe, col tempo, dimenticato affatto. Non sapendo poi nulla delle intenzioni del pontefice riguardo alla vedova del Baglione, pensò che dopo la morte di lui, ella se ne sarebbe allontanata dalla Romagna, e forse dall'Italia, dove tante ingrate memorie le dovevano necessariamente rendere odioso il dimorarvi più a lungo. Nella persuasione adunque che non sarebbesi mai più incontrato con lei, e avrebbe il tempo generate le dimenticanze, si venne a poco a poco tranquillando.

Lasciamo adesso Manfredo nelle sue stanze, e rechiamoci a Perugia. La voce diffusasi per tutta Romagna sulla sorte di Giampaolo Baglione, prima che altrove, come naturalmente dovea succedere, era corsa nella città di quel terribile signore, dove i suoi figli medesimi avevan sollecitate le notizie. È impossibile dare un'idea della maraviglia onde furon tutti compresi quando si conobbe la gravissima avventura. In quanto ai cittadini di Perugia la maraviglia fu susseguita da una tumultuosa gioja, la quale non rimase senza i suoi effetti, ma i figli del Baglione ne furono spaventati. Conoscevano troppo bene qual uomo era il loro padre, la voce pubblica aveva loro più volte portato all'orecchio gli atroci delitti di lui, ed essi medesimi più volte ne erano stati spettatori; però quando seppero che una _Commissione_ apposita era stata delegata per giudicarlo, compresero che non v'era più speranza, e che le prime notizie sarebbero state susseguite da un'altra più grave, quella della morte del vecchio padre! In un frangente così terribile misero in campo migliaja di partiti per tentare, se mai fosse stato possibile, di placare l'ira del pontefice. Ma chi di loro avrebbe avuto il coraggio di recarsi a Roma?... eppoi, che ascendente essi potevano mai avere sul pontefice, essi, figliuoli di un così tristo padre, e tutt'altro che netti di colpa?... Nella loro disperazione pensarono dunque non vi poter essere che un mezzo, debolissimo a dir vero, ma tuttavia tentabile. La Ginevra Bentivoglio, la giovine loro matrigna, parve ad essi fosse l'unica persona la quale impunemente potesse presentarsi al papa per ottenere la grazia del marito. La giovinezza, la bellezza di lei, le sue virtù di cui sapevano benissimo come altamente parlava la fama per ogni dove, parve ad essi fossero pregi sufficienti perchè potesse meritarsi i riguardi di Leone. Ma l'ostacolo era s'ella avesse voluto assumersi un tale incarico, perchè nessuno di loro era così cieco da non comprendere di qual occhio ella avesse sempre guardato il marito, da non comprendere che la morte del vecchio doveva toglierla da un lungo affanno, e che però doveva essere da lei assai desiderata. Tuttavia, pensando che l'altezza d'animo e la bontà in quella giovane donna eran fuori dell'ordine comune, dopo molto aspettare, si risolsero a fargliene parola.

Ma in quel tempo qual'era lo stato della Ginevra? Per quanto la nobiltà dell'animo suo fosse grande, per quanto la sua bontà fosse eccessiva, pure la verità ci costringe a dire che quella notizia, la quale aveva messo lo spavento nei figli del Baglione, a tutta prima aveva gettato nell'animo di lei una sensazione di gioja che le fu impossibile di vincere. I desiderj e le speranze che l'avean tenuta in vita in tutto quel tempo in cui avea dovuto star presso al truce vecchio, quali erano state? Che l'età facesse il debito suo, ed ella finalmente venisse a trovarsi sciolta da così insopportabili legami. Il fondo di tutte le sue speranze era sempre stato questo, e non potea essere diversamente. La sua virtù e la nobiltà dell'indole sua le avevano bensì imposto di rimaner fedele al marito, per quanto le fosse odioso, ma non poteva andare più oltre, o almeno ella non lo seppe. Era stato troppo vivo, troppo forte, troppo santo il primissimo affetto ch'ella avea sentito pel suo Manfredo Palavicino, perchè se ne potesse dimenticare pur un istante.... troppo solenni erano state le promesse ch'ella aveva fatto a quel suo giovane amico! Egli è certo che finchè fosse vissuto il Baglione, dato ch'ella avesse potuto trovarsi col Palavicino, non gli avrebbe mai data speranza di sorta, e sarebbesi con lui comportata di maniera, da escludere ogni pensiero di corrispondenza superstite. Fin qui la di lei virtù arrivava, perchè gli atti esterni dipendevano della sua volontà.... ma i moti dell'animo come dominarli, come dirigerli, come vincerli? Però, quando le giunse la nuova che la vita del Baglione versava nel massimo pericolo, non potè in sulle prime averne rammarico, e fu soltanto dopo alcun tempo che la sventura di lui venne a destare in lei qualche pietà; pietà, a dir vero, troppo debole per escludere i suoi desideri, e le sue speranze.

Quand'ella si avventurò a parlare all'Elia Corvino, questi dandogli notizia del Palavicino, le aveva fatto intendere sarebbesi tentata qualcosa a suo vantaggio. Ed ora si accorgeva che il Corvino non s'era fermato alle parole ed era stato lui che aveva tratto il Baglione a Roma. Comprendeva dunque, che molti avevano pensato e pensavano a lei continuamente, e vedendo poi come la volontà di Leone era entrata a giustificare quelle opere, la sua coscienza rimaneva tranquilla e le sue speranze prendevan forza sempre più.

La moglie di Giampaolo stava appunto pensando a tali cose, e facendo congetture, quando da una delle sue donne le fu annunziato che i figli del signore, Malatesta ed Orazio, desideravano parlarle. Ella quantunque non avesse mai ricevuto ingiuria da que' due figliuoli, e più d'una volta si fosse anzi accorta che le avevano grande rispetto, pure n'ebbe qualche sgomento, perchè sapeva del resto, come troppo somigliassero al padre; ad onta di ciò dovette acconciarsi a riceverli, e quando le entrarono in camera.

--C'è qualch'altra trista nuova? ella fu la prima a domandare, alzandosi e movendo loro incontro.

--Di più tristi non ne possiamo recare perchè le ultime furono confermate, e le speranze son tutte perdute.

La Ginevra non seppe trovar parole convenienti da pronunciare in quel punto, e tacque.

--Una speranza però ne rimarrebbe ancora, ma per questa farebbe bisogno del vostro intervento.

--Del mio intervento?

--Sì, è in voi sola che adesso noi riponiamo l'ultima nostra speranza.

Alla Ginevra non parea vero di udire quei truci figliuoli del Baglione a parlare di quella guisa.

--Ma in qual modo, disse poi, io posso giovare codesta speranza vostra?

--Noi sappiamo che Leone sa benissimo chi siete.... e che più d'una volta ebbe a pensare a voi.

Queste parole alla Ginevra fecero uno strano senso, e stette ascoltando con più attenzione.

--Come il papa abbia avuto notizia di voi, non lo sappiamo, ma la cosa non cessa per ciò d'esser verissima. Dunque sarebbe necessario che approfittando di questa benigna disposizione di Leone a vostro riguardo, vogliate presentarvi ad una sua udienza....

--Presentarmi a lui.... ma a far che?

--A impetrare la sua clemenza.

--La sua clemenza?

--Che Leone desideri la rovina del padre nostro, ciò è vero pur troppo; pure le vostre parole, le vostre preghiere potrebbero cambiare la volontà di Leone. Risolvetevi dunque, e senza por tempo in mezzo, vogliate oggi stesso mettervi in viaggio per Roma. Questo è ciò per cui siam venuti a supplicarvi.