# Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana

## Part 23

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Passò qualche giorno ancora: nell'estremo autunno di quell'anno, non so in qual occasione, in Roma si diede una festa notturna con luminarie e danze ed altre tali cose. Venne la notte; il fiore dei gentiluomini e delle gentildonne romane, si raccolsero nelle ampie sale del Palazzo Aurelio. La duchessa Elena, usa a far sempre la prima figura in quell'occasioni, non ci poteva mancare. C'era stato bensì qualche vivo contrasto tra lei e il marito in quel dì. Ella aveva protestato di non voler recarvisi, ma il duca lo pretese di forza. Ci furono diverbi lunghi, vivissimi, violenti, con qualche lagrima d'ira per parte di lei, ma non c'era verso. Il marito, di solito non curante, si mostrò quella volta ostinatissimo. Gli fosse almeno comparso qualche nuovo Spurina a profetargli quanto fosser fatali a lui ed alla giovane sua sposa, se non le idi di marzo, le calende di ottobre! o i cavalli traendo l'adorata loro lettiga li avesse travolti, attraversando il ponte Elio, nel sottoposto Tevere, chè affogandoli, li avrebbe almeno involati al gioco atroce della loro fortuna! Ma ciò non doveva succedere, e la duchessa di Pitigliano, diva del canto e della danza, fu proclamata in quella notte da migliaia di grida, intanto che la trista sorte stava per liberare la corda.

Alla grossa campana del Vaticano suonarono le due di notte; il duca marito, alla zecchinetta, aveva a quell'ora perduti più di cinquantamila scudi romani, ma ebbro e ostinato non si moveva di là. La duchessa Elena, stanca, abbattuta, arrovesciata, mestissima di quella mestizia che appunto è prodotta dalle smodate allegrezze di una festa, si ritraeva un momento lontano dalla folla. Alcune gentildonne, alcuni gentiluomini avevan procurato farsi con lei, ma ella si scansò, e tutta sola se ne venne su d'una aperta galleria.

Il cielo era sgombro e lucentissimo, la notte molle e deliziosa, la luna biancheggiante sulle moli gigantesche, tutta quella galleria innondata dalle fragranze degli aranci, che gettavano le lunghe loro ombre sul marmoreo pavimento e sui bianchi pilastri. Per quanto l'aria vi recasse ogni tanto la confusione delle voci, delle grida, de' suoni che fervevano nelle interne sale, quel luogo era tuttavia abbastanza silenzioso. Ella si concentrò in sè stessa, e fatta la somma dei beni e dei mali, che in quel momento costituivano la sua vita, concluse di essere troppo infelice, e non vedendo nel tempo avvenire nessun barlume di meglio, pensò esser ben più vantaggioso il morire, che vivere di quella guisa. In questi pensieri stava così colla testa reclina, guardando meccanicamente le ombre dei flessuosi aranci, che movendosi rendevano strane figure sui bianchi marmi rischiarati dalla luna. A un tratto ode un sospiro, nè già un sospiro di vento, ma d'un essere animato. Si volse, e si alzò repentinamente tutta conturbata e tremante e presaga. Un'alta ed elegantissima figura di giovane le stava dinanzi, due pupille ardenti la guardavano, le nerissime chiome di chi la guardava ondeggiavano all'aria.

Era desso avvolto in un drappo di seta nera, e teneva la maschera nella mano. Non fu pronunciata una parola, ma ella conobbe chi esso era, ed egli, quali sensazioni producesse in lei, e quante erano già passate in quel cuore di donna. Il silenzio continuava, s'udiva l'anelito affannato d'ambidue; ambidue erano felici, la mano di lui strinse la mano tremante della duchessa, che sentì l'impressione di una bocca di fuoco; finalmente, a quegli atti tenne dietro un sommesso bisbiglio, poi alcune parole:--Fra tre dì, sul lago d'Albano, ad un miglio dalla vostra villa, lungo la costa, dove tante volte solitaria io vi ho veduta, io ci verrò ancora.--Dette le quali parole, egli scomparve, ed ella rimase immobile, piena di sgomento, d'incertezza, di estasi. A quella bianca luce della notte, ella potè benissimo osservare ogni linea della figura di lui, e sì le piacque, che ne fu paga oltre ogni suo desiderio, oltre ogni sua speranza, e la passione guadagnò sì gran tratto di terreno in un subito, ch'ella quasi non si ricordò più d'esser legata indissolubilmente ad un altro. Il dì dopo ne provò bensì qualche oscillazione di pentimento, ed anche, dopo aver avuto un saggio del tetro umore del marito, un'altra oscillazione di timore, il quale crebbe a tanto, che risolvette di star salda, di far qualche divozione, e di scacciare il demonio tentatore. Ma la terz'alba fu presta, e furono più presti ancora, pur troppo, i ritorni della passione. Alla data ora, al dato luogo ella non mancò; rivide colui, gli parlò, scoperse nuovi fascini, non fu più atta a dominare sè stessa; per quel giovin uomo avrebbe dato le sue ricchezze, il suo grado, la sua fama, la sua vita, tutto, e que' ritrovi si rinnovarono. Pure, stando più a lungo con lui, di sotto a quelle grate apparenze, c'era qualche cosa ch'ella non arrivava a scoprire, ma che sentiva, in confuso; qualche cosa che promoveva in lei un turbamento ineffabile; un certo mistero nelle parole di lui, alcun che d'impacciato, di severo, di tetro.

Adah, la moglie di Caino, quando vide per la prima volta Lucifero, di sotto alla celeste bellezza di lui, intravide tal cosa, che la fece tremare e fremere.... Una simile impressione subì Elena una delle volte che si trovò coll'uomo che mai non le si volle scoprire. Pure i fascini di colui erano così potenti, così manifesti gl'indizi che egli la idolatrava, così ardenti ed assidue le sue proteste, che ella non seppe ritrarsi. Avrebbe però voluto sapere chi fosse colui, e all'accento, ai modi, a tutto avendo ragioni per credere che egli fosse un gentiluomo di Roma, si maravigliava come in tanto tempo ch'ella vi dimorava, per quante adunanze avesse frequentate, mai non le venisse veduto. Su questo pensiero cominciò a fermarsi a lungo; fermandovisi a lungo, cominciò a capire essere al tutto disdicevole il continuare in quella colpevol pratica. Finalmente, ciò che ella mai non potè scoprire, glielo scopri il caso.....

Una mattina la sua donna, fidatissima donna, cui per necessità aveva dovuto far partecipe del segreto, tutta pallida e tremante entra dalla signora per dirle qualche cosa, e si tace perplessa. La duchessa s'accorge di qualche novità e, sgomentata da quell'insolito pallore della fante, le domanda di che si tratta, e che parli per carità.

--Lasciate se n'esca l'eccellentissimo signor duca poi vi dirò tutto.

Quando il duca fu uscito e si credettero sicure.

--Voi vi affannavate, madonna, a cercarlo nelle adunanze, e credavate scoprirlo sotto alle vesti di gentiluomo, e colla spada al fianco.

--Chi?

--Lui.

--Oh Dio! e così?

--Un dì mi domandaste, se un giovane vestito di un drappo cilestre fosse mai desso; un altro dì era un mantel verde, sotto cui credevate si celasse; un altro, che una borgognata coprisse il suo volto. Ahi, madonna! non si tratta di borgognate.... La sua testa non ha bisogno di quest'arnese.

Grado grado che queste parole uscivano dalla bocca della fante, veniva sempre più mancando il colore nel volto e la virtù vitale nelle membra commosse della duchessa....

--Ma chi dunque è desso? proruppe alfine.

--Signora, Iddio è misericordioso, e perdona molte e molte colpe.... Ma guardatevi da questa.... per carità, guardatevene.... siete ancora in tempo. Ma già è inutile ch'io vi preghi, che, se voi persisteste, io stessa farei la spia a Sua Eccellenza; finchè trattavasi d'un uom libero.... Iddio me la perdoni... era certo una colpa. Ma così.... è tutt'altra cosa; colui è nullameno che....

Il nome che qui fu pronunciato non cerchi di conoscerlo il lettore; la storia ha voluto tacerlo espressamente; forse lo avrebbe palesato quando, ottenuto che avesse quel personaggio d'avere Stato in Italia, si fosse meglio spiegato al cospetto della nazione: ma la forbice della parca, o, meglio, una palla di piombo, troncò, prima del tempo, il filo della sua misteriosa vita. Ma una tal circostanza anche a noi scappò di bocca prima del tempo.

La duchessa Elena, all'udir quel nome, del quale aveva sentito a parlar tante volte, rimase colpita da quel genere di terrore che dà la disperazione; se l'angelo della vendetta le fosse venuto ad annunciarle, ch'ella aveva perduto la sua parte di paradiso per sempre, non sarebbe rimasta più atterrita di così. I severi e rigidi principii stati in lei instillati e dalla madre e dalla veneranda suora, avevano pure gettato nel fondo dell'anima sua un sedimento abbastanza forte di religione, dirò anzi, di superstizione. Però, all'udire in che laccio ella era stata avvolta, il rimorso le serrò l'anima; fece voto di non uscir per gran tempo se non accompagnata dal duca; si chiuse nella sacra cappella di palazzo, e pianse, e pregò, e chiese perdono.... Ma nella passione c'è la violenza, e senza una violenza maggiore non la si vince mai.... Passato alcun tempo, cominciò a risentire il peso noioso e tetro della solitudine.... cominciò a pensare, e questo fu il danno, che finalmente ella era colpevole soltanto per avere amato un uomo, il quale non era suo marito; ma che, del resto, nessuna colpa più grave poteva pesare su lei, che era stata tentata da chi non conosceva e, d'uno in altro pensiero, cominciò a considerare qual gioconda vita sarebbe stata la sua, e quanto innocenti sarebbero corsi tutti i suoi dì, se la condizione di colui fosse stata la medesima del marito, se appena uscita dalle stanze materne, una combinazione più propizia l'avesse posta nelle braccia di lui.... E questo grato supposto piacendogli oltremisura, vi si fermava colla contemplazione per giorni intieri. La sciagurata, da questi assidui pensieri, fu trascinata così a rompere il primo proponimento.... e con artificio faticoso cominciò a suscitare una speranza che non aveva voluto spuntar naturalmente.... la speranza, il dubbio almeno, che la fante avesse al tutto preso un abbaglio, e s'affannava a trovar così un pretesto per rivedere colui, dissimulando il rinascere della colpa, e cercando la delusione dell'innocenza. Però non iscansò di rivedere colui e il più segretamente che le venisse fatto, e all'insaputa della sua confidente medesima, della quale viveva in grandissimo sospetto, seppe condurre le cose in modo, che toccò il suo intento.

Bensì il suo contegno assunse questa volta una apparenza così dignitosa e severa e rigida, che colui stesso ne fu conturbato.

--Dal giorno in cui, pel mio danno, mi avete veduta, cominciò a dirgli, foste sempre il primo voi a venir su' miei passi, oggi ci venni io medesima di mia voglia, ma ci venni.... appunto perchè sarà l'ultima volta, l'ultima irrevocabilmente. Voi mi avete forse già compreso, e troverete che io non debbo più a lungo sopportare di trovarmi con voi, dal momento che so chi siete.

Mentre la duchessa pronunciò le ingrate parole, le sorse spontaneamente in cuore quella speranza che alcuni dì prima aveva durata tanta fatica nel suscitare, sperò d'aver creduto ciò che non era e che le parole di lui l'avrebbero affidata in quel punto; ma quando vide ch'esso cambiò invece il colore del volto, ella impallidì più di lui, e non trovò altre parole.

Fu un momento di silenzio, di un silenzio terribile, che finalmente egli ruppe.

--Se fino a quest'ora io v'ho tacciuto quel ch'io era veramente, la ragione sta in questo, che attendevo di fatto a palesarmi a voi, quando la condizion mia fosse tale che non vi avesse mai a far raccapricciare di me.... Sappi ora che, tra breve, avrò deposta questa mia veste, e sarò io pure quel che sono tutti gli altri uomini, libero di me e dell'anima mia; io ho supplicata questa grazia, la quale era oltre il possibile, l'ho supplicata in ginocchio e con lagrime. Io abbandonerò per sempre quel posto al quale fui messo. Io ne era indegno, ne divenni indegno forse per voi; ma se a voi tutto ho posposto, abbiatemi qualche gratitudine dunque. L'amore nato in me la prima volta che vi ho veduto, sì mi trasportò che, fin d'allora non tenendo conto degli ostacoli, impegnai la mia fede, che voi sareste stata mia in ogni modo. Se la natura di questo amore si avesse a render con parole, e queste si dovesser poi scrivere, la penna dovrebbe intignersi nel mio sudore di sangue per darne la più pallida idea. Voi tremate e impallidite.... Ahi pur troppo, Elena, pur troppo fu una dura cosa per noi l'esserci incontrati allora che gl'infrangibili nodi ne avevan già legati ambedue. Voi testè mi dicevate, sarebbe l'ultima volta questa che ci saremmo incontrati; spero che ciò non sarà.... pure passerà gran tempo prima che io vi riveda.

Ciò detto, si tolse dal cospetto di lei e scomparve. A quelle parole ella fu sbalordita e commossa, e quando tornò a chiudersi nelle interne sue stanze, si trovò in una condizione di gran lunga peggiore della consueta; s'accorse che la violenza del male aveva vinta ogni sua forza, e che mai non avrebbe rinunciato a pensare a chi le aveva dato prova di un amore così maraviglioso per lei; tuttavia si tenne indegna di Dio e degli uomini.... Tremava nell'articolare una preghiera, non osava più mostrare la sua faccia in pubblico; e più ancora, dopo che seppe avere colui mutato abito al tutto, cosa che molto aveva fatto maravigliar Roma, e provocate infinite congetture e dicerie.

Fu intorno a que' tempi che Giulio, infervorato di ricuperare e farsi padrone della Mirandola, richiese l'aiuto de' principali patrizi romani, e il duca di Pitigliano si esibì di prestar l'opera sua a quell'assedio; prima occasione in cui la duchessa s'accorse, esser la vita dell'abborrito consorte messa ad arbitrio della fortuna.

Le sorse nell'animo allora un involontario desiderio, che fece di tutto per respingere, e non poteva. Ogni dì chiedeva con impazienza come corressero le cose della guerra; ogni giorno attendeva le notizie del duca. Se si fosse dovuto credere alle apparenze ed al modo con cui si esprimeva nel chieder conto del marito suo, si sarebbe dovuto conchiuderne, che svisceratamente lo amasse, e paventasse all'idea ch'ei fosse per cader morto in guerra; pure, lo possiam dire con certezza, questa non era ciò che temeva, era ciò che desiderava, ma se lo desiderava non lo voleva però, e un tal cozzo di sensazioni succedeva nel più profondo dell'animo suo, tentando essa ogni sforzo per dissimularlo a sè stessa, e le preghiere quotidiane che faceva per la salute di lui, possiamo assicurarlo, erano sincerissime. Vi hanno tali intricate condizioni dell'animo umano, che chi si propone di spiegarle a parole corre pericolo di diventare incomprensibile, e questa n'è una.

Si sparse intanto la notizia della presa della Mirandola; correvan per Roma le liste dei morti e dei feriti. Fra questi ultimi era il duca di Pitigliano. Quando una tale nuova giunse all'orecchio della duchessa, coll'aggiunta che la ferita era mortale, e ch'ei non avrebbe potuto sopravviver molto, la duchessa balzò in piedi in mezzo a' suoi servi che la guardavano attoniti. V'era nel suo volto qualcosa d'indefinibile, ma che pur faceva una tetra impressione. E corse così a chiudersi, nella sua camera, tanto ella temea di svelarsi altrui; un impulso di gioja prepotente le si manifestò allora con un singhiozzo.... Ma di colpo ne fu poi atterrita, e quand'ella tornò a mostrarsi altrui e fu veduta così pallida, così abbattuta, così prostrata, fu un sommesso bisbiglio di compassione profonda, poi un silenzio di venerazione compunta; fu trasportato intanto il marito a Roma mortalmente ferito. Ci ritornò anche colui del quale ella, per assai tempo, non seppe mai nuova. Ci ritornò sano e salvo, dopo aver gloriosamente combattuto a quella guerra, e per uscirne poi tosto e recarsi a Rimini, la quale città si volle dargli a governare, come correva la fama. Che giorni fosser quelli per la duchessa Elena, il lettore può pensarlo da sè.... Ma il marito, dopo assai cure, qualche poco si riaveva; le ferite non eran state mortali come s'era creduto da principio.... le sue guancie l'un giorno più dell'altro riprendevano il solito colore, in quella maniera ch'Elena lo andava perdendo ogni dì più.... Una mattina il medico, a confortarla in tutto, le disse: facesse pure cantare un _Te Deum in Ara Coeli_, che ella aveva ricuperato il marito.

Come la donna d'Iris, che si sente trascinata verso la cascata del Niagara, Elena chinò allora il capo e chiuse gli occhi, non osando più di guardare nell'avvenire, e, per forza, tornò alla solita ragione di vita, che pareva non dovesse trasmutarsi mai più. Ma il destino stava gettando altre insidie.

Un giorno il duca marito era fuori di Roma, in villa, e doveva tornare quel dì medesimo. Verso sera, segretissimamente venne a lei ricapitata una lettera senza firma, nè altro, che indicasse donde venisse. Il tenore di quella lettera era il seguente:

"Non potendo, chi scrive, recarsi da Sua Eccellenza il duca vostro marito, e pensando sarebbe il medesimo rivolgersi all'Eccellenza Vostra; sappiate che da alcuni tristi furon prese le misure per assassinare il duca stanotte nell'ora che di solito esce di palazzo per recarsi dal Chigi; però fate ch'ei non esca."

Quest'avviso fece alla duchessa una strana impressione. L'ora era tarda, e il duca poteva badar pochissimo a tornare. Siccome avveniva talvolta che senza sua saputa entrasse il duca in palazzo, così, tutta sollecita, chiamato un servo,

--Quando il duca sarà di ritorno, gli dice, siate presto a darmene avviso. Ora siam già sulle ventiquattro, state dunque ad attenderlo alla finestra che guarda in Piazza Farnese.

Fu per verità una tetra sciagura per questa donna l'aver sperato una volta che il marito fosse per morirgli, d'averlo anzi tenuto per certissimo. In que' momenti potè osservare molto da vicino una felicità ch'era l'assiduo pensiero di tutta la sua vita, e osservandola più da vicino, le fu anche più difficile il dimenticarsene, le divenne quasi necessaria.

Ora, la lettera che le stava dinanzi le fece pensare, che se non fosse stato quell'importuno zelante, la felicità da sì lungo tempo vagheggiata indarno, si sarebbe quella notte medesima effettuata; desiderò così che non le fosse fatta ricapitare. Sentì peraltro tanto orrore di un così atroce pensiero, che scosso a furia il campanello, e chiamato di nuovo il servo al quale aveva parlato un momento prima:

--Appena il vedi, bada di non indugiare a darmene avviso, gli replicò; si tratta di cosa gravissima; e fu per mostrar la lettera al servo, ma tosto si rattenne, e subito se la nascose in petto.--Va, gli disse poi tutta stravolta e sdegnosa, va, e fa presto.

In quella, il duca era tornato, e il servo non avendolo veduto entrare, s'indugiò gran tempo prima di darne avviso alla signora. Saputo però da altri com'esso era tornato, tosto si recò nel gabinetto della duchessa, e non volendo parer dappoco, le disse come il duca era in palazzo, tacendogli del tempo ch'era trascorso prima d'averlo saputo.

La duchessa licenziò il servo e balzò in piedi. Era molto agitata. Rapidissima, di sala in sala, venne a quella del duca suo marito, e bussò forte; non rispondendo nessuno, ne interroga il servo che passa di lì per caso:

--Dov'è il duca?

--È disceso in questo punto, eccellenza.

--Disceso? Aveva la cappa?

Aveva la cappa, e lo accompagnava l'uomo di camera.

--Dunque è disceso per uscire.

--Per uscire; è l'ora solita.

Pareva che la duchessa fosse impaziente di parlare al duca, e in pari tempo facesse ad arte per trarre in lungo il discorso. Si scosse però fortemente, e venutigli dei brividi:

--Fa ch'ei non esca, disse poi al servo; va e fa presto, digli che ho a parlargli prima che se n'esca.... Va dunque, affrettati.... per carità....

Il servo, non sapendo come spiegare quella pazza furia della signora, obbedì e discese.... Ed ella lo seguì.... involontaria lo seguì.... e il modo col quale, tenendo dietro al servo, imprimeva l'orma, era indescrivibile. Attraversarono così tutte le sale e gli atrj, e giunsero a metà scala. Incontratosi qui il servo che la precedeva in un altro che saliva.

--È uscito Sua Eccellenza? gli domanda.

--È uscito in questo punto medesimo, e può esser tuttora in Piazza Farnese.

La duchessa si fermò. Il suo aspetto era orribile.--Dunque è destino--pronunciò allora tra labbro e labbro, e risalì di volo.

Il servo, che le si volse allora per chiederle quel che avesse a fare, non vedendola più, crollò il capo e disse: È matta!--Così discese e pensò ad altro.

Ma non aveva ancora posto il piede sul lastrico del cortile, che un altro servo, discendendo a rompicollo e raggiungendolo di volo:--Presto, dice, vuol essere richiamato il duca, madonna ha a parlargli; presto!--e, presolo così pel braccio, seco trasse il compagno di forza, e a quattro passi per volta, giù per Piazza Farnese, sapendo benissimo per quali strade era solito incamminarsi il loro signore, si mossero alla sua volta.

Non erano i due servi giunti al mezzo di strada Julia, che tosto un ronzìo di popolo affollato lor giunge all'orecchio; accelerano il passo; tutta la strada era ingombra dalla moltitudine. Era un bisbigliare, un chiedere, un rispondere, una confusione indicibile. Chi fu? Com'egli è avvenuto? Lo hanno morto.

--Chi? domandano i due servi ad una.

--Il secondo degli Orsini, il duca di Pitigliano.

I servi si guardano in faccia sbalorditi, e tosto essendo riconosciuti per l'orso che avevan ricamato sul giubbone gallonato, son circondati da tutto il popolo e tempestati di domande, alle quali non avevan nulla a rispondere.

In questa il corpo esangue del duca, trapassato da cinque pugnalate, è deposto su d'una bara e dai frati della Misericordia portato in una chiesa, e l'uomo di camera che aveva accompagnato il padrone, ne seguiva or pure la bara, tutto allibito e piangente.

Colui, seguitando il duca a qualche passo di distanza, aveva potuto scansarsi; ma senza esser atto a portar difesa, potè vedere cinque assassini, tutti coperti di ferro il corpo e il viso, vibrare, i colpi e sparir via di volo.

Di quel sanguinoso fatto tosto romoreggiò tutta Roma, e i due servi retrocessero, dubbiosi se dovessero darne avviso alla signora.

Nel rifar la via, l'un de' servi, volgendosi all'altro che camminava a testa china:

--Convien confessare, diceva, che l'uomo ha dei presentimenti.

--Perchè dici tu questo?

--Perchè non ho mai veduto la duchessa così conturbata e stravolta come stanotte.... pareva fuori di sè.... e certo, senza saperlo ella aveva qualcosa in sè stessa che l'avvisava di tanta disgrazia.

L'altro servo non rispose, e guardando fisso il compagno con un cert'atto macchinale, crollò leggermente il capo, e tornò ad immergersi in certi suoi strani pensieri.

Quando rientrarono in palazzo, la funesta notizia v'era già arrivata.

La duchessa se ne stava intanto nella sua camera in una terribile agitazione; temeva che il servo non potesse giungere in tempo, e di nessun'altra cosa più le premeva in quel momento, che la salvezza del marito suo. Aspettava con impazienza convulsa il ritorno del servo e del duca, e come le parve che troppo tempo fosse passato, discese per recarsi alle stanze delle sue ancelle. I due servi ch'erano tornati colla trista novella, prima di parlare alla signora, s'erano appunto recati da quelle sue donne, che solevano sempre star con lei, per concertare il modo di metterla in cognizione del fatto senza darle una scossa troppo violenta. Le ancelle atterrite, non sapevano che fare, e in quella confusione proponevano e rigettavan partiti, quando a un tratto odono un grido nella stanza vicina.

--Stolta! troppo alto hai parlato; ella ci ha intese di certo!--disse una di quelle donne accorgendosi da che labbro veniva il grido, e tosto si recò nella stanza vicina insieme a tutte l'altre sue compagne per dar soccorso alla duchessa, la quale stavasi nel mezzo della camera, in ginocchio, colle braccia cascanti, la testa alta, l'occhio teso e immobile, e pareva fosse uscita di senno affatto.

