Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana

Part 25

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--Le parole non mi contentarono affatto, e feci tutto quello ch'era fattibil ad uomo per fargli passar le doglie e determinarlo a venir qui.... E in quanto alle doglie, se non sarebbero passate, le avrebbe saputo comportare però, e un po' in lettiga, un po'a cavallo sarebbe giunto fin qui; se non avesse temuto un trabochetto nascosto, e avesse avuto fede nella fede altrui, ma questa fede non l'ebbe. Allora ho detto fra me.... codesto giuoco, a volerlo condurre a buon fine, converrà trarlo in lungo, e dare intanto qualche fetta di lardo da rosicchiare a questo vecchio sdentato.... ed accogliendo adesso ogni sua domanda, e facendo ogni volontà sua, rintuzzare anche i suoi sospetti.... fino a tanto che, nel punto che meno sel penserà, torneremo a caricare la trappola e sarà nostro.

--Sta volta, Elia, ho i miei dubbi, e così forti dubbi, che pongo già da un canto tutti i disegni che avevo fatto su costui, e già mi rivolgo ad altro.

--Eppure voi m'insegnereste, illustrissimo, che in questi maneggi non conviene mai lasciarsi trasportare dall'impazienza, ma temporeggiare bensì, e lavorare di queto. Leone si comporterà intanto di maniera che il giovinetto Orazio sarà per lasciar Roma tutto quanto edificato. Allora porrò in campo un altro mio progetto. Converrà bene però che dia qualche forte narcotico alla coscienza, perchè profondamente si assopisca e non abbia ad ascoltar nulla, quand'io sarò per muovere i congegni. Del resto, giacchè mi guardate di quell'occhio così grave, sappiate che il progetto sarà per essere affatto incruento. Ho sempre avuto avversione a quei mezzi infami dei pugnali e dei veleni, e a me non importa d'altra cosa al mondo che di condurre in Roma quella volpe vecchia di Giampaolo. Ho veduto dappresso i poveri Perugini, e le loro piaghe stillano sangue continuamente, ho veduto quella soave e sventurata creatura della Bentivoglio, e considerando che sarebbe ben tristo chi avendo un mezzo, non ne volesse far uso per confortarla una volta per sempre, feci de' lunghi ragionamenti fra me stesso in questi dì affine di farmi convinto, ch'ella è cosa verissima che lo scopo talvolta santifica il mezzo.

Il Morone, stato un pezzo in silenzio:

--Di tutti i tuoi progetti e di tutte le tue speranze io sono convinto invece che non sarà per attuarsene neppur una. Non mi fermerò adesso a numerarti i motivi di questa mia persuasione, ti basti che la cosa sia così, e ch'io non mi lascio tor giù tanto facilmente dalle mie opinioni. In quanto poi alla Ginevra, ho una calda raccomandazione da farti.

--Io sto ascoltandovi, illustrissimo.

--Tu non farai mai parola col Palavicino nè del suo marito, nè di lei, nè de' suoi patimenti, nè delle tue speranze di trarla a salvamento. Non ho bisogno che in tal punto si travolgano taluni affetti nuovi che in questi ultimi mesi m'han tratto costui per altre vie. Da principio ciò m'era parso un grave contrattempo, ma ora che ho abbandonato ogni pensiero del Baglione, di ciò che mi sembrò danno, saprò trarre tanto vantaggio, che tu farai le maraviglie a suo tempo. Della Ginevra adunque non ne dir nulla.

--Io tacerò, potete vivere tranquillo, e l'Elia si licenziò.

Dopo tutto questo, il Morone lasciò passare molto tempo ancora senza far nulla, durante il quale non avvenne cosa che meritasse nota. Soltanto il Palavicino continuava a frequentare la signora di Rimini. Per tutta Roma ormai non era parola che degli amori di quella donna voluttuosa coll'illustre lombardo. Il Morone recavasi esso pure qualche volta al palazzo della duchessa. Una notte vi stette a lungo col Palavicino, e col medesimo ne partì ad ora tardissima. Fu in quell'occasione che, facendo la strada seco, e prendendo per certe solitarie vie di Roma, d'una in altra parola, lo trasse al seguente discorso:

--È già da un anno, Manfredo, che l'ozio e le delizie della vita ne circondano da tutte le parti; se non fossimo a ciò costretti dalla necessità, se in quest'ozio medesimo i nostri pensieri non fossero continuamente rivolti a quel fine per cui siamo fuggiti di Milano, per cui stiamo qui, comprendi anche tu che sarebbe una gran vergogna. Egli è certo però, che in questi ultimi mesi l'amore per il tuo paese ha ceduto luogo, credo che non vorrà esserlo per sempre, ad un altro oggetto. Queste mie parole sarebbero assai più gravi che non sono, se appunto in quell'ozio che ti dicevo non trovassi quanto basta per iscusare la tua condotta; e queste mie parole tanto sono meno gravi, quanto più mi pare che, qualora tu il voglia, possa raccogliere utile dal nuovo avviamento che il destino impresse alla tua vita e agli affetti tuoi. Che tu ti sii dimenticato della Ginevra, è cosa di cui mi consolo per la tua pace, per la pace di lei, per la pace di molti. Non sarà mai dunque ch'io ti voglia far rimprovero del tuo vario ingegno. Tuttavia, egli ha messo in me qualche dubbio sul conto tuo....

--Qualche dubbio su me?

--Zitto, lascia ch'io finisca. Ti confesserò dunque ch'io ti reputava assai più fermo ne' tuoi propositi e ne' tuoi affetti, che le prove ch'io già tenni di te, del tuo ingegno, dell'animo tuo, del tuo cuore pel paese nostro comune, parevan promettere assai più. Egli è perciò che voglio da te oggi tal caparra che, per l'avvenire, mi faccia vivere tranquillo sul tuo conto. È dunque necessario che tu sappia fare qualche sacrificio di te stesso, e, può darsi anche, ch'egli abbia ad essere tutt'altro che sacrificio. Odimi bene: tu ami, ed ami ardentemente la duchessa; questo è certissimo, perchè tu l'hai confessato.... perchè converrebbe esser ciechi per non accorgersene. Ti ricorderai adesso d'alcune parole ch'io feci con te prima di andarmene a Modena, colle quali io procurava tôrti giù da questa nuova passione. Ora ho fatto tutt'altro pensiero; però intendiamoci bene.

Il Palavicino facevasi attento.

--Tu sai, continuava il Morone, qual'è la parola d'ordine colla quale io soglio comportarmi in taluni momenti, tu lo sai; ella è: _O tutto, o nulla_; ora io voglio ch'ella debba servire a te pure. Ascoltami bene; da questo istante tu hai a pensare scrupolosamente a' fatti tuoi; tu hai a scegliere un partito, scelto che sia, non abbandonarlo mai più. Tu corteggi la duchessa; tutto il mondo dice che la cosa è così.... Sciagurata quella terra che attende il suo soccorso dall'uomo che vive una tal vita; è bisogno dunque, è necessità.... imperiosa necessità, che tu ti purghi da questa taccia; tu devi sposar la duchessa.

--Sposarla?

--Sposarla, non mi ritraggo, o abbandonarla per sempre; l'una delle due: _O tutto, o nulla_.

--Ma io non saprei....

--So io tutto. Se ti stacchi da lei rimani libero di te, della volontà tua, e pronto a porti in movimento appena il tuo paese ti chiami, e questo è un vantaggio; se poi tu la sposi, la tua posizione può acquistare importanza in Italia.... dal tuo stato di privato t'innalzi a un posto che sta al cospetto delle genti.... possessore della duchessa la quale, io so bene, porrebbe adesso ogni cosa a' piedi tuoi, saresti possessore anche della sua città, e, benchè il pontefice ne sia a metà padrone, pure tu avresti un popolo, molti soldati e mille lance, alle quali porti a capo quando la necessità lo richieda. Come già ti ho detto, stetti a lunghe e replicate conferenze col Guicciardini, e anch'egli pensa, al pari di me, che or si debba più che mai stare in agguato dell'occasione, e affrettarla anzi per quanto è possibile. Egli mi domandò se avevo un uomo di cuore al quale, all'occorrenza, dare incarico di tentare un colpo a mano armata, ed alla testa di qualche migliaia d'uomini. A lui ho nominato te, ed egli, non sapendomi dir nulla in contrario, mi fece tuttavia comprendere come sarebbe stato un gran bene se un sì difficil carico si fosse imposto ad uomo che avesse Stato in Italia; se dunque tu sposi la duchessa, tu potresti esser l'uomo veramente che riunisce in sè tutte le qualità acconcie per ciò. Puoi dunque lodarti della tua fortuna che t'ha suscitata in cuore una passione che, in certo qual modo, può collimare coi vantaggi lontani del paese tuo. Però ti do tempo a pensarci tutta questa notte; domani verrò da te.... e mi dirai quello che avrai stabilito.... Se tu ti stacchi da lei può esser bene.... se tu la sposi è senza dubbio il meglio. Soltanto se continuassi in codesta vita voluttuosa, sarebbe una sventura incalcolabile. Ora poi che, su tutto ciò, teco mi sono aperto con libertà, ti dirò anche il resto. Io ho conosciuto e conosco la tua casa... conosco tua madre, quell'angelica donna di tua madre, e per amor suo io ti amo come se fossi un mio figliuolo, ti amo al disopra di ogni altro mio concittadino, e forse non c'è altri che Francesco Sforza che divida codest'amor mio con te; pure adesso ti parlerò con assai dure parole. Se domani non fermi il tuo partito sull'una delle due cose che t'ho proposto, abbandonarla o sposarla, io mi divido sull'istante da te, e per sempre, e mi rivolgo ad altri. Il mio rammarico sarà immenso, ma sarò forte, nè su te porrò mai più gli occhi in tutta la mia vita... Trattasi d'impresa a cui convien mettersi con calma solenne, con virtù e senza basse passioni; nè per un affetto esagerato e mal'inteso verso di te, mai non vorrei porre all'azzardo tutta la cosa pubblica del paese in cui son nato; io non mi rimovo.

Il Palavicino, stato in silenzio per qualche tempo, alla fine gli rispose con queste parole:

--Vi ringrazio del grande amore che voi avete per me, e potete esser certo ch'egli è altrettanto quello che ho sempre sentito e che sento tuttavia per voi. Mi piace la franchezza con cui adesso mi avete parlato; pure, del timore e del dubbio che nell'animo vostro ha potuto sorgere sul conto mio, sono così conturbato che, se non vi reputassi quel che vi reputo, vi avrei già risposto colle parole dell'indegnazione; ora ascoltatemi. Il paese mio è il primo mio affetto, e per quanto le passioni avesser tentato dilungarmi da lui, io porto fiducia però che sempre gliele avrei sapute posporre. Del resto, quanto mi avete voi chiesto non è cosa che significhi un sacrificio, nè credo che ci sia alcun merito nel protestarvi, io mi vi acconcio pienamente, purch'ella sia cosa fattibile. Non credo però che ella sia tale.

--Di ciò lascerai ogni pensiero a me, rispose allora il Morone, assai contento delle parole del suo giovane concittadino; parlerò io medesimo alla duchessa, parlerò al Bembo, parlerò, se farà d'uopo, al santo padre: ma voglio che il tutto sia combinato in breve; non abbiam tempo da perdere.

Fermi in questo nuovo proposito, dopo qualch'altra parola, per quella sera i due concittadini si lasciarono. Il giorno dopo, il Morone non attese ad altro che a gettare lo scandaglio alla Corte romana, per vedere come sarebbe accolto quel nuovo progetto del matrimonio tra la duchessa Elena e il marchese. Per verità ebbe ad accorgersi che tal cosa non era per esser tanto facile come a tutta prima aveva creduto, ma continuando ad aver fede in sè stesso e nella propria facoltà persuasiva, ed anche nella mutabilità delle circostanze, non si conturbò punto, nè perdette le sue speranze.

In quanto alla signora di Rimini, allorchè il Morone s'accorse che la buona occasione era venuta, le domandò un abboccamento segreto, ottenuto il quale, con quella sua mirabile facondia e gentilezza di modi, seppe condurla a promettere, non già ch'ella avrebbe sposato il Palavicino, cosa di cui non poteva essere in lei l'assoluto arbitrio, ma che, dato che Leone mettesse innanzi qualche dubbio, anch'ella ponendo in campo de' fatti veri od anche de' simulati, avrebbe saputo fare in modo per indurlo ad accordarle la necessaria licenza. Del resto fu assai facil cosa il trarre la duchessa a quel partito, perchè già da gran tempo, nel cuore di lei, ne era sorto ardentissimo il desiderio; desiderio ch'ella non sarebbesi indotta a manifestar mai, perchè le parea cosa al tutto impossibile in quella sua condizione, e per mille altre ragioni. Ora poi che il Morone le ebbe dischiusa quella nuova via, è facile il credere ch'ella vi si mise a tutta corsa con un'alacrità straordinaria. Si può dire, senza timore di errare, che di tutti gli affetti nati e morti in questa versatile donna, questo che ella ebbe pel giovane Manfredo fu il più forte, il più sincero, il più sviscerato di tutti; e che se invece di finire ella avesse cominciato con questo forse non sarebbe mai pesata su di lei nessuna grave taccia. Non sarebbe possibile poi far tacere un moto assai naturale di compassione profonda, pensando che a dure vicissitudini ella doveva esser tratta da tale affetto, che di tutti fu il più innocente, se non si considerasse che con ciò voleasi appunto trarla sulla via dell'espiazione da colui che veglia su tutte le umane cose... Ma di ciò a suo luogo e tempo.

Sicuro adunque che fu il Morone della buona volontà della signora di Rimini, mise in movimento tutti i suoi congegni per toccare di volo gli ultimi risultati. Ebbe però a lasciar passare gran tempo ancora, perchè Leone stette forte in sul negare un pezzo.... e fu soltanto dopo molte e molte preghiere per parte del Bembo e dello Sanzio e della duchessa medesima, che se ne potè impetrare il permesso.

Ottenuto il quale, con una vivezza di gioia che in lei era nuova, d'accordo col Palavicino e col Morone, ella dispose le cose in modo che le nozze dovessero effettuarsi nel più breve tempo possibile... e fu verso la fine del novembre del 1519, che tutta Roma altro non attendeva che di assistere alle pompe solenni di quelle nozze.

Ma, prima ch'esse s'effettuassero, doveva scorrere assai più tempo che non avrebber creduto, per una sventura non attesa, la quale ne portò seco mille altre, e che all'altrui perfidia, la quale stava in agguato, diede campo di tendere al giovane Manfredo così infernale insidia, che, Dio sa, s'egli sarà mai per iscamparne.

CAPITOLO XIX

In un giorno del dicembre di quell'anno, nell'ora che, sparecchiate le mense, i numerosi commensali della duchessa Elena recavansi nella sala dove servivasi l'Alicante e il Lagrima Christi, il marchese Palavicino che, com'era indispensabile, trovavasi tra quelli, fu chiamato in disparte da un servo, il quale gli disse attenderlo un uomo in una delle anticamere, e avere una lettera da consegnargli. Il Palavicino tosto si mosse, e veduto l'uomo e ricevuta la lettera, lo richiese da chi era mandato.

--Io vengo da Milano, illustrissimo, e son qui di passaggio per Napoli. Questa lettera mi fu data a consegnarvi da un uomo di camera della contessa vostra madre.

Il Palavicino subito aprì allora la lettera e la scorse di volo. L'uomo che lo stava guardando, si accorse che gli si cangiò il colore del volto.

--Quando il servo ti consegnò questa lettera, gli chiese poi Manfredo con voce manifestamente alterata e tremante, non ti ha detto nulla di più particolare intorno alla contessa?

--Nulla mi fu detto, illustrissimo signor marchese. Il mio mestiere è quello del procaccia e di trasportare le mercanzie di Lombardia a Napoli. Io sono assai noto in Milano, e venne da me un uomo che mi si diede a conoscere per servo della contessa, raccomandandomi consegnassi a voi il più segretamente che fosse possibile una tal lettera, e mi guardassi dal palesare ad altri ch'io era mandato a voi. Ecco tutto; del resto non so nulla.

--Quando sarete per ritornare a Milano, buon uomo?

--Non so se mai ci tornerò, caro signore, il commercio lombardo è così rifinito a Milano, e ridotto a così deplorabile condizione, ch'ella è già questa la terza volta che ci rimetto del mio viaggiando. D'or innanzi le mie gite saranno tra Venezia e Napoli; Milano è un cadavere ormai, e non è più a cavarne un costrutto.

Il Palavicino non rispose, diede a quell'uomo un fiorino e lo licenziò. Come si trovò solo, tutto conturbato, rilesse la lettera.

"Illustrissimo signor marchese, diceva quel foglio, la contessa madre vostra è da due mesi in così pessimo stato di salute, che si teme forte non ci abbia a mancare da un giorno all'altro. I continui patimenti l'hanno condotta a così mal punto, ed ora è abbandonata da tutti. Chi scrive sente il rimorso d'affliggervi in sì cruda maniera, ma lo fa per esortarvi a venir di volo a Milano, a vederla un momento. Ella non fa che nominar voi a tutte le ore, e la disperazione di non avervi a rivedere mai più, è quella che più che altro le va limando la sventurata sua vita; se voi foste qui, non sarebbe forse perduta ogni speranza. Affrettatevi dunque per amore della sventurata madre vostra che va consumandosi di giorno in giorno per voi. Affrettatevi, se avete qualche pietà di figlio, e a questa vogliate posporre qualunque timore che possiate avere del Lautrec, di cui non vi sarà difficile scansare la collera."

Quella seconda lettura fece sul Palavicino una impressione assai più forte della prima. Un angore amarissimo lo vinse di tanta forza, che diede in lagrime, e gli entrò nell'animo un tal rimorso di non avere abbastanza pensato a quella povera sua madre, che più non sapeva darsi pace.

--Tristo, diceva tra sè, ed io poteva star qui in mezzo alle feste, mentre quella donna sventurata è in così orrenda condizione per me. E avrei ben dovuto pensare che un tal punto era inevitabile.... e avrei avuto a condurla qui con me, quale assai volte me ne venne il pensiero.... e lo avrei potuto.... Tristo dunque se non l'ho fatto! Io non saprò mai più darmene pace, mai più,

E cacciandosi le mani tra' capegli, a gran passi misurava la camera.

La duchessa Elena intanto che, non vedendolo tra gli altri, aveva chiesto al servo che era venuto a domandarlo, dove era desso, impaziente del molto tempo trascorso senza vederlo a ritornare, uscì delle sale e venne in traccia di lui. Quando, entrata nella camera dov'egli passeggiava in tanto disordine, s'accorse del quanto egli era stravolto e contraffatto, tutta spaventata gli domandò che fosse....

Il Palavicino a tutta prima non rispose, poi diede a leggere il foglio alla duchessa.

--O povera sventurata, disse questa tutta impietosita, letta che l'ebbe; e così, Manfredo?

--E così partirò stanotte; fra un'ora partirò; non è tempo da perdere, neppure un momento!

E tirato a furia la corda di una campana, chiamò un servo.

--Va, gli disse, come questo si mostrò, va alla mia casa; di al fante che inselli sull'istante due cavalli, e venga qui tosto e si disponga anch'esso a viaggiar con me stanotte verso Milano.... Va e fa presto, per carità, non por tempo in mezzo!

--Manfredo, disse allora con impeto la duchessa, accennando al servo di fermarsi, e assai conturbata; Manfredo, voi precipitate le cose! sapete pure se voi siete in condizione di rimettere il piede in Milano. Voi siete perduto se vi ci recate, inevitabilmente perduto! Ci andrei io stessa piuttosto; io stessa ci andrei, anzichè permettere che corriate voi stesso nelle insidie di colui....

--E mia madre, Elena, e mia madre? Oh se mi verrà fatto di poterle dare questa suprema consolazione, io potrò bene morir dopo, e lodarne Iddio se fu per una sì pietosa causa!.... Oh no, no, io non ci penso ai pericoli.... Venga il Lautrec, mi strazj con mille tormenti il Lautrec, ma voglio vedere mia madre; vederla una volta, una volta almeno quella povera, miserissima donna, e morire! Sì, morire, che sarà per il meglio.

--E noi, Manfredo, ed io?.... disse Elena allora, con un accento particolarissimo, e con un suono di voce da muovere il pianto.

Manfredo ne fu scosso, e guardatala a lungo....

--Ahi, maledetto!! proruppe.... pure bisogna ch'io parta, bisogna ch'io parta! Temerei di offender Dio, dispererei del suo perdono, non avrei mai più pace, mai più, per tutta la mia vita, se potessi dimenticarmi di mia madre.... Per carità, Elena, per carità, s'egli è vero che voi avete alcun amore per me, esortatemi anzi a partire di subito! Mi sarete ancora più cara; più cara che ad uomo non sia stata mai donna di questo mondo.

--Va dunque, va, disse poi tosto al servo, ch'era impacciato assai di trovarsi presente a quella scena, va e fa quel che ti ho detto; che tra un'ora sia qui il fante e i cavalli; va, che si è perduto già troppo tempo.

Il servo partì.

Ci fu qualche momento di silenzio. La duchessa diede anch'essa di volta per la camera agitatissima, poi si gettò a sedere su d'una di quelle cassapanche che stanno nelle anticamere. Non sapeva più quel che si facesse nè quel che si pensasse. D'improvviso, come se le venisse una speranza:

--Avete fatto leggere la lettera al Morone? domandò al Manfredo.

--Egli non sa nulla.

--Convien pure ch'egli lo sappia, Manfredo. Lo chiamerò.

--Non fate, duchessa, non fate. Egli sarebbe ostinato a non lasciarmi partire, ed io non potrei obbedirlo. No, non fate; gli direte voi ogni cosa quando sarò partito.

--Sarebbe malissimo fatto il comportarsi di tal modo, io lo chiamo; e domandato un servo:

--Andate nelle sale, dite all'illustrissimo Morone che venga qui. Aspettate; fatelo passare nel mio gabinetto.... Manfredo, disse poi a lui rivolta; andiamo. Non è conveniente lo star qui, potrebbe venir gente, e i servi vanno e vengono di continuo, andiamo.

E il Manfredo, più sbalordito che altro, la seguì nel di lei gabinetto. Un momento dopo v'entrò anche il Morone, che, accorgendosi della commozione dipinta sul volto d'ambedue:

--Che c'è egli di così grave? domandò.

--Oh Dio!! Dategli la lettera Manfredo.

Questi senza parlare, gliela consegnò.

Intanto che il Morone leggeva, Manfredo continuava a passeggiare per camera.

--E così? disse il Morone quand'ebbe finito di leggere.

--E così, rispose la duchessa, costui ha fermo di partire questa notte medesima, ed ha già dato gli ordini perchè s'insellino i cavalli. Pensate voi s'egli non è un correre incontro alla propria rovina.

--Egli non ci andrà, disse allora il Morone con molta pacatezza e gravità, egli sa bene che la sua vita è preziosa, preziosissima, non tanto per lei stessa quanto per il suo paese, egli lo sa meglio di me; egli anzi lo ha detto a me più volte. Se in questo momento ei si recasse a Milano e giocasse la sua vita così, tradirebbe la causa per la quale ha fatto tanto frequenti e tanto solenni promesse; egli non partirà, ne sono certissimo.

Manfredo, intanto che il Morone profferiva queste parole, lo stava guardando attonito, ed era pallido come un morto. Dopo qualche momento cambiò atteggiamento, e guardando il Morone come uomo che stia supplicando un suo superiore, e con voce quasi piangente:

--Sentite, Morone, io vi supplico come non ho mai supplicato nessuno al mondo, io vi scongiuro come si scongiura la croce nei più gravi travagli della vita; lasciate che io vada a Milano, si tratta di mia madre; voi l'avete conosciuta quell'infelice; voi sapete quanto abbia dovuto soffrire per me. Sovvengavi poi, oh! vi sovvenga, che fu un tempo nel quale avete amata quell'angelica e dolce creatura di un ardentissimo amore; voi eravate ben giovane ed ella ancor fanciulla. Vi muova dunque a pietà la rimembranza di quegli anni lontani, non voler dunque permettere ch'ella abbia a morir disperata . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Qui il labbro gli tremò per l'eccessiva commozione, il giovine volto tutto gli s'inondò di lagrime, e tacque.

Elena proruppe anch'essa in lagrime allora, e il Morone non potè più dominarsi.

Fu un lugubre silenzio di qualche minuto.