# Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana

## Part 26

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--Io compiango la madre tua, uscì poi a dire, dopo qualche momento il Morone, ne provo quella pietà medesima che tu ne provi, e sa Iddio com'io vorrei che tu potessi andar tosto a confortarla, ma una fatale necessità te lo proibisce. A te pesa di sembrar sconoscente, di sembrar spietato... pure, questo sacrifizio istesso che tu fai del tuo sviscerato amor figliale, che ti fa piangere con queste così sante lagrime, parrà assai più generoso e più solenne a coloro che penseranno perchè lo hai tu fatto. I tempi, i fatti sono maturi, l'occasione di operare è assai presta, e a te verrà dato il primo carico; se tu vai a Milano, è impossibile al tutto che non cada in un'insidia, e che sarà per succederne allora? tua madre morrà ben più disperata, pensando ch'ella stessa fu causa della tua rovina e della rovina del paese tuo, il quale aveva riposta ogni fiducia in te. E tu pensa come, morendo condannato, insieme al crepacuore dell'inesorabile tua sventura, ti morderà la vergogna della tua debolezza; conchiudi dunque, Manfredo, che ti è forza rimanere. A tua madre scriverò io stesso; ella ha tal mente e cuore che ti vorrà amare di più quando sappia la tua risoluzione; coraggio, Manfredo, a noi più che a nessun altro è necessaria la fermezza.

In questa entrò il servo.

--È qui il vostro fante, illustrissimo signor marchese.

--Son qui i cavalli? domandò questi infiammandosi in viso, e guardando il Morone alla sfuggita.

--No, illustrissimo. Ma lui dice che, dovendosi viaggiare verso Lombardia, gli bisogna maggior tempo per i preparativi; siamo in dicembre, e lassù vorrà essere un rigido inverno..

--Bene, verrò io, di' che mi aspetti; e qui rivoltosi al Morone:

--Se non tenterò, disse; se non tenterò ogni mezzo per iscansare tutti i pericoli possibili, allora potrò essere colpevole d'avere in qualche modo tradito la causa alla quale mi son dedicato, ma starò sulle ali per isfuggire ogni insidia, ve ne do parola; or dunque lasciate ch'io vada, e vogliate voi medesimo darmi i felici auguri.

--Tu vai incontro alla tua rovina, codesto è l'augurio che ti posso dare; pure se tu ti ostini a voler queste, io non sarò già quello che ti trattenga per forza, tanto più ch'io m'avvedo adesso che tu sei ben altro da quello che ti ho stimato fin qui. Ho creduto che l'animo tuo fosse di ben altra tempra; per questo avevo messo l'occhio su di te. Ora gravemente mi pesa d'essermi così ingannato, e d'essere costretto a rivolgermi ad altri, quando credevo fosse giunto il momento di poter valermi di te; però puoi andar, nè io aggiungerò altre parole per dissuaderti.

Questo discorso mise il Palavicino in un imbarazzo assai più terribile di prima. Tornò a passeggiare su e giù per la camera inquietissimo, guardava or l'uno or l'altra, pareva gli ardesse il pavimento sotto a' piedi; il Servo intanto aspettava, il Morone e la duchessa tacevano.

A un tratto il Palavicino si fermò, parve assumere l'apparenza di un uomo che tenti spiccare il salto da un precipizio, gridò:--Io vado,--e si gettò a furia fuori del gabinetto. La duchessa si mosse di slancio sui passi suoi, chiamandolo altamente per nome; ma il Palavicino, afferrato il fante per un braccio, saltelloni gli fece discendere la scala, e uscì con lui rapidissimo dal palazzo di Marco Aurelio. Il Morone non si mosse, e non parlò.

Recatosi al suo alloggio, il Palavicino dispose le cose sue pel viaggio, a que' tempi lungo e disastrosissimo. Stabilì di condurre con sè due uomini a cavallo, che avrebbe poi lasciati molte miglia fuori di Milano per non fermare l'attenzione altrui. Sotto ai panni vestì una maglia di ferro intera, e caricò i cavalli di gravissime pelliccie, tanto per sè che pei servi. Così verso le quattr'ore di notte potè uscire di porta Belisario, e si mise in cammino, punto da un certo rimorso per essersi licenziato a quel modo dalla duchessa Elena e dal Morone.

L'inverno essendo di solito assai clemente a Roma, e in quell'anno segnatamente, camminò senza noje quella notte per un bel tratto di paese, sotto a un cielo tutto stellato, rinfrescato da uno spirare continuo di una brezza che metteva una tal quale alacrità nel sangue, e l'avrebbe messa anche nel Palavicino, se non avesse avuto con sè il grave fardello delle sue cure, che non gli lasciava aver tregua. Ma da Narni a Terni ebbe a viaggiare sotto una pioggia minuta e assidua che gli accrebbe a più doppi la già soverchia tristezza, e che l'accompagnò quasi sempre fin presso a Perugia.

Quando alzando la testa, vide a molta distanza, le alte torri di quell'antichissima città, senti tutto rimescolarsi per l'improvviso sopraggiungere di un affanno che da moltissimo tempo erasi dileguato dall'animo suo. Quando ne scorse la gran torre del castello e col pensiero vi corse per entro, la sventurata Ginevra gli ricomparve inanzi, e con quella quante angosciose memorie, e meste imagini e rimorsi!! Usciva da Roma, dove per poco aveva lasciata la donna che, tra brevissimo tempo, avrebbe fatto sua sposa. Gli tornarono allora in mente le prime proteste fatte alla Ginevra; le parole onde, nell'effusione dell'ardente amor suo, le aveva giurato che nessun'altra donna al mondo avrebbe mai avuto il suo affetto; pensando allora com'egli aveva attenute quelle promesse, come eran stati mutabili gli affetti suoi, ebbe ribrezzo e vergogna di sè stesso. Dato allora un tratto ai freni del cavallo e fermatosi, stette per lungo tempo a guardare la gran mole quadrata del castello, e penetrandovi coll'occhio della mente conturbata a considerar la Ginevra che, desolata, forse ne passeggiava le tetre camere, ne fu intenerito oltre misura, e sentì rinascere più ardente che mai l'amore per quell'infelice sua donna; se non che, rivolgendo la testa verso Roma, e involontariamente lasciandosi trascinare nelle splendide sale del palazzo Aurelio, gli ricompariva Elena dinanzi: crollò il capo indispettito, non potendo sopportare il cozzo di quelle due passioni, e fisse e rifisse gli sproni nel cavallo, che prese la rincorsa a galoppo. Ma sua madre boccheggiante sul letto, disperata, destituita d'ogni soccorso; ma la sua città squallida e deserta; ma Odetto minaccioso e terribile; tutte queste immagini gli si pararon contro d'improvviso e in una volta, mentre cacciava il cavallo a quel modo. I capelli gli si rizzarono per brividi di sotto al cappuccio, un vento gelato cominciava allora a soffiare dalle gole dell'Appennino.

Da Perugia volse il suo cammino per traverso, diretto alla volta d'Ancona. A Foligno aveva udito correr voci, che alcune galee di Francia e Spagna si fossero scontrate sull'Adriatico; perciò volle passare ad Ancona, desideroso di poter raccogliere altre notizie, che egli non poneva da un canto nessun fatto che menomamente toccasse la Francia. Giunto colà seppe che i legni francesi, aiutati da alcune galee veneziane, avevan recato qualche grave danno alla flottiglia spagnuola. Ogni più grave sciagura augurò a quella repubblica, considerando che, in quegli ultimi anni, in ogni occasione s'era sempre messa dalla parte della Francia, e richiamandosi in mente Bartolomeo d'Alviano suo generale, che tanto aveva contribuito all'esito della battaglia di Marignano, dopo la quale Milano era caduta sempre più basso di giorno in giorno, smarrì quasi ogni coraggio, pensando ai troppi inciampi che impedivano alla sua patria di riaversi.

Il Piemonte, o neutrale o amico della Francia, tutti i feudi di Romagna interessati a sostenere la Francia, Firenze egoista, Ferrara gonfia di poesia e di poeti, non curante di tutto il resto, e con amici di tal fatta d'ogni intorno, i Milanesi, con più ostinazione di tutti, nemici di Milano e degli Sforza. In questi pensieri se ne venne a Ferrara per la via di terra, per esser l'Adriatico, in quella stagione procelloso fuor dell'usato. Da Ferrara passato a Rovigo, trovò qui buon numero di Francesi comandati da Annibale ed Ermete, fratelli della Ginevra Bentivoglio. Seppe che Giampaolo Baglione li aveva caldamente raccomandati al governatore Lautrec, perchè li aiutasse a ricuperar Bologna, e il Lautrec, vedendo che col ritogliere al papa quella ed altre città importanti della Romagna e facendole ricuperare dai loro originarj padroni, veniva ad avere in questi degli alleati per necessità e per gratitudine, senza nemmanco domandare il consenso del re Francesco, che allora ad altro non attendeva che a darsi buon tempo, aveva concesso quelle truppe ai due Bentivoglio. Il Palavicino potè inoltre sapere, che il padre della Ginevra era morto da due mesi; con tali notizie che a qualche cosa gli potevano giovare, da Rovigo volle recarsi a Venezia di volo, per tentar più dappresso i misteri di quel Senato. Per quanto non gli lasciasse aver tregua il desiderio di riveder sua madre, non voleva por però da canto quanto si riferiva al maggior vantaggio del suo paese.

Da Venezia per altro, non avendovi trovato il fatto suo, difilato e viaggiando dì e notte per timore che mai non avesse ad arrivar troppo tardi, volse il suo cammino verso la Lombardia. Dopo cinque giorni di assai disagiato viaggio, si trovò a Cassano; qui lasciò i suoi famigli e riposò egli stesso una notte; e finalmente all'alba d'uno degli ultimi giorni di dicembre, tutto solo cavalcò verso Milano.

Faceva una mestissima mattina degli squallidi inverni della Lombardia. Il cielo coperto da una sola nube dappertutto eguale, non dava nessuna speranza di sole, ed era infatti da più di dieci giorni ch'esso non si mostrava affatto. Tirava continuamente un vento di tramontana crudissimo che alimentato da quell'infinito strato di neve che copriva tutta la vasta pianura lombarda, a vicenda ne manteneva la rigidezza; bianche le cime dei boschi; bianchi i tetti dei casali; bianche le acque agghiadate; non v'era luogo dove l'occhio potesse riposare un istante da quell'uguale bianchezza. E il cavallo, sprofondando nella neve fin oltre i garretti, a stento proseguiva, ed ogni tanto era costretto fermarsi. Allora il Palavicino, irrigidito nella stessa sua greve pelliccia, provava quella sensazione del silenzio universale, tanto particolare in un'immensa pianura, quando la densa massa della neve par che chiuda ogni adito ai suoni della natura, e dia uno squallore particolarissimo, anche a que' rumori ch'ella non può far tacere. Di tanto in tanto infatti, da qualche miglia lontano, perveniva all'orecchio del Palavicino il suono del martello d'un orologio che batteva l'ore, ma quel suono, reso muto e senza oscillazioni, anzichè rompere, accresceva la tetraggine del silenzio; di tanto in tanto dalle cascine gli perveniva qualche latrato, qualche muggito, qualche voce umana, qualche canto; ma tutto s'improntava di una tetra mestizia che gli pesava sull'animo. Egli proseguiva intanto a passo, e tutto immerso ne' suoi pensieri. Verso il mezzogiorno, parve che il sole tentasse di rompere quella densa caligine; ma mostratosi per qualche minuto, come un globo di sangue in mezzo ad esso, si celò poi di nuovo; e di lì a poco la nebbia, dalle regioni superiori, si. calò sulla terra. Trasparente in prima, a poco a poco si raddensò, e dopo due ore era sì fitta, che il Palavicino non vedeva gli alberi a trenta passi di distanza.

A metà viaggio, non avvisato dal rumore per la neve che lo impediva, nè avendo potuto accorgersi per la nebbia, gli si scoperse improvvisamente un convoglio di cavalli e cavalieri ch'egli non potè scansare, come avrebbe voluto. Erano quattro gentiluomini seguiti dai loro servi, quattro patrizi milanesi ch'egli conosceva, il conte Birago, il Figino, il Tornano, il Crivello; ai cavalli tenevan dietro alcuni somieri che trasportavan bagagli; era facile comprendere, che coloro erano in ordine di viaggiar lontano.

Il Palavicino stette intradue un istante per darsi a conoscere.... pure non ne avrebbe fatto altro, se il conte Birago non avesse riconosciuto lui, quantunque fosse coperto dal mantello fin sotto gli occhi, e lo adombrassero le falde del cappello di feltro, tutte bianche di bruma. Il conte lo aveva bensì lasciato passare innanzi, ma detto ai compagni il dubbio suo, questi per un moto spontaneo, e per vedere se mai fosse stato un abbaglio, nominarono il Palavicino, che non seppe più celarsi.

Si fermarono così, senza che nessuno ne avesse avuto un'espressa volontà, i quattro gentiluomini, i cavalli del seguito e il Palavicino; questi provava un certo conforto nel vedere de' volti conosciuti prima d'entrare in città, a malgrado quell'avversione antica che ad essi aveva sempre portato e non aveva mai potuto far tacere per la diversità dell'indole, dei principi, del partito, de' veementi e iracondi diverbi avuti secoloro per le cose appunto che toccavano davvicino l'interesse del paese comune.

--Il marchese Palavicino?.... domandò il conte Birago a lui che volgeva il capo e sprigionava il volto dalle pieghe del mantello.

--Son io, esso rispose, come tu se' il conte Birago, e tu il Crivello, e voi due il Figino e il Torriano. Vi riconosco tutti.... e ho caro rivedervi... pure non fate che il mio nome sia ripetuto un'altra volta dal vento qui.... Cammino su di un terreno dal quale violentemente fui cacciato.... Voi dovete saperlo.

--Tutti lo sanno; però stupisco di vederti qui, marchese, e, com'è vero Iddio, vorrei che subito rivoltassi il cavallo e ripassassi l'Adda come l'hai passata.

--Così farei, se mia madre non mi chiamasse, mia madre che sta in termine di morte e vuol vedermi.... Ma voi che venite di là ne dovreste ben sapere qualcosa. Che stato dunque è il suo?...

I quattro cavalieri si guardarono in faccia a quella domanda, come consigliandosi a vicenda intorno a ciò che convenisse rispondere.

--Che stato è il suo? ripetè poi il Birago, pensando intanto a quel che dovesse dire; che stato è il suo?... Noi non ti sapremmo invero far contento... ma s'ella mai avesse a morire, son tempi questi in cui è lecito confortarsi se il padre, se la madre, se i fratelli ne muoiono.

--Atroce, insopportabile conforto!! La tramontana che venta è molto men rigida di queste tue parole.

--Io vorrei che fossero ancora più rigide, e ti spaventassero tanto da farti retrocedere. Ne siamo usciti anche noi, lo vedi, e se ne uscimmo all'alba, e in questa squallida stagione, non sappiamo se di giorno o di notte, d'inverno o d'estate ci ritorneremo.... Dio solo lo sa.... Il nostro cammino intanto è essai lungi.

--Banditi anche voi?... pure foste sempre francesi sin nelle ossa.... Io non so comprendere.

--E noi comprendiamo quanto ci parlavi tu da senno una volta. Non è parola che sia uscita dal tuo labbro allora, la quale sia rimasta senz'un effetto adesso. Così non fosse stato, così potessi adesso schernire la tua paurosa e fallace prudenza; ma noi usciamo del paese nostro quando la nebbia e la tramontana ci sta di sopra e d'intorno.... Pure, sebbene l'amaro fatto ti dia ragione, io mi sento obbligo di stringere quella tua mano leale, e di baciare quella saggia tua fronte. Gli anni e la dura prova assennano gli uomini, ed è venuto il tempo che noi tutti ti dobbiamo dar ragione.

Il conte tacque; tutti tacevano, il silenzio non era interrotto che dal vento di tramontana che, agitando gli alberi, faceva cadere i flocchi della neve raggelata su quelle teste patrizie.

--È tardi! disse poi il Palavicino.

E in quel punto, fosse l'aria che si facesse ancor più rigida, fosse quella parola, tutti sentirono crescersi i brividi nelle ossa e si ristrinsero i mantelli d'intorno, che parevan diventati più leggeri.

--Manfredo, parlò allora il Birago, se noi non ti abbiam voluto ascoltare, ascoltaci tu adesso. Non entrare in città e vieni con noi, e fa che l'esperienza non abbia poi a rimproverarti di non avermi dato retta. Tu vai per rivedere tua madre, ed ella forse a quest'ora potrebb'esser morta.

--Morta!! uscì quasi in un grido il Palavicino allora.

Gli altri tornarono a guardarsi in viso.... il Birago si trattenne.

--Non ne sappiam nulla, disse poi. Ma vorrei ch'ella fosse morta; per il tuo bene lo vorrei.... Retrocedi.

--S'ella è viva, come ne ho fiducia, come ne scongiuro Iddio, che non mi vorrà disperato, io la rivedrò ed ella ne sarà tutta consolata. Se poi ella fosse morta.... ma ciò non può essere.... che io ne avrei avuto qualche presentimento.

--Manfredo, entrò allora per la prima volta a parlare il conte Crivello, noi vorremmo che tu credesti alle proteste della nostra amicizia, che mai non fu tra noi, e che adesso ti esibiamo, ed è santificata dalla comune sventura; noi vorremmo che tu ascoltassi i nostri consigli. Non fummo banditi come tu credi; non abbiamo avuto, per noi stessi, fino ad oggi, a patir soprusi dalla Francia e dall'atroce uomo che ci governa; a noi non fu ancor torto un capello; pure abbiam cambiate tutte le nostre terre in oro sonante, ne abbiamo caricato i nostri cavalli; tutte le nostre sostanze sono qui, e dolorosamente emigriamo. Il solo spettacolo dell'universale miseria, quand'anche in un prossimo avvenire non avremmo intraveduta anche la nostra, bastò a spaventarci tanto da comandarci la fuga. Or pensa se a te conviene ritornare, che più volte fosti notato sulla tabella del capitano di giustizia, e quando la tua famiglia ebbe la prima a sopportare per te lo sdegno terribile di Odetto? Tuo padre fu spodestato di quanto aveva in Lombardia, se non lo sai, te lo dico, ed ora è a Parma, se pur vive ancora; un tuo fratello fu ucciso; gli altri fuggirono....Sappi ancora, che Odetto ti ha condannato nel capo ed ha posto una taglia sulla tua testa. Retrocedi dunque, per carità retrocedi e vieni con noi. Il Birago parlando di sè, ha espresso l'animo di noi tutti, che sentendoci colpevoli di averti offeso altra volta, ora ti serbiam gratitudine e ti amiamo. Vieni dunque con noi.

Il Palavicino non rispondeva; era sbalordito dall'enormità delle sue disgrazie e di quelle della sua famiglia, e per la prima volta sentì spuntare nell'animo un sincerissimo affetto pei fratelli e per suo padre, pel quale aveva tanto sofferto.

--Non hai tu incontrato altro convoglio lungo la via? gli domandò poi il Crivello.

--Non ho incontrato nessuno. Ma che vuol dire con ciò?

--Volevo dirti, che tutti provvedono alla propria sicurezza. Oggi partirono i Salvadego, i Rho, i Gallarate, i Marcellino, i Mariani, i Ferreri, tutti per Venezia, ove ci rechiam noi. Jeri il Besozzi e il Moriggi e il Lampugnani partirono per Nizza; è da più mesi che tutti i giorni parte qualcheduno, e parte per non ritornare mai più.

--Mai più? chiese il Palavicino scuotendosi; mai più, chi lo dice?

--Dove sono le ragionevoli speranze?

--In voi stessi ci dovrebbero essere, per Dio! In me ci sono, in me più sbattuto e più lacero di voi. Sette anni or fanno aveste troppa fiducia negli altri, ora non sapete più trovare nessuna speranza in voi stessi: per verità, quasi parrebbe che Iddio vi abbia maledetti.

--Ma che speranze hai tu?... Il Palavicino stette un momento in silenzio, poi disse:

--Il Morone è a Roma, ed egli pensa dì e notte a tutte codeste cose. L'acuta forza della sua mente vi è nota, ed è invero un gran conforto l'avere di tali uomini per concittadini. S'ei fosse nato re, tutto il mondo avrebbe sentito il suo benefico influsso; ma suddito a cittadino soltanto, provvederà a sanar le piaghe del suo paese ed a ridonargli il suo duca.

--Ma e con quali mezzi?

--La fortuna talvolta ci è destra. Ci è tanto destra, che... guardate e pensateci bene.... vi fa emigrar tutti, e nella vostra debolezza medesima trova gli argomenti per reintegrarvi alla vostra salute. E da più mesi, avete detto, che ogni dì esce taluno e va lungi... Questa notizia è preziosa, preziosa tanto, che il Morone contava soltanto su di essa. Voi siete in cammino per Venezia; gli altri che oggi partirono son pur diretti a Venezia.... è ben ciò che io ho udito?

--Sì, tutti, quasi tutti almeno si raccolgono colà.

--E questo, perdio, è destino! Solo mi pesa, che di tutte le città siasi scelta la peggiore appunto; pure, se la fortuna ha cominciato, continuerà, quando provvediate a raccogliervi tutti in un sol luogo, che poi sarà facile passare altrove. Il resto lo farà il tempo e chi ha più senno di voi, di noi tutti. Andate dunque pel vostro cammino, e nella mia tristissima condizione mi è dolce augurarvi il felice viaggio assai più amico che mai non vi sia stato, e tanto più che codesta amicizia mi fu da voi medesimi esibita per i primi. Questo è pegno che la provvidenza è per noi, onde in lei confidando, e nel suo aiuto, volo incontro a mia madre per dispiccarmene poi tosto. Tornato che sarò a Roma, scriverò a te, Birago, e forse ci rivedrem prima a Venezia, chi sa!... Grandi cose hanno ha succedere, grandissime, o amici miei, e non può essere altrimenti, se io ne ho una così viva fiducia nell'angoscia profonda dell'animo mio, nella rovina della mia casa, nella miseria di tutti, e nello squallore di questa morta natura; però vivete felici, io non ho più tempo da perdere.

Detto questo, senz'attender altro, fe' dar di volta al cavallo e si rimise in via di corsa.

Il Birago lo chiamò replicate volte, ma visto che non ne avrebbero cavato altro.

--Egli va incontro alla sua rovina, esclamò, e spera nella nostra redenzione.

--Dio l'aiuti, e noi pure--aggiunsero gli altri, e mestissimi si rimisero in via, correndo molte e molte miglia senza rompere il vasto silenzio che li circondava.

Dopo qualche momento, su quel medesimo sentiero aperto da loro, camminava a passo, venendo da Milano, e parimenti rivolta all'Adda, un'altra numerosa cavalcata. Eran le sei famiglie milanesi nominate dal conte Crivello. Molti uomini a cavallo avvolti in grevi pellicce fin sotto gli occhi e molte donne nelle lettighe portate dalle mule. La ricchezza degli equipaggi attestava l'alta loro condizione; ma non era voce che sorgesse fra tutte quelle persone. Gli uomini, chiusa la bocca nei mantelli, tenevan la testa bassa, o volgean l'occhio intorno con quell'atto meditativo e grave che dà indizio di una pessima condizione dell'animo. Le donne, pensose anch'esse e qualcuna piangente.... pure andavano a Venezia per godervi il prossimo carnevale, come avean lasciato detto.

Il Palavicino, accortosi in tempo di quel nuovo convoglio, potè scansarlo, e così, senz'altr'incontro, verso le ore ventidue arrivò sotto le mura di Milano. L'esser stato facilmente riconosciuto dal conte Birago e dagli altri, gli fece pensare al miglior modo di celarsi altrui. Perciò stimò opportuno di lasciare il cavallo fuori delle mura, e d'entrar pedestre nella città tutto imbavagliato fino agli occhi.

La nebbia, che a quell'ora s'era fatta ancora più fitta, lo liberò dal timore di poter essere facilmente riconosciuto. Così prese per la via più breve, diretto alla casa del conte Galeazzo Mandello, col quale voleva abboccarsi prima di recarsi dalla madre che, uscita com'era dalla casa paterna, la quale era passata al fisco, non sapeva dove di presente fosse ricoverata.

Sebbene egli si trovasse immerso nella massima tristezza, pure, entrato che fu in città, non potè non accorgersi del novissimo aspetto con cui questa gli si mostrava. Era giorno di martedì, e le botteghe eran chiuse come ne' dì festivi. Per la novità del caso non potè dunque trattenersi dal richiederne un buon popolano che gli camminava presso.

--Che vuol dir questo, buon uomo, ch'io non ho ancor trovato bottega che sia aperta?

