# Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana

## Part 31

Book page: https://www.cyberlibrary.org/it/books/manfredo-palavicino-o-i-francesi-e-gli-sforzeschi-storia-italiana-10215/index.md

Ritiratosi nelle sue camere, non potè per tutta notte chiuder mai occhio, tanto la sua mente lavorò di continuo intorno a quella terribile avventura. Pensò se a lui fosse mai possibile di placare gli odii del governatore, e sospirò spuntasse l'alba per recarsi tosto al palazzo ducale. Ma una tale speranza gli parve poi la più pazza cosa del mondo, considerando l'inflessibile natura del Lautrec, e si volse ad altro, e di pensiero in pensiero mise in campo infiniti partiti per riuscire in qualche modo ad attenuare la sventura del Palavicino, e si sforzò con tutta l'acutezza della propria mente a cercare qualche mezzo a liberarlo dalle mani del Lautrec. Ma la difficoltà, per non dire l'impossibilità, di trovarne uno, gliene fece più d'una volta deporre il pensiero, e più d'una volta finì a conchiudere, che altro non gli rimaneva che di compiangere l'amico e di continuare nella sua regola di dissimulazione, per non mandare a vuoto anche il resto. Tuttavia il lavoro della mente non avendo avuto mai posa un'istante, gli fece finalmente balenare innanzi un partito. Lo considerò, vi si fermò sopra, gli parve possibile, quantunque d'esito incertissimo e assai pericoloso. E ciò gli mise tanta agitazione nel sangue, che dovette alzarsi ed attender l'alba passeggiando per la camera. Pure, quando spuntò, vide che non gli era conveniente il recarsi a quell'ora a palazzo, e che per colorire il disegno gli bisognava dissimulare e recarsi presso al Lautrec intorno alle ore consuete degli altri dì, e aspettare che colui parlasse il primo; far tutto ciò insomma che desse a divedere ch'egli non si prendeva gran pensiero del Palavicino. L'ansia che provò in tutto quel tempo che dovette aspettare fu certamente straordinaria, come straordinaria fu la fermezza, onde seppe dominarsi per non tradir l'amico e sè stesso. Venne il momento, alla fine, di recarsi a palazzo. Quando mise il piede sotto gli atrii del gran cortile il cuore gli battea sì forte che parea volesse scoppiargli, ed era questa la prima volta in sua vita che provava una tal cosa; ma di fuori vestì la massima impassibilità, e prima di andare dal governatore s'intrattenne con qualche soldato ad interpellarlo intorno a tutto quello ch'era avvenuto la notte prima. Che il Palavicino fosse stato catturato e condotto in palazzo era noto a tutti, noto era parimenti ch'esso trovavasi tuttavia prigioniero nelle stanze del Lautrec; ma non sapevasi ancor nulla della risoluzione presa dal governatore.

Il conte Galeazzo si recò dunque difilato da lui. cosa che da molto tempo solea fare per abitudine, Innanzi che gli fu, lo guardò del suo occhio scrutatore per vedere come stesse di dentro. Non vi era uomo che più del Lautrec mostrasse in volto le più interne agitazioni dell'animo: vi lesse dunque quel che vi dovea leggere: e sapendo ch'esso non avrebbe saputo trattenersi a lungo dal raccontargli ciò ch'era avvenuto, pensò di lasciar parlar lui per il primo.

E non passò infatti molto tempo, che il Lautrec guatando il Mandello con una espressione particolare:

--Non avete nessuna cosa a dirmi, conte?

--Non avrei nulla, eccellenza.

--Non sapete dunque quel ch'è avvenuto qui dalla notte passata in poi?

--Ah!.... lo so benissimo... Me ne disse ora appunto qualche cosa il De-Guigne.

--E così?

--E così peggio per colui. Non so che dire, la sua stolidezza mi fa più dispetto assai di quello che la sua disgrazia mi faccia compassione. S'egli medesimo ha messo il collo nel laccio e ha stretta la corda, tal sia di lui.

--Pure era anch'esso un vostro amico.

--Senza dubbio, era uno del gran numero anch'esso.

--E la madre di lui morì nelle vostre braccia.

--Davvero ch'io non so qual cosa non avrei fatto per quella donna infelice. Vi assicuro che nessuna pietà sarebbe stata mai troppo per le sue miserie. E s'ella è morta ne ringrazio Iddio, che così sfuggì allo strazio di veder suo figlio tratto al patibolo.

--Ho pensato di farne altro di lui, conte.

--Che?

--Il patibolo è fatto pe' miei nemici volgari, per quelli soltanto, ma pel marchese, per quest'uomo che abborro, ci sono io, io stesso.

--Non vi comprendo, eccellenza.

--Io non so quel che valga colui nel maneggio dell'armi; dunque io lo faccio degno di provarsi con me. Quel ch'è passato tra me e lui non può che decidersi in tal modo. Del resto la disfida sarà mortale.... sarà tale, che a voi tutti ne rimarrà orrenda la memoria per anni ed anni.

--Lodo una tale risoluzione, disse il Mandello nascondendo l'estremo suo stupore, essa è degna di voi, è degna del marchese.

--Lo credi?... Egli morirà dunque.... Così la sua morte potesse far provare, a quella che tu sai, le pene dell'inferno in questa vita... Pure la mia clemenza è soverchia.... Luigi XI ne avrebbe fatto altro di lui.... Quasi sarei tentato imitare quel re... quasi vorrei ripetere sul tuo concittadino il supplizio di Nemours... purchè quella donna fosse presente al supplizio, purchè essa potesse ricevere sopra di sè il sangue abborrito di lui.

Il Mandello stimò bene di non rispondere, e lasciare che tutto evaporasse il furore del Lautrec. Dopo si recò con lui nella sala d'armi, dove spesso soleva trattenersi co' baroni ed ufficiali francesi in esercizi cavallereschi, finchè venisse l'ora di accompagnare, insieme agli altri, il governatore in castello, dove ogni dì esso aveva per costume di comandare in persona qualche compagnia di fanti e di cavalli.

Mentre s'indugiò in quella sala, il Mandello pensò seriamente alle parole del Lautrec ed a quanto era a farsi; a tutta prima, quando sentì non trattarsi che di un duello, sembrandogli che fosse gran ventura che il Lautrec avesse preso quel partito, stette a un punto di non farne altro e di lasciare andar le cose a beneficio della sorte; ma come s'accorse, all'ultime parole del governatore, che per l'odio unico che lo sommoveva, facilmente poteva esser condotto a qualche risoluzione atroce prima di venire al duello, e che ad ogni modo la condizione del Palavicino era tale, che a sperare nella sua salvezza non poteva essere che un pazzo pensiero, fermò di mettere in effetto quel disegno che la mattina gli era balenato in mente. In quanto all'onore del Palavicino, pensò, che impedendogli di venire alle armi, non ne avrebbe per ciò scapitato d'un punto, perchè in fine il Lautrec lo aveva tratto a Milano a tradimento, ed ora lo teneva prigione, circostanze tutte che non si affacevano per nulla alla libera condizione delle armi, ed erano più che sufficienti perchè il Palavicino non potesse aver nessuna fede nel Lautrec e provvedesse a sè medesimo. Convinto di ciò, e considerato che non era altra via a tentare per salvare l'amico, e che lo stato di lui meritava la pena dell'altrui sacrificio, per quanto vedesse che il pericolo era gravissimo, pure vi si gettò col coraggio dell'uomo che tutto ha misurato, e che ha dimenticato ogni altra cosa nel mondo. Cercò dunque un pretesto, ed uscito dal palazzo recossi al proprio; sopratutto gli premeva di non perder tempo, e, se fosse stato possibile, di condurre ogni cosa a termine entro quel dì stesso. Ritiratosi nella propria camera, chiama il maggiordomo, e chiama tutta la servitù.

--Amici, loro disse, io sono costretto a licenziarvi tutti: entr'oggi questa casa deve rimanere deserta. Così, se mai qualche procella fosse per cadere su di lei, penso che le pietre non daranno sangue: qui vi è dell'oro, prendete; con questo provvederete ad uscir tosto dalla città ed al più presto possibile fate di riparare fuori del ducato di Milano.

Tutti si fecero attoniti.

--Ciò non vi dovrebbe fare gran maraviglia, che sapevate bene quanto questa nostra ragione di vita fosse precaria; oggi mi è indispensabile fare tal cosa, alla cui notizia il governatore, se il potesse, darebbe fuoco a tutta la città; spacciatevi dunque, e se vi sarà possibile, fate di raccogliervi tutti in sul Modenese. Non è improbabile che abbiate a ritornare ancora tutti al mio servigio: andate.

Tutti uscirono, due soltanto dei servi, ai quali il Mandello aveva fatto cenno, si fermarono.

--Voi due siete i più giovani e i più coraggiosi, e so che ad un bisogno sapreste spendere la vita per una buona cagione; perciò ho fatto conto su di voi, e vogliate ringraziarmi, perchè se la cosa riuscirà bene, voi non avrete mai più a servire in vita vostra. Rimarrete dunque con me, e spero che vorrete fare tutto quello che io sarò per dirvi. Si tratta di condurre con noi il figliuolo del governatore, senza che il padre, nè la Corte, nè altri se ne accorga, il condurlo fuori del ducato; vedete dunque quanto è grande il pericolo a cui andiamo incontro, e quanto è necessario ch'io mi abbia preso a compagni due uomini come siete voi: del resto, l'impresa è di tal natura, che può benissimo giovare agli interessi del nostro caro Milano. Tu dunque, per adesso non devi far altro che attaccare alla paravereda quella coppia di cavalli che ho guadagnato al Lautrec medesimo al giuoco; non vidi mai gambe di cervo più veloci delle loro, e poi voglio che il figliuolo sia tratto dai cavalli del padre; fatto questo, ti recherai presso porta Romana, e colla paravereda non devi far altro che aspettarci presso al pioppo di S. Giovanni; se lo vorrà Iddio noi ci verremo in poco tempo. Va dunque, e spacciati e fa ch'io abbia a dire poi che tu sei veramente quello che ti ho sempre stimato; tu poi, si volse all'altro servo, insella i due cavalli, e come hai fatto altre volte, verrai con me a Corte e accompagneremo il Lautrec in castello; quello che avremo a far dopo, lo vedrai.

Mezz'ora dopo, la paravereda tratta da due focosissmi cavalli, uscì della porta del palazzo Mandello, e il conte, dopo aver raccomandato, per la seconda volta, a' suoi servi, che gli si strinsero intorno nel cortile quando egli fu a cavallo, che badassero ad uscir subito, oppure a disperdersi in varie parti della città, qualora non fosse loro possibile di partire in quel dì stesso.... si recò alla Corte ducale.

Nel tempo che ne stette assente, il conte Galeazzo Mandello non potè mai escludere il timore che il Lautrec, in quell'intervallo, fosse mai per mandare a vuoto, con qualche atto estremo, tutti i suoi progetti, per cui appena entrò in palazzo, la prima cosa fu di assicurarsi ancora intorno allo stato delle cose; ma seppe che Odetto persisteva sempre nella prima sua volontà di venire al duello, seppe inoltre, che erasi stabilito di farlo succedere il dì dopo, in faccia a gran moltitudine, e a tutti gli ufficiali. Non fu dunque interrotto per nulla nel suo disegno, e accompagnò il governatore in castello; colà, dando belle parole a lui e a tutti, non si fermò che alcuni istanti, e quando vide che il Lautrec era tutto intento a disporre un quadrato di fanti, disse al servo:--Andiamo, e partì di corsa.

In pochissimo tempo furono al palazzo ducale; il Mandello, entrando a galoppo, ne fece risuonare gli androni così, che i famigli del Lautrec ne fossero avvisati; e senz'altro affacciatosi all'ingresso delle stalle ducali, chiamato il mastro scudiere:--Fate insellar tosto il cavallo pel figlio di sua eccellenza, gli gridò in tuono alto; e tu, voltosi ad un famiglio che gli passava presso in quella, presto, va negli appartamenti del figlio del governatore, di' al suo uomo lo conduca subito abbasso, che sua eccellenza lo vuole in castello; ma che si spacci, perchè sa bene come sua eccellenza ciò che vuole, lo vuol presto. Va dunque.

Dopo alcuni momenti s'affacciò in fatti ad uno dei finestroni rispondenti in sul cortile, l'uomo del fanciullo Armando per parlare al conte:

--Siete voi che avete dato l'ordine?

Il conte alzò la testa.

--Per dio, mi par bene d'aver parlato chiaro: dov'è dunque il fanciullo.... Presto, che sua eccellenza aspetta, e se passa più tempo che non occorre, vorrà dare in ismanie, lo conoscete pure.

La testa dell'uom di camera scomparve dalla finestra. Due scudieri intanto condussero fuori a mano il cavallo in gran bardatura.

Il conte Mandello e il servo di lui, si guardarono in volto: temevano che da un momento all'altro fosse per succedere un contrattempo, e irrequieti davan di volta col cavallo pel cortile.

Finalmente comparve il fanciullo Armando tutto avvolto in una pelliccia, e condotto a mano dal suo uomo.

Questi, rivolto al conte Mandello,

--Sua eccellenza, disse, ha de' strani capricci, e facendo un tal freddo, avrebbe fatto meglio a lasciare il fanciullo in palazzo, che egli sa bene come questo ragazzo si mette giù ammalato per poco.

--Che cosa volete, è fatto così; ma sbrigatevi.

Il fanciullo dai due scudieri fu messo a cavallo; il conte Mandello e il suo servo gli si misero ai lati.

Era avvenuto tante volte, che il governatore nel mezzo delle sue più serie occupazioni, preso repentinamente da quella sua pazza smania di vedersi accanto il figliuolo, mandasse a prenderlo in quel modo da taluno de' suoi ufficiali, o da altri, che nè all'uomo di camera, nè agli scudieri, nè a famiglio veruno, entrò pur ombra di sospetto in mente; e il conte Mandello s'era appunto attenuto a questo partito, perchè era il più semplice, sebbene il più aperto.

Usciti così dalla porta del palazzo, senza accidente di sorta, in sulle prime finsero di prendere per la via che metteva al castello, poi improvvisamente facendo dar di volta al cavallo, il conte accennando al servo che guardava lui continuamente cangiò direzione.

I tre cavalli presero allora la rincorsa a galoppo, intanto che il Mandello volgeva qualche dolce parola al fanciullo, che senza sospetto, con quella sua voce argentina, gli rispondeva di conformità, furono presto in Porta Romana. Le case lor fuggivano d'innanzi; finalmente apparve la cima del gran pioppo di S. Giovanni, co' suoi rami secchi e bianchissimi di neve raggelata, e il Mandello scòrse la sua paravereda. Qui temendo assai di un altro contrattempo, perchè il fanciullo poteva far qualche sospetto, pensò che bisognava giuocare di risolutezza, e che per poco non occorreva farsi caso dello spavento del fanciullo, e perciò accostatosi al servo:

--Quand'io, gli disse a voce sommessa, aprirò lo sportello della paravereda, tu getta il tuo mantello sulla testa del fanciullo, perchè non possa gridare, e afferralo alla cintura e mettilo dentro di forza, ch'io scenderò di volo da cavallo ed entrerò con lui. Con Carlotto siamo già d'accordo, e non sarà lento a cacciare a furia i cavalli; tu poi ne terrai dietro alla lontana, e in quanto a questo cavallo del governatore, farai bene a condurlo in uno di questi prati dove non ci capita mai anima viva, ed a legarlo a qualche albero; se il freddo della notte lo vorrà gelare, trattasi di cosa troppo grave, per aver pietà di una bestia. Attento dunque che siam presso.

Il trotto dei tre cavalli avvisò Carlotto, l'altro servo, il quale stava sulla cassa della paravereda, e che volse la testa, tendendo subito le redini e tenendo pronta la frusta per non mancare d'un punto.

Il Mandello s'accostò, aprì lo sportello, scendendo a mezzo di cavallo. Il giovanetto Armando lo guardò, non sapendo perchè facesse quell'atto; ma allora appunto il mantello del servo avvolse il fanciullo, che nel momento medesimo fu tratto di cavallo e messo dentro. Galeazzo salì anch'esso, e chiuse lo sportello, Carlotto spinse i cavalli, e via di tal carriera, che la paravereda, per quanto fosse pesante, strabalzava sul terreno. Trattavasi ancora di uscire dalle porte della città dov'eran guardie e gabellieri, e poteva dar il caso che quell'ultimo ostacolo fosse il più grave di tutti. Ma la paravereda, senz'accidente di sorta, passò attraverso i pilastri della porta, e innanzi ad una guardia e ad un gabelliere che non badarono a nulla. Il Mandello, che di ciò stava in gran timore, fatto spietato per necessità, tenne sempre il mantello avvolto intorno alla testa del fanciullo, e la sua mano compressa sulla bocca di lui, a non lasciarne uscire le grida, e con tal forza, che l'innocente Armando ne fu quasi soffocato. A un miglio dalle mura, pensò bene di liberarnelo, ma ebbe a sgomentarsi terribilmente, vedendo ch'esso era livido e non dava parole. A poco a poco però rinvenne con indicibile contentezza del conte Galeazzo, il quale aprì l'animo allora per la prima volta a tutte le sue speranze. Verso sera, a malgrado la difficoltà delle strade, furono a Lodi; qui gli bisognava sostare, perchè a prevenire terribili sventure, aveva a scrivere al Lautrec la lettera da cui dipendeva la salvezza del Palavicino; stette in forse se, prima di scriverla, gli convenisse aspettare d'esser fuori del ducato, ma l'indugio lo spaventava; però avendo in Lodi qualche suo conoscente, pensò bene di farne conto, e vi si recò infatti. Un miglio prima di giungere a Lodi, era stato raggiunto dall'altro servo; a lui dunque diede in custodia il fanciullo, cui non concesse d'uscire pur un istante dalla paravereda. Egli intanto, domandato alloggio per un momento al signore presso cui si recò, mettendo innanzi un gravissimo affare, lo interessò a trovare un corriere che partisse per Milano la notte stessa; promesso un compenso larghissimo, il corriere fu presto trovato. Allora il conte scrisse la seguente lettera:

"Eccellenza,

"Vostro figlio sta ora con me, voi lo sapete, e se, come il dolore può in voi parlare la ragione, vi sarà tosto corso alla mente la causa di quanto ho fatto. Voi amate la creatura vostra, io amo la mia terra e i miei fratelli, i miei carissimi fratelli; e se di me in tutto il tempo che vi fui presso, aveste a fare altro giudizio, rettificate oggi l'error vostro. Però, se fra tre dì il marchese Palavicino non sarà con me, potete esser certo, come di nessun'altra cosa, che avrete a rinunciare per sempre alla speranza di rivedere il vostro figlio. Io ho sempre amato ed amo la giustizia, e l'innocenza del fanciullo dovrebbe esser sacra per tutti e per me. Ma v'è tal cosa, che mi è più sacra ancora in questo momento; per esso sono costretto a protestarvi, che se voi foste mai per fare ingiuria al mio concittadino, pel quale darei la vita, la vita del figliuol vostro ne risponderà, e il suo sangue cadrà su di voi. Non fu mai promessa pronunciata con sì tenace proposito.

"Non crediate intanto trovar scusa in faccia agli uomini, protestando ch'era vostra intenzione di battervi col Palavicino; dopo che avete prezzolati sicari per farlo assassinare, dopo che con perfido mezzo l'avete tirato nell'insidia, non avete più nessun diritto all'altrui fiducia; se aveste sempre operato di lealtà, se aveste fatto sapere al marchese che volevate battervi seco, egli avrebbe con sollecitudine attraversata Italia per non mancare all'invito; egli che lo desiderava, egli che avrebbe fatto sagrifizi per cercar voi, ma così è tutt'altro. Ma il Palavicino deve ora provvedere a scansar l'armi dell'ingiustizia e del tradimento; ora veniamo a ciò che importa: vostro figlio vi sarà restituito il dì stesso che il Palavicino sarà restituito a me ed alla sua patria: fate dunque ch'ei sia condotto a Reggio; io sarò nel palazzo del governatore, là il figliuol vostro sarà consegnato a chi ne terrà il mandato da voi; vi do tempo tre dì, guai se questi trascorressero, vostro figlio non vivrebbe più. Afrettatevi dunque."

_Conte Mandello_.

La lettera fu subito consegnata al corriere il quale dopo aver ascoltati tutti gli ordini del conte, partì sull'istante per Milano. Il Mandello risalì anch'esso nella paravereda, e continuò il viaggio per Reggio, città che avea scelto di preferenza perchè conosceva Francesco Guicciardini, il quale n'era stato eletto governatore pel papa.

CAPITOLO XXII

Il corriere cavalcò tutta la notte, e non giunse a Milano che un'ora prima dell'alba; facevano ancora le più fitte tenebre, ma, come gli aveva raccomandato il conte, si trasferì tosto al palazzo ducale. Fermatosi innanzi alla maggior porta, parlò ad un soldato, disse avere con sè una lettera della più grave importanza, da consegnare a sua eccellenza il governatore; così fu tosto condotto dentro.

Nel palazzo, a quell'ora, che in ogni altro dì dell'anno tutto riposava, appariva in questa circostanza un gran disordine; si vedevano ufficiali, soldati, famigli, in volta per le scale, per gli atri, pe' cortili, che s'interrogavano alla sfuggita che si stringevano nelle spalle, che si fermavano a crocchi; si vedevan lumi comparire e scomparire di volo dietro le vetriere de' finestroni; tutto era in gran movimento come fosse di giorno.

Soltanto in una grande anticamera degli appartamenti superiori, tre servi se ne stavano in gran silenzio origliando ad un uscio.

--È da due ore che non si risente, diceva uno sotto voce, io non so cosa pensare.

--Stà, mi pare d'aver udito un respiro.

--Vorrà essere un avvenimento inaudito, ma quest'uomo morirà di rabbia e d'affanno....

--E d'amore... credilo a me.

--Darei la metà del mio sangue, perchè mi fosse dato di condurgli dinanzi il suo Armando, come Dio è vero, la darei.

--Ma il povero Dênis intanto dovette dar tutto il suo.

--Fu un'atrocità senza esempio.

--Zitto.

--Come poteva esso sospettare, che l'italiano lo avrebbe ingannato a quel modo?

--Questo lo penso anch'io; ma come non si può non scusare sua eccellenza, se la disperazione lo ha fatto uscire di senno?

--Non è la prima volta.

--Senti, Vautrin, se io avessi a vivere mill'anni, in mille anni non saprei mai dimenticare il furore onde fu trasportato sua eccellenza, quando domandato d'Armando, seppe che non era in palazzo e ch'era stato condotto via dal conte Galeazzo. L'aspetto di lui in quel momento fu tale che a pensarvi, sempre mi farà raccapricciare d'orrore.

--Taci, nè io pure ne sopporterei la memoria; ma in vero l'eccesso del suo dolore mi fa pietà, più che il furor suo mi faccia spavento.... Quest'uomo, che fa tremar tutti... e alla cui comparsa non v'è chi più ardisca di parlare... quest'uomo... io l'udii piangere e singhiozzare... Ciò mi ha fatto tal senso... che a me pure vennero le lagrime agli occhi... e mi sentii tutto intenerito, non so cosa dire...

Qui s'udì un rumore nella stanza vicina, poi il suono distinto di una pedata che si accostava all'uscio.

I servi sgomentati, si ritrassero in fretta in fondo all'anticamera; l'uscio si spalancò, comparve il Lautrec, che si fermò sulla soglia, immobile come un marmo. I suoi occhi eran fissi come quelli di chi abbia smarrita la ragione.

Guardando nella camera, non si vedeva, al fioco barlume di una lampada, presso a spegnersi, che un piccol letto... era quello del fanciullo Armando.

Il Lautrec versava certamente allora in una di quelle tremende crisi dell'uomo, in cui la fissazione assidua e spasmodica della mente in un oggetto unico, sta per degenerare in forsennatezza assoluta. L'assenza del figliuolo, assenza resa tanto terribile dell'incertezza delle cause, delle circostanze, del luogo, del tempo; l'assenza di quel figliuolo, senza di cui gli sarebbe sempre stata insopportabile la vita, avea tolta ogni susta alla sua forza morale. La sua condizione era simile a quella di un uomo al quale, mancando un elemento fisico, indispensabile all'esistenza, irresistibilmente sente fuggirsi gli spiriti.

Ed era tanto più presso a subire il dominio della pazzia, in quanto che, sentendo che la presenza del suo Armando gli era necessaria, procurava illudersi d'averlo a riabbracciare da un istante all'altro, e trovando poi come quella sua aspettazione ansiosa, e che aveva tenute sospese tutte le potenze della sua vita, era stato indarno, e vedendo fuggirsi innanzi ogni speranza, quella specie di voto lo desolava, lo spaventava sì, che prorompeva in eccessi inauditi.

