Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana
Part 3
I due figli di Lodovico il Moro, il primo ed il secondogenito si trovavano vicini; tutti gli sguardi di quanti si trovavano in quella sala caddero sui due fratelli, e non vi fu chi non pensasse allora, che le sorti sarebbero forse corse più propizie per Milano se Francesco Sforza fosse stato il primogenito invece di Massimiliano.
È una cosa curiosa che di quel miscuglio di grandi virtù e di molti vizi che distinsero la dinastia sforzesca, quando si venne a due figli di Lodovico, che erano destinati a chiuderla per sempre, avvenne, quasi potrebbe dirsi una compiuta secrezione.
Osservate le restrizioni debite, e avuto riguardo ad una quasi degenerazione, per la quale e vizi e virtù, passando di padre in figlio, grado grado si eran venuti dilavando, pare che i destini abbiano diviso in due esatte metà quel retaggio, come a compensazione ai vantaggi della primogenitura abbiano accollato il tristo fardello di tutti i vizi della dinastia, ed alla secondogenitura abbian dato per conforto le virtù, onde la dinastia stessa, al primo comparire sulla scena del mondo, era stata splendida di una luce non moritura. Persin nell'aspetto, quantunque tra due fratelli fosse grandissima la somiglianza, c'era qualche cosa che dinotava questa esatta divisione. A Massimiliano era toccata quella bellezza morbida e fiacca che già abbiamo avuto il tempo di ammirare. A Francesco invece l'ampia fronte, le linee grandiose del primo Sforza, l'acuta e vivace bellezza della Beatrice sua madre, e un po' di quel bruno che aveva dato il secondo battesimo a suo padre Lodovico.
Il Morone, dette in prima alcune parole al duca Massimiliano, il quale senza mai aprir bocca solo si accontentò di mostrare una faccia stravolta e accorata, si volse al cardinale di Sion dicendogli, che non era a porsi altro tempo in mezzo, e tosto desse gli ordini alle labarde di precedere il duca. Così tornò a spalancarsi la gran porta, e tutti quanti stavano assembrati in quella sala, l'uno dopo l'altro uscirono. Il duca in mezzo al Morone ed al cardinale, dietro lui il duca di Bari che si era accompagnato col Palavicino, e in seguito tutti gli altri gentiluomini.
Discesi al piede della gran scala, ventiquattro uomini con torce accese stavano ad aspettare intorno ad una larga botola con aperta cateratta. Tra il palazzo ducale e il castello di Porta Giovia era stata aperta una via sotterranea di comunicazione, la quale veniva praticata ogniqualvolta piacesse al duca recarsi in castello senza mostrarsi al popolo. In questa straordinaria occasione il Morone aveva consigliato il duca ad uscire per di là, e quella botola conduceva appunto alla via sotterranea.
--Attendete a star di buon animo, disse il Morone al duca quando fu per discendere; stasera sarò io medesimo in castello; e si licenziò.
Accompagnato dal cardinale e preceduto da sei torcie, discese dunque pel primo il giovane duca. Dopo lui discese tutto il seguito in mezzo alle altre diciotto torcie. Quando s'udì il rimbombo che fece la cateratta rivestita di ferramenti nel cadere sull'incastro della botola, tutti si misero in via.
Fu un viaggio lugubre quanto mai poteva esserlo, nè il duca aprì mai bocca, nè altri. Solo il duca Francesco, che camminava a paro col Palavicino, gli disse un tratto a voce sommessa e come di fuga:--Il Morone mi ha fatto parola del Lautrec; in castello mi dirai tu il resto.
E tenendo stretta la mano del Manfredo con un'affabilità ed amorevolezza straordinarie non aggiunse altro finchè durò il cammino.
Ma noi, cogliendo questo ritaglio di tempo, terremo qualche parola del Palavicino, per quel tanto che può bastare a mettere in luce alcune condizioni particolari alla vita di lui.
Figlio al marchese Anton Maria Palavicino ed alla contessa Giulia Flisca, che, giovinetta, aveva sposato il marchese già vedovo, già padre di quattro figli e già vecchio, trovò nel seno della propria casa più di quanto poteva bastare per alienarlo da lei e dal ceto patrizio a cui la famiglia apparteneva. Fanciullo, fu affidato alle cure degli uomini che allora più fiorivano in Milano per lode di buoni studi e d'ingegno. Giovinetto, ebbe a maestri il Merula, il Calcondila, il Minuziano; studiò geometria e logica dalle pubbliche cattedre istituite da quel Tomaso Piatti stato in sì gran favore presso Lodovico il Moro. Oltre l'ingegno non comune, aveva dati segni di un'indole al tutto particolare, un misto di procelloso e di tenerissimo, di violento e d'affettuoso, con eccessi di giocondità e di concentrazione profonda. Qui racconteremo succintamente due fatti leggeri in sè stessi, ma che, mentre valgono a dare alcuna idea di codesto suo temperamento, potranno anche far conoscere i primissimi motivi, dai quali in certo modo fu determinata la vocazione dell'intera sua vita.
Trovandosi, quand'era fanciullo di circa otto anni, presente al racconto che Cristoforo Palavicino, fratello di Anton Maria, faceva del modo col quale Lodovico il Moro era stato preso da' Francesi, fu insensibilmente attirato dalle parole dello zio, il quale, a differenza del fratello, essendo piuttosto sforzesco, narrava il fatto con quell'accento di verità e di compassione che si imprime negli animi. Quando si fu al punto dell'imprigionamento dello Sforza, la contessa Giulia, che si teneva in grembo il fanciullo, vide cadere due grosse lagrime sulle guance di lui e tremare di commozione i suoi labbruzzi infantili. Nè questo bastò; ma quello che fece una profonda impressione in tutti gli astanti, quando si parlò dei due figli del Moro, dei pianti disperati del secondogenito Francesco nel momento che fu staccato da suo padre, il fanciullo Manfredo, che lo aveva conosciuto e s'era trovato spesso con lui ne' giardini ducali, diede in un sì dirotto pianto con tanta furia di singhiozzi, che la madre penò molto ad acquetarlo; e fin da quel momento ogni qualvolta in sua presenza parlavasi di Francesi si riscuoteva tutto, e la bella sua faccia si rannuvolava.
Nel 1507 un'altra circostanza accrebbe ancor più quell'avversione che il giovinetto aveva per Francia. Venuto re Luigi in Milano per la seconda volta, il marchese Anton Maria volle invitarlo ad uno splendido banchetto nel proprio palazzo. Godeva quel re intrattenersi famigliarmente con tutti, e dilettandosi a far domande ora all'uno, ora all'altro, s'era pure in quel dì rivolto al giovane Manfredo, il quale o stesse sopra di sè impensierito, o fosse dispettoso di quella domanda, non seppe o non volle rispondere. Il re attribuendo a quel silenzio una causa troppo lontana dal vero: _questo giovane dev'essere ben sciocco_, disse in francese ad uno de' suoi cortigiani, e si volse altrove. L'indole altiera di Manfredo, che aveva comprese troppo bene quelle parole, rimase così colpita e piagata, come se gli fosse avvenuta qualche sventura, e Luigi gli diventò così odioso, che ad arrovesciargli l'animo non v'era cosa più pronta che nominargli quel re.
Ma l'anno 1512 fu per lui ben più terribilmente memorabile. Le cronache non raccontano con chiarezza il fatto; ma tra il Palavicino e il nipote del governatore Chaumont intervenne una gravissima contesa che finì colla morte del giovane francese ucciso da Manfredo in duello.
Il padre suo Anton Maria, che di questa terribile avventura fu più addolorato assai che il governatore medesimo, a dar prova del suo attaccamento a lui ed alla Francia, la notte medesima del giorno in cui era avvenuto il fatto, appena gli giunse a notizia, cacciò di casa e solennemente diseredò il giovane Manfredo, a nulla giovando le preghiere e i pianti disperati della madre Flisca che, amando svisceratamente l'unico suo figliuolo, da quell'ora non ebbe più un momento di pace.
Da quell'anno in poi il giovane Manfredo stette fuori, nè ritornò in patria se non dopo aver redate le immense ricchezze del fratello della madre sua che, a compensarlo dell'irremovibile e mostruosa severità del padre e dell'odio de' fratelli lasciò lui solo erede d'ogni suo avere. Ma il giovane non stava pago di questi compensi che la fortuna gli volle esibire.
Avendo compreso, che con quel marchio del paterno ripudio era per lui ben più difficile che ad altri l'aprirsi una via tra gli uomini, gli venne un desiderio ardente di operare alcuna cosa di grande e di generoso per mostrare così ch'egli era degno d'una sorte migliore, per meritarsi così la stima e l'amore degli uomini.
Desiderio che fu potente a temperare in lui quell'eccessivo amore di sè che l'istinto mette nell'uomo, e a mettergli innanzi come indeclinabile la legge sublime del sagrifizio.
Non avendo dapprima in che trasfondere quell'esuberanza d'affetto che lo agitava, ributtato dai vani splendori e dalle pingui prosperità, s'egli mai girasse l'occhio per cercare qualcheduno del mondo a cui affidarsi, sempre, per una tendenza invincibile, lo posava dove la sventura avesse infranta o spostata qualche esistenza, dove l'umana dignità fosse stata con eccessivo rigore umiliata, dove l'ingiustizia avesse scagliata la sua sentenza inesorabile. L'amore istesso ch'egli naturalmente portava alla giovane sua madre, gli s'accrebbe a mille doppi quando la seppe così infelice, quando s'accorse ch'ella aveva bisogno che taluno la difendesse contro agli sdegni dei vecchio marito, contro il rancore degli altri figli non suoi.
L'uomo d'ingegno e di cuore sente assai più bisogni in sè, che non il volgo degli uomini; egli s'accorge che nell'esistenza v'ha più d'una sfera d'azione: la famiglia, la vita privata, la pubblica, e che per essere completo, un uomo deve appunto versare in tutte coteste relazioni. Il cuore del giovane Palavicino aveva trovato assai in quella dolce sua madre: il pensiero di lei poteva occupare fortemente gran parte della sua vita; ma tanto non gli bastava. A quella figura dignitosa, venerabile, cui egli doveva inchinarsi come a maggiore, desiderò venisse compagna un'altra figura affettuosa e venerabile del pari, ma più giovane, e a cui egli potesse unirsi come ad eguale. Però le virtù stesse di sua madre avendogli come data la misura per giudicare ogni cuore di fanciulla a cui per caso s'accostasse, è facile a credere come l'affetto suo avesse dovuto lasciar trascorrere gran tempo prima di posarsi in qualcheduna; d'altra parte egli sentiva anche qui il bisogno di asciugare qualche lagrima, di confortare qualche esistenza. Su tutti que' volti giovani, freschi, rosati, levigati, egli non aveva mai scorto un segno che attestasse qualche spina secreta. Non aveva trovato che giocondità ed innocenza infantile, ed egli voleva qualche cosa di più, che finalmente gli fu concesso di trovare. Venne il giorno in cui, passatagli innanzi, quasi un'apparizione repentina, una gentile e mesta creatura, provò i soprassalti improvvisi di una gioia presaga, e senz' altro attendere, l'aggruppò alla soave figura della propria madre. Ma a rendersi più accetto a quella nuova sua donna, a mostrarsele più degno, bisognava che l'esistenza sua si gettasse nella vasta faccenda della vita pubblica, si scegliesse un motivo d'azione, un assunto grande e generoso.
Le prime sue lagrime erano state versate sulla sventura di due creature giovani come lui, deboli come lui, rimasti orfani d'un padre percosso da una eccessiva giustizia.
Quei due fanciulli, in quegli anni che stette fuori, li aveva conosciuti adulti, alla Corte di Massimiliano d'Austria dove, esuli, avevano riparato; li aveva riveduti quando su quelle giovani teste pesava l'ira di un'intera nazione potente e armata a loro danno. Col più giovane dei due fratelli specialmente, essendone mediatrice l'eguaglianza dell'età e la simpatia straordinaria dell'ingegno e del cuore, aveva stretta un'amicizia calda e tenace. Allora il suo impiego, gli obblighi suoi, il suo fine come uomo che ha a vivere al cospetto d'un'intera nazione, come buon cittadino gli venne subito innanzi, e non esitò ad accettarlo, a sceglierlo anzi con un ardore potente al pari di una passione. Da quell'ora l'azione dell'intera sua esistenza fu determinata; aveva una madre da venerare, una donna d'amare, una patria, una causa, una dinastia a cui sagrificarsi. Da quel punto non fu più irresoluto, la via gli era aperta innanzi, non guardò se fosse ingombra e difficile, e i suoi passi si accelerarono.
Ora che codesto giovane fu presentato sotto il punto di vista il più favorevole, non vogliam già dire che sempre ei si rivelasse altrui da questo unico lato; vogliam dire soltanto che da questo lato mostravasi altrui il più delle volte. Del resto troppi requisiti gli mancavano ancora per ottenere un buon ingresso nel calendario de' santi, e v'eran momenti anzi ne' quali correva pericolo di non parer più riconoscibile; come avviene delle linee semplici ed eleganti d'una bella faccia che, scontorcendosi, si tramutano sotto gl'impeti dell'ira, così avveniva di lui se per avventura versasse in circostanze straordinarie, o la passione di soverchio lo agitasse. Soleva allora darsi il caso ch'ei rivelasse debolezze e difetti che uomini di gran lunga men virtuosi di lui chiamerebbero incomportabili. Però potrebbe forse avvenire che codest'uomo sfuggisse talora ad un'esatta analisi. Ma chi è vago di caratteri eternamente costanti e invariabili, rifrughi la tragedia classica, e chi si piace di profili immobili, contempli le teste effigiate sui cammei e sulle monete.
Intanto, percorrendo la via sotterranea, il duca ed il seguito ebbero attraversata tutta la città. Due uomini furono espressamente spediti innanzi ad avvisare il castellano che giungeva l'eccellentissimo duca, e quando questi arrivò al piede dell'altra scala che metteva nel castello, trovò qui gentiluomini e soldati che lo stavano aspettando. Mise il piede finalmente sul selciato del castello, e in mezzo a due stipatissime file di soldati attraversò il gran cortile e salì nelle stanze ducali.
Batteva l'ora di notte all'orologio della torretta, e in quel momento dai quattro lati del castello si udirono i suoni delle trombe che chiamavano a raccolta. E in ogni parte del castello, nel cortile, sotto gli atrii, sotto gli androni, sugli spalti che guardavano la gran fossa, alle feritoie, ai merli era un tumulto, un frastuono, un brulichio d'armati incessante, e in quell'ora quel vasto ricinto rendeva l'immagine come di un grande alveare nel quale confusamente s'agitassero ronzando migliaia e migliaia di armati. Siccome non avevasi a passare che una sola notte colà, tutti gli Svizzeri che si trovavano in Milano sotto gli ordini del Sion, tutte le labarde tedesche le quali costituivano la guardia dei duca, tutti i soldati di ventura stranieri, e quanti vestivan armi in Milano, vi stavan raccolti insieme per esser pronti alla prim'alba del prossimo dì. Nè faccia maraviglia che si potesse dar luogo a tante migliaia di soldati. Quantunque il castello a quel tempo non avesse quella gran cinta di casamenti che lo chiude in mezzo oggidì, avea le fortificazioni che si estendevano per gran tratto all'intorno, e dalla parte poi che spetta a settentrione arrivava coi vasti broli chiusi da cinte fortificate, sin dove oggi si estende il borgo vicino; però su questo gran tratto di terreno, zeppi che furono i luoghi chiusi e coperti, i soldati come meglio poterono s'acconciarono a dormirvi a ciel sereno, buttati a disagio sul nudo terreno.
Il Palavicino intanto e Francesco Sforza, dopo avere accompagnato il duca nelle sue stanze, subito erano stati licenziati.
--Giacchè ci rimane qualche tempo, disse il marchese nell'uscire collo Sforza, andrei un tratto nella camera dell'ammenda alla torre, chè vorrei vedere dappresso costoro, che senza conoscermi, si volevano la mia vita. Così interrogandoli io stesso, tenterei scovar fuori qualche cosa di più.
--Son già condannati nel capo, nè c'è altro a cavarne. Quel che han confessato è ben chiaro.
--So per altro che, tra l'altre circostanze, han deposto che il caporale che li ha pagati era una volta agli stipendi del Lautrec. Questo sarebbe un filo per conoscere se il colpo venga propriamente da costui.
--Potrebb'esserlo.
--Ben è vero che anche senza prove io credo al tutto che sia così la cosa, nè, altrimenti, saprei come acconciare i fatti tra loro.
--Il Morone è del medesimo avviso tuo. Ma lui sa quel che intravvenne tra il Lautrec e te altra volta, ond'ebbe presto il modo di portar giudizio sul fatto. Ma io non so nulla.
--Dopo l'attentato è questa la prima volta che mi trovo con te. Ma pure te ne dovrei aver parlato altra volta.
--Ciò non può essere, se nulla me n'è rimasto in memoria.
--Allora ti dirò tutto in breve. Ma rechiamoci in prima alla camera dell'ammenda.
--Non so se mi convenga venir teco, nè, a dir la verità, vorrei esser riconosciuto potendo venir loro in mente ch'io avessi il diritto di grazia.
--Ciò non avverrà; possiamo andare.
Così, passando in mezzo a cento gruppi di soldati, si recarono nel cortile, detto della Torretta. Una labarda che precedeva il duca salì a far l'imbasciata al custode. Questo tosto discese.
--Si vorrebbe entrar nella camera dell'ammenda, gli disse il duca.
--I condannati per l'attentato contro il marchese Palavicino, se son quelli che volete vedere, ci furono condotti oggi di fatto. Io sono agli ordini di V. E.
--Questo che è con me è il marchese Palavicino appunto. È lui che vuol vederli.
Il custode allora, seguito da essi, risalì la scala e corse in fretta a cingersi la spada. Li fece passare per mille andirivieni e corritoi, ne' quali la tetraggine serrava gli animi. Finalmente il custode, spalancata una grossa imposta di legno di quercia tutta rivestita di ferro:
--Eccoli, disse, sono costoro.
La scena che si offerse a' due riguardanti era truce e curiosa nel medesimo tempo. Su ciascuno dei quattro angoli d'un carcere a volta, ampio e nano, v'eran quattro letti di lucido legno inchiodati a terra. Legato a ciascun letto con una grossa catena che poteva esser lunga forse tre passi un uomo. La foggia dei vestiti, benchè diversi l'uno dall'altro, pure li dava a conoscere per soldati. Accostandosi poi a ciascuno di essi, non si durava fatica a conoscere che non appartenevan tutti ad una nazione medesima. Ed erano infatti due Piccardi, un Valacco, un Italiano. Stando a quanto s'era potuto raccogliere dalle loro deposizioni, all'Italiano, come al più esperto delle vie di Milano, era stato dato carico di far la scorta agli altri tre, i quali non avevan poi a far altro che ferire.
Il Palavicino, dopo aver gettata un'occhiata su ciascheduno chiese al custode se avesser deposto altro in aggiunta alla confessione del dì prima, e avendogli il custode fatto cenno di no, volle accostarsi allora ad uno di essi per tentarlo in qualche modo, e il primo a cui si presentò per combinazione, fu il Valacco.
Disteso quant'era lungo sul nudo legno, immobile, calmo, ritto come se facesse l'esercizio, cinto così strettamente ai fianchi che pareva avesse il corpo diviso per metà, rendeva la figura di una gran mosca, con un vestimento compiuto alla foggia tartara, poco diverso da quello di un odierno ungaro, (perchè costumi e civiltà in quelle regioni puntandosi alla consuetudine come un mulo, che adombri, alla terra, non hanno voluto, per battere che siasi fatto, dar mai un passo innanzi.) Aveva quell'ossatura di teschio più larga che lunga che distingue la razza tartarica, naso schiacciato, bocca larga e labbro gonfio, coperto da un filo di pelo, nero, lungo, appuntato, lucido come la coda di un sorcio impiastricciata di lardo. La tinta del volto era tutta soffusa d'un bel giallo d'ottone misto ad una leggiera dose di verde di rame, zigomatiche alte, occhi tondi e grossi ed una fronte così bassa e angusta che l'intelligenza ci doveva star comoda come un condannato ai forni di Monza. Da quel complesso insomma si conosceva un vero discendente di Cam, il Maledetto.
Allora il Palavicino si provò a scuoterlo da quello stupido letargo, e fattosi dire dal custode il nome di colui, lo chiamò ad alta voce.
Il Valacco piegò un momento la testa.
--Sai tu perchè sei qui? gli domandò il Palavicino.
Il Valacco stette un momento cogli occhi fissi in chi gli aveva fatta quella domanda, poi rispose:
--Credo bene di saperlo.
--E a che pensi tu adesso?
--A questa carogna di custode, il quale mi ha dato del pessimo lardo che non si può masticare.
--Faresti assai meglio a pensare a quello che sarai tu domani, gli disse allora il custode.
Il Valacco crollò più d'una volta la testa, poi disse:
--Capisco quel che vuoi dire. L'uomo che venne qui un momento fa, tutto bigio come un bufolo del Niester, credo bene che fosse il boja...
--Era lui di fatto.
--Va benissimo.
--E a momenti sarà qui il frate...
--Perchè il frate? Io non voglio frati.
--È per la salute dell'anima tua.
Il Valacco tenne un istante gli occhi fissi come uno scemo al quale siasi dato un pugno sulla testa, poi soggiunse:
--Ah... capisco! Si poteva però anche risparmiare, chè in quanto all'anima, m'è indifferente s'ella sia per uscirmi dalla bocca, o da qualsiasi altra parte, e che viaggio sia per fare di poi, non ne voglio aver notizie.
Detto questo, si voltò per la prima volta su di un fianco, e non volle risponder più a nessun'altra domanda.
Nel frattempo che il Palavicino s'intratteneva innanzi al letto del Valacco, il condannato che gli stava rimpetto, non si ristava pur un momento dall'agitare e dallo scuotere le sue catene furiosamente, mutandosi e rimutandosi or sull'una, or sull'altra gamba cambiando ad ogni tratto postura gestendo, parlando ad alta voce; egli solo, in quel camerotto, faceva tanto rumore quanto ne poteva fare un'intera compagnia di lancieri.
Il custode avendo detto al duca e al Palavicino che quello era l'Italiano, subito a lui si volsero, vedendo che dal Valacco non era possibile cavare un costrutto. Aveva colui uno straordinario aspetto, capelli neri, lunghi, arruffati che gli adombravano un'alta fronte segnata da spessi solchi; occhi neri, acuti, sinistri, mobilissimi. Non pareva vero che il Valacco e costui fossero due esseri d'una medesima specie, tanto erano opposte le loro indoli.
E qui lo sguardo del Palavicino cadde a caso su d'uno sgorbio fatto sulla parete alla quale era inchiodato il letto dell'Italiano. Era un disegno ch'esso aveva tentato di fare col carbone, il qual disegno era diretto a rappresentare una forca con appesovi un uomo. Sotto all'uomo si leggevano queste parole che occupavano quasi tutta la parete:
--Io mi chiamo Giovanni Adolfo Gavazzola, figlio di Bernardo, mastro mirrante, e di Gaspara Spada, levatrice. La mia disgrazia è quella di non esser nato quarant'anni prima, che a quest'ora sarei forse maresciallo come il Trivulzio, che non è niente più galantuomo di me. Cosi invece domani sarò impiccato; non è che una combinazione.--
Più sotto, e con molto spazio interposto, il condannato, forse in un momento di riflessioni serie, aveva scritte quest'altre parole:
--Non so bene che opinione abbia di me il padre eterno, ma se è giusto, dovrebbe usarmi dei riguardi.--
Queste parole fecero una strana impressione tanto nel duca, che nel Palavicino, il quale, dopo alcuni momenti, cominciò a far molte interrogazioni a quel tristo. Ma non gli venne fatto di cavarne ciò che desiderava. Quel soldato non aveva conosciuto neppur di persona il Lautrec, nè disse altro se non d'esser stato obbligato per forza a quell'assassinio e che se coloro che lo avevano condannato a morte avesser conosciuto com'era corso il fatto in tutto e per tutto, lo avrebbero senz'altro rimandato assolto.
Sollecitato allora a palesare ogni cosa, rispose, che quel ch'era stato era stato, che lui aveva data la sua parola, e che non avrebbe mai detto nulla di più.
Accortosi allora il Palavicino che non riuscivasi a nulla, staccatosi da lui, si volse ai due francesi, dai quali potè finalmente raccogliere tale circostanza che lo raffermò nella sua credenza.