Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana
Part 28
Lanifizj e setifizj in tanto numero, quale non ebbe a vantar mai prima di quell'epoca; fabbriche di stoffe, di broccati, di broccatelli, di bucherame, che esportavansi nella bassa Italia, a Lione, a Parigi, a Londra, persino alle Fiandre, dove pure l'industria manifatturiera era giunta a così alto punto. Officine innumerevoli per la fabbricazione delle armi, all'acquisto delle quali si accorreva qui, come tutti sanno, da tutt'Europa. E a tal potenza manifatturiera e commerciale non inferiore la coltura delle scienze, delle lettere, delle arti. Lodovico fu per Milano, nella relazione colla civiltà, quello che fu Leon X a Roma, colla differenza assai notevole, che Lodovico gli fu anteriore di un quarto di secolo, e che invece di trovare il cammino in gran parte già dischiuso, dovette egli il primo aprirlo di posta, dopo che il governo feroce e tenebroso dei due ultimi Visconti, l'anarchico interregno, torbida linea di divisione tra lo spegnersi d'una dinastia, e il sorgere d'un'altra, l'atrocità mentecatta di Gian Galeazzo Maria, che avea disperse al tutto le generatrici sementi del primo Sforza, avevano moltiplicati inciampi al vitale dispiegamento di tutte le forze d'uno Stato. Inciampi che al Moro riuscì di superare con tale prontezza e pienezza di risultato, che lo fanno meritevole della lode degli storici.
Pubblici stabilimenti d'istruzione, le scuole del Piatti, del Calchi, del Grassi, s'aprirono sotto lui per la prima volta. Il Calcondila, il Merula, il Minuziano, il Ferrari ed altri molti si raccolsero in Milano, per insegnarvi scienze, lettere, lingue erudite. Il Leonardo fondò la scuola lombarda di pittura; il Gaudenzio Ferrario, il Luino, l'Oggionno, antistiti di quella scuola, fiorirono sotto il Moro. Bramante dispiegò per lui il suo straordinario ingegno architettonico, e lo trasfuse in Bartolomeo Suardi, detto il Bramantino. Insieme ad un'accademia di pittura venne pure dal Moro fondato il primo conservatorio di musica che vantasse Italia, e così molt'altre instituzioni s'effettuarono per le sue cure, come sanno anche coloro che men sanno di storia patria.
E tali cose noi avremmo tralasciato di por qui, considerando che in mille guise furono già notate, raccontate, discusse da storie generali e parziali, da cronache municipali, da dissertazioni accademiche, artistiche, se non giovasse richiamare un istante tutti codesti fatti gloriosi in mille libri notati, per parlar poi dell'ultimo esito a cui toccarono, vogliam dire dell'assoluta loro scomparsa, del loro diuturno esiglio dal paese nostro; fatto complesso dissimulato di molti fatti individui, replicati ad esuberanza; fatto che, esplicitamente almeno, e quando è toccato, intendasi bene, questo solo periodo di tempo, non si trova registrato ne' libri.
Abbiam detto quando è toccato questo solo periodo di tempo, perchè, parlando poi dell'era ispanica, tutti gli storici tumultuano in folla, ripiangendo la fuga delle arti, accelerata dal suono del tamburo delle soldatesche spagnuole.
La scomparsa delle arti e delle industrie venne dunque da tutti sin qui registrata dopo la venuta degli Spagnuoli, non mai prima; e di recente anche un nostro distintissimo concittadino, il quale è solito a portar nelle questioni, anche quando le tocca di volo, un acume, un tatto, un'indipendenza di giudizio certamente non comuni, mise anch'esso la sua sottoscrizione accanto all'altre numerose, forse, noi crediamo, perchè fu quello un momento di molta fretta.
Fu dunque sempre creduto che il ducato di Milano, prima del reggimento spagnuolo, quantunque abbia subite infinite crisi, le abbia però sempre subite nel rapporto esterno, nel rapporto colle nazioni conquistataci, non mai nell'interna vita, la quale fosse poi sotto a un governo, che sotto a un altro, si credette continuasse ad esser sempre vegeta e rigogliosa.
La questione è dunque intorno all'epoca vera in cui le arti esularono da noi, epoca che noi porremo alla seconda venuta dei Francesi in Lombardia. E sebbene di un tal fatto non ci sia espresso racconto ne' libri contemporanei, v'è però se non il racconto, gli elementi almeno di esso, in alcune lettere d'uomini contemporanei, di pittori, di scultori, lettere di Luino, di Ferrario, i quali assicurano non trovar più modo di vivere decorosamente a Milano; e in quanto a' libri, se non se ne parla a precise parole, sono in esse registrate le cause di effetti necessari taciuti, che sono appunto l'emigrazione di artisti, di manifatturieri, la dispersione delle varie industrie, e l'esportazione cessata, il consumo interno assottigliato.
Qui ci si potrebbero opporre alcuni fatti, quali sarebbero l'assegnamento di diecimila ducati, che il re fece al municipio per opere di pubblico vantaggio, e il progetto e gli studi per render navigabile l'Adda da Brivio a Trezzo.... Ma son essi fatti sparpagliati, tentativi non effettuati, e che necessariamente debbono rimanere oppressi dalla folla de' fatti contrari.
Ma la colpa d'aver prodotti tanti infelici risultati è ella tutta della Francia? Senza dubbio fu sua, e tanto più in quanto era del suo interesse medesimo il ripararvi; ma in gran parte, convien pure confessarlo, essa fu anche nostra, fu del ceto patrizio.
Pretermettiamo adesso il fatale errore di Lodovico d'aver chiamato i Francesi in Italia; esso fu, senza dubbio, la causa prima ed unica di molti tristissimi effetti, non di tutti però; e in quanto a' lontani e a' non necessari, essi si sarebbero potuti stornare, se i patrizi non avesser poi aderito a' Francesi, se per odio di Lodovico, abbastanza, ne pare, punito dell'error suo, o dagli stessi che invitò a discendere in Italia, non avesser preso ad avversare alla dinastia sforzesca; contraddizione inesplicabile, e strano modo di far iscontare una colpa, sforzandosi a perpetuare gli effetti della colpa medesima.
Se il ceto patrizio, sdegnando d'agitare la vita in un teatro angusto, non avesse vagheggiato un più vasto campo, o se, sdegnando d'obbedire ad un duca vicino, che dovea pure frenare le loro prorompenti ambizioni, non avessero anteposto di obbedire ad un re più potente ma lontano, che, come speravano, avrebbe loro rilasciati i freni; se, infine non fossero stati indotti a far così dalla smania di novità, causa frivola e ridicola di effetti seri e gravissimi, all'errore del Moro sarebbesi pure in qualche modo messo riparo.
Ma questa non sarebbe che la prima colpa del ceto patrizio, colpa anteriore allo stabilimento de' Francesi in Lombardia. È di un'altra che noi intendiamo parlare, e del fatto posteriore all'invasione, dell'avere cioè operato quanto per lui si poteva, a scompaginare l'intima vita dello Stato, il quale, anche sotto il reggimento francese, sebbene inglorioso, avrebbe tuttavia potuto, fino ad un certo punto, durar tranquillo e prospero.
Fin dalla prima volta che i Francesi eran venuti in Lombardia, e dopo che Luigi venne a visitar Milano, una folla di gentiluomini lombardi, a sfoggio di zelo ed a gratificarselo con quanti mezzi poteano, avevan voluto accompagnarlo in Francia, dove per qualche tempo, allettati dalle lusinghe del re, fermarono la loro dimora.
L'assenza diuturna de' più facoltosi cittadini dalla madre patria, fu e sarà sempre una cagione di rovina.
Costretti que' patrizi a presentarsi alla corte del re, dove il lusso e la magnificenza erano al massimo grado, nè volendo mostrarsi da meno degli altri, troppo facilmente erano spinti a gettare in un mese il reddito di un anno, e quell'oro così lautamente sparso a colmare le mani parigine, venne per la prima volta, defraudato alle lombarde, che tosto subirono la grave influenza dell'inaspettata privazione. Compiaciutisi nella loro colpevole leggerezza, a scimiottare, in quel tratto di tempo che dimoravano in Francia le foggie di colà, appena tornati in patria, mostri a dito per le novità che seco recavano, cominciarono a suscitare una stolida gara fra coloro che non erano usciti di qui, e i costosi viaggi si moltiplicavano; ognuno sollecitava di far seguito alle ambascerie, ognuno faceva lunghi risparmi in patria, per isfoggiare e sparnazzar fuori.
In Francia intanto avevan cominciato a prender sopravvento, sulle nostre, le merci e le manifatture delle città olandesi, a lei più vicine delle italiane. I velluti e i rasi d'Utrecht, i drappi, gli arazzi d'Osnaburgo, le trine di Brussell, le maglie di Gand, ebbero spaccio a preferenza. E i nostri, che avevano tanto risparmiato in patria, gettarono a scialaquo il loro oro nell'acquisto di tali merci, e reduci fra noi arricciarono il naso, schifando le manifatture patrie, non inferiori per nulla alle olandesi, le quali se ebbero smercio in Francia, fu per la sola cagione della maggior vicinanza e facilità di trasporto. Non s'accorsero che ciò ch'era utile ai Parigini, era dannoso a noi, e così chi più desiderava farsi mirare e primeggiare e por legge altrui, arrossiva di valersi ancora dell'opera di mani concittadine.
Le corse intanto a Parigi si moltiplicavano più volte in un anno, e un patrizio che, una volta almeno, non si fosse presentato all'udienza del re a Fontainebleau, bisognava scansasse le rumorose società, se non amava, esser messo in ridicolo; d'esser posto in ridicolo perchè desiderava il ristabilimento della dinastia sforzesca, perchè, lombardo, sdegnava inchinarsi innanzi ad un re francese; di esser posto in ridicolo perchè, conservando tuttavia le foggie italiane più proprie, più eleganti, più logiche di quante si conoscessero, non voleva assumere le altrui; d'esser posto in ridicolo perchè, invece di gettar le ricchezze a scialacquo fuori della città propria, le distribuiva utilmente tra i concittadini, e ne incoraggiava, alimentandola, l'operosa industria.
Di questo modo cominciò, un dì più dell'altro, a venir meno l'esportazione delle cose nostre; e rimettendosi i patrizj, appena si riducevano in patria, a' più stretti risparmi, per ristaurare le ricchezze altrove dilapidate, cominciò a mancare anche il consumo interno. Per consenso, coloro che stavano a' loro servigi e raccoglievano qualche frutto dalla loro ricchezza, furono costretti a fare altrettanto; una veste di meno, un grappolo di meno, un pane di meno; e il venditore ch'aveva sempre veduta la moltitudine affollarsi agli sportelli, si sgomentava del suo improvviso diradarsi. Ci fu un'apprensione, un allarme generale; si radunavano a crocchi fabbricatori, venditori:--Se voi non vendete, a me non convien fabbricare; la fortuna, se qui più non risponde, bisogna tentarla altrove; ormai ci bisogna uscire, qui non è altro a fare; converrebbe che tutti quanti facessimo l'armajuolo, questa sol'arte ha spaccio ancora, le altre son disertate...--Queste voci cominciavano ad espandersi, i progetti cominciarono a ventilarsi; infine più d'uno emigrò, e più d'uno a Parigi, dove tutti i patrizj lombardi affluivano, fece fortuna. L'esempio suscitò l'imitazione, e, fin dall'ora, molte arti indigene esclusive di Lombardia, si trapiantarono oltremonte.
E dopo il ritorno di Massimiliano Sforza, la maggior parte del ceto predominante, avverso al ristabilimento di quella dinastia, o fermarono al tutto la loro dimora in Francia, o in patria fecero ancor peggio di chi se n'era ito altrove. Il buon senno, esulato dalle alte regioni, erasi rifuggito nelle più basse, che pur sono consueto dominio dell'ignoranza e della superstizione, ma il popolo minuto, stretto dai fatti, s'accorgeva del tarlo, mentre i patrizj, illesi tuttavia, godevano a soffiar nella fiamma che, a lungo andare avrebbe involuto anche le robe loro.
Gettando un'occhiata sulle varie magistrature in quel secolo costituite in Milano, su quelle che non potevano essere esercitate che da nobili, e segnatamente al gran consiglio de' Novecento, c'incontriamo in un fatto, del quale non fu mai tentato d'indagar la cagione.
Prima che si aprisse il secolo XVI ossia, prima che la Francia si stabilisse fra noi, il numero dei novecento che costituivano il gran consiglio ora tuttavia completo. Poco dopo, ai novecento si cominciò a sottrarre il centinaio, e grado grado il numero si venne tanto assottigliando che, nel 1516, a quel consiglio più non rimaneva che l'appellazione de' novecento, non contando in fatto più di 150 nobili.
L'appellazione superstite è prova, ch'esso non venne mai abolito nè ridotto a minor numero per decreto espresso, (perchè, quando ciò avvenne sotto il Lautrec, che volle non fosse costituito che di soli 60 decurioni, l'appellazione di gran Consiglio cessò, e le fu sostituita quella di _Cameretta_), parrebbe dunque che quella riduzione di numero sia avvenuta di sua natura, vale a dire per assenza spontanea e diuturna del più dei patrizj, assenza dalla città, o solamente assenza dal Consiglio, per disamore delle cose patrie.
Ed ora ci sarà forse taluno cui dispiaccia siano state scoperte codeste piaghe, e ci voglia gridare, ch'era debito nostro il tenerle celate? Se v'ha chi se ne senta la tentazione, si alzi pure, si alzi, e gridi a sua posta; noi teniamo in serbo una risposta per lui.
Dopo la battaglia di Marignano le cose camminarono di male in peggio sempre più; quando il commercio e le industrie lombarde ebbero ricevuta una così mortale percossa, le arti consacrate al solo diletto, al solo ornato, tanto meno furon valide a sostenersi. I patrizj assenti lasciavan senza commissioni scultori e pittori; reduci e in bisogno di far risparmi, cessarono di far donazioni alle chiese, le quali in quel secolo, ajutavan l'arti, aiutate dalle elemosine. Cosi una cosa crollando ne faceva crollar mille, e i patrizj, che avevan dato il primo urto non si ristavano; così la città nostra vide passare molt'anni, spensierata, indolente, tranquilla, come il possidente che, ignaro che il suo gli è dilapidato a furia, dorme abbastanza placidi i sonni, improvvido che un rovinoso sequestro il getterà nudo, quandochessia in mezzo alla folla.
Ma venne un anno memorabile; un governatore partì per dar luogo ad un altro. Il sonno fu rotto di colpo ai Milanesi che spaventati, si destarono; sarebbero morti di lenta consunzione, e la violenza accelerò gli estremi dolori; sarebber morti senza pianti, senza strepito, forse senza patimenti, tranquilli. Ma ferri omicidi e flagellature a sangue, fecero loro alzare così acute grida di spasimo, che furono udite a grandi distanze, e tanti e tali strazj, operò un sol uomo di noi, che l'orrore non ne può essere scemato, anche dopo sì lungo corso di tempo.
Ora è di un tal uomo che ci dobbiamo occupare.
CAPITOLO XX
Mentre la tenebra più fitta di questo rigido dicembre copriva la città tutta quanta, il palazzo ducale e il largo spazzo che gli si stende innanzi, appariva come circonfuso da una rossa nube in molti punti e ad uguali distanze attraversata da vivi raggi di luce; era l'effetto prodotto dai finestroni del palazzo che riboccavano di splendore, al quale facea velo la foltissima nebbia. Chi, in quell'ora, avesse osservato Milano da un'eminenza, sarebbesi accorto ch'era quello l'unico punto risplendente nell'oscurità totale; chi avesse potuto raccogliere tutti i suoni che s'innalzavano allora dalla vasta superficie, in quell'unico luogo avrebbe udite voci allegre e baccanti, le quali facevano un duro contrapposto alle parole di lamento e d'ira che si alzavano da mille punti della città oppressa. Una catasta accesa di notte ad ardere ossa in un campo santo, intorno alla quale i becchini, nell'atroce loro indifferenza, prorompessero in iscoppi di risa, potrebbe dar qualche immagine di quel luogo, di chi vi dimorava, di Milano, dei Milanesi a quel tempo, in quell'ora.
Il governatore in una grand'aula del palazzo ducale, soleva passare gran parte della notte in mezzo ai suoi ministri, ai suoi baroni, agli ufficiali, ai soldati. Era una di quelle immense aule gotiche, di cui si è smarrita la misura dall'architettura pigmea di oggidì.
Pochi minuti dopo ch'era scoccata l'ora di notte, in quell'aula, da una contigua, traguardando nella quale, vedevansi ardere ancora i doppieri sui confusi avanzi di una gran mensa disposta a ferro di cavallo, entravano a diversi gruppi i soliti commensali del governatore; bisbigli, parole, cachinni, risa, sghignazzi, grida uscenti da più di cento bocche si fondevano in un rumor solo, vasto e forte, che avrebbe impedito di udire il rombo del grosso campanone del duomo vicino.
Di tal modo, in breve, quel vastissimo luogo divenne quasi angusto per tanta gente. Una gran fiamma, erumpendo allora da più fascine appoggiate a' grandi alari di bronzo, s'innalzava gigante crepitante, scomparendo coll'acuta sua lingua, sotto l'immensa cappa di un camino straricco di sculture a tutto rilievo, di proporzioni rispondenti a quelle della sala, e innanzi a cui stavan disposti una trentina di sedili. La ricchezza onde la sala era addobbata era certamente straordinaria, ma in tutto militare, senza impronta nessuna dell'eleganza squisita di quel secolo; nel mezzo una tavola lunga e stretta, ingombra di vasi, di vassoi, di anfore, di mescirobe, di guastade, di fiale, di calici. I vini di Sciampagna, di Borgogna, di Provenza, tutte le ragioni dei vini di Francia, e le più squisite d'Italia e di Spagna, attendevano colà d'esser travasate nel capace ventre della soldatesca patrizia. In molti luoghi v'eran tovaglieri dei giuochi, il faraone, la zecchinetta, la cricca, la tavola reale. Una camera vicina, osservando nella quale si vedevano elmi, corazze, scudi, spade, azze, palozzi e fasci di fioretti alla rinfusa, era destinata all'esercizio della scherma. Il governatore, schermidore d'una straordinaria potenza, vi si provava a tutte le ore del dì.
In breve, ciascheduno dei cento si ebbe scelta l'occupazione che più gli andava a grado; molti, colme le tazze di vin di Borgogna, si disposero in giro intorno all'ampio camino; nessuno sedette però; tutti aspettavano ci venisse il governatore, il quale, come alligatore al sole, godeva digerire il suo pasto all'ardente riverbero della fiamma.
Dopo qualche tempo, il governatore finalmente entrò; entrò a passi gravi, e gettando in giro una torva occhiata (era codesto un suo moto caratteristico, e lo ripeteva assai spesso). E prima piantossi in piedi innanzi al camino col tergo rivolto al fuoco; l'ombra dell'alta e complessa sua corporatura si proiettò allora, allungandosi in giganti proporzioni sul pavimento e sulla parete opposta, tutta illuminata dalla rossa luce della fiamma; poi si volse, e gettatosi a sedere, dispiegò le mani a comunicar loro il vivo calore del fuoco. Il suo volto truce di cicatrici, metà illuminato dal fuoco, metà coperto dall'ombra delle mani, faceva una impressione di ribrezzo e di paura ad un tempo.
Erasi fatto un po' di silenzio; in quello si alzò la sua voce chioccia e nasale:
--Stando di là, udivo il barone De-Forses che parlava, e i vostri sghignazzi che rispondevano; se fosse mai la storia di qualche sposa o fanciulla o donna qualunque che voi aveste fatto strillare, tornate da capo, vi ascolteremo con piacere.
E il De-Forses si fece innanzi. Allora i più fecero cerchio intorno al Lautrec ed al barone coclega, che replicò un racconto tenuto alcuni momenti prima. Narrò una storia recente, di cui egli era stato il principale attore, una storia di sopruso, di libidine, di violenza. Narrò le preghiere e le lagrime disperate d'una tra le più belle e virtuose gentildonne lombarde; narrò la morte miserissima di lei; e il tetro barone, riputando così di rendersi più accetto, caricava ad arte gli atroci colori del suo racconto, che noi avremmo orrore di ripeter qui.
Ma parve che il Lautrec ne ricevesse questa volta una sensazione, chi sa per qual causa, ingrata, perchè, sebbene volesse dissimulare, pure gli scappò detto:
--Basta così, De-Forses, basta, volevo qualche cosa di più allegro; e si concentrò in sè medesimo, chi sa a quali obbietti pensando.
A quelle parole, a quell'atto del governatore ciascheduno si ritrasse, lasciandolo solo innanzi al camino. Tutti que' baroni ed ufficiali e soldati francesi, che pure eran tanto orgogliosi, di sè stessi, tanto iracondi, tanto affrenati, allorchè trovavansi presso il governatore, parean schiavi tremanti al cospetto del loro signore. Erano così procellosi i suoi impeti quando l'ira lo trasportava, così mutabile l'umor suo, così difficile a comprendersi quello che gli piacesse, quello che no, che ognuno stava in gran riguardo, per non profferir parola o fare atto il qual fosse in fallo. Ed era sempre curioso a vedersi, come a tutti cadesse improvvisamente ogni baldanza quand'egli, da una tal quale alacrità apparente, passava, di colpo, ad una concentrazione profonda senza farne le viste, ognuno si dileguava, amava star lontano da lui. Tacque dunque De-Forses, le atroci risa cessarono.
In quella, da un tavoliere intorno al quale stavano osservando una dozzina di soldati, sorse quel grido che, di solito, accompagna il fine ansiosamente aspettato di una partita di giuoco.
--È vinta, gridò un francese, l'uno dei giuocatori; è questa la prima volta, in dodici mesi, che il conte perde due partite, l'una dopo l'altra; domani, l'artiglieria del castello ne darà avviso a tutta la città, è cosa che lo merita.
--Se questa fu una perdita, rispose allora il vinto, non mi pesa però, perchè presto mi varrà una vincita ed una vendetta; e la voce bella, tonda e sonora onde furono pronunciate quelle parole colla cara italiana pronuncia, si alzò su tutte le altre.
Era la voce del conte Galeazzo Mandello, amico nostro, che, saettando la nera e vivace pupilla su chi gli stava d'intorno, scuotendo la nerissima chioma, ed accennando del nobile suo volto, pareva l'uomo re in mezzo ad una razza degenere.
Era da qualche tempo che giocava a tavola reale con uno di quei Francesi, ma dall'angolo ove stava seduto, avendo udito il racconto del De-Forses, non avea potuto mantenere il suo sangue freddo, e la sua attenzione, interrotta dallo sdegno che quasi gli fe' rompere in quel punto la sua regola di dissimulazione, non valse a dargli vinta la partita.
--Quel che sarete per fare di poi, seguì a dirgli il francese vincitore, lo farete a comodo vostro: domani intanto l'artiglieria si farà sentire.
--Ebbene, sia ciò per dato, rispose il Mandello, qualora però io non vinca adesso con voi sei partite, l'una dopo l'altra; s'io non vinco, i doppi petardi dei castello annuncino pure la mia sconfitta domani.
--Accetto il patto.
--E tal sia.
Così i due emuli si rimisero a giuocare.
Ma in che modo il conte Galeazzo poteva acconciarsi a vivere in mezzo ad uomini da' quali la sua città era tanto conculcata.... e perchè vi si acconciava? un tal perchè basterebbe cercarlo nell'indole originalissima di lui; ma altri ve n'aveva, e gravissimi. Basti il dire intanto, che fu immenso il vantaggio derivato dalla sua dimora nella città, nel tempo che quasi tutti ne uscivano. Fu per lui se molte e molte famiglie avevan potuto scampare dall'ultima rovina; egli che sì spesso aveva barcollato della persona, fu potente a sostenere le altrui fortune che crollavano. Molti gentiluomini, la maggior parte anzi, prima d'esser còlti, avvisati da lui, avevan potuto uscire; fu esso che consigliò a tutti di vendere quante terre possedevano in Lombardia, perchè non andassero in gola del fisco, e d'impiegare l'oro che ne cavavano sulle banche di Genova, di Livorno, di Pisa. Anch'egli avea fatto il medesimo, aveva altrui vendute tutte le sue terre fino all'ultimo jugero, tutte le sue case che aveva in Milano, fino all'ultima catapecchia, e il suo stesso palazzo a S. Martino in Nosigia era stato comperalo da un ebreo di Genova, al quale, intanto che continuava ad abitarvi, ne pagava l'annata.