Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana
Part 35
--Innanzi tutto, o amici, prese a dire il giovane Manfredo, io debbo domandarvi perdono se v'ho tratto lontano da Venezia senza riceverne prima il vostro assenso; ma il tempo incalzava, ed occorreva di far presto; d'altra parte io mi teneva sicuro, come mi tengo anche adesso, che non vi sareste mai sdegnati con me quando foste per sentire dalla stessa mia bocca i motivi che mi consigliarono.... Io vengo da Milano ch'è poco, voi tutti ne siete partiti che non è gran tempo. Nei motivi della vostra partenza, anzi della vostra fuga, troverete anche quelli per cui ed io e questo mio amico al quale debbo la vita, e questo conte Birago, col quale per molti anni io non ebbi mai accordo, e che fu così generoso da esibirmi per il primo la sua amicizia, abbiamo pensato di condurvi qui. La condizione della nostra carissima terra è a tale estremo di miseria e di ruina, che basta toccarne di volo, perchè tosto ne si apra dinanzi la miserabile scena. Nè che a voi, anche nel mezzo delle allegre feste, fuggisse dalla memoria, io ne ebbi un profondo indizio, cari miei, indizio che mi fece sperar tutto da voi, pel quale compresi che del vostro paese è in voi ardentissimo l'amore. Due notti sono, ritornatevele nella memoria, io ebbi la gioja, sì, la gioja, di vedervi tutti quanti conturbati e percossi in mezzo alla allegria che vi circondava. Pure, a lungo andare, continuando a dimorare in questa città, era a temere che nel vortice assiduo dei sollazzi voluttuosi, delle intemperanze, delle libidini, raggirati a perdizione, foste per dimenticare voi stessi e in voi la patria vostra. Io medesimo ebbi a provare quanto sia tremendo l'influsso dello spettacolo di una città gaudente. Io stesso ho sentito l'anima mia snervarsi e perdersi di giorno in giorno. Io stesso fui così debole da mettere per qualche tempo in fondo a tutto i pensieri del mio paese; e se non fosse stato una terribile sventura, terribile davvero, amici miei, che impensatamente venne ad assalirmi e che percuotendomi, mi rialzò, io non so bene a che sarei riuscito. Questo confesso a voi tutti con ischiettezza, perchè noi non dobbiamo pensare che a mettere insieme le nostre colpe per ripararle insieme. Ora quali speranze io abbia, a te Birago, a te, Crivello, e a voi, Figino e Torriano, io ebbi già a manifestarlo in un momento ben tristo; però ajutatemi a farne parte a tutti costoro... Nessuno di voi ignora perchè il Morone sia a Roma; nessuno di voi ignora che quando un paese è caduto nel massimo della miseria, convien bene che si rialzi, ma perchè sia con frutto e con vera gloria, per l'opera medesima di coloro che vi son nati. Se la Francia dunque s'ha da scacciare da Italia, lo dev'essere per noi, per noi soli, per noi stretti in un patto, magnanimi e forti e parati a tutto, e non per altri. Soltanto la saggia prudenza vuole che non ne rifiutiamo i soccorsi tempestivi.... Lasciate che il pontefice, cui il Morone va esortando di continuo, si disimpegni per poco delle cure che gli dà Lutero e Selim, e allora di conserva con Carlo, il quale sarà ben più risolutivo che Massimiliano, vorrà prestarci un aiuto.... Ma che aiuto avrebber voluto prestarci i forti quando fosse corsa per l'Italia la ragione scandalosa della vostra vita?.... Ma in che modo suscitare nel mondo una pietà di noi, quando nel mondo fosse corsa la voce che lontani dal nostro paese, e dimentichi affatto affatto di esso, non attendevamo che a darci buon tempo, indifferenti allo strazio che la Francia fa de' nostri concittadini, a cui la povertà e la debolezza non permette di scansare il flagello? Io lo domando a voi tutti!... E se poi un'occasione si fosse presentata, come far conto su di voi, raccolti a festa in una città che ha sempre voluto aderire a' Francesi, che avrebbe spiato, che avrebbe inceppato ogni vostro passo? io lo domando a voi tutti!.... Eccovi adesso il mio pensiero: voi dovete raccogliervi quanti siete qui in una città solitaria dell'Italia; questa città è Reggio, alla cui volta dovete viaggiare in questo giorno che sta per ispuntare.... È dunque per ciò che si è pensato di condurvi qui, perchè non avete più che un sessanta miglia ad entrare nel Modenese, ed è cosa subito fatta.... Ora io vi avviso che quella città è solitaria, è spopolata, non vi affluiscono stranieri, non ci son feste, non vi sono passatempi, non v'è nessuno di que' mezzi onde l'uomo ha cercato di alleggerirsi la noja del dì che corre; soltanto ha per governatore un grande italiano. È una città, dove l'uomo leggero e vano e voluttuoso e destituito di occupazioni e avvezzo al rumore del mondo troverebbe tutte le ragioni per desiderar di morire. Ma è appunto una tale città che si conviene a voi che avete da pensare a cose così importanti e così gravi; a voi che avete bisogno della solitudine per cercare in essa le aspirazioni della grandezza vera, per piangere liberamente la disgrazia onde siamo avvolti, per ascoltare di tratto il grido dell'allarme e che vi giungerà forse da lontano... Del resto, il quando è ancora incerto... Io vado a Roma per sentire il Morone; di là vi farò sapere ogni cosa; dopo andrò forse in Tirolo a cercarvi Francesco Sforza per sentire anche lui, il quale essendo stato protetto da Massimiliano d'Austria suo cugino, lo sarà anche dal suo successore, e per l'opera di tutti noi specialmente sarà rimesso nel suo ducato. I motivi dunque pei quali, senza il vostro assenso, si è creduto opportuno di staccarvi da Venezia, eccoveli manifesti.... Posso ora sperare di non aver provocalo la vostra indignazione?... Ma voi tutti tacete... Un tale silenzio mi conturba...
Qui ad uno ad uno cercò di spiare i volti di coloro che si erano schierati in circolo intorno a lui; ma ciascuno aveva abbassata la testa in gran pensiero. Egli si attese qualche poco in una convulsa perplessità, aspettando che qualcheduno sorgesse a parlare; ma attesosi invano:
--È dunque perduta ogni mia speranza? gridò con una commozione, con una esaltazione straordinaria. Le miserie dei vostri concittadini, le vostre, le più gravi che ci minacciano non fanno dunque veruna forza agli animi vostri? S'egli è così, ora più non mi rimane che gittarmi nelle acque di questo mare, ed affogare la mia vergogna per la viltà di voi tutti!... Io aveva mia madre, la più soave delle donne, e l'ho perduta!... pure sopportai l'immenso affanno, chè ne aveva un'altra a cui pensare, infelice come la prima; ma questa ancora io debbo veder perduta se nessuno vuol congiungersi a me!... La mia disperazione è al colmo!
Qui si fermò volgendosi al Mandello con un atto di molta significazione e gridandogli:
--Andiamo dunque, che qui non ci resta a fare più nulla....
Allora tutti alzarono la testa, e lo guardarono costernati e commossi.
Il conte Galeazzo Mandello colse quest'occasione per parlare anche'esso:
--E continuate a lasciar costui senza risposta?... Ma se nelle anime vostre non è del piombo, parlate, per la fede di Dio, e fate vedere che siete uomini. Io pure, che, lasciandomi addietro voi tutti, mi sprofondai nelle turpitudini e ne' vizi, impegolandomi di essi dai piedi alla testa in così sconcio modo da far credere che fossi perduto per sempre... tuttavia nell'estremo della sventura rinvenni la lucida ragione, e smisi ogni cattiva abitudine... Parlate dunque!
Il Palavicino nel mezzo del circolo, colle mani incrocicchiate in segno di gran cruccio, guardava il Mandello come a domandargli se quel silenzio sepolcrale de' suoi concittadini non era a rompersi mai più...
Ma uscì finalmente una voce in mezzo a tutte:
--Se abbiamo tacciuto fin qui, fu per l'affanno derivato dal pensiero della nostra misera condizione; ma nessuno, o marchese, credilo a me, nessuno di noi sarà così vile da rifiutare i generosi consigli del senno tuo.... Ditelo voi tutti a costui com'è vero quello ch'io dico.
--È vero, è vero! proruppero dieci o dodici voci allora.
--E vero, è vero! replicarono più altre.
--È vero! uscirono finalmente tutt'insieme in una volta, rompendo improvvisamente quel lungo silenzio di cui è troppo difficile indovinare la vera cagione.
Il Palavicino a quello scoppio inaspettato, si sentì commosso al punto di piangere.... e non potendo parlare, moveva in giro stringendo a ciascuno le mani con un affetto straordinario.
--Vi ringrazio tutti, disse poi; ora le mie speranze non hanno più confine. Vi ringrazio tutti, e sia lodato Iddio.
Scomparse eran le stelle, scomparsa la luna... sulla superficie del mare cominciavasi a vedere qualche barca spiccatasi allora allora dal littorale... gli arbôri eran cominciati! Dopo alcuni momenti quei cento milanesi, condotti dal Mandello e dalle due guide, si misero in via pel paesello vicino, dove ogni cosa era apprestata per la partenza.... Il Palavicino, dopo essersi colà fermato mezza giornata, si divise finalmente da tutti e dal Mandello con gran dolore, e si pose in viaggio per Roma.
CAPITOLO XXV
Staccandoci adesso dal Palavicino, ci bisogna risalire qualche mese addietro per dar conto di quel fatto accennato di volo nella lettera del Morone al Guicciardini.
Il lettore si ricorderà certamente del modo onde il figlio di Giampaolo Baglione fu accolto a Roma dal papa, e come declinando ogni domanda di lui gli si desse a divedere, che per troncare tutte le vertenze esistenti tra la Santa Sede e la città di Perugia fosse indispensabile la presenza di Giampaolo stesso.
E le cose in fatto s'eran lasciate a tal punto che il giovane Baglione, senza essersi innoltrato di un passo, era stato costretto ritornare presso il padre.
Se non che un'altra violenza commessa da Giampaolo contro la persona del fratello Gentile, (il quale volendo far valere alcuni suoi diritti sulla città di Perugia, ne era stato duramente cacciato) aveva costretto il pontefice a citar nuovamente il Baglione a Roma perchè desse conto di quanto aveva operato. E il signore di Perugia, dopo essersi scansato qualche poco, quando udì che il pontefice era irrevocabile nella volontà sua, e cominciando a vivere in qualche timore di lui che accennava di accostarsi a Carlo e di farsi con ciò più forte, gli scrisse che, sebbene si trovasse in pessima condizione di salute, tuttavia per aderire al suo desiderio, sarebbe venuto a Roma, purchè gli si mandasse un salvacondotto; senza del quale però (protestava nel fine della lettera) non avrebbe mai lasciato Perugia, e non potendo altro, avrebbe provveduto a fortificarsi in casa propria e mettersi in tal condizione da respingere qualunque assalto delle forze pontificie.
Quando giunse a Leone questa lettera del Baglione, siccome era unico suo fine di trarlo a Roma, per commetterlo alle mani della giustizia, punirlo di tutti i suoi delitti e liberare Perugia dall'atroce suo dominio, indispettito gettò il foglio sul tavolo, pensando che la proposta del salvacondotto, opponendosi al suo fine principale, lo costringeva anche ad abbandonare tutti i progetti che avea fatti su Perugia.
Tutto ciò era avvenuto un mese prima all'incirca che il Palavicino si partisse per Milano, e fin d'allora il Morone essendosi presentato ad una udienza del papa, per sollecitarlo a determinarsi in aiuto della Lombardia e dello Sforza, ebbe ad udire da lui le seguenti parole:
--Quello che vi abbiamo promesso sarà fatto; non aspettiamo che il momento opportuno, e lasciate in prima si riesca a qualche buon fine con questo Martin Lutero che non lascia riposare il mio pensiero in nessun'ora del di. Così avessimo potuto toccar l'intento nostro sul Baglione; ma quel vostro milanese non ebbe finora che stupende parole, e Giampaolo non pare destinato a subir la pena de' suoi delitti.
Il Morone non rispose, ma trovatosi poi coll'Elia Corvino, gli riferì le parole di Leone, parlandogli del salvacondotto domandato dal Baglione.
Siccome le nozze tra il Palavicino e la duchessa Elena avevano a succedere tra breve, così il Morone si confidò non poter esser causa di nessun contrattempo, se per avventura la Ginevra fosse rimasta libera di sè; perciò con quelle parole avea creduto di sollecitare l'Elia Corvino a mettere in movimento i suoi congegni, più che per altro, per gratificarsi il pontefice.
E di fatto non furono pronunciate inutilmente, perchè l'Elia da quella notizia tosto fu condotto a fare un disegno, e dal disegno passò subito all'opera.
Un giorno egli si recò a far visita ad un protonotario apostolico col quale era venuto in certa intimità, e trattenutosi a lungo con lui, infine gli domandò se avesse qualche bolla pontificia, o enciclica, o lettera qualunque scritta di proprio pugno del santo padre.
Il protonotario gli rispose che ne aveva infatti, e gliene mostrò alquante.
--Sentite, reverendo, gli disse allora il Corvino, a me bisognerebbe una di queste encicliche per sei o sette ore
--Purchè me la rendiate domani, non ho difficoltà nessuna a darvela.
Così il Corvino si partì coll'enciclica scritta di propria mano di Leone.
Ridottosi alla propria casa, presa una pergamena cominciò a ridurla press'a poco della grandezza della pergamena pontificia. Si mise quindi a studiare con grande attenzione il carattere di Leone e ad osservarne minutamente la struttura di ciascuna parola; poi prese alcune penne, gli fece il taglio con molta diligenza; finalmente, dopo averle provate e riprovate, stese su d'un piccolo foglietto di carta un abbozzo di scrittura che si provò a ridurre sui frastagli della pergamena che avea tagliata. Fece così qualche replicato esperimento... si alzò stropicciandosi le mani in atto di una certa soddisfazione, poi disse:--Se questo mezzo non vale, sfido il diavolo a trovarne uno migliore!
E sedutosi di nuovo, si mise a far la copia dell'abbozzo di scrittura che avea stesa un momento prima, guardando, mentre copiava, ad ogni parola dell'enciclica e facendo gli opportuni confronti. Com'ebbe finita una tale operazione per la quale gli vollero più di tre ore, tanta fu la lentezza onde pensò di condurla a perfezione, e si fu al punto di fare la firma, ossia di copiare precisamente quella che leggevasi sotto l'enciclica, lasciò cadere la penna e balzò in piedi.
Un forte turbamento lo aveva assalito. Si mise a passeggiare affrettatamente per la camera fermandosi ad ogni tratto in gran pensiero.
--Eppure, diceva, se guardiamo al fine chi può fare adesso un'operazione più meritoria, più benefica, più santa della mia?... Si tratta di trentamila e più persone alle quali per me, sarà concesso di trarre il respiro con più libertà di prima... Si tratta di dare un esempio terribile a tanti scellerati... Si tratta di tornare a vita quella sventuratissima Ginevra Bentivoglio, togliendole d'appresso un uomo così osceno, così atroce, e dal quale, da un momento all'altro, per un semplice sospetto, potrebbe esser fatta morire. Cose di una così grave, di una così vicina importanza dipendono or dunque da me, da uno sgorbio imitato con più o meno di precisione!
E tornava a passeggiare.
--Ma il mezzo è detestabile, esclamò poi, ma è tale che nelle vie della legge, per chi n'è l'autore, son preparate la corda e la galera... e in una tale circostanza, e in tali relazioni, e in tal luogo... la cosa diventa più seria che mai... Se dovessi obbedire a quel turbamento, a quel tremore insolito, da cui sono assalito in questo punto... non dovrei far altro che dare alle fiamme tutte queste carte, e non pensarci più e uscire di qui e prepararmi a sopportare la taccia di scimunito piuttosto che quella di ribaldo.... O uomini ricchi, e indipendenti dall'impero del bisogno, e che, standovi a dondolare non avete che bestemmie per chi si trova in condizioni pari alla mia, venite a vedere a che tormentose lotte ci troviamo costretti quando l'onnipotenza delle circostanze ci stringe alla gola!... Egli è vero bensì, che s'io dicessi al Morone di provvedere al mio mantenimento, giacchè egli stesso m'ha tirato in Roma... forse lo farebbe... Ma è una fatalità la mia che oramai mi pesi più la taccia di scimunito che quella di ribaldo!!
Dopo molto contrasto si decise finalmente, e copiò la firma ch'era sotto l'enciclica con molta precisione.
--Se per salvare trentamila uomini, esclamò poi com'ebbe finito, quasi sarebbe stato lecito sagrificar trenta innocenti, a che si riduce quanto ho io fatto adesso?... Non ci pensiamo dunque più.
Il dì dopo si recò ad una udienza di Leone, gli disse: Aver trovato finalmente il modo infallibile di tirare il Baglione a Roma, e perciò volesse concedergli un mandato presso di lui.
Così, non essendovi stato nessun ostacolo, in quel dì stesso egli partì per la città di Perugia dove arrivò due giorni dopo insieme a due messi apostolici, e di là trasferissi al castello situato sul lago Trasimeno, dove il Baglione soleva passare la maggior parte dell'anno.
Quando Giampaolo seppe esser giunti gli incaricati del pontefice, sperando bene ed essendo impaziente di sapere quel che recavano, se li fece condurre subito innanzi.
Il Corvino, esposto il motivo della sua venuta:
--Premendo assai, disse, a Sua Santità di abboccarsi direttamente con voi, ha creduto di contentarvi accordandovi il salvacondotto. Ora converrà che provvediate a partire di subito, perchè il santo padre non desidera si vada troppo per le lunghe.
Giampaolo, il quale se ne stava sprofondato in un'immensa sedia a bracciuoli, sforzatosi a sgranchire le membra con una lentezza quasi dogliosa, si fece consegnare il salvacondotto, che lesse attentamente parola per parola.
--Così va bene! disse come l'ebbe letto. Adesso trovo ragionevole ch'io pure abbia a far visita alla capitale di tutta cristianità. È cosa assai strana, caro mio, soggiunse poi volgendosi al Corvino, che trovandomi a così poca distanza io non abbia ancora messo il piede in Roma, mentre v'è chi vi accorre dagli ultimi confini della terra. Ma.... la colpa è tutta di S. Pietro che mi guardò sempre di mal occhio.... Domani dunque partiremo per Roma, ed oggi voi sarete miei ospiti. Spero che le cose vorranno raccomodarsi al tutto così, tanto più che il papa ne deve avere il massimo interesse, e non gli può uscir di mente che i Francesi sono miei amicissimi.
--Che l'accomodamento sarà per essere intero, io ne sono quasi certo, rispose il Corvino e dopo altre parole avute col Baglione si ritrasse coi colleghi nell'appartamento che gli fu assegnato.
In quel giorno, mentre s'indugiava in taluna delle anticamere del palazzo della signoria, ebbe per caso a vedere la Ginevra Bentivoglio che passava in mezzo ad alcune sue donne, e vide lui. Il turbamento e la commozione straordinaria onde in quel punto fu presa l'infelice donna, non poterono sfuggire agli occhi esperti del Corvino, il quale fu per volgerle il discorso, ma che si contenne vedendo che la Ginevra fu anch'essa per uscire in qualche parola e non osò.
Fin dalla prima volta in cui l'Elia erasi recato a Perugia, ella dalle parole di lui, che in faccia del Baglione medesimo seppe parlare senza far nascere pur ombra di sospetto, aveva potuto raccogliere alcune notizie risguardanti il Palavicino: troppo scarse notizie, ma tuttavia valide abbastanza per sommovere più che mai l'anima di lei, da tanti anni assiduamente avvolta in una tetra mestizia. Per quanto la virtù nella Ginevra costituisse, a dir così, come una seconda natura, per quanto ella si sforzasse con una fatica insistente della volontà a rintuzzare taluni pensieri, pure questi, assai più forti della sua medesima volontà, non le concessero mai la consolazione dell'oblio. Quante volte nel mezzo delle sue donne, fra il tumulto delle mense, trovandosi presso al marito, oppressa dal cumulo delle memorie, più non bastando a dominarsi, avea dovuto cercare un pretesto per togliersi agli occhi altrui e ritirarsi a sfogare in segreto il suo immenso affanno!
Ed ora, come rivide il Corvino, della cui venuta non era stata avvisata, ne fu tutta commossa. La presenza di lui che aveva tentato strapparla dalle mani del Baglione e di congiungerla al Palavicino, tanto la prima che questa volta fece nascere in lei delle vaghe speranze, Ella era così terribilmente oppressa, così insopportabile era la ragione di sua vita, che non le parea vero non volesse Iddio prepararle un conforto; però anche in questa, come in altre mille occasioni, dovette togliersi di mezzo dalle sue donne e chiudersi nelle sue stanze per gettarsi con libertà in que'pensieri appunto che sorgendo di tratto in tratto avevano potuto mantenerla in vita. E là, volgendo macchinalmente il suo sguardo sul Trasimeno, si lasciò andare a que' vaneggiamenti della speranza che al primo mettendo l'anima in un tumulto piacevole, l'abbandonano poi in quella desolazione che fa nascere il desiderio di morire. E schierandosi innanzi il passato, e fermandosi al punto in cui ella si trovò nella carrozza col Palavicino e fuggì seco dalle feste e da Milano per poi essere disgiunta da lui per sempre, e sovratutto non potendo vincere il rimorso d'averlo abbandonato in quel duro modo dopo tante promesse, si sentì tutta scombinata... ma qui, fidando nella costanza inalterabile dell'affetto di lui, pensò se, a confortarlo, le fosse stato lecito fargli avere qualche nuova di sè stessa. Ferma in questo pensiero, l'immagine di Manfredo le compariva innanzi come se fosse lui stesso.... Oh come una tale contemplazione la teneva assorta! come sospendeva ogni altro suo pensiero! Che intensità d'affetto! e insieme quanta innocenza in quella sventuratissima donna!
Ma la tentazione di far sapere qualche nuova a Manfredo Palavicino l'assalì più che mai, e sebbene l'intemerata virtù sua l'avvisasse che in ciò v'era una colpa, pure fu così prepotente l'impeto del suo affetto, che pensò di non tenerne conto.
In quel giorno stette sulle ali per vedere d'aver a trovarsi un momento coll'Elia Corvino e parlargli, e benchè s'accorgesse esservi il pericolo di destare qualche sospetto nel vecchio marito, se mai fosse stata da lui veduta, tuttavia non abbandonò il suo pensiero. Intorno all'ora di sera, potè accorgersi ch'egli erasi recato ne' giardini del castello, e sapendo che il Corvino era negli appartamenti assegnatigli, e ne poteva uscire da un momento all'altro, s'indugiò a lungo in quelle anticamere. Esso finalmente uscì. Quand'ella però fu al punto di dover parlargli, si perdette d'animo e quasi fu per fuggire. Se non che il Corvino, accortosi ch'ella desiderava qualche cosa, e penetrando nei pensieri di lei, credette bene di prevenirla.
I vostri desideri saranno appagati, le disse sottovoce guardandosi intorno.
La Ginevra non rispose a tutta prima e si recò agli usci per sentire se veniva qualcheduno, poi leggiera leggiera e come volando s'accostò all'Elia....
--Raccontategli quel che avete veduto, gli disse. Recategli i miei saluti: ch'ei li consideri, qual faccio io, come quelli d'una sorella ad un fratello, e che sopporti con rassegnazione questa misera vita.
Qui gli occhi le si empierono di lagrime; il Corvino ne fu intenerito oltremisura.
--Farò quello che mi dite, le rispose poi, e forse... Sperate insomma... voi mi state sul cuore...
La Ginevra gli strinse ambedue le mani con una gratitudine, con una compunzione, con un entusiasmo insolito... fu per pronunciare qualche altra parola, ma non potè... che la passione la rendeva muta.
Ma improvvisamente, udito un rumore, fu costretta a lasciarlo e fuggì e si ricondusse nella propria stanza. Un pianto dirotto le alleggerì l'animo esuberantemente oppresso.
L'Elia Corvino non potè mai più dimenticarsi di un simile momento. E non è a dire qual compiacenza egli avrebbe provato in sè stesso pensando, che il dì dopo Giampaolo Baglione avrebbe viaggiato a Roma per non tornare indietro mai più! se non ci fosse stato l'intrigo del matrimonio di Manfredo colla duchessa Elena, signora di Rimini!!