Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana
Part 22
E il Bembo, battendo palma a palma in maniera che tutti avessero ad osservarlo, mostrò per la seconda volta il grosso lapislazzulo incastonato nel suo anello cardinalizio.
Quando messer Chigi e l'Ariosto si presentarono alla duchessa Elena, pregandola volesse attenere le sue promesse, quella brillante e gentile gaiezza ch'ella aveva mostrato un momento prima, tanto nel suo volto quanto ne' suoi modi, era scomparsa del tutto. Gli antichi pensieri, sviluppati forse dal lugubre argomento, d'Olimpia, erano tornati ad infestarla, que' pensieri che davano all'indole di lei, che per natura sarebbe sempre stata vivacissima e briosa, una tale mutabilità sfuggevole ad ogni giudizio. In quegli istanti medesimi, in cui sfoggiando spirito e gentilezza, ella metteva una voluttuosa giocondità in quanti le stavano intorno ascoltandola, tu la vedevi sostare di tratto e corrugare la fronte, come per sensazione di dolore, e lasciando cader la parola a mezzo pronunciata, tacersi poi affatto. Assai grave si alzò dunque a quell'invito e, senza dir parola, guardò in volto al Palavicino, quasi dicendo: Qual noia mi tocca ora a subire; e lasciandosi condurre nel mezzo della sala, prese l'arpicordo dalla mano dell'Ariosto medesimo, che glielo porse, ed al quale si sforzò di sorridere, e ne trasse dei gravissimi accordi. I pensieri ch'ella tentò esprimere in quella notte, e il carattere della musica onde li vestì colla magia della sua voce, furono di una tinta così lugubre che lasciarono negli animi degli ascoltatori un'oscillazione ancora più grave di quella che avesse lasciato il canto d'Olimpia.
Quando la grossa campana del Vaticano battè le due oltre la mezzanotte, la numerosa adunanza convenuta nel palazzo Chigi cominciò a disciogliersi. E la duchessa Elena si licenziò anch'essa, facendosi promettere dal Palavicino e dal Morone che il domani sarebbero andati a trovarla nel palazzo di Marc'Aurelio, dov'ella aveva fermato la dimora con tutta la sua corte.
Allorchè il Palavicino non si vide più accanto la duchessa, gli parve che quelle sale del Chigi non avesser più nessuna attrattiva, e sentì pesarsi addosso l'amarezza della desolazione, e insieme provò un desiderio impaziente, irrequieto, del ritorno del dì. La presenza, le parole, i modi, le sventure, la gentilezza briosa, la tetraggine stessa di Elena (che mai non avevano avuto effetto sul cuore di lui) in quella sera lo dominarono così, ch'egli non fu più padrone di sè medesimo. Alcuni dì prima lo teneva oppresso la noia, questa erasi dileguata; e in suo luogo era venuta l'amarezza e l'inquietudine, alternativa perpetua della vita.
Quando uscì di palazzo si trovò in mezzo ad un cocchio di gentiluomini romani i quali, com'è facile a credersi, attendevano parlare dell'Ariosto e della duchessa Elena.
--È cosa molto strana, entrò a dire un gentiluomo piuttosto vecchio, che la duchessa dopo tutti i guai che, o per colpa sua o per colpa d'altrui, ha pur dovuto sopportare, conservi ancora quella giovanile floridezza di qualche anno fa; e stassera mi pareva quella medesima, quando andò sposa del duca di Pitigliano, e per la prima volta comparve alle feste di casa Orsini. E da quel tempo, credo abbia incontrate tante peripezie quante basterebbero per tribolar dieci vite, non che una. Pare però ch'ella se ne senta di quando in quando, e qualche piega della fronte attesti l'interno stato dell'animo.
A queste sue parole, alcuni gentiluomini, i quali non erano di Roma e nulla sapevano dei casi della duchessa Elena, ne domandarono il conte Ridolfi, chè tale si chiamava quel vecchio signore, e dicendo che molto ella aveva destata la loro ammirazione per le straordinarie doti onde manifestamente era fornita, mostrarono desiderio di sapere qualche cosa di più particolare della di lei vita.
--Se c'è qualcuno in Roma, disse allora il conte Ridolfi, il quale possa dire di conoscere costei, potrei bene affermare ch'io son quello giacchè ho vissuto qualche anno in molta dimestichezza col duca di Paliano suo padre, e la fanciulla la vidi nascere e la vidi crescere; direi falso però se sostenessi di sapere di lei più di quello che per avventura ne deve sapere la casa Orsini, nella quale ella trovò il marito; pure potrò farvi contenti assai bene. E qui si mise in sul raccontare.
La notte essendo bellissima, tutti mossero di conserva a cavallo per godere quelle fresche ore, verso Porta san Giovanni, passando sotto il Colosseo; e il Palavicino, che mai non aveva potuto raccappezzar nulla di preciso sui primi anni della vita della duchessa, ed ora gli s'era cresciuto il desiderio a dismisura, pensò di porsi anch'esso in compagnia cogli altri, e in questa maniera, finchè parlò il conte Ridolfi, non gli andò sillaba perduta.
CAPITOLO XVII
È cosa incomoda, per chi scrive e per chi legge queste pagine, che il racconto fatto dal conte Ridolfi al crocchio in cui trovavasi il Palavicino, non sia stato impresso dalla tipografia Vaticana, chè sarebbe giunto fino a noi, e così avremmo saputo assai più cose; e tra l'altre, anche i nomi di quei personaggi che la cronaca pensò bene di collocare in una fittissima ombra, e de' quali, narrando i fatti degni di ricordanza e di studio, dissimulò la fede di nascita e la fede di battesimo. Convien dire però, a tutto conforto del lettore, che noi frugando in una quisquiglia infinita di carte vecchie, abbiam pure raccapezzato ciò che forse il Ridolfi ignorava. Però mettendo a conto dei fatti taciuti dal degno gentiluomo, tutto quanto per noi potrà essere svelato, il lettore si dovrà convincere che non fu defraudato di molto.
È un fenomeno tuttora indecifrabile, come dal connubio del duca di Paliano, se non il più ricco, certo il più ipocondriaco uomo di Roma, e di madonna Anna Vettori, gentildonna di sangue purissimo fiorentino, la più pinzocchera e testarda matrona che mai sia cresciuta alla scuola delle prediche del Savonarola, abbia potuto nascere la più bella, la più ardente, la più voluttuosa e fallibil donna che mai abbia promosse passioni, delirii, vertigini, ire, dicerie e calunnie in quel secolo turbinoso.
Quando la duchessa Anna si sgravò della sua bimba, e tosto ringraziò il buon Dio di quel dono da lei atteso con trepida gioia, appena gettò uno sguardo sulle fattezze della piccola creatura, e scoperse quelle vaghissime rose e quelle due pupille, ahi troppo brillanti per una neonata, tosto la gioia fu oscurata da una nube di timore presago, e pensando alle mille insidie che il tristo mondo suol tendere alle peregrine beltà, e richiamandosi in mente alquanti aforismi del frate di S. Marco, quasi fu in procinto di supplicare i cieli, perchè si degnassero di alterare alquanto le linee graziose della sua creatura. Non ne fece altro però, e pensò tosto che una sana e severa educazione, e il tener chiusi con scrupolosa cautela tutti quanti i pertugi della vita mondana, era un valido mezzo per riparare ai pericoli contingenti. La duchessa Anna, nell'ortodossa sua fantasia, si compiaceva di vagheggiar qualche miracolo della prossima futura santa. Non fu dunque insomma, o almeno parve non sia stata colpa sua, se gli eventi non risposero alle intenzioni. Siccome poi la duchessa madre era educata e colta, qual si conveniva a gentildonna, così pensò allevare da sè la sua creatura senz'aiuto di nessun altro. I primi ventiquattro mesi della fanciulla, se si eccettuano alcuni acuti strilli che davano molta noia all'ipocondriaco marito, la buona madre ebbe molto a lodarsi della sua figlietta, e donna come era di brevissima esperienza, cominciò a sperar bene. Ma quando insieme al scilinguagnolo si sviluppò anche la forza fisica della fanciulla, la duchessa Anna ebbe a querelarsi assai dell'eccessiva, insopportabile sua vivacità; la piccola Elena toccò così i tre, i quattro, i sei anni.
Ogni anno che passava era un vizietto che veniva. Non v'era governante che la piccola Elena non percuotesse, non servo che non garrisse, non animali domestici ch'ella non malmenasse; era insomma quel che le madri dicono un vero nabisso. La povera duchessa Anna non sapeva più comportarsi, ma il fatto sta, che più non bastava a sopportare quella minuta ma continua procella; inoltre v'era nei modi della fanciulla, una certa risolutezza quasi maschile, una certa, direi quasi, procacità, e intanto alla sua straordinaria bellezza ogni dì, per disgrazia, si aggiungeva qualche nuovo prestigio. La duchessa si fece seria, praticò anche molte divozioni, infine pensò che l'educazione della fanciulla era un assunto troppo pesante per lei, e passatogli per la mente una sua zia, da qualche tempo madre superiora in un convento di Monte-Corvo, senza più, stabilì di affidare la figlia alle rigide cure di quella _incatramata_ superiora. La breve esperienza ed il più breve ingegno impedirono a quella, altronde eccellente duchessa, di conoscere per qual verso si avesse a prendere la irrequieta sua figlia; non s'accorse che le blandizie e qualche concessione a tempo e luogo avrebber giovato assai più dell'asprezza. Così invece, credendo di essere ella medesima troppo poco aspra, si tenne sicura che raddoppiando la dose, la piccola Elena sarebbe di colpo guarita. Senza por tempo in mezzo, questa fu dunque mandata al convento di Monte-Corvo con una lunga commendatizia alla superiora, nella quale le si davano tutte le più minute notizie sull'indole dell'educanda, e la raccomandazione del più severo e stretto regime di cura. Appena dunque l'Elena fu racchiusa fra quelle tetre muraglie, è troppo naturale se l'eccessiva vivacità sua ha dovuto dar luogo ad una specie di paurosa ambascia. Così, presto divenne taciturna e concentrata; cominciò a smagrire oncia a oncia, a perdere i vivi colori della bellissima faccia, e infine si mise a letto con presentissimo pericolo di morte. La madre superiora, piena la mente delle parole della duchessa Anna, non le scrisse nulla di tutto ciò, sospettando non la richiamasse a Roma, e pensando ch'egli era pel meglio della educanda il morire a quell'età immacolata, che correr pericolo, vivendo, di far peccato, così lasciò andare le cose a beneficio di natura, e la fanciulla, di una complessione straordinariamente robusta, vinse di fatto la potenza del malore e, dopo qualche mese, compiutamente guarì. Ogni anno porta sempre alcuna varietà nella vita del giovin uomo, perciò a nove anni la figlia della duchessa Anna non aveva più quell'esuberanza di vitalità che la faceva tanto irrequieta; l'aria diversa, il grigio molto cupo delle muraglie del monastero, la faccia ad angoli della reverenda superiora, la malattia subíta, gli studii serii a cui venne applicata fin da quando mise il piede nel monastero, sviluppando a un tratto quel pronto ingegno, del quale era in lei rigogliosissimo il germe, fece sì ch'ella si compiacesse ormai più a pensare che a saltare. La cosa era naturalissima. Pure la procella non era cessata ancora; non aveva cambiato che di luogo, era passata dalle gambe alla testa, e nel suo segreto pensava e pensava continuamente, violentemente. Non erano che variazioni sulla vita passata e presente; teatro angustissimo dove non parea vero ch'ella trovasse da far tanta messe. E tutto ciò non impediva che ella crescesse molto alta e molto magra, e toccasse i dodici anni d'età. A questo periodo essendosi scoperta in lei un'attitudine assai pronunciata al canto ed alla musica, le fu dalla vice-superiora appreso a toccare i tasti dell'organo, volendo il costume, che ciò si praticasse con tutte le educande e le monache stesse. L'ingegno della fanciulla apparve maraviglioso in quest'arte; in breve si lasciò addietro la vice-superiora. Cantava i mottetti del canto-fermo di maniera, che dal primo istante ch'ella spiegò la sua voce dietro alle griglie dell'organo della chiesa di Monte-Corvo, la folla era cresciuta a dismisura. Qui però ci fu un fenomeno degno d'osservazione. Non tutte le cose fanno sempre il medesimo effetto su tutti, e le note solenni dell'organo, che per lo più invitano alla meditazione religiosa ed alla fervida preghiera, fecero su lei una impressione insolita. Come dunque fu giunta al pericoloso vestibolo della gioventù, ogni qualvolta facea scorrere la maestra sua mano sui tasti, più non stava contenta de' suoni tesi e solenni, ma con fervida vena e con estro inventivo traendone suoni della più vivace e fantastica e briosa inspirazione, questi le rivelarono il confuso iride di una vita di cui non aveva ancora notizia.
Santa Cecilia sognò, coll'aiuto dell'organo, i gaudi inenarrabili del paradiso.... All'educanda Elena quel veicolo istesso dischiuse invece uno spiraglio del vizioso mondo.... Chi sapesse risolvere tali problemi, darebbe indizio di una straordinaria acutezza.
Passarono così più mesi, e la fanciulla attinse i suoi quattordici anni; quando un avvenimento impreveduto e, a dir breve, la morte improvvisa dell'ipocondriaco duca suo padre, accelerò il suo ingresso nel mondo. La duchessa Anna richiamò tosto la figlia a Roma; aveva però prese le sue buone misure, preparandole un marito. Girato uno sguardo fra tutti i giovani gentiluomini che avevano a metter famiglia, e fermatolo su chi gli parve il più ricco e il più nobile, propose il partito, che fu accolto a bocca baciata. Giunta da Monte-Corvo a Roma, la fanciulla non ci pensò due volte prima di annuire ai materni voleri. Non basta l'ingegno, qualche poco d'esperienza è pur necessaria, ed ella nella sua innocenza credette che un marito fosse il riassunto ideale di quanto fra sè stessa aveva fantasticato. Quando ella vide per la prima volta il giovine duca di Pitigliano, un certo istinto estetico le fece bensì torcere il viso vedendo l'aspetto di lui, ma come fossero veramente fatti i bei giovani ella non ne sapeva gran fatto. La duchessa Anna, nella sua saviezza, non aveva mai permesso si mostrasse nella propria casa un volto di giovane. Era stata una santa precauzione, innanzi tutto per sè medesima, poi per il quieto vivere dell'ipocondriaco marito, infine per il meglio della piccola Elena, la quale prima d'esser chiusa in monastero mai non aveva potuto vedere viso d'uomo che le desse piacere, giacchè anche il seguito dei servi era stato assortito con una saviezza non comune. In monastero non vide nulla di meglio, com'è facile a credersi, per cui quando le fu condotto innanzi il duca di Pitigliano, ella, non avendo pietra di paragone che le regolasse i giudizii, a malgrado di quell'involontario torcimento di viso, fe' cenno di sì, e si reputò anche fortunata.
V'è un tratto della Via Mala dove il passaggero deve percorrere un tortuoso sentiero quasi al perfetto buio fino al punto che, improvvisamente, svoltando il canto, gli si appresenta l'ampia valle di Tusis tutta inondata dai vivi raggi del sole; è uno spettacolo che abbaglia la vista e fa chiudere gli occhi del viandante tormentati da quell'insolito fiume di luce. Una tal sensazione, press'a poco, ebbe a provare la giovane duchessa Elena, quando dall'ombra fitta del monastero e dagli squallidi crepuscoli delle materne stanze, stretta a braccio del duca di Pitigliano, mise il piede per la prima volta nell'immensa sala del palazzo Orsini, rischiarata da cento lampade, affollata da più di duemila persone, inondata da infinite regioni di profumi, e adornata da qualche centinaio di giovani teste maschili, l'una più bella dell'altra, raggianti desiderii e voluttà dalle nere pupille che tutte s'appuntarono, in una volta, sulla nova bellezza della sposa appena trilustre. Come il sole di maggio (la similitudine, se non migliore, potrebb'esser più nuova) che fa germogliar in un subito i molteplici semi gittati nel verno; quello spettacolo che, a tutta prima, l'acceccò, fe' sorgere nella fantasia della giovinetta una quantità non definibile d'immagini, di pensieri, di desiderii molto simili a quelle bolle che gorgogliando e stridendo appaiono alla superficie di un liquido per l'improvvisa immersione di un ferro rovente. Furono rivelazioni vivaci ad un tempo e tormentose; ma appena da un più attento esame di quelle giovani maschili teste, ella si volse al men vago marito, è troppo difficile a dirsi, qual genere di sensazioni ella subisse in quel punto; ma il fatto è certo che lo abborrì di colpo.
Così, a notte alta, quand'ella uscì di quelle sale, era tanto infelice, quanto era stata gioconda un momento prima di porvi il piede. Nulla apparve di fuori però, e passò di tal maniera qualche mese senza che nessun vento straordinario sconvolgesse le onde di quel mare tanto arduo di sirti. Ma ogni giorno che passava era un passo di più che ella faceva nel mondo. L'organo fu lasciato per il liuto e l'arpa. Alle noti cubitali e pesanti del canto-fermo furono sostituite le tenere romanze che i poeti facevano a gara nel comporre per lei. Il marito che, dopo le prime settimane, rozzo come era per costume, l'aveva lasciata in piena balia di sè stessa, non pensò mai potesse sorgere qualche ortica fra le rose del letto matrimoniale, lasciando che la giovinetta sposa, facendo sfoggio della mirabile arte sua, provocasse di troppo l'ammirazione ne' gentiluomini romani. Pure, se si guarda allo stato oltremodo ardente del cielo di Roma, e del cuore della giovine duchessa e delle mille insidie che a quel tempo si tendevano colà all'altrui fralezza, non par vero come abbia potuto trascorrere un intiero anno senza che la maligna fortuna siasi preso il diletto di torcer fila per tessere la densa tela di un dramma o d'una tragedia domestica. Ma il duca di Pitigliano apparteneva a una potentissima famiglia, ma l'indole di lui rozza e fiera, quando occorresse, dava da pensar due volte ai tentatori. Ma nelle vaghe sembianze di Elena c'era tuttavia una certa tinta di alterigia e disdegno che comandava il rispetto. Tutte queste cause contribuiron dunque a far trascorrer quell'anno senza fatti di molta importanza, e così fosse stato di tutto il rimanente tempo, ma ben altro ne doveva succedere.
Fu il giorno 6 o 7 settembre, salv'errore, in sulle ore ventitrè, poco più, poco meno, in uno degli ombrosi olezzanti viali della villa Orsini, situata sulle rive del lago d'Albano, che il bel piede della duchessa Elena fu d'improvviso arrestato dalle maliardi spire di un serpe, fratello genuino di quel d'Eva, celato, non so se fra i rosseggianti massi dell'oleandro, o gli azzurrini della mesta viola. Ella passeggiava, accompagnata da una sua confidentissima fante, pensando agli applausi fragorosi che destava ogni sera quando gli echi delle ardite vôlte ripercoteano la sua voce, e in quel punto vedendo la propria immagine nell'acqua del lago, e idolatrando ella medesima quelle divine sue forme, si affannava entro sè stessa che un sì largo dono di natura, si fosse vanamente sagrificato, e sagrificato per sempre. Pensava, come ho detto, a tali cose, e la fante s'era allontanata d'un trenta passi a cogliere un fiore per la sua signora... quando in quel punto medesimo, un leggiadro involto cadde sulla sinistra delle sue celestri pianelle. La duchessa si fermò, alzò la testa, la girò a dritta, a sinistra... solitudine e silenzio d'ogn'intorno..... se si tolga qualche minuto picchiar di rostri, qualche alto lontano garrito, e il continuo rumore delle onde. Se ne stette irresoluta qualche poco, ma osservando venir la fante con un ciclame, si chinò di volo, raccolse la profumata carta e la nascose. Pareva che qualche silfo celato nell'aria l'avvisasse in segreto, doversi di quel foglio far mistero con tutti. Così ella lo raccolse. Fosse almen ciò accaduto un'altra volta!! ma in quel dì, che il sangue di lei era all'estrema bollitura, fu per verità un avvenimento fatale. Staccatasi dalla fante, e corsa con impazienza a chiudersi nel proprio gabinetto, aperto il foglio, lo lesse di volo, lo rilesse due, tre volte; non aveva firma nè altra cosa che ne palesasse lo scrittore, ma in quelle righe c'era più di quanto sarebbe già troppo per manifestare la più violenta passione che mai abbia riscaldata anima d'uomo. Lettolo così più volte di fuga, si fermò poi, sperando quasi scoprire chi tenevasi celato, a commentarne ogni riga, ogni frase, ogni parola.
Il modo con cui era scritta quella lettera, una tal qual potenza di stile, mista a squisita eleganza, davano a diveder l'uomo d'ingegno: ciò che piacque assai, e piacque di troppo alla duchessa. Il linguaggio inusitato ch'ella vedeva farsi per la prima volta, la differenza che troppo facilmente doveva scorgere tra quelle violenti proteste d'amore, e i modi rozzi e gelati del duca marito, cominciò a metterle una strana vertigine. A questo s'aggiunga, che il modo gentile e riserbato con cui le venne porto quell'attestato d'affetto, rivelavano l'uomo appassionato insieme e l'uomo riguardoso. Un'altra cosa poi, e ne teniam conto, perchè vorremmo scusare in qualche modo la giovinetta sposa, s'aggiunse a darle una spinta, a far sì che il suo piede sdrucciolasse più presto sul pendìo della colpa, ed era l'assoluto mistero in cui aveva voluto chiudersi l'uomo, che pur tanto violentemente l'amava. Anche una donna, la cui temperatura fosse stata sotto a zero, e le cui virtù avesser costituito un antemurale insormontabile, per il manco sarebbe stata colta al laccio della curiosità di conoscere il nome dell'appassionato scrivente per riderne e mandarlo in pace con un no desolante. Consideriamo or dunque ciò che doveva succedere nella duchessa Elena pel desiderio di conoscere chi si celava con tanta circospezione. E quel desiderio trasmutossi presto in una smania impaziente, in una inquietudine che non le permetteva d'aver tregua un momento, e in queste cose c'era già l'amore adulto, la passione con tutti i suoi sintomi, la colpa in una parola.
Corse così qualche mese, nè quel viglietto si dipartiva un istante da lei, e lo rileggeva qualche volta, lo rileggeva con ardore e con disperazione ad un tempo. Si affannava, si martoriava perchè non fosse in sua facoltà di scoprire colui pel quale ella, senza conoscerlo, e in gran parte appunto perchè non lo conosceva, provava già una così violenta passione. In principio lasciò le rumorose adunanze, perchè lo stato interno dell'animo suo richiedeva la solitudine e la concentrazione, poi, accorgendosi che a quel modo non si poteva dar campo al destino di preparare i fortuiti incontri, si gettò nel gran mondo più che non avesse mai fatto. Gli applausi della moltitudine estasiata si raddoppiarono, fu notato che la sua voce e il suo canto aveva raggiunto una perfezione di più. La passione s'era congiunta all'arte, e quelle sue note oltre l'usato discesero a rimescolare i giovani cuori. Ma ella intanto, se piena di ardite speranze compariva innanzi alla folla ammirante, ne partiva poi sempre sconsolata e tetra. I servi poterono accorgersi, che fra lei e il duca marito ci fosse qualche rancore. Ella era troppo impetuosa per dissimulare gl'interni rodimenti e la decisa antipatia che provava, in quegli ultimi dì segnatamente, quando vedevasi il marito accanto.