Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana

Part 21

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Che i molti giovani gentiluomini affollati intorno alla duchessa Elena, facesser le maraviglie di quella straordinaria bellezza, è cosa troppo facile a credersi, perchè se ne debba parlar qui. Ma il fatto sta che i cinque anni trascorsi, anzichè scemare di un punto, avevano anzi cresciuta perfezione a quelle sue forme peregrine. Era la statua ridotta al punto quando l'artista medesimo, contemplandola, si stropiccia le mani e dice: Sfido a far più di così. Statua di tanta perfezione, nella quale il minimo tratto di più o di meno sarebbe un'alterazione che peggiora! D'altra parte è in quell'età che la donna sa a memoria la varietà innumerabile delle pose che, infallibilmente, promovono i capogiri del sesso forte; sa con qual giusta misura, e in quale occasione si debba volgere più o meno grave, più o meno ardente la pupilla, e con quella sapiente parsimonia che costituisce il pregio massimo d'ogni artista. Se dunque fosse buono un altro confronto, e se mai piacesse alla duchessa, della qual cosa io dubito; ella era come il serpe che, svestita la prima spoglia, ne ha assunta un'altra di gran lunga più iridescente della prima. Ora avvenne che, nel mentre il mio caro Manfredo porgeva a lei, insieme a quel d'altri, il tributo della sua ammirazione, ella, per caso, e fors'anco per arte, alzasse l'occhio e lentamente, di una lentezza maliarda, il lasciasse cadere sul gruppo di persone tra le quali egli trovavasi. È cosa strana che il Palavicino, d'indole grave e per nulla vano, questa volta desiderasse che quello sguardo si fermasse su lui, e riconosciuto così dalla signora, suscitasse qualche dramma d'invidia fra coloro che gli stavan d'intorno. Se non che colla medesima lentezza onde quel grand'occhio di Giunone erasi posato sul gruppo di persone, se n'era ritratto senza accidente notevole; la qual cosa lasciò nel fondo dell'animo del Palavicino tanta amarezza che, indispettito, si ritrasse. Il lettore si ricorderà dell'ingenuo racconto fatto dal Manfredo al duca Sforza del suo primo incontrarsi colla duchessa a Rimini, di quanto eragli intervenuto alla corte di lei, e come non desse nessun valore alle molte prove di una certa affezione che la giovane signora gli aveva allora esibite, prove, senza dubbio, sufficienti a produrre assai strane vertigini in qualunque altro giovane. E pare che il Manfredo, non avendo allora mostrato neppur d'accorgersi di quelle mezze tinte, se ne dovesse anco dimenticare. Ciò era già avvenuto infatti, e quando si tolgano alcune indagini che, appena giunto a Roma, volle tentare intorno all'occulta storia di lei, egli non ci aveva più pensato, e cosa facesse, e se ancora ella esistesse, non erasi mai dato premura di conoscere. Ma ora, appena l'ebbe veduta, l'anno 1512 gli balzò innanzi di tratto, e tutti gli atti, e le parole, e le esclamazioni che in quel tempo la duchessa ebbe a dirgli, tutte gli si ridussero in mente, quasi le avesse scritte sul libro de' ricordi. La sensualità aveva fatto scattare una molla, e una subita fiamma rischiarò la vasta scena della sua memoria. Nè soltanto ripensò a quelle parole, ma lor diede un valore che mai non aveva sognato, e con tanta audacia di interpretazione, che don Giovanni, se a que' dì fosse vissuto, non avrebbe fatto altrettanto. Però non sapeva comprendere come la duchessa, di volo, non lo avesse riconosciuto; cosa di cui tanto si martellò il cervello, che non ebbe più un'ora di bene. Dopo un anno, quattro mesi, e non so quanti giorni e quante ore, fu questo il primo minuto in cui l'immagine della sventurata Ginevra fu interamente oscurata da quest'altra, il primo istante ch'egli dimenticò al tutto vi fosse nel mondo una Ginevra Bentivoglio.

O giovinette che, atterrite, chiudete le sconfortanti pagine, e sostando a considerare il pieno tramonto del primo affetto di Manfredo, che a voi fu esibito quasi vaso di elezione, vi assale il dubbio non sieno per rompersi così le promesse di amore eterno che, ai di tepenti, in sull'ora dei leni crepuscoli, negli opachi recessi degli orti casalinghi, vi ha fatto il tenero giovinetto, prima, unica segreta gioja della vergine anima vostra, e vi rivolgete a me adirate, imprecanti, perchè, improvvido, vi abbia dischiuso gli sconsolanti segreti; per carità tornate a spianare le linee gentili della rosata faccia... sospendete i timori... sospendete le ire... tempo verrà.... Pure è un segreto codesto il quale costituisce l'ingrediente primo d'ogni racconto, che non si debba prevenire quel che sarà per succedere nel tempo che verrà; ond'io taccio su questo, e proseguo il mio cammino.

Quando il sole stava tramontando sui colli Sabini, e il Palavicino uscito, nell'insolita foga dei suoi pensieri, un bel tratto lungi da Roma, attraversava il ponte Molle colla testa china e malinconica; dopo molt'ore che n'era stata assente, l'immagine della Ginevra tornò ad affacciarsi alla sua memoria, e vi tornò lucida e tremolante come una stella; vi ritornò (notate questo) cinta di tanto splendore, ch'egli ne fu abbagliato, ch'Elena stessa ne impallidì; ma quanto fu vivo, tanto fu breve, e oscillando disparve poi affatto. I due amori, il vecchio ed il nuovo, stettero un istante al cospetto l'uno dell'altro; ma l'etere puro del primo fu vinto dal sublimato corrosivo, del quale era così gran dose nel secondo. Il Palavicino crollò il capo, guardò i mille colori di cui il sole, svariando di minuto in minuto, vestiva i colli Sabini, mandò anche un tristissimo sospiro, come portò la fama; volse uno sguardo assai grave all'onda gialla del Tevere fuggente... ne fu addoloratissimo, ma la lucida stella era scomparsa. Sventurata Ginevra!!

La sera il Palavicino si recò nelle sale del palazzo di Agostino Chigi, il più ricco banchiere di Europa, il più splendido mecenate, dopo Leone, delle arti e delle lettere italiane, il più sontuoso signore di Roma che banchettava spesso i più superbi patrizj i quali non avevano a sdegno di recarsi da lui, e ogni sera apriva le immense e dorate sue sale al fiore de' cittadini romani e de' forestieri che a quel tempo vi rigurgitavano. Il Palavicino vi si recò, sperando innanzi tutto di rivedervi la duchessa Elena, vi si recò inoltre, come era suo costume, perchè in quelle serali conversazioni, ventilandosi le notizie correnti, egli ne faceva espressa raccolta pe' suoi fini, e dalla bocca stessa di Agostino Chigi, il quale avea corrispondenze commerciali con tutte le città d'Italia, di Francia, di Spagna, dell'intera Europa insomma, raccoglieva tutti que' fatti più o meno importanti che valessero a chiarirgli qual mutamento subissero le italiane cose di giorno in giorno, e specialmente per ciò che risguardava Milano. Il Chigi aveva promesso, tanto a lui che al Morone, di tenerli informati dei più minuti avvenimenti. E quella sera, quando vide il Palavicino entrar nelle sale, senza togliersi dal vano d'un finestrone dove stava parlando col Morone, gli fe' segno di accostarsi.

--Grandi novità, gli disse; al governatore Borbone fu, a Milano, sostituito un altro governatore. Questo avvenne venti giorni fa.

--E pare, disse gravemente il Morone, che gli strani desideri del conte Galeazzo Mandello siano stati troppo compiutamente appagati; il nuovo governatore è un uomo che tu, pel tuo malanno, già conosci.

--Chi? gridò il Palavicino, sarebbe mai....

--Sì; è Odetto di Foix appunto, soggiunse tosto il Morone; il signore di Lautrec.

Il Palavicino diventò pallidissimo, e, guardando fisso in volto il Morone, non seppe aggiungere altre parole.

--Così tu saprai, continuò il Morone dopo una lunga pausa, che la duchessa Elena signora di Rimini, di cui mi hai tu parlato altra volta, è in Roma da due giorni.

--Lo so.

--Ella si è rifuggita qui, non credendosi abbastanza sicura in Rimini, e per timore del Lautrec; me lo disse ella stessa jeri.

--Dove?

--A quest'ora ella era qui.

Il Palavicino si tacque, e abbassò la testa.

--Vedremo quel che sarà per fare costui, disse di poi il Morone.

--Lo vedremo.

--E s'egli sia per essere quel tale che faccia maturare i falli.

--Non sarei lontano dal crederlo; pure non posso dissimulare che questa sua venuta mi sgomenta.

--E a me pure sarebbe causa di profonda agitazione, se moltissimo non ne sperassi. È mestieri che in Milano si promuovali passioni e lagrime, e si provochi un generale malcontento contro i Francesi; allora i nostri concittadini ne uscirannno in folla, e in qualche luogo ripareranno. Allora, se a noi sarà dato raggrupparli in un sol punto, e....

--Comprendo assai quanto volete dire; comprendo che forse è decreto della provvidenza, se fu mandato quest'uomo, quest'uomo appunto a pesare sopra Milano. Pure, pensando alla mia casa che, per me, sarà la prima ad essere sfracellata dall'atrocità di costui... pensando alla povera madre mia.... Per verità, che non ci può essere al mondo creatura più sventurata di lei....

Qui gli tremò la voce per l'estrema commozione, e gli occhi gli sì bagnarono... balzò in piedi allora per non farsi scorgere, e girò la testa altrove.

Dopo qualche momento tornò a volgersi al Morone, e:

--Volesse Iddio, gli disse, che la vostra testa e il mio braccio potessero riparare a tutti i guai da cui, per colpa sua e per colpa d'altri, la patria nostra sta per essere oppressa. Ma per parte mia non sarà trascurato mezzo che valga; ed ora più che mai, mi sento agitato da quel forte amore di lei che basta a rendere onnipotente la volontà di un uomo.

Ciò detto, si staccò dal Morone e dal Chigi profondamente pensoso.

Chi avrebbe detto al Palavicino, un momento prima di metter piede in quelle sale, che la natura delle sue idee e la condizione dell'animo suo doveva tramutarsi in un subito? Il pensiero però del proprio stato, del pericolo in cui versava la sua famiglia e la sua patria, gli aveva richiamato in mente il pericolo medesimo che aveva indotto la duchessa Elena a fuggir da Rimini a Roma. La voluttà si trasmutò in compassione; due cause diverse che potevano produrre un medesimo effetto.

Le sale del Chigi si andavano intanto affollando sempre più, e di minuto in minuto cresceva quel ronzio generato dai sommessi cicalecci delle persone che si univano a crocchi. Quel ronzio cessò un istante, e il Palavicino vide messer Chigi muovere incontro ad un cardinale di assai dignitoso aspetto. Era colui monsignor Pietro Bembo, che Manfredo inchinò per il primo quando gli passò innanzi, e andò maestosamente ad assidersi nel bel mezzo della sala. Non v'era certamente in Roma chi avesse più prolissa barba di lui, nè facesse più prolissi periodi. Il cancelliere Morone fu visto allora uscire da un crocchio affollato, e attraversando con que' suoi passi brevi e prestissimi, porsi a sedere accanto al Bembo, che gli si volse assai cortese, e gli strinse anche la mano. Il Morone, la sera innanzi, gli aveva lodato a cielo una sua orazione latina la quale, per verità, eragli assai poco piaciuta. Ma avea potuto comprendere essere il degno prelato piuttosto vano ed amante del panegirico. Il Bembo era il consigliero più segreto di Leone, ed allora aveva un grande ascendente su quel pontefice. Al Morone poi premeva assaissimo il valido aiuto del santo padre, e che si pronunciasse apertamente contro la Francia. Se egli si fosse fatto lecito dire al cardinal Bembo, che la sua latina orazione pativa eccesso di parole e difetto di logica, è probabile che il Bembo avrebbe consigliato il santo padre a baciare in fronte re Francesco ed a fulminar l'interdetto sugli Sforza e la città di Milano, con qualche cosa di peggio per il cancellier Morone. Di qualunque ingiuria noi possiamo esser rei verso di un dotto in letteratura, egli ci sarà sempre cortese di un bel perdono; ma non tocchiamo i suoi periodi se siamo amanti del quieto vivere. Del resto se vi erano nel mondo d'allora due uomini affatto opposti l'uno all'altro, in qualunque rapporto della Vita si fossero osservati, erano il Bembo ed il Morone appunto; pure in quella sera pareva che la provvida natura li avesse espressamente fatti l'uno per l'altro. Ma il Bembo colla sua dignità cardinalizia, colla sua ministeriale potenza, colla sua celebrità oratoria, col suo dittatorio in classica letteratura, colla sua maestosa persona, era lievissimo trastullo sulla breve palma del Morone. Così tra loro due, in quell'occasione, s'agitarono molti e vari argomenti, dall'irto campo della politica, delle pandette, dell'amministrazione, dell'economia, ai facili ed ameni viali della poesia e dell'arti; e, per quanto il Bembo fosse certissimo d'avere eccitata nel Morone la più alta maraviglia del proprio universo sapere, il cancelliere che lo tasteggiò a lungo e per ogni lato, come uomo il quale stia sul comperare, crollò il capo alla fine, e disse tra sè:--Non avrei mai creduto di trovar così poco.

Alcuni momenti dopo il cardinal Bembo, era entrato nelle sale un altro personaggio, che pure impose qualche silenzio a quella romoreggiante assemblea. Era un giovine gentiluomo, di bello e grave aspetto, assai semplicemente vestito, il quale, dopo aver fatto i suoi complimenti al Bembo, e dette alcune gentili parole al Chigi, si recò presso al Palavicino che, tutto solo e sopra pensiero se ne stava nel vano di un fìnestrone, appoggiato il destro lato alla parete, e presolo per la mano, con atti di una cordialità soave:

--Come state, marchese? gli disse; è da assai giorni che non vi si vede qui.

--Oh! sclamò il Palavicino scuotendosi. Io vi ringrazio, maestro; e se voi dite di star bene, vorrei poterlo dire io pure.

--Io sto bene veramente, ma starei pur meglio, lo dico col cuore, se una volta vi potessi vedere in lena, e sapessi appagati tutti i vostri desideri.

--Vi ringrazio di nuovo; codeste vostre parole mi sono d'una grandissima consolazione.

--Pure ci vorrebbe altro che parole; ma ditemi che nuove avete del paese vostro.

--Pessime, maestro, pessime.

--Il vostro Morone non mi pare però tanto afflitto.

--Dunque ne sapete qualcosa già?

--Dacchè siete venuto qui voi, m'interesso alla sorte del vostro paese, e, torno a ripetervi, vorrei veder felice voi e i vostri; e tutto quello che potrò fare col papa, che si degna portarmi così grande amore, io lo farò di tutto cuore, ve lo prometto.

Dette queste parole, udì chiamarsi dal Bembo, e si staccò dal Palavicino.

Era colui Raffaello Sanzio.

Dopo alcuni momenti cominciò a circolare una voce in quella vasta sala:--È qui messer Lodovico, Lodovico, l'Ariosto è qui;--e quando comparve nella sala un uomo in sui quarantanni, calvo, d'arguta fisonomia, spontaneamente eruppero da tutte le parti fragorosi scoppi d'applausi, che fecero chinar la testa all'umile e divino autore dell'_Orlando_.

Il Morone che stava ancora confabulando coi Bembo, notò che a quelli applausi, i muscoli del volto del cardinale guizzarono in modo da rivelare un certo dispetto, e sorrise di queto tra sè e sè quando il vide poi applaudire anch'esso, quantunque lentamente, colla sua mano onorata del cardinalizio lapislazzulo. Portò poi la fama, che monsignore in quella notte non facesse la sua digestione colla solita regolarità, ciò che pure è intervenuto al Trissino, ch'era presente a quel trionfo del divino poeta, e che, ancor fiacco pel faticoso parto della sua Sofonisba, ancora superbo dei suoi personaggi di marmo, e delle tre unità aristoteliche osservate con religioso scrupolo, attribuiva alla corruzione del gusto quegli applausi smoderati che concedevansi ad un poema fatto senza livello e senza seste.

Le sale del Chigi eransi così a poco a poco affollate del tutto e pareva non potessero bastar più a contenere persone. La gioventù maschile per altro, per certi indizi d'impazienza e di noia, pareva stesse in aspettazione di qualche cosa che assai le premesse; se non che, trascorso troppo tempo, stava già per deporre ogni speranza, quando improvvisamente s'ode uno scompigliato rimuover di sedie nelle prime stanze, che grado grado si veniva avanzando; tutti volgono la testa alla porta d'ingresso della maggior sala e veggono spontare, in mezzo a molte gentildonne di seguito, lei, che la sera innanzi era stata la stella fissa della instancabile loro attenzione, la duchessa Elena insomma. Un ah! generale e prolungato sorse allora da tutti i punti della sala, e da quel momento tutti parvero soddisfatti.

È cosa che mette di pessimo umore quanti si sfiatano ad introdurre qualche giustizia in questo basso mondo, il considerare che in una moltitudine di persone un bel volto di donna fa sempre più impressione che una dozzina di celebrità europee.

Il Palavicino, quando s'accorse ch'era la duchessa Elena, subì quelle sensazioni a cui furono soggetti tutti quanti componevano quell'adunanza, colle altre che dovevano essere particolari a lui. I gravi pensieri della sua patria e della sua casa, ch'avean dato la fuga a tutti gli altri, si ritrassero allora quanto bastava perchè questi ultimi potessero a poco a poco ricomparire. Pensava intanto al miglior modo con cui doveva comportarsi colla duchessa, quando, vedendo che il Bembo e il Morone e molti altri s'eran mossi espressamente per complirla, s'accorse che anche a lui conveniva fare il medesimo. Colse così il momento quando il Morone terminava di parlare e si presentò.

--Ecco il marchese Palavicino, disse allora il Morone, del quale abbiamo parlato ieri sera.

Manfredo si chinò, e prima di pronunciar parola depose un bacio, com'era costume, sulla bianca mano della duchessa.

--Ho assai piacere in vedervi, gli disse allora questa, con quel suo fare disimpacciato e pronto e cortese, e giacchè siam qui balestrati da una medesima procella, attenderemo così a confortarci l'un l'altro. Ieri sera, caro marchese, ho fatta la conoscenza di questo illustre vostro compatriotta, del quale ho sentito a magnificare tanto l'ingegno, e mi chiamo fortunatissima. Così desidero veniate da me sovente ambidue, e spero che ci faremo buonissima compagnia. Sedete qui, intanto; e voi, messere, se pure non v'annoia. Ho a dirvi assai cose, marchese; sedete.

Il Palavicino si assise allora accanto alla duchessa Elena, e sì l'uno che l'altro attesero lungo tempo a discorrere della condizione delle cose loro e del maresciallo Lautrec, fatto governatore di Milano, e di tutto quanto avrebbe potuto scaturire da un tale avvenimento.

--Credo che il papa non vorrà abbandonarmi, disse la duchessa; prima di venir qui le ho fatto parlare dal vescovo di Fano, il quale mi assicurò dell'assoluta protezione di Leone. E già m'accorgo che la cosa dev'essere sincerissima, perchè più di me assai gli deve importare la città di Rimini, la quale in certo modo è più sua che mia, non restando a me che il possesso a vita. Tuttavia codesto possesso non è poco, sapete, e se fossi uomo, e se avessi qualche maggior lume di scienza di guerra e di Stato, tanto mi affannerei da cacciar lungi le mille miglia codesto nemico di Dio e dell'Italia nostra. Voi mi avete fatta accorta, marchese, del quanto io fossi sul mal cammino, e la fortuna, quantunque con molto mio pericolo, mi fece risolvere in un subito. Così debbo esser grata ad ambidue, ma più a voi di certo. Voi siete un generoso italiano, lo disse jeri sera Raffaello, parlando di voi con alte parole di stima, e adesso sia lode al cielo ed alla mia sventura medesima, se ho compreso che l'Italia è tale che merita bene che i generosi pensino a lei qualche volta.

--Ho piacere, duchessa, a sentirvi parlar di tal guisa; così quand'io sia atto a qualche cosa, e quando il mio paese domandi dell'opera mia, spero che per amore dell'Italia e per amore di voi, che avete Stato in Italia, potrò pure esservi di alcun giovamento. Intanto, se vi abbisogna senno di Stato e provvidi consigli, volgetevi qui a codesto mio amico e protettore carissimo; egli saprà aiutarvi assai bene. E accennava il Morone, il quale entrò terzo allora in quel dialogo.

Passò in questo modo buona parte del tempo, e non pareva che in quella notte si avesse a dare, come soleva il costume, qualche trattenimento di musica o di poesia, quando i nostri tre interlocutori videro che s'erano stipate molte persone intorno a Lodovico Ariosto, e persistessero a pregarlo di cosa di cui egli si schermisse. Ciò di fatto era vero. Si desiderava generalmente ch'egli desse lettura o recitasse a memoria qualche canto del suo divino poema, e per questo lo stavan pregando e scongiurando. Vedendo però il Chigi che quelle preghiere non valevano a nulla, e forse era necessario qualche più forte intercessore, si staccò dall'Ariosto e lentamente se ne venne innanzi alla duchessa Elena.

--Saremmo a pregarvi di un favore, eccellenza, cominciò a dirle. Si desidera ardentemente da tutti sentire qualche canto dell'Ariosto, e lui sta forte sul negare. Per ciò tutta l'adunanza delega voi, perchè vi degniate rinnovare la preghiera al nobile poeta, e siamo certi non mancherà l'effetto.

--Io sono grata a voi, messere, e a tutti, di questo difficile incarico, gli rispose la duchessa, ma se poi, soggiunse sorridendo, me ne rimarrò coll'onta di un rifiuto, badate bene che mi avrete ad indennizzare.

--Ve ne do la mia parola.

--E allora io vado.

Ciò detto la duchessa s'alzò, e con quel suo incedere leggiadro, attraversata la sala, si fermò innanzi all'Ariosto.

Questo, come si vide davanti quella splendida figura, abbagliato, troncò il discorso che stava facendo ad un suo vicino, e guardò la duchessa che, con un fare a lei particolarissimo, e lasciando passar qualche istante prima di pronunciare una parola, lo guardava fissa.

--Voi già avete capito, messere, perchè io stia qui adesso, gli disse poi, e lo avete capito sì bene, che mi par già di sentire sgorgare dal vostro labbro quel mirabile canto dove la condizione della sventurata Olimpia è resa con colori tanto veri e tanto potenti. Se la fiaccola di un barbaro investisse tutto quello che fu scritto in questo secolo, la virtù di quel canto sarebbe più forte della veemenza del fuoco, e rimarrebbe. Udite che profondo silenzio è adesso in codesta sala, tutti hanno già pregustata la dolcezza della vostra poesia. Io vi prego dunque per tutti costoro, ed anche per me; che se voi mi rimandaste con un no, il rossore della vergogna non mi lascerebbe mai più per tutta la vita, e l'essere esaudita invece mi darebbe tanta superbia, ch'io non so di chi mai potessi avere invidia.

--Duchessa, le disse allora l'Ariosto, anche voi ieri sera vi siete ostinata a non esaudire il comune desiderio, mentre le note del vostro canto avrebbero davvero eccitato l'entusiasmo in tutti i cuori. Non così può avvenire di me, che per nulla sono alto al declamare, se dunque tacevo, egli era per questo; pure, giacchè lo volete, eccellenza, v'annoierò e annoierò tutti, ma ad un patto.

--Dite, messere.

--Che pensiate voi poscia a distruggere ogni noia colla soavità della vostra voce.

--Son presa al laccio, messer Chigi, disse allora la duchessa sorridendo, son presa al laccio. Dio faccia dunque ch'io ne possa uscire con onore. Ma il silenzio è più profondo ancora di prima; tocca or dunque a voi, messer Lodovico.

E tornata ad assidersi tra il Palavicino e il Morone, si pose ad ascoltare, vedendo che l'Ariosto, collocatosi nel mezzo della sala, già dava segno di cominciare.

Fra quanti amor, fra quanta fede al mondo Mai si trovâr, fra quanti cor costanti, Fra quante o per dolente o per giocondo

Stato, fêr provar mai famosi amanti; Più tosto il primo loco, ch'il secondo Darò ad Olimpia:

Così l'Ariosto, lentamente da principio e a voce bassa, poi grado grado infervorandosi per l'entusiasmo e la commozione, recitò di un fiato tutte quelle mirabili stanze del canto decimo, le quali in tutti coloro che lo stavano ascoltando, misero quella sensazione profonda che a tutta prima, più che collo scoppio dell'applauso, si manifesta col mormorio dell'ammirazione.

E qui bisogna notare, che anche il Trissino volle esser giusto e, volgendosi a un tale che gli stava presso, il quale sedeva ai terzi posti nella gerarchia delle belle lettere:

--Questa volta è gioco forza confessare, gli disse, che codeste stanze sono passabili.