# Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana

## Part 30

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--Comprendo io voi! disse il Lautrec e stette per qualche tempo a fissare il conte, che fissò lui.

--Voi avete sempre odiato il De-Forses! soggiunse poi il governatore.

Il Mandello non rispose.

--L'odio è quel che rende valoroso l'Italiano; senz'odio non lo avreste mai vinto.

--Ne ho vinti di più esperti e più terribili assai, disse allora il conte con dispetto non velato.

A queste parole il Lautrec gli diede quella solita sua torva occhiata, poi conchiuse:

--Se nel vostro volto non ci fosse qualcosa che mi rimembra Gastone di Foix, il mio diletto Gastone, l'unico uomo che ho amato nel mondo, verrei adesso io medesimo a provarmi con voi, conte, e la vedremmo.

Il Mandello non aggiunse parola, ma detto fra sè.--Vorrei bene vederla,--si confuse nella folla. Il Lautrec, voltegli le spalle, di nuovo si concentrò in sè stesso.

L'amore e l'odio, spinti ambidue all'estremo lor punto, erano le passioni alterne dell'esistenza del Lautrec, il quale dal conte Mandello avrebbe sopportata non so che offesa, per ciò solo ch'esso rendeva qualche immagine del suo cugino Gastone, ch'egli avea amato quanto si può amare un uomo, che già fatto cadavere, alla battaglia di Ravenna, avea serrato tra le braccia difendendolo col valore della disperazione contro a mille punte, e che avrebbe voluto ritornare in vita col sagrificio della propria.

Ma la memoria del cugino diletto e della battaglia di Ravenna, associandosi all'altre, con subita fitta gli rimise l'animo sossopra.

Intanto le cento voci de' baroni e de' soldati assembrati in quell'aula tornarono a farla risuonare di un alto e continuo frastuono. Avvinazzati come erano, e continuando ad avvinazzarsi, eransi già quasi dimenticati dell'ucciso collega. Se colui fosse stato ucciso in guerra, nulla avrebber tralasciato per vendicarlo, ma essendo caduto in duello il fatto era assai regolare, e quand'anche sentissero un segreto rancore pel conte, pure non fecero atto che li palesasse, ed ingegnandosi a tuffarlo nel vin di Borgogna, volsero il discorso ad altro. Due soli uomini se ne stavano silenziosi in mezzo alle baccanti gridi che squarciavan le orecchie, il conte Galeazzo e il Lautrec, il quale, dopo alcuni momenti, chiamato un soldato, gli disse alcune parole, per cui il soldato stesso, partito di volo, ritornò tosto in compagnia d'un uomo di camera, il quale, udito il Lautrec, uscì poi subito, per ritornare anch'esso dopo breve intervallo, conducendo seco un fanciullo.

Fu cosa assai notabile che appena fu veduta spuntare quella vaghissima testa del fanciullo, da tutti i punti della sala sorse quel sibilio particolare coi quale in un'adunanza si raccomanda altrui il silenzio, e un così perfetto silenzio successe infatti, che parve se ne fossero tutti improvvisamente usciti di là.

Erano uomini sfrenati la maggior parte, e in quel momento oltre il solito alterati dal vino, eppure a quell'improvvisa comparsa non avevan più osato pronunciare una parola....

Il fanciullo era corso intanto presso il Lautrec, il quale, contemplatolo a lungo, se lo strinse vicino.--Quel fanciullo era l'unico oggetto per cui sopportava l'orribile vita, il solo che tanto quanto gli rallegrasse i tetri giorni, il solo a cui avrebbe fatto sagrifizio di sè, d'altrui, di tutto, di tutti, pel quale si affannava con trovati iniqui ad ammassar tante ricchezze, il solo per cui, con legge strettissima, era a tutti stato imposto il più scrupoloso riguardo.

Una notte, in un'occasione come la presente, mentre il fanciullo se ne stava presso al Lautrec, ed uno degli ufficiali che trovavasi nella sala con lui, venne profferita, nel fumo dell'ebbrezza, una oscena parola che poteva offendere l'innocenza del fanciullo. È impossibile il dare un'idea del furore, onde il Lautrec, a quella parola, fa trasportato; furore che non dileguò senza un terribile effetto, ed il dì dopo sei palle di piombo avevan fracassata la testa dell'incauto e sciagurato ufficiale.--Fu inaudito rigore, fu ingiustizia che provocò l'ammutinamento in tutte le truppe; ma l'irremovibile e ferrea volontà onde il Lautrec avea rintuzzata ogni forza di reazione, ingenerò tale sgomento in tutti, che nessuno mai più si dimenticò di quel fatto, onde ogni qualvolta compariva in mezzo ad essi la vaga figura del fanciullo, ognuno si taceva per tema di profferir parola che fosse in fallo; e il rispetto pel Lautrec era tale che vinceva anche l'azione prepotente dell'ebbrezza; così era fatto quell'uomo.

Nessuno però, per quanto la memoria del fatto fosse terribile, portava odio al fanciullo che n'era stata la prima causa; bensì le care grazie di quella creatura gli avevano conciliato l'amore di tutti.

Il fanciullo poteva avere otto anni d'età, nè linee più gentili potevansi immaginare di quel suo viso, nè forme più eleganti delle giovinette sue membra. E ciò che forse il rendeva ancor più attraente, era un tal pallore non solito nei fanciulli di quell'età. Una prolissa capellatura castagno-cupa gli cadeva in anella sul collo e sulle spalle, le pupille grandi, lucenti, erano adombrate da due fini sopraccigli, nè sapevasi immaginar cosa più soave del modo onde volgeva lo sguardo. Queste naturali vaghezze erano poi giovate da un vestito azzurrino che gli si stringeva alla carne con grata eleganza.

Continuava il silenzio nella grand'aula tanto che s'udiva distintamente il crepitare che faceva la fiamma sul focolare. Intorno alla gran tavola, su cui alla rinfusa stavano i segni dell'orgia notturna, si vedevano quelle cento faccie soldatesche accese pei vapori del vino e pel riverbero della fiamma, e fatte così ancor più rozze e più truci del solito. Innanzi al camino, a qualche distanza, seduta la grave persona del governatore. Se dunque, al primo, non pareva cosa che s'addicesse a quel luogo ed a quegli uomini la vaga e purissima figura del giovinetto, non era tuttavia senza il suo prestigio quella scena curiosa; e tanti uomini fatti silenziosi per lui e tante pupille converse in lui solamente e il governatore che lo guardava con affetto che parea compunzione religiosa, tutto ciò potea suscitare una strana, ma pur grata commozione.

Il Lautrec, porgendo orecchio alla voce argentina del fanciullo, lo stava dunque osservando con religioso affetto, e parea che contemplando quel volto più non si ricordasse nè del luogo ove trovavasi, nè da quali cose fosse circondato, nè quanti uomini stessero a guardar lui in quel punto.

La tenerezza, che di consueto non trapelava mai dalla fiera tetraggine della sua natura, si era allora come sprigionata da un duro involucro. In quel momento l'esistenza del Lautrec non era che amore, ma così intenso amore, che la commozione che glie ne derivava gli tirava quasi le lagrime agli occhi. Chiunque allora avesse potuto guardargli in cuore, dimenticando chi esso era veramente, non avrebbe saputo rifiutarsi a compiangerlo, direi quasi, ad amarlo; tanta era la santità del suo affetto, tanto l'angore onde contemplando quel volto, immagine viva e perfetta e ognora presente di un altro volto fatale, si sentiva tramestar l'anima, risalendo col pensiero ad un giorno, ad un'ora, ad un punto perpetuamente memorabile.

Il lettore si ricorderà che il Lautrec, quando colle truppe si partì di Rimini, chiamato in Francia, seco si avea condotto un fanciullo di pratica altamente segreta. Ora, se avesse innanzi agli occhi il ritratto del fanciullo Armando e della signora di Rimini, tosto il mistero gli sarebbe chiarito.--La sciagurata Elena era la madre di Armando, di cui Lautrec era padre!!

E non pareva vero come, vedendo nelle fattezze del figlio la donna istessa che tanto abborriva, potesse poi amarlo di tanto amore. Pure in questa notte, considerando che di lei gli rimaneva un tal pegno che a tutti attestava esser egli stato riamato da lei, provò un così vivo soprassalto di compiacenze, che si strinse accanto più teneramente che mai il giovanetto Armando, e illudendosi, nel guardarlo fisso, artificiosamente illudendosi di vedere la stessa Elena, e di averla innanzi, e l'odio non potendo più a far sentire la sua voce, e rinascendo l'amore, provò un istante di felicità perfetta; taceva ancor tutto d'intorno, egli non udiva che il molle respiro d'Armando, e si sforzò, direi quasi, a mantener viva quell'illusione il più a lungo che potè.

Scoccarono allora le cinque della notte all'orologio di San Gottardo. A tal suono si scosse, e di tratto fu ricondotto alla realtà che lo circondava. Fu il ritorno dello spasimo dopo un istante di calma perfetta. Ed egli n'ebbe sì cruda la sensazione, che balzò in piedi improvviso. L'angoscia di quell'uomo in tal punto varcò il consueto confine; avrebbe destato orrore più che pietà. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Dopo qualche tempo entrò di fretta nella sala l'uomo di camera, e s'accostò al Lautrec. Quella folla di baroni, che da qualche tempo lo stava guardando in silenzio, notò la sollecitudine straordinaria con cui quell'uomo era entrato là dentro, e l'atto che fece il Lautrec nell'udire le parole.--Quest'atto fu tale che si guardarono in viso come interrogandosi sul suo significato, e tanto più quando videro il governatore prendere il fanciullo per mano, passarlo all'uom di camera e uscir con essi in manifesto disordine.

Uscito lui, il silenzio fu rotto di subito, e il generale bisbiglio che gli successe crebbe grado grado fino al più alto frastuono.

--Hai tu veduto?

--Che vorrà dir ciò?

--Sarà qualche dispaccio del re.

--Un dispaccio del re non può essere.

--Qualche lettera della sorella.

--Non poteva esserne scosso a quel modo.

--E che sai tu?

--Nulla io so.

--Ed io so invece che da qualche tempo ei vive in grandissimo timore non sia la sua sorella per perdere la grazia del re.

--Questo non sarei lontano dal crederlo.

--Zitto.... silenzio.... corsero allora molte voci per la sala.

--Tu se' incauto a parlar così; s'egli ti udisse, guai!

--Guai! lo dico anch'io.

--Io sono impaziente di sapere quel che fu e quel che ne sarà.

--Zitto: ho sentito a sbattere una porta.

--Zitto, tacete, è lui.

--No.

--Silenzio...

Era il Lautrec infatti; tutti si rimisero in quiete, in aspettazione di qualche gran cosa.

Il Lautrec era manifestamente convulso, e gli balenava un raggio di terribil gioia tra ciglio e ciglio.

--Uscite tutti! tuonò poi con quella sua voce nasale, e piantandosi nel mezzo della sala.

Nessuno al primo si mosse, tanto erano perplessi per la curiosità.

--Uscite tutti! tornò a gridare più forte il Lautrec.

Allora, per quanto lo stupore lor facesse forza, tutti si mossero in fretta, e pel disordine s'affollarono, uscendo, in sulla soglia, come branco di bufali sgominati dal ruggito di un tigre reale.

Il conte Galeazzo, che uscì l'ultimo e che più di tutti era impaziente di saper quel che fosse, potè allora udire il Lautrec a pronunciare tra' denti queste precise parole:

--Ora non mi potrà più sfuggire.

CAPITOLO XXI.

Manfredo Palavicino, assalito un momento prima, mentre senza scopo e all'impazzata andava avvolgendosi in un labirinto di viottoli, da quei tre che abbiam veduto affrettarsi sui passi suoi e che finalmente s'erano risoluti, assalito all'impensata, e quand'egli era tutto immerso ne' suoi pensieri e nella sua disperazione, a malgrado della resistenza che macchinalmente vi aveva opposto, era stato preso e tostamente tratto al palazzo ducale. Così cadde nelle insidie del Lautrec, dopo averle tante volte scansate. L'amore unico che portava a sua madre aveva respinti i consigli della fredda prudenza, ed egli stesso era corso incontro al proprio pericolo. Al numeroso volgo potrà parere debolezza imperdonabile, ai pochi venerabile infortunio. Vi hanno tali posizioni nella vita, in cui per sentenza del più degli uomini, fu stimato necessario l'assoluto e tirannico dominio di una virtù sola, innanzi alla quale tutte le virtù subalterne debbono tacere, il dominio d'una virtù dura e inflessibile, quasi non compatibile coll'umana natura, dalla quale tutte le passioni, anche le generose, debbono necessariamente esser messe in fuga. In una tale posizione trovavasi il Palavicino, ma per offrire all'incontro in sè lo spettacolo di un uomo che, tendendo per risoluzione deliberata della volontà ad un gran fine, lungo il cammino è impedito non solo dagli esterni ostacoli, ma sì anche dalle intime lotte dell'animo, ed a risolvere il problema se, attraverso a tanti ostacoli, sia mai possibile ad uomo di toccare i supremi intenti nella vita.

Ma il Lautrec avea toccato il suo. Dopo tanti sforzi falliti per impadronirsi del Palavicino, dopo aver prezzolati sicarj che non seppero rispondere al mandato, dopo aver messa indarno un'ingente taglia sul capo di lui, finalmente aveva potuto ghermirlo con un'insidia astuta e perfida.

La gioia che gli venne per tale avvenimento fu di quelle che di rado provano gli uomini; ma come l'ebbe assaporata per alcuni momenti, condotto dall'istessa sua gioia a considerare il passato, senti vergogna di aver dovuto ricorrere a mezzi così vili, per raggiungere il suo fine; e il pensare che, di tal modo, l'uomo che odiava veniva di tanto a ingrandirsi al cospetto dell'universale, di quanto egli si abbassava, tosto gli mise il dispetto nell'animo. Avrebbe voluto che sul Palavicino insieme alla sventura cadesse anche il vituperio, perchè in faccia alla duchessa Elena comparisse così una cosa vilissima. Ma il fatto troppo si opponeva a questo suo desiderio, ed ora che il Palavicino era in sua piena balia e di lui potea fare ogni strazio, la scomparsa d'ogni ostacolo quasi gli fece smarrire ogni entusiasmo.... e d'uno in altro pensiero, cercò se mai si potesse trovare un modo di purgarsi della taccia di traditore, per far cessare qualunque accusa, e conseguentemente per togliere ai Palavicino, se fosse stato possibile, anche la grandezza della sua disgrazia.

Un lampo gli balenò nella mente; pensò ch'ogni supplizio era inutile, ch'eravi un mezzo per rendere il Palavicino spregevole in faccia al mondo. Dare ad intendere d'averlo tirato a Milano non per altro che per costringerlo alle vie dell'onore, offerendogli di battersi seco colle armi della lealtà, e nel punto stesso di toglierlo di mezzo, vestire colle apparenze di una generosità straordinaria lo sfogo della propria vendetta. Lo stesso desiderio di togliere colle proprie mani la vita all'uomo che odiava, lo aveva aiutato a far l'astuto disegno; d'altra parte era tanta la sicurezza che aveva di sè stesso, che non poteva nemmeno ammettere il dubbio non fosse il Palavicino per rimaner soccombente. E la cosa era così infatti. Per quanto il giovane Manfredo fosse valentissimo nel maneggio dell'armi, da aver pochi eguali, tuttavia non poteva dipendere che da un prodigio la salvezza di lui, e lo star contro al Lautrec colla spada in pugno era quasi come mettere il capo sotto il tagliente del patibolo. Del resto, ogni uomo ragionevole comprenderà che il Palavicino non veniva ad impicciolirsi per nulla, se, nella gara della forza fisica, era tanto inferiore all'altro.

Il Lautrec erasi dunque gettato a sedere, volgendo in mente il nuovo disegno, quando gli sovvenne che si attendevano appunto i suoi ordini pel modo da comportarsi col suo prigioniero il quale stava ancora in palazzo. Nel primo momento che gli fu annunziata la cattura di lui, affrettatosi a lincenziar tutti per trovarsi solo, non aveva avuto il tempo di recarsi a vederlo; ma ora gliene venne una gran voglia, la voglia di guardare a lungo l'uomo che da tanto tempo aborriva, e che oramai non era altro che la sua vittima certa. Chiamò dunque un soldato--Mi si conduca qui il Palavicino in sul momento--gli disse. Il soldato partì.

Correvano sette anni da che il Lautrec si era trovato col Palavicino sul mare, presso a Rimini, la prima volta in cui l'avea veduto; ora stava per vederlo una seconda volta. Un'ansia strana provò in quest'aspettazione. Quando al rumore che fecero gli usci nell'essere sbattuti, s'accorse che qualcheduno veniva, si alzò. In tutti que' suoi moti e que' suoi atteggiamenti c'era qualche cosa d'indefinibile che molto somigliava ai moti d'istinto delle belve. La porta finalmente si aprì; egli vi gettò lo sguardo avido.... vide e tremò.... tremò; tanto la vista di Manfredo gli mise un sussulto, un orgasmo insolito in tutte le fibre, e fu a un punto di gettarsegli contro come per farlo in brani. Pure le tendenze dell'uomo vinsero gli istinti ferini e si contenne, e dissimulò e cercò anzi di far venire sul labbro le parole più calme. Così comandò d'uscire a coloro che avevano accompagnato il Palavicino; e rimase da solo a solo con lui.

Lasciò passare qualche momento, poi si volse a gettare un'altra occhiata su di esso, quasi per avvezzarsi a sopportarne la vista, ma non potè, e tosto si rivolse. Finalmente parlò, pur continuando mentre parlava a guardar la fiamma che gli ardeva dinanzi:

--Son sette anni che ti cerco, marchese; sette anni che sospiro di trovarmi faccia faccia con te.... E ora sei qui.... però, se sei ragionevole, capirai che non v'è più speranza.... La legge parla chiaro e forte.... Tu sei un ribelle....

Qui fece un momento di pausa.

--Pure hai da ringraziare Iddio, continuò, ringraziarlo dell'odio stesso che ti porto, ringraziarlo, perchè se tu mi fossi indifferente, tosto saresti gettato in bocca della legge, e a chi tocca tocca; così invece voglio che la giustizia ti ceda a me, e francandoti del resto, altro non pretendo se non che la tua spada abbia a toccare la mia; questa sola, e il destino, decideranno dunque di noi. Ora se hai qualche cosa a dirmi, parla.

Manfredo non rispose nulla. Il Lautrec lo guardò per la terza volta.

--Credo d'aver parlato chiaro, e quantunque la tua bocca stia chiusa, crederò che hai udite le mie parole, e che accetti.

Manfredo accennò del capo, ma continuò a tacere.

Il Lautrec cercò allora se avesse qualch'altra parola da dire, ma non trovandone più, ed accorgendosi di non poter sopportare la presenza dell'abborrito giovane senza venir tosto a qualche estremo, uscì egli stesso della sala.

Dopo qualche tempo vi entrarono quattro soldati con arme in asta, i quali senza parlare si collocarono ai quattro angoli, e un uomo che s'accostò al Palavicino e gli parlò non senza una certa cordialità, avvisandolo che per tutta la notte gli conveniva fermarsi in quel luogo.

Il Palavicino non fece parola; soltanto, dopo alcuni momenti, domandò gli si recasse dell'acqua. Recata che gli fu ne bevve molta; dopo si liberò della pelliccia onde ancora era coperto, e si assise innanzi al fuoco. Per tutta la notte rimase poi solo in questo modo insieme ai quattro soldati.

Il dolore non confortabile per la morte di sua madre, la corsa disastrosa, la stanchezza del corpo, il gelo che gli aveva irrigidite le membra, avevan messo una tale stupidezza nella mente di Manfredo che, al primo, quando s'accorse d'esser caduto nelle mani del Lautrec, quasi non seppe misurare tutta la gravezza della sua situazione. Nè la vista del Lautrec medesimo, nè le di lui parole bastarono a riscuoterlo. Come si trovò solo però, come poco a poco il calore della fiamma gli ebbe ristorato il corpo assiderato.... anche le facoltà dello spirito si rialzarono con quello, e la sua mente cominciò a meditare con ordine. Considerando allora quanto la sua venuta a Milano per rivedere la madre era stata indarno, s'accorse del mal passo che avea fatto per non aver voluto ascoltare i prudenti consigli del Morone, s'accorse d'avere così tradita la causa del paese comune, pensò che a simile notizia tutti gli Italiani che v'erano interessati, ad una voce e con ragione lo avrebbero caricato di rimproveri. E fermandosi su di ciò ebbe tal rimorso, tanta vergogna di sè stesso, che la disperazione gli entrò nell'animo, e pregò Iddio perchè lo facesse morire in quel punto. Pure di considerazione in considerazione, le parole del Lautrec che macchinalmente aveva udite, e di cui non gli era stato chiaro il senso, a poco a poco gli si svolsero innanzi con evidenza. Quell'offerta che gli faceva il Lautrec di battersi seco, nel mentre poteva tosto consegnarlo al carnefice, gli parve una disposizione della provvidenza, che vegliava lui e il suo paese, e che ad espiare e riparare le proprie debolezze e i proprii mancamenti gli affidava il più difficile e pericoloso carico, nel mentre che forse gli apriva il campo per conseguire il supremo suo fine a un tratto. Così grado grado si venne accendendo all'entusiasmo, fino al punto, che tenne per certo ciò che non era che illusione. E sebbene sapesse quant'era poderoso il braccio del Lautrec, non si smarrì, provando allora una tale sicurezza nelle proprie forze, quale non avea forse mai avuto; sicurezza che gli derivò appunto dalla confidenza che avea posto nell'intervento espresso della provvidenza; e sentendo rinascere il rimorso di quanto aveva fatto, quantunque la pietà per sua madre gli paresse tuttavia cosa santissima e tale, che bastasse a giustificarlo in faccia agli uomini, pronunciò in que' momenti nel santuario dell'animo suo il giuramento di posporre sempre ogni privato affetto alle cure della patria, di far tacere ogni moto, anche generoso, del cuore, quando in qualche modo fosse per esser di danno ai più alti interessi d'Italia; e quel giuramento lo pronunciò con tal fervore, e nel pronunciarlo era esaltato da un così forte amore pel paese in cui ora nato, e per gl'innumerevoli suoi fratelli di sventura, che ogni ammirazione sarebbe stata minore, in quel punto, alla venerabile altezza de' suoi propositi.

Se il Morone aveva fatto capo sul Palavicino per tentare un colpo ardito al fine di cacciare i Francesi di Lombardia, era appunto per aver scorto nel suo giovine concittadino questa tendenza alle veementi accensioni dell'entusiasmo, che talora sono generatrici di grandissime cose; però lo aveva anteposto a talun altro forse più di lui fornito di equabile fermezza, ma di lui meno ardente. Ed era presumibil cosa, che se in tal momento il Palavicino si fosse trovato in campo a comandare una mano d'armati contro Francia, con quella avrebbe saputo tentare ciò che ai più sarebbe sembrato impossibile, tanto l'entusiasmo lo avrebbe fatto unico nel valore.

Ma intanto era ne' lacci del governatore e doveva chiamare sua gran ventura l'avere a tentar la sorte con lui; e ciò era tuttavia incertissimo, perchè egli versava nel pericolo, che da un istante all'altro il Lautrec cambiasse di proposito, e invece di combatter seco lo consegnasse al carnefice.

E a un tal pericolo, se nella nuova sua fiducia, il Palavicino non pensava gran fatto, ci ebbe a pensar poi seriamente un altro che aveva la mente più calma della sua.

Appena il conte Mandello, che nel lasciare il Lautrec aveva udite le sue parole ed erasi martellato il cervello per trovar loro una spiegazione, si fu ridotto al proprio palazzo e sentì dal maggiordomo che il Palavicino era giunto in Milano quella sera stessa, è troppo facile ad immaginarsi com'ei rimanesse a tale notizia, e come, dopo aver udito i dubbi e i timori del maggiordomo, che gli raccontò tutto quanto era successo, dovesse comprender tosto il significato delle parole del governatore, e chi era l'uomo caduto nelle sue mani. E fu per modo alterato da tal nuova, che non seppe trattenersi dal rimproverare violentemente il maggiordomo di non aver impedito al Palavicino di uscire, e pensando ch'ell'era una sventura, a cui non potea trovarsi il riparo, n'ebbe un rammarico estremo.

