# Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana

## Part 24

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--Oh povera signora!--disse una delle donne, e inchinatasi per alzarla di peso, la duchessa lasciò fare. In quello stato di tremenda immobilità che pareva indizio certo d'alienazione mentale, ella trascorse quasi un'ora intera, e il primo indizio di ritorno alla vita furono queste precise parole:--Dio!! quale orrore!!...--pronunciate con un suono gutturale e stridulo della voce, poi accorgendosi allora d'essere in mezzo a tutte le sue donne, che tenevano gli occhi fissi in lei, fu assalita da un insolito sgomento, per che fuggendo si tolse loro di mezzo, e giunta nella sua camera, vi si chiuse e si gettò in ginocchio innanzi ad una immagine di Maria Vergine.

Le donne non avevano voluto abbandonarla, e seguitala, stettero vigilando all'uscio, timorose di qualche nuova sventura, e udirono alti scoppi di pianti e grida, e singhiozzi, che intermittenti non cessarono per tutta la notte.

Se vi fu apparenza di cordoglio profondo, se mai fu donna al mondo la quale sembrasse aver l'animo che non mentisse al lutto delle vesti vedovili, certo fu la duchessa Elena, che per un anno fu compianta da tutto il popolo romano, e additata altrui siccome esempio cospicuo di conjugale fedeltà.

Passò così l'intero anno. I Romani, attirati dal vortice continuo di avvenimenti di gran lunga più gravi, s'erano ormai dimenticati del duca ucciso e della duchessa addolorata, e dall'animo di lei s'erano anche in parte dileguati i tremendi pensieri. Forse avrebbe continuato così il resto de' suoi giorni, e avrebbe anche lavata, con una virtuosa vita, quel che aveasi a lavare, ma pur troppo altro ne doveva succedere.

L'uomo che aveva mutato abito, e che per tutto quel tempo non erasi mai più mostrato alla duchessa venne in quell'anno innalzato a molte dignità, e da ultimo era stato creato signore della città di Rimini ed eletto capitano generale delle soldatesche pontificie. Non parlavasi ormai più in Roma, che della sua partenza per Rimini, e del dì che solennemente sarebbe stato installato signore di quella città.

Che la duchessa Elena, dopo la morte del marito, più non pensasse a quel fatale e misterioso uomo, è cosa che nessuno potrebbe credere, e di fatto non ci fu giorno ch'ella, in mezzo al suo insistente rimorso, pur non si fermasse a lungo in quel colpevole pensiero; e per quante volte le sia sorto nell'animo un sospetto, il più terribile sospetto non fu tuttavia mai forte abbastanza da renderle detestabile quell'uomo.

Però, quando udì annunciarsi una visita di lui, ella si sentì rimescolare il sangue per modo, e ricevette tale percossa, che dovette appoggiarsi per non cadere. E quando ne udì i passi che si avanzavano, e vide spalancarsi la porta per dargli accesso, il cuore volle scoppiargli, e tremò come per sensazione di freddo.

Si trovarono così faccia a faccia, e da solo a solo, dopo due anni d'intervallo. Partito il servo che aveva accompagnato il signore nella sala, la porta si richiuse, e continuò il silenzio per molto tempo, durante il quale il battere frequente del polso d'ambidue si udiva distintamente.

--Io vi ho promesso, madonna, cominciò finalmente a parlare colui, io vi ho promesso che, per quanto tempo avrebbe potuto correr di mezzo, pure vi avrei riveduta alla fine. Il destino ha dunque voluto ch'io tenessi la parola, e prima che non avrei sperato. Oggi io posso finalmente mostrarmi a voi coperto di tali vesti, che faccian tacere ogni scrupolo; oggi possiam star l'uno in faccia all'altro, liberissimi di noi e della volontà nostra.

La duchessa, a queste parole, chinò il capo tremando; e il signore, accortosi di quel tremito, fece, involontariamente, un, po' di pausa al discorso.

--Quello a cui da tanto tempo io anelava, continuò poi, a cui anelava nell'ambizione ardente dell'anima mia, io l'ho dunque ottenuto. Non solo mi distrigai di ciò che segregandomi da tutti, mi teneva anche al disotto di tutti; ma il mio destino tanto mi propiziò, e oramai ho percorsa così lunga scala, ch'io sto con quei pochi privilegiati i quali stanno al disopra di tutti gli uomini. La città di Rimini è mia, a trentamila uomini io comando, dieci milioni di scudi romani stanno già nel mio erario; e tuttavia questo non è che un assai tenue principio. La mia testa, il mio braccio, la mia ferma volontà, mi additano altissime cose nell'avvenire, e a me par già d'averle in sul palmo. La fortuna giova agli audaci. Da qui a qualche secolo, chi sa qual preponderanza sarà per avere la mia dinastia nei destini d'Europa, voi mi comprendete. Però a codesta dinastia convien bene ch'io provveda. Altri, al posto dove io sto, avrebbe girato lo sguardo nelle case dei re per cercarvi una donna. Io ho disprezzato le figlie dei re, e son venuto qui... e tacque aspettando una risposta.

La presenza del signore, il suono della sua voce, la quale aveva, almeno per lei, una particolare armonia, la natura di quelle passionate parole, dalle quali traspariva che l'amore, in quel potente uomo, era tuttavia superiore all'ambizione, fecero tale impressione nella giovine duchessa che, invece di rispondere, tutta si disciolse in lagrime.

Era gioia, era gratitudine, o qual cosa era mai che avea aperta la via a quelle abbondanti lagrime? Troppe eran le cagioni che facean forza all'animo piagato di lei.

Il signore prese quelle lagrime come la più accetta risposta alle sue parole, e per la prima volta fu ardito di abbracciare e baciare la giovine duchessa, e presale la mano ed alzando la fede:

--Voi dunque sarete la moglie mia, soggiunse: e da quest'ora con giuramento io mi vi prometto; così domani saprà tutta Roma la libera scelta della mia volontà.

Ciò detto si licenziò.

Quand'egli si fu partito ed ella si trovò ancor sola, i rimorsi risorsero, e con più insistenza che mai. Ella pianse, pregò, volle e disvolle; ma all'amore si confederò anche l'ambizione, e vagheggiò il pomposo titolo di signora di Rimini.

Alcuni giorni dopo si diffuse per tutta Roma la voce che il signore ****, prima di recarsi a Rimini, si sarebbe unito in matrimonio colla duchessa Elena, vedova del duca Orsini; ma dal momento che circolò quella voce, altre pure a poco a poco cominciarono a circolare.

L'assassinio del duca di Pitigliano, se era stato un mistero per il più de' cittadini di Roma, non lo era per tutti. Chi ne aveva mandato espresso avviso con lettera alla duchessa, doveva intanto saperne qualche cosa; i cinque che avevano vibrati i colpi ne sapevano più di tutti. La fante, ch'era stata messa a parte del segreto degli amori della duchessa, e che di poi era stata licenziata, se non sapeva nulla di certo, aveva però in mano un filo per far delle congetture. Da queste fonti pare adunque sieno uscite tutte le dicerie che, al pubblicarsi di quel matrimonio, innondarono tutta Roma. In sul primo le accuse non furono che a carico del signore ****, del quale, stando ad alcuni cronisti, non era la miglior fama in Roma, poi a poco a poco corse qualche sospetto anche sul conto della duchessa Elena. L'uomo che le avea spedita la lettera, avrà cominciato a meditar la causa per la quale la lettera stessa non ebbe poi effetto, e d'uno in altro pensiero, e d'una in altra indagine, avrà scoperto il resto. I discorsi promossi da costui, combinandosi con quelli fatti circolar dalla fante, ingrossarono così il corpo delle congetture, le quali si trasformarono tosto in fatti ed in accuse. V'erano tuttavia, a tutto scarico della giovine duchessa, le lagrime versate per la morte del marito e il suo lungo cordoglio. Ma il servo che aveva avuto ordine da lei d'aspettare il padrone, e di recarle avviso del suo arrivo, al quale era parso assai strano il modo di comportarsi della signora in quella notte, e fin d'allora s'era messo in sospetto, gettò anche lui la sua parola nella pubblica caldaja della maldicenza, parola che ne accrebbe di molto la bollitura. Ma intanto che la duchessa Elena e il signore di Rimini erano il soggetto principale dei discorsi quotidiani, essi si andavano accostando sempre più all'altare, dove aveva a santificarsi il loro matrimonio. S'apprestavan già gli apparecchi per la partenza; tutti i giorni di buon mattino sul Campo Marzio, il signore di Rimini, portante già sulle splendide vesti i segni della sua potestà, e facendo caracollare il suo sbuffante cavallo di Barberia, assisteva e comandava le evoluzioni delle sue truppe.

A Rimini era stato mandato un numeroso stuolo di pittori a decorare le sale del palazzo della Signoria, e un nuovo concerto di campane era stato donato al maggior tempio di quella città. Il matrimonio doveva tra breve esser fatto; alcuni poi dicevano che, nella cappella sotterranea di Santa Maria Maggiore, era già stato benedetto senz'intervento di popolo e in tutta segretezza.

Che quel giovane signore, salito tant'alto pel forte ajuto di chi poteva quel che voleva, destasse invidia e dispetti nei più facoltosi patrizj di Roma, specialmente ne' Colonna, ne' Savelli, negli Orsini, è cosa troppo facile a supporsi, ma il seguente dialogo fatto da due personaggi appartenenti a quest'ultima famiglia, intanto che affacciati ad una finestra del loro palazzo vedevan passar quel signore alla testa delle sue belle truppe, ce ne può dare un maggiore indizio.

--Senti, Giordano, se quest'uomo, dopo quanto è avvenuto, e dopo l'atroce delitto che ha commesso, fu tuttavia così fortunato da diventare il primo di Roma, io non so poi dove trovare e a chi cercare giustizia.

--La giustizia, invece di cercarla, bisogna farla, Maffio: quest'uomo ha ucciso il fratel nostro.... oramai ne sono certissimo, e colui che venne da me è assai degno di fede; chi ha ucciso dev'essere ucciso.... questa è la giustizia che un uomo d'onore ha a fare. Converrà dunque pensarci, Maffio.

--Se si doveva pensarci, mi pare allora che abbiam già troppo aspettato. Fra qualche giorno egli sarà in Rimini, se non prendiamo le nostre misure, prima ch'egli se n'esca, non so quel che ci rimarrebbe a fare di poi.

--E non lo saprei io pure, per ciò fra ventiquattr'ore ci sarà qualch'altra novità, e qualch'altro scandalo per Roma.

--Fra ventiquattr'ore? sei tu pazzo?

--Sono assai bene in me stesso. Le misure son già prese.

--Già prese! e al papa hai tu pensato, e all'ira sua?

--Non ho pensato che al miglior modo di far cadere quel tristo, e nasca quel che vuol nascere.

--E la duchessa Elena?

--Che vuoi tu dire?

--Voglio dire che corron voci d'accusa anche per lei, e se ciò fosse, quella giustizia medesima...

--No, io non credo a quelle accuse. Il suo dolore era sincero. No, ella può vivere. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

La sera medesima di questo giorno, il signore di Rimini, accompagnato da un numeroso seguito di cavalieri, attraversava a cavallo il Ponte Elio. La folla traeva sul suo cammino ammirando quelle straordinarie pompe, ed egli, mentre lo scalpito rincalzato del suo focoso destriero faceva rimbombare il ponte, pensava con compiacenza a quell'altezza che aveva saputo raggiungere, e volgendo in mente i suoi futuri destini, considerava che lungo e glorioso tratto di cammino gli rimaneva ancora a percorrere. In quel punto una palla di piombo, squarciando l'aria con un fischio istantaneo, gli fracassò il collo e la spalla, e lo rovesciò nel Tevere sottoposto.

Fu un grido generale, si corse a strapparlo all'onde del Tevere, Un chirurgo attestò che non era morto, e fu così trasportato al suo palazzo.

A quest'avvenimento tutta Roma ne fu sossopra. La famiglia Orsini corse sulle labbra di tutti, e tutti stavano in aspettazione d'una grand'ira del pontefice. La piazza di Spagna, dove era il palazzo del signore di Rimini, fu il dì dopo zeppa di popolo da mattina a sera. Era un correre e ricorcorrer continuo delle 74 lettighe dei cardinali. Innanzi alla porta di palazzo, la folla si stipò più fitta che mai intorno a quella del pontefice. Questo finalmente fu veduto uscire in mezzo ai suoi cardinali e a' suoi dodici camarlinghi. Il signore di Rimini era morto.

Fatte le solenni esequie, parve che il popolo si dimenticasse anche di quell'atroce avvenimento; soltanto dopo alcuni dì corse voce che la duchessa Elena era uscita di Roma con un seguito numerosissimo, e non sapevasi dove fosse diretta. Si diceva che più non erale bastato l'animo di fermarsi in Roma, quando seppe d'esser bersaglio della generale maldicenza, e s'accorse che tutte le più illustri case le chiudevano la porta in faccia. Ciò in gran parte era vero, ma quand'anche avesse potuto esser questa una causa forte per farla esular da Roma, pure n'era ella uscita per tutt'altro. Dopo qualche tempo infatti, con maraviglia e stupore universale, si seppe ch'ella aveva fermata la sua stanza a Rimini, fatta signora di quella città.

Chi disse allora che ella fosse stata sposata da quel potente signore prima d'esser ferito, chi disse aver egli ciò fatto nelle ultime sue ore, e che essendo già stato installato signore di Rimini, lasciasse, con solenne dichiarazione dell'estrema sua volontà, il possesso di quella città alla duchessa Elena, e scongiurasse gli astanti, al letto di morte, della più scrupolosa esecuzione di quel suo orale testamento. Chi disse altre e diverse cose.

Il fatto è certo intanto, ch'ella ebbe la signoria di Rimini; quale sia poi stata la via precisa per la quale vi è pervenuta, non è la cosa che più importa di sapere. Ora, tutto quello che avvenne di lei da quell'epoca in poi, il nostro lettore lo sa, e potrà adesso farsi capace della varia fama che, per tutta Italia, era corsa sul conto di questa donna straordinaria.

CAPITOLO XVIII

Non siamo lontani dal credere che se il Palavicino avesse udita questa tenebrosa storia della duchessa Elena alcuni anni prima, o in altra occasione, od anche in altro dì, essa gli sarebbe parsa oltremisura abbominevole; ma di presente invece (tanto è vero che il più grave difetto in creatura che si prediliga facilmente si trasmuta in un pregio) quella medesima colpa, a produrre la quale avevano concorso tante cagioni che in certo modo eccitavano, a commiserare la sventura di lei, gli fe' scorgere nuove attrattive nella duchessa, per cui, senza quasi accorgesene, si confermò in quella passione che contro l'aspettazione nostra e la sua, già lo aveva con tanta violenza assalito. Così, come è facile supporsi, il giorno dopo fu al palazzo della Signora, e ogni dì per qualche tempo ci ritornò finchè le volte si moltiplicarono anche in un giorno solo. Ad eccezione per altro di codeste replicate visite, egli si comportava di maniera colla duchessa, e questa con lui, che a nessuno, fuorchè per avventura ad un occhio ben avvezzo, non potevano dare indizio che d'un'amicizia antica e intrinseca. Intanto al Palavicino si eran diradate le noie, e (la verità imperiosa c'incalza a non dissimular nulla) anche i suoi generosi pensieri in gran parte s'eran venuti dilavando. In quanto poi alla signora di Rimini, parve che fosse assai soddisfatta del giovane marchese, al quale (com'ella pensava) i sei anni trascorsi avevan recato non poco giovamento, e la scuola dell'esperienza e lo spettacolo della società e le mille avventure lo avevano per modo disimpacciato che pareva tutt'altra cosa. Di tal guisa a poco a poco scomparvero dal fondo del cuore di lei quegli ascosi pensieri, quegli insino a quel punto incoercibili rimorsi, e da ultimo sembrò fatta al tutto insensibile finanche allo sgomento del Lautrec, pel quale, lasciando Rimini in fretta, s'era ricoverata a Roma. Siccome poi l'indole primitiva di quella donna, quando pure avesse racchiuso alcun che d'eterrogeneo, era notabilmente inclinata all'affetto e a tutto ciò che di più soave e di più tenero può scaturire da questa pura fonte, e se mai non aveva potuto rivelarsi interamente altrui da questo lato, dipendeva da ciò, che mai non erasi incontrata in chi veramente potesse rincordarsi con lei; ora che il Palavicino parve assurgere all'ideale de' suoi desideri, ella tosto gli dischiuse tante nuove virtù, che al giovane Manfredo non sembrò vero, come avesse dovuto attender tanto per conceder a lei la propria ammirazione. Ma se per qualche tempo tra que' patrizi romani non trapelò nulla di quanto succedeva tra la duchessa e il marchese, impediti com'erano dal far congetture e sospetti, dal sapere le avventure già consumate tra lui e la moglie del signore di Perugia, venne però il tempo che qualche voce, più ardita delle altre, corse rapidissima tra la folla; poi un giorno un bel distico affisso alla statua di Marforio, il quale faceva alcune interrogazioni a Pasquino sul conto della signora di Rimini e del giovane lombardo, mise in attenzione Roma tutta quanta.... la quale fu stuzzicata ancor più, quando Pasquino mostrò al pubblico le sue risposte, che punto per punto soddisfacevano alle varie domande di Marforio.

Prima per altro che avvenissero tutte codeste cose, un uomo il quale era appunto dotato di quell'occhio avvezzo, di cui sopra abbiam parlato, con moltissima sua maraviglia s'era accorto dell'eccessiva deviazione dell'ago magnetico che regolava i movimenti del Palavicino. Ne aveva provato anche un certo rammarico, perchè egli, sperando assai nell'impresa tentata contro il Baglione, si figurava la Ginevra Bentivoglio ancor libera di sè, e in tal condizione da poter concedere la sua mano al Palavicino. E per verità aveva pensato aprirsi con Manfredo, stornarlo da quella pratica e rinviarlo altrove. Come poi si pubblicaron le pasquinate per Roma, non mancò di mostrarle trascritte al Palavicino, parendogli più che ogni altra cosa utile assai l'arma del ridicolo, per vincere l'indole permalosa del suo giovane concittadino, ma con molto dispetto, vide cadere anche quell'arme senza aver fatta una ferita.

Fu in questo tempo che il Morone dovette partire da Roma e condursi a Modena, dove l'anno prima si era fermato già per gran tempo, poi a Reggio, della quale era governatore il Guicciardini, con cui aveva gran desiderio di abboccarsi. Quivi si trattenne più di due mesi, e fu certo in quell'occasione che tra que' due astuti e ingegnosissimi maneggiatori d'uomini e di cose, si gettarono le prime fila della trama, colla quale si tendeva ad espellere la Francia dall'Italia, e stabilire i piani perchè Leone si unisse a Spagna e all'Austria, e si facesse una lega di più potenze al danno di quella sola che allora preponderava tanto pel suo governo diretto in Lombardia, e pel suo intervento in tutte le italiane cose.

Dopo aver dunque provveduto col Guicciardini agli affari del più grave momento, e dopo avere preventivamente cercato di indovinare le contingenze possibili che potevano susseguire ai loro disegni, attuati che si fossero, il Morone se ne tornò a Roma, perchè forte gli premeva di vegliar d'accanto Leone, dare una direzione sicura ai propositi di quel pontefice, di non allontanarsi da' fianchi del cardinal Bembo, e di soffiare ne' savi orecchi di questo grand'uomo i propri consigli, a tenerlo così sulla diritta e sicura via.

Qualche tempo dopo il suo arrivo a Roma si manifestarono poi i primi segni di quella procella che si doveva addensare sulla testa di Giampaolo Baglione: ecco come avvenne il fatto.

Un giorno papa Leone, in mezzo a' suoi soliti cardinali, protonotarj, letterati e poeti, stavasi nella gran sala delle mense, ascoltando un assai prolisso:--_Poematium--De pulcra prole_--di un latinante a quell'epoca, dopo il Bembo, distintissimo, quando il segretario apostolico entrò ad annunziare che il Baglione sarebbe entrato in Roma quella sera medesima. Lo stupore di quei cento illustri personaggi, tra i quali trovavasi il Morone, fu straordinario, come era straordinaria la notizia, ed a nessuno non parea vero come quel sospettoso e tetro uomo del Baglione avesse potuto indursi ad entrare in Roma, mentre doveva pur vivere in grandissima paura di sè medesimo. Soltanto il Morone pensando che tra le persone che avevan costituita l'ambasceria spedita a Perugia v'era anche l'Elia Corvino, non ebbe a maravigliarsi molto, sì grande era la fiducia che aveva nell'astuzia di costui. Papa Leone intanto, per quanto fosse l'amore che avesse alla poesia latina, e per quanto diletto gli derivasse dalla declamazione del poemetto latino, pure per quelle ore che dovette lasciar passare prima che arrivasse il Baglione, non fu più atto ad ascoltar altro, ed alzatosi dalla sua sedia, con somma impazienza movevasi per la gran sala passando da crocchio a crocchio, udendo tutti e non ascoltando nessuno.

Fuori della Porta Belisario, per ordine di lui, s'eran mandati cinquanta cavalli guidati dal Rangone comandante in S. Angelo, per ricevere il Baglione e per condurlo poi subito dov'egli aveva comandato, senza por tempo in mezzo. Ma un uomo a cavallo, spedito a tutta corsa a Roma dal Rangone stesso, era entrato in Vaticano ad avvisare che non era già il Baglione padre che arrivava, ma il figlio Grazio, il quale veniva in sua vece. Per queste notizie, alla prima sorpresa ne era successa un'altra assai più forte, e Leone stesso fu visto muovere incontro iracondo al segretario che aveva recata l'ingrata notizia, poi fermatosi di colpo, e spezzato della propria mano un vaso ch'era sulla gran tavola, volgersi con gran dispetto al Morone, e dirgli:--Il vostro uomo è un cialtrone anch'esso come tutti, ed or m'ha guasto ogni cosa al peggio.

Ma quasi nel medesimo tempo si raffrenò e volto al segretario--Fate dire al capitano de' cavalleggieri, che al figlio del Baglione si facciano onori come ad un re, andate: e noi tutti... si volse poi a quanti gli stavano intorno... fino a quando ei rimarrà qui, avremo a fargli ottima accoglienza e ad usargli ogni riguardo; ciò non ci esca mai dalla memoria. Non è Giampaolo... andava poi ripetendo... Non è Giampaolo... ed io lo dava già per ispacciato...

Al Morone, tal contrattempo dispiacque forse più che a tutti, e smarrì le speranze che fino a quei punto aveva sempre nutrite, e pensò che il Baglione, se non fosse per morire di morte naturale, non sarebbe già morto altrimenti.

La notte, il giovane Orazio figlio del Baglione, fu magnificamente alloggiato in palazzo. Il padre lo aveva mandato con plenipotenza di trattar per lui tutto ciò che risguardava gl'interessi tra la santa Sede e la signoria di Perugia, e Leone pensò di fatto condurre le cose in modo per dare un'apparenza di massima importanza alle questioni che avrebbero dovuto agitarsi tra la sua Corte ed il suo ospite, e medesimamente per declinare ogni domanda e lasciare sospesa tuttavia ogni vertenza perchè ne emergesse spontanea la conseguenza, che era necessaria la presenza del padre. Elia Corvino, entrato da Leone cogli altri che avevan fatto parte dell'ambasceria, è probabile abbia detto quanto riferì poi la notte medesima al Morone, allorquando questo volle essere istrutto minutamente da lui su tutto ciò che era succeduto a Perugia.

--Il signore, disse il Corvino, era alquanto aggravato da quelle solite sue doglie acute, perciò quando gli si mise innanzi la necessità della sua presenza in Roma, rispose essere grandissima la sua buona volontà, ma oramai mancargli il potere; che tuttavia qualora si fosse ristabilito in salute sarebbesi forse indotto a venire egli stesso; che intanto spediva il suo Orazio, al quale dava podestà di rappresentarlo per tutti i bisogni che si fossero presentati.

--E tu, Elia, ti se' accontentato di queste parole, e non hai fatto altro?

