Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana
Part 27
--Vuol dire, caro signore, che i mercanti han dato licenza a tutti i loro lavoranti, e ieri sbarrarono le botteghe. Da che Milano è Milano non s'è mai veduta una cosa simile. Ma questa volta i mercanti fecero davvero orecchio da mercante, e il signor governatore, che dopo aver fatti domandare gli abati dei Paratici, impose loro una tassa di cinquantamila ducati da pagarsi tosto agli Svizzeri che han messo in campo certe loro pretese, questa volta non trovò la solita paura, e i nostri operai trovarono il coraggio nella disperazione. E tutt'oggi intanto che la città è in gran silenzio, e pochissimi vanno in volta, e la nebbia e il freddo e il ghiaccio, ch'è più terribile ancora di quel del dieci, ha fatto che ciascun cittadino stesse fermo nel suo proposito. Ben è vero che il Lautrec ne ha fatti prender parecchi, e in dodici ore si son commesse più atrocità che in dodici anni, e Dio sa a che si vorrà riuscire....
Il Palavicino, senz'aggiungere parola, impedito com'era dal pensiero incalzante di sua madre, continuava di corsa la sua via, per cui il popolano, credendo di non fermar molto la sua attenzione, a una svolta della contrada, lo lasciò di punto in bianco e se n'andò pe' suoi fatti.
Ma per quanto il Palavicino fosse assorto, potè pure accorgersi della squallida apparenza dei palazzi signorili. Intorno a quell'ora egli era sempre stato solito vederne le finestre riboccanti di luce, e per le porte e gli atrii un ire e redire continuo di cavalli, di cavalieri, di lettighe, di servi, di famigli, essendo l'ora in cui tutti i convitati si affollavano alle mense dei magnifici signori. Ma in quel dì non avrebbe potuto accorgersi dei palazzi, se non se per le alte e cupe facciate che rendevano ancor più nere le tenebre delle contrade. Del resto le finestre e le porte, chiuse in gran parte, erano indizio che le case, come quei castelli deserti per timore dei notturni fantasmi, erano state abbandonate dai loro padroni.
E sebbene il Palavicino avesse udito non esservi giorno in cui volontariamente non uscisse qualcuno dalla città, pure non avrebbe mai creduto si fosse giunto a quel termine. In quanto poi al popolo minuto, che la popolazione fosse ancora abbondante, glielo indicarono migliaia di fiammelle che dopo qualche momento si mostrarono luccicando dalle impennate delle casupole e delle catapecchie a diradare qualche poco la nebbia.
Ma sconfortato dalla vista di quegli squallidi prospetti, il Palavicino affrettò più ancora il passo, e finalmente si trovò a San Martino in Nosigia, innanzi al palazzo del conte Galeazzo Mandello.
Entrò, domandò del conte: gli fu risposto che non era in palazzo, ma che se avesse voluto lasciar detto qualche cosa, si rivolgesse al maggiordomo.
Il Palavicino, costretto a starsi di ciò contento, pregò gli conducessero innanzi quell'uomo ch'egli conosceva assai bene, e sapeva esser fidatissimo del conte.
Colui comparve finalmente, e appena fu lasciato solo col Palavicino, questi gli si scoperse dicendogli:
--Son io, buon uomo, e vengo a cercar di mia madre. Desideravo però prima di vedere il conte: dove può esser dunque a quest'ora?
L'uomo del conte, maravigliato nel vedere il Palavicino,
--Per carità, gli disse, vogliate venire nel gabinetto del conte. Qui troppo occhi ci potrebbero vedere; venite con me. Voi mi ponete in apprensione.... Ma perchè siete venuto qui.... e di questi tempi, e di questa stagione?....
Così dicendo, seco il traeva ad una delle camere più interne.
--Venni per mia madre, gli andava intanto rispondendo il Palavicino, e sapendo quanto è avvenuto nella mia casa in questi infelici tre anni, e com'ella sia rimasta qui sola, affatto sola, son qui per sapere dove se ne sta di presente....
L'uomo del conte guardò il marchese stupefatto, e fu in procinto di dire alcune parole, che tosto tramutò in quest'altre:
--Ma da chi avete saputo tutto questo, illustrissimo? Ma chi v'ha detto ch'ella sia a mal termine?
--Mi fu scritto, però fui scongiurato a venir qui, e, come dunque potete pensare, tosto io mi mossi.
--Oh com'io vi compiango, caro signore! rispose l'altro allora facendosi forza. Ma io non so darvi nessun conforto.... Solo vi prego a sopportar la sventura con rassegnazione.... Oh, per carità, non tremate così! Siate uomo e abbiate fermezza.... Voi dunque mi avete compreso.
Il rapido tramutamento dell'espressione e delle tinte che a tali parole si osservò sulla faccia del Palavicino fu cosa straordinaria, e più straordinaria ancora quell'immobilità, dirò quasi demente, che subì tutta la sua persona, e poscia quel balzo istantaneo dall'immobilità all'escandescenza.
--Ma quando?!... chiese poi, allorchè nella parola si riversò l'angoscia disperata dell'animo.
--Martedì, alle quattro della notte. Ora sta nella cappella di San Martino. Il conte mio padrone ha fatto tutto quello che far si poteva per quella povera signora.... Non fu conforto che mettesse da parte.... l'assistette fino all'ultima ora sua. Ero là anch'io.... ed ella morì benedicendo voi, caro signore; quando il conte mio padrone le giurò (le parole le ho sentite io stesso) che, purchè morisse in pace, egli avrebbe sagrificato anche la vita per amor vostro e per la vostra sicurezza.... Quella povera signora repentinamente s'alzò alle sante parole del conte, lo abbracciò, lo baciò. Ciò vidi io stesso co' miei occhi, e ho pianto.--Io vi raccomando il mio buono, il mio unico figliuolo, gli disse, l'unica mia delizia; proteggetelo sempre, sempre, e che voi siate benedetto.... e stringendosi al petto un lembo di veste che vi coprì fanciullo, e supplicando il conte che quella unica memoria fosse con lei seppellita.... spirò.... Ma voi piangete, caro signore.... Oh! perchè non era qui il conte..., perchè non era qui lui, che vi avrebbe saputo confortare.... Ed io non posso trattenere le lagrime.... Era davvero un angelo di bontà quella povera vostra madre.... Ma consolatevi, che morì col sorriso sulle labbra, tanta gioia le recarono le parole del mio padrone.
Fu ottima cosa veramente che l'uomo del conte, condotto dall'ingenuità del suo carattere e della sua stessa pietà, abbia esposto il fatto in modo d'aprire una larga via alle lagrime. Il dolore del Palavicino fu alleggerito così, ed egli stette quasi un'ora senza profferir parola, piangendo di continuo dirottamente. Alla fine tanto quanto si riebbe.
--Che ora può essere? domandò.
--Le ventiquattro, caro signore.
--E il conte non ritorna?
--Sin oltre a mezzanotte non ritorna mai. Egli è a palazzo.
--A palazzo?
--Dal governatore.
--Il conte dal governatore? Il Palavicino si scosse facendo questa domanda.
--Egli ci va sempre, marchese. Di tutti i Milanesi egli è il più accetto al governatore.
--Vorrei che ciò non fosse, lo vorrei, com'è vero Iddio!
--Ma non credo che il governatore sia così accetto a lui.
--Perchè ci va dunque?
--Se ci va.... vuol dire che facendo altrimenti, farebbe il danno di sè e degli altri. S'io vedessi il conte mio padrone a colloquio col diavolo, non mi stupirei punto; direi soltanto: questa volta è il diavolo che va di mezzo. Il conte, caro signore, è tutt'altr'uomo di quello che voi l'avete lasciato.... Alle cene del governatore, non crederei ch'egli sia l'ultimo a vuotar fiale.... ma in casa non beve quasi mai. A mezzanotte la sua mente è lucida come a mezzodì. Del resto non ho mai potuto farmi capace come sia riuscito a divezzarsi da quel costume che voi sapete.... Ma il conte è padrone di sè e degli altri, di tutto e di tutti, e se vuole una cosa, state pur certo ch'ei sarà anche per farla, e tosto; lasciate dunque che vada dal governatore.
--E sia.... gli rispose il Palavicino; e attirato ancora dal funesto pensiero della madre: Dunque tu hai detto ch'ella sta nella cappella di San Martino?
--Ponete da parte questo doloroso pensiero.
--Dimmi, io vorrei vedere dov'ella fu seppellita!
--Non fate, marchese; lasciate questo doloroso pensiero....
--Dimmi, se il conte ha voluto provvedere a tutto, avrà pur pensato a far ritrarre l'immagine di quella donna soave. Un tal ritratto mi abbisogna; conviene ch'io lo rechi sempre con me.
--Anche a questo avrebbe provveduto il conte....
--Avrebbe?....
--Sì, avrebbe; ma in tutta Milano non si trovò nè pittore, nè scultore, nè disegnatore, nè altro che fosse abile a ciò in qualche modo.... Tutti se ne sono andati. La scuola che ha aperto il Leonardo fu chiusa, caro signore, e quell'edificio fu trasmutato in magazzino per lo strame de' cavalli francesi. Prima che voi partiste, già sapete che il Luino e tutti i suoi scolari se ne erano andati. Il Calzago, scultore, fu l'ultimo.... e colle vesti che gli cascavano a brandelli venne dal conte, prima di partire, perchè gli desse qualche fiorino, che voleva recarsi a Ferrara. Così dunque in tutta Milano non si trovò chi sapesse ritrarre la benedetta immagine della madre vostra....
--A tanto siam giunti! proruppe il Palavicino; ma il nome attesta il luogo almeno dov'ella venne seppellita?
--Questo fu fatto.
--Ora discenderò in chiesa, vedrò almeno la pietra che copre l'infelice e benedetta sua cenere. Oh madre mia!!
--Ora mi torna in mente una cosa, caro signore; voi diceste poco fa che un servo della contessa vostra madre vi scrisse espressamente una lettera per esortarvi a venir di volo a Milano?
--Questo ho detto, e questo è di fatto.
--Eppure adesso che ci penso, ciò non può essere, ciò è impossibile.
--Ma perchè dici questo?
--Ho udito io stesso il conte più volte a raccomandare alla contessa, e a chi stava con lei, di non dare a voi nessuna notizia del pessimo stato, in cui ella trovavasi. Ben lo avrebbe voluto la madre vostra, ma quando fu fatta capace che trattavasi della vostra rovina, non replicò altro, e disse al conte:--Fate voi--e so benissimo ch'ella soggiunse:--Quando scrivete a Manfredo, dategli dunque le migliori notizie di me, tanto ch'ei viva tranquillo e non si muova di là.
--Questo è vero di fatti. Il conte mi scrisse ch'ella stava abbastanza bene.
--Ma quando dunque vi giunse l'altra lettera?
--Qualche tempo dopo....
--E chi la scriveva,...?
--Credo, il servo; del resto non so, quel carattere non lo conosceva.... Ma cosa pensi tu?
--Cosa so io!... pure non sono tranquillo. Io tremo per voi.... Quanto pagherei che fosse qui il conte, mio padrone....
La campana di San Martino in Nosigia suonò in questa l'avemmaria.
Il Palavicino che s'era messo a sedere si alzò... fece due o tre passi per la camera, poi con un accento il più accorato che mai.
--Discenderò in chiesa, disse; bisogna ch'io parli al priore, bisogna ch'io veda il luogo dove sta il corpo benedetto di mia madre.
--Sarebbe meglio vi fermaste ad aspettare il conte.
--Aspettarlo fino a mezzanotte? Non è possibile. Discendo dunque un momento in chiesa, e torno subito; siamo a tre passi; non ci può esser nessun pericolo.
--Fate come volete, ma Dio v'aiuti. Il Palavicino uscì e discese.
In quei momenti egli era così assorto nel pietoso pensiero della madre, che nel mondo e fuori di esso non v'era cosa nessuna di cui menomamente avesse coscenza. E quantunque il suo aspetto fosse tranquillo, era però quella calma solenne e funesta che promove le lagrime in chi n'è spettatore.
Entrò dunque in chiesa, si recò innanzi all'altare della Vergine, girò uno sguardo sul pavimento; e vi cercò una lapide; la scorse, diè un guizzo per tutte le membra, e vi si accostò; lesse il nome di Giulia Flisea Palavicino, quel nome così caro e così funesto, stette immobile a considerarne le lettere incavate nel sasso, poi vi s'inginocchiò sopra con una compunzione così religiosa, così scrupolosa, che idea non giungerebbe a comprenderla.
Nella chiesuola v'era uno scarso numero di persone che vi si eran raccolte per recitare la terza parte del rosario; tutte notarono la presenza di lui.
--Chi può esser mai quel giovane gentiluomo? disse uno.
--Lascialo in pace, e attendi a rispondere all'avemaria che recita il priore.
--Io vi attendo... però guardate anche voi che turbamento insolito è su quel giovane volto.
A tali parole, l'altro devoto, bisbigliando l'avemaria, si volse.
--Quello che tu dici è vero... ma non so s'egli potrebbe avere invidia di noi. Bada ch'ei s'è accorto che noi stiamo a guardarlo. Lascialo dunque in pace, e preghiamo anche per lui, s'egli è così tribolato.
Intanto che questi parlavano tra loro, un altro strano dialogo si stava facendo al vestibolo della chiesuola, fra tre uomini tutti imbavagliati nei loro mantelli, e il sagrestano.
--Dunque non avete veduto nessuno neppure oggi? domandava l'uno dei tre al sagrestano.
--Nessuno, in fede mia, e ci viene così poca gente oramai, ch'ei sarebbe ben facile accorgersene.
--Eppure avrebbe dovuto capitarci.
--Domandatene anche mia moglie, e vi dirà s'ella ha mai veduto capitar qui gentiluomini nè giovani, nè vecchi; in quanto poi alla lapide che il priore fece murare l'altro dì, posso assicurarvi che non ha fermato l'attenzione di nessuno.
I tre si ristrinsero in crocchio.
--Ciò pare inverosimile, diceva l'uno.
--Non è però detto ch'egli debba venirci infallibilmente.
--Eppure, se la lettera arrivò in tempo egli dovrebbe essere in Milano a quest'ora.
--Può darsi benissimo ch'egli sia in Milano. Ma va a dirgli ch'egli debba trovarsi qui appunto perchè torna comodo a noi.
--Sentite, disse allora un terzo, mezzo in francese, mezzo in italiano, se non ci viene dentr'oggi o dentro domani, possiamo esser certi che non ci verrà mai più.
--E ciò mi pesa, perchè noi avremo taccia d'uomini dappoco.
--Questa sarebbe bella! Come se a noi fosse stato dato carico d'andarlo a strappar da Roma.
--Va a dirlo a colui che vuol che vuole, e va sulle furie e imbestia quando non si ottien l'impossibile.
--È tutto fiato buttato; ora rechiamoci ancora a fare una visita al palazzo del marchese.
--È già la sesta volta che ci torniamo oggi; e di questa stagione, con questa nebbia, con questo freddo, correre e ripercorrere la città coi piedi nella neve e nella pozzanghera da mattina a sera, c'è da diventar vecchi in un mese.
--Torno a ripeterlo, va a dirlo a colui che vuol quel che vuole.
A questo punto, fra una tarlata imposta del vestibolo, e la grossa tenda imbottita di piuma, fece capolino la vecchia moglie del sagrestano, e chiamò:
--Menico vien qui un momento.
Il sagrestano si mosse, entrò in chiesa colla vecchia, e ne usci poi subito dicendo ai tre:
--Venga in chiesa qualcuno di voi... presto, venite a vedere. Mi pare ci sia l'uomo che voi cercate.
Uno dei tre v'entrò in fatti, per uscirne poi tosto anch'esso esclamando volto ai compagni:--È lui davvero. Venite.
I tre si strinsero in un gruppo.
--Lui?
--Sì, lui; ci cascò adesso.
--Ma ne sei poi sicuro?
--Diavolo... come che io son io, e tu sei tu; ci può esser dubbio?
--Fu dunque un buon pensiero.
--Non credo che ve ne fossero di migliori; o presto o tardi ci doveva venire... e fu già troppo l'aver aspettato fino ad oggi.
--Non buttiam le parole; ora io ti domando: che si ha a fare?
--C'è da pensarci? aspettare il momento e non perderlo mai d'occhio.
--E stanotte medesima trarlo dal governatore.
Stavan costoro facendo ancora queste parole, che il Palavicino, come fuggendo da cosa che lo spaventasse, spalancata la porta del vestibolo, uscì della chiesuola, imbacuccandosi fino agli occhi nella propria pelliccia.
I tre, che a ciò non eran preparati, si rimasero un momento perplessi su quello che conveniva fare.
--Se non volete che ci sfugga, disse un d'essi, seguiamolo tosto, e assicuriamoci di lui.
--Per me penso, che sarebbe bene tenergli dietro da lontano per non dargli sospetto.
--Che fa a noi se anche facesse dei sospetti?
--Sentite, nostro incarico è quello d'impadronirci di costui, non è già quello di metter la contrada a rumore, che, se vi ricorda, il governatore ci comandò facessimo le cose alla sorda. Dunque, siccome ad esser pronti è impossibile che ci scappi, così fate quel che vi dico, e andiam di fretta; tu a dritta.., tu a sinistra... noi due gli staremo alle coste... attenti dunque, che la nebbia non ce lo possa nascondere.
Così dicendo, s'eran già incamminati sui passi dei Palavicino il quale, correndo a furia, li faceva correre affannati. Percorsero così una, due, tre contrade, e nel silenzio che a quel tempo, in quell'ora s'era steso per tutto, s'udivano distintamente le veloci peste delle quattro pedate.
Ma il Palavicino non s'accorgeva di nulla; la condizione dell'animo suo era tale, da non permetterle d'aver più una sensazione del mondo esterno. D'improvviso rallentò il passo, pareva fosse incerto della via per dove avesse a prendere; fu due o tre volte per ritornare al palazzo del conte Mandello, ma l'idea che doveva fermarvisi tante ore per aspettarlo, lo fece risolvere diversamente. Aveva bisogno di trovarsi solo con sè stesso, di agitarsi, di correre. Qui gli venne un altro pensiero. Ma nell'irresoluzione percorse e ripercorse due o tre viottoli; essendosi finalmente determinato, accelerò più che mai il passo alla volta della casa paterna.
Egli medesimo non sapea veramente perchè si recasse a quel luogo di tanto terribili memorie, ma il fece forse per quella inesplicabile e disperata voluttà, onde l'uomo, non potendo in nessun modo far cessare un dolore, gode quasi nel tentar d'aggiungergli egli stesso un'asprezza nuova.
Davvero che quegl'istanti eran così crudi, così desolati, così orrendi per lui, che, a non rimanerne oppresso e vinto gli bisognava un fatto, una occasione, una cosa qualunque che, in qualche modo, ne cangiasse il tenore.
Camminato così per qualche tempo, intravide finalmente, attraverso la folta nebbia, la torre quadrata della sua casa fatale; s'accorse poi come di una viva luce che, innanzi al portone, diradava qualche poco la nebbia.
Fatto un passo, riconobbe il vecchio portinaio del palazzo che teneva un lampione, l'unico rimasto degli antichi abitatori di quel luogo, l'unico dei tanti servi che, una volta, popolavano quel palazzo. Questo, passato al fisco e vuoto da molto tempo, era stato dato in custodia a lui per ingiunzione del fisco stesso, e il vecchio servidore con rammarico vi rimaneva. Nel momento che il Palavicino lo scòrse, esso tornava d'aver detto il rosario ad una vicina cappella, e stava per chiudersi dentro; udì allora chiamarsi per nome, si volse, e vide il figlio del suo antico padrone senza riconoscerlo al primo; ma quegli, trasportato dalla sua disperazione, senza saper quello che si facesse, mise il piede in palazzo.
Fu allora che il servo, seguendolo col lampione, e riconosciutolo, ne fu oltremodo colpito e gli disse qualche parola; se non che il Palavicino, sturbato ne' propri pensieri da quel suono, meccanicamente gli accennò di tacere.
Si fermarono così ambidue nel mezzo del cortile.... il lampione, per la nebbia, formava come una grande e rossa aureola intorno ad essi, la quale riusciva a rischiarar qualche poco gli atrii, lo scalone e le finestre del palazzo; il Palavicino vi gettò un'occhiata; questa bastò perchè la sua faccia, in un subito, tutta quanta si bagnasse di lagrime. La vista di una finestra di quegli atrii, di quella scala, facendogli di balzo ritornar nella memoria la madre sua che, la notte ch'ei fu cacciato di casa dall'inesorabile padre; n'era discesa per abbracciarlo un'ultima volta sotto gli atrii, e richiamandogli il tenore delle affettuose parole di lei nel tristissimo istante dell'abbandono, gli mise l'animo sossopra. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ma intanto che il servo stupefatto taceva, che Manfredo gemeva, che la fiamma del lampione stridea per l'umidità, in quel silenzio s'udiva il rumore continuo (e parea venisse da una delle contigue casupole) come di un arcolaio che girasse e girasse, e una voce femminile che accompagnava quel suono.
Una povera donna, forse ad ingannare la dolorosa e lunga solitudine e la noia del lavoro, cantava macchinalmente una di quelle semplici e rudi canzoni che il popolo trova, e che passano per tutte le bocche in una data stagione. Canzoni che, nel territorio milanese, sono vestite di suoni così monotoni, e improntate di quella gravezza così esclusivamente longobarda, che ci pesan sull'animo, anche allorquando le parole han significato giocondo.
Ma le parole che, cantando, pronunciava la povera filatrice, eran troppo lontane dal rendere una idea lieta; eran parole nate spontaneamente, non faceva gran tempo, sulle labbra commosse del popolo per riassumere, coll'unica efficacia della naturale poesia, la vasta congerie degli atroci fatti ond'erano d'ogni intorno oppressi: canzone che, cantata in pubblico, era costata a molti la prigione e il patibolo, ma che quella donna, senza pensare più in là, cantava tranquillamente nella sua innocenza.
Il Palavicino dovette, per forza, prestarvi orecchio. Il frammento vernacolo che la voce continuava a ripetere, era questo:
I campann d'òr e d'argent Hin in del pozz de sant Patrizzi.... Dimmel a mì che s'era present, L'era proppi un gran stremizzi.... Dâi lader... dâi lader... Che sèm tutti ruvinaa... .......................... ..........................
La cantilena con cui, facendo il ritornello, si esprimevano quegli ultimi due versi, era di tal natura che, mettendo i brividi nel sangue, facea rizzare i capegli in sulla fronte.
Il Palavicino non potè sopportarla ... le sue lagrime si arrestarono; due dolori si fusero in uno, salutò grave il vecchio servo, che lo guardava stupefatto ... ed uscì.
Fuori del portone, s'incontrò faccia a faccia coi tre che lo stavano attendendo; ma egli non ci badò, e infestato da quel lûgubre canto che, nel generale silenzio, gli suonò fino all'estremo punto della contrada, continuò il suo disordinato cammino.
Ma noi, senza più accompagnarlo, lo lasceremo nella trista compagnia dei tre che più gli si stringono dappresso; e giacchè la canzone della povera filatrice ci ricondusse ai gravi pensieri della cosa pubblica, è bisogno che noi, rimontando molti anni addietro, tentiamo riassumere adesso, in brevissime parole, le cause che da lontano la prepararono, per ritornare poi tosto ai privati avvenimenti.
Trent'anni prima dell'epoca a cui siamo coi fatti che raccontiamo, chi avesse voluto tener conto della condizione di Milano, anche dopo avere assistito alle poderose forze del commercio di Genova, di Pisa, di Livorno, di Venezia, alla grandezza cui eran salite le arti a Firenze, a Ferrara, e le scienze a Bologna, a Padova, sarebbe rimasto tuttavia maravigliato, contemplando la floridissima condizione del Milanese.