# Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana

## Part 20

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Dalle date di queste lettere appar dunque averle scritte il Palavicino un anno prima all'incirca di questo giorno, che in Castel Gandolfo il principe Savelli sta apprestando a papa Leone forse il più sontuoso banchetto che mai siasi imbandito a quel tempo dall'opulenza fastosa dei patrizi romani. Ora ne giova il sapere che il Palavicino trovavasi appunto tra' commensali onde il Savelli aveva voluto rendere a Leone più decoroso il banchetto.

Fin dal suo primo giungere in Roma gli si eran fatte grandissime accoglienze, siccome a gentiluomo d'uno de' più illustri casati di Lombardia, e perchè si sapevano in gran parte le sue vicende e le sue sventure, e l'esser lui caduto in disgrazia di re Francesco per aver combattuto contro Francia a Marignano. E quell'impressione che a primo tratto egli avea fatto sull'animo di coloro a cui fu presentato, anzichè dileguare, come talvolta avviene, crebbe sempre più, e mentre il suo buon ingegno e le molte lettere ond'era fornito lo rendevano accetto agli uomini gravi e colti, e la fama militare ben acquistata su tre campi di battaglia lo facevano ammirare dalla romana gioventù; anche la sua giovinezza, considerando le cose da un altro lato, la bellezza non comune, e i suoi modi riservati insieme e soavi, avevano somministrata la materia per dialoghi d'ogni maniera a quel sesso così fatale in tutte le parti del globo e così formidabile in Roma. Però, viene spontanea la volontà di domandare, se al Palavicino sia venuto maggior vantaggio o maggior danno dimorando per sì lungo tempo in quella città?.... Questo è quanto noi vedremo col tempo.... ma intanto da quell'ultimo scritto che di lui abbiam riportato, traspare assai chiaramente, ch'egli temeva il danno più che non iscorgesse il vantaggio. E quel cielo di Roma, e quella tinta ne' volti femminili, e tutte le altre cose da lui medesimo già considerate esercitarono di fatto sull'animo di lui un'influenza che, quanto più protraevasi la sua dimora in que' luoghi, tanto più facevasi prepotente. E nell'anno che trascorse dai giorni ne' quali vergò quelle passionate scritture a questo in cui ci troviamo, tanti e così varj e così curiosi fenomeni si verificarono nel suo umano involucro, ch'io dubito molto non abbia a maravigliarsi il lettore del notabile cambiamento al quale avrà ad assistere.

Ma su questo tema torneremo di qui a poco; per ora è un immenso vestibolo che ci si spalanca dinanzi a lasciarci spingere uno sguardo per entro a una sala vastissima di cui non saprebbesi più oggidì far la chiave di vôlta, e su di un banchetto lungo a veduta d'occhio circondato da una selva di olivi, di mirti, di oleandri, ornato a sopraccarico di vasi, di anfore, di mescirobe, di guastade d'oro, d'argento, di porfido, d'agate, di lapislazzulo. Varietà sterminata d'oggetti, involuta per entro ad un vapore che annebbia qualche poco la luce, e sparge intorno profumi d'una ineffabile fragranza. Scena straordinaria innanzi alla quale tosto ci balzano alla mente Baldassarre e Lucullo. Se non che lo spettacolo ne si fa ancora più attraente adesso che intorno alle mense stanno assidendosi i duecento commensali.

Qualcuno de' nostri lettori, il quale per avventura s'interessi delle cose presenti più che delle passate, a farsi un'idea dell'apparato insolito che in tal dì offre allo sguardo la più gran sala del castel Gandolfo, si figuri nella propria mente un consimile banchetto apparecchiato a' nostri tempi in quella delle grandi città d'Europa che a lui possa sembrare più acconcia per tale officio. E assembrati intorno a così sfolgorante banchetto si immagini tutti quanti i più illustri uomini che la politica, la diplomazia, la milizia, le scienze, le lettere, le arti annoverano in tutti i punti dell'Europa sotto ali'insegna loro propria. Cerchi all'Italia le alte e solenni sue intelligenze, alla Francia i suoi versatili e brillantissimi ingegni, alla Germania gl'indefessi suoi pensatori, all'Inghilterra i suoi più insigni wighs e torys. Consideri codesta immensa ollapodrida del sapere universo di cui Chateaubriand e Manzoni e Thiers e Peel e Bulwer e Rossini e Vernet e Mickewicz e Lelewel e Hegel e Humbold e Cousin ed altri siano i più piccanti ingredienti, e si figuri di dominarla a colpo d'occhio per entro a quattro pareti. Così più facilmente rimontando al lontano passato potrà farsi un concetto di quell'adunanza d'uomini cospicui che stavan seduti alle mense del principe Savelli.

Leon X nel mezzo del banchetto era seduto su d'una seggiola più alta a dominar tutti quanti, come colui che del proprio nome avea a contrassegnare il suo secolo. Il cardinal Bembo alla sua dritta, il Bibiena alla sinistra; l'Accolti, l'Agostini, l'Alciato, il Sannazzaro, il Beroaldo, Demetrio Calcondila, Annibal Caro, Casliglione, Rafaello di Urbino, il Giovio, il Trissino, il Morone, seduti l'uno accosto dell'altro. Così gli ambasciatori di Francia, di Spagna, d'Alemagna, d'Inghilterra, e alle stelle principali mescolate le stelle minori, fra le quali, per quanto sia l'amore che gli portiamo conviene annoverare anche il nostro protagonista. In mezzo a tanti splendori ve n'era però qualcuno di una luce alquanto equivoca, e tra gli altri l'Aretino, invitato appositamente dal signore del castello perchè intrattenesse l'adunanza coi suoi petulanti epigrammi, al quale era stato posto di contro il Berni, fidando che questi due così acri ingegni, mordendosi a vicenda e continuamente e senza pietà, non avrebbero mai lasciato morir di noja l'adunanza. Cosa che si verifìcò, e al di là delle speranze e dell'aspettazione di tutti. Del resto, a un tale banchetto, non vediamo seduto l'Elia Corvino, quantunque la sua cappa fosse di velluto pari a quella dei gentiluomini e il Morone avesse cercato d'introdurlo a quelle mense; ma la causa per cui n'era stato escluso, era forse che Leon X somigliava troppo al personaggio che un momento prima s'era intrattenuto seco, e non voleva esser riconosciuto così presto. Il fatto sta che il Savelli, dopo alcune parole avute con Leone, avea dette le sue al Morone, che le riferì all'Elia il quale, senza provarne un dispetto al mondo, uscì del castello e, a saziare il suo appetito, si recò ad una osteria d'Albano, dove ebbe a lodarsi assai del buon vin di Frascati e di due foltissimi sopraccigli d'una donna di colà, la quale gli fece passare con minor tedio il rimanente di quella giornata.

Ora tornando nella gran sala del Castel Gandolfo, non ci fermeremo a descrivere a minuto quelle mense, nè a fare il più esatto elenco delle vivande che vi s'imbandirono, nè di tutte quelle squisite delicatezze onde venivano accompagnate. Ci siam fissi in mente che il lettore sia stato in gran timore tutto questo tempo per la minaccia d'una descrizione normale di un pranzo, la quale dopo le migliaja che si trovano nelle cronache e nelle storie di quart'ordine, e le altre migliaja che si trovano nei libri d'arte, aggiunta la gloriosa appendice di due o tre celeberrime descrizioni, compresa quella bizzarissima, del D. Giovanni di Byron, potrebbe venire opportuna, per prendere la similitudine appunto dall'argomento in discorso come un pollo d'India molto inlardellato che per bizzaria si volesse servire quando i commensali sul finire delle mense, istupiditi dalla replessione, stanno aspettando l'ajuto degli spiritosi liquori.

D'altra parte noi abbiam dovuto toccare di questo banchetto, e perchè fu in quell'occasione che l'Elia Corvino parlò a chi doveva parlare, e per dare un'idea del modo con cui il nostro Manfredo era uso a passare in quell'anno la sua vita a Roma, Venendo a lui gl'inviti da tutte le parti mal suo grado ora costretto intervenire alle feste, alle mense, ai giuochi, alle villeggiature, alle caccie e a tutti codesti passatempi della vita. E non essendovi altro a fare, bisognava pure si occupasse in qualche modo fintanto che in Lombardia maturassero quegli eventi, senza di cui qualunque azione sarebbe stata intempestiva e dannosa.

D'altra parte, siccome dappertutto intervenivano tutti i più distinti ingegni di quel secolo, da principio non stette ostinato nel suo proposito di viver solo, perchè credeva d'avere a raccogliere qualche diletto e qualche utile nell'assiduo conversare con tante e così distinte intelligenze; l'amore dei buoni studj a que' tempi, e in quella città segnatamente, era fatto tanto generale, che ogni banchetto serviva sempre d'introduzione ad un'accademia letteraria, come si fece anche nella occasione presente, in cui il Bibiena lesse una sua commedia con applausi infiniti de' commensali e dove papa Leone diè saggio del suo straordinario ingegno e del suo finissimo gusto in poesia; e quanto fosse dotto nelle lettere latine e greche, lo provò allorchè Demetrio Calcondila prese a leggere un suo brindisi scritto in greco ed in latino.

Il dì dopo, si partì il Palavicino dal Castel Gandolfo e ritornò a Roma dove altre feste lo attendevano, e dove la noja e la sazietà cominciavano a tormentarlo.

Il Morone raccomandava caldamente a lui e a que' pochissimi venuti da Lombardia a Roma, che pensassero a star tranquilli e aspettassero da lui il segnale dei primi movimenti. Ma il Palavicino, che impazientissimo desiderava la maturanza dei tempi, più d'una volta non ricordandosi del consiglio ch'egli stesso aveva dato a Francesco Sforza, fu tentato di prevenirli, se non fosse stata la calma sapiente e astuta del suo consigliero; e costretto così a sopportare in pace quell'intervallo tanto lungo di tempo, fu da quell'inerzia medesima, da quel tedio opprimente, che per lui germogliarono altre cagioni di altri effetti infiniti.

In mezzo a quella colluvie di pensieri che passarono per la sua mente in un anno, quattro mesi e non so quanti giorni, il pensiero della sua Ginevra si mantenne sempre, dal più al meno, a galla di tutti gli altri, e quasi sempre la gentile e mesta immagine di lei aveva fatta la prima figura, tra quel vortice delle altre mille che a tutte l'ore gli si schieravano innanzi in sì lungo periodo di tempo. In quegli ultimi mesi però, a dir tutto con verità, s'era ella alquanto ritratta nel fondo del suo pensatoio tutta circonfusa di una vaporosa nebbia. I passatempi, lo spettacolo di altre bellezze, il lungo intervallo e il pensiero d'essere stato da lei respinto gli avevano alquanto freddato quel primo impeto di passione. A questo s'aggiungevano le voci che correvano sul conto del Baglione e della giovinetta sua moglie; facevansi da tutti le maraviglie perchè, da qualche tempo, quell'atroce signore avesse alquanto rimesso della sua natura; se ne dava merito all'indole angelica ed alle mille doti della Ginevra, che dicevasi, essersi grado grado avvezzata a sopportare la compagnia del vecchio, e per una certa deferenza insolita in lui, trovarsi anche essa tanto quanto tranquilla. Parrebbe ragionevole che al giovane Manfredo dovesser giungere assai gradite quelle voci, ma in fatto gli riuscirono ingratissime; avrebbe voluto udire invece che un dì più dell'altro si andasse rinfuocando la discordia in quel malaugurato matrimonio. Se avesse saputo che i patimenti della Ginevra fosser giunti al punto che a lei non bastasse la forza di sopportarli, non è a dire quant'egli si sarebbe martoriato pensando a quelle ambascie, ma in que' martiri ci sarebbe pur stata qualche voluttà. Ma le angosce istesse della Ginevra sarebbero state quasi proteste perpetue del suo amore per lui. Ed ora quella calma, quella rassegnazione che significavano invece?... Significavan tanto, che Manfredo tentò ogni sforzo per rintuzzare un tal pensiero, e trovò più sopportabile il gettarsi nel vortice rumoroso delle conversazioni, delle feste, delle assemblee. Rinnovò più che non avesse mai fatto i suoi ritrovi col Morone; rimise in campo con più ardore di prima l'argomento relativo alla condizione del milanese. Udiva, proponeva, rigettava partiti. Ma eran tutte ipotesi al vento, mancando la linea su cui colorire i disegni, e le calde parole finirono anche qui in vacue esclamazioni, e si pose da un canto quel tema.

Intanto, giungendo i giorni del massimo caldo, s'era proposto uscir da Roma per alcun giorno e recarsi al suburbio di Tivoli in compagnia di taluni di que' magnifici signori romani. Da qualche tempo, non era ragione di vita in cui potesse durarla più di due o di tre giorni. Era un assiduo mutare e rimutare d'occupazioni, era una continua fuga da quegli oggetti de' quali era pure andato in cerca, era un'apatìa melensa involuta in un'operosità apparente, uno sbadiglio prolungato che precedeva e susseguiva qualunque movimento dell'animo o del corpo, che di tanto in tanto per disperazione promoveva. Si allontanò così da Roma, ma statone assente alquanti giorni, vi ritornò indispettito delle cascate di Tivoli, e della calma e del sonno di que' luoghi giocondi, ritornò, nuovo Curzio, a gettarsi nella voragine romoreggiante di Roma. Chi negasse l'intervento del destino negli eventi umani, non so cosa potrebbe non negare... tornò dunque... e il destino in fatti aveva preparato qualche cosa per lui. (È il momento di stare attenti).

Coll'alba d'un mattino egli si svegliò di uno stranissimo umore. Non potè per altro lasciarlo passare senza gettare il pensiero alla Ginevra; ma, per la prima volta, in quella giovine donna scoperse un difetto, o sia un eccesso di virtù; la purezza angelica di quella creatura e la santità de' suoi costumi, di che aveva sempre sentita una solenne ammirazione, gli parve cosa men che ragionevole in quel momento.

Dipendeva forse da ciò, che il Palavicino in quel mattino era più sensuale del solito. Era un giorno di giugno, era un giugno di Roma e dalla non lontana Ostia spirava lo scirocco. Il più degli amici di chi scrive v'han d'accordo nell'affermare, che le giornate calde e in cui soffia il vento marino, ed anche le giornate piovose d'estate son quelle in cui, più che in altre occasioni, il diavolo si fa lecito di bussare alla lor porta e di far capolino se per caso le trova aperte. Siccome poi tutti costoro sono esemplarissimi, così non credo abbassar per nulla i registri del mio protagonista, col dire che il vento che spirava di continuo dal Mediterraneo abbia influito notabilmente sul suo sistema nervoso. S'alzò così dell'increscioso letto, si recò discinto all'uno de' finestroni della sua camera, guardò fuori, vide un cielo pressochè tutto coperto da un denso vapore rosato, che vestiva di quella tinta tutta l'ampia prospettiva di Roma, che gli si dipingeva d'innanzi. Crollò la testa, stette ruminando molte cose. Gli risorsero in mente alquante parole del Morone. Si fece serio un istante, e pensò a Milano.... S'accorse però che non era quello il dì opportuno per volgere in mente i santi pensieri della patria, non era abbastanza puro per ciò, e si volse ad altro. Chiamò il suo valletto e si dispose a farsi acconciare. Senza ch'egli ci pensasse, si fermò assai più tempo che non soleva innanzi allo specchio, s'abbigliò con tanta cura e ricercatezza, quanta in altra occasione avrebbe bastato per muoverlo a sdegno....

Di tal modo passò molto e molto tempo, e uscì intorno all'ora che ne' vasti ed ombrosi giardini della villa Medici (dove, a quella stagione, quando non recavasi alla Malliana, soleva spesso ridursi papa Leone), traevano in folla i più facoltosi di Roma; patrizi, patrizie, matrone, spose, fidanzate, fanciulle, tutto ciò che di più voluttuoso potesse offrire allo sguardo quella città gaudente. Egli non sapeva perchè volgesse i suoi passi a quel luogo piuttosto che ad un altro; ma era lo scirocco che vel spingeva. Aveva bisogno di sguazzarsi, quasi augello al sole, in quel mar di bellezze. Già da qualche tempo aveva potuto accorgersi, che a molte di quelle splendide gentildonne la ricca semplicità del suo vestito, o il volto, o l'elegante robustezza della sua persona, non sapeva con precisione quale delle tre cose, avean dato fortemente nell'occhio. Egli per verità, se n'era dimenticato; ma in quel punto si risovvenne d'un bel numero di minuti accidenti, e in fantasia gli brillò di nuovo il lampo di qualche pupilla, che molto gli avea voluto esprimere. Di ciò egli era contentissimo, e quanto più lui, tanto meno il suo angelo custode. Girò così, passeggiando per gli affollati viali, molti sguardi a destra e a sinistra, con quell'intenzione onde il pescatore del littorale gitta le sue reti, e l'indigeno delle coste dell'Eritreo cala il suo scandaglio a tentare le bivalve conchiglie, e gli parve che in quel dì il numero delle bellezze romane fosse aumentato oltre misura. Vi son giorni (è sentenza questa confermata da replicate prove) in cui le donne appaiono più avvenenti assai di quello che siano in realtà, giorni tremendi in cui più d'un novizzo sentì lacerarsi le pinne dall'amo traditore di qualche bella, e fu colto e gettato nella terribil corba... del matrimonio. Son queste le crisi perigliose della gioventù, onde io credo debito mio avvisarne i miei coetanei, e ricordar loro, per tutto quello che potrebbe mai succedere, i controstimoli di S. Francesco....

E a questo punto sarebbe ottima cosa il saltare a piè pari codesto capitolo, nel quale il protagonista è costretto a presentare, al cospetto del pubblico, l'infima faccia del suo umano poliedro, ed a svelarsi in uno di quei momenti in cui tutte le virtù che costituivano dell'indole sua, ciò che troppo difficilmente si trova fra gli uomini, soprapprese da un repentino sopore, lasciarono in balía di aure maligne il loro nobile proprietario.

Ma troppi motivi ci costringono a non sopprimerlo perchè, pur troppo, in questo mondo indicifrabile, avvenimenti della massima importanza emanarono spesso da cause minute, indistinte, intricate l'una coll'altra in modo, che di loro non si sarebbe mai fatta la netta secrezione, se a' romanzieri non fosser stati concessi de' reagenti più efficaci assai di quei che la chimica possiede. E se in virtù di tali reagenti si fossero scoperte le cause prime che diedero la spinta alle azioni di quegli uomini che la storia registrò nel gran catasto degli illustri, chi sa se il mondo continuerebbe ad aver di loro quella stima di che pur tanto è compreso?

Del resto, quantunque noi mettiamo a nudo il Palavicino in un giorno in cui si degnò discendere al livello di tutti gli altri uomini, noi siamo convinti, che il lettore non vorrà menomamente rifiutargli quella stima che già gli ha concessa, perch'ei sa più di me ch'egli è appunto in questi alti e bassi dell'umana marea, e mi pare d'averlo già notato in un altro libro in una circostanza pressochè uguale, (non è detto che un medesimo fenomeno non debba riprodursi più d'una volta in questo basso mondo), ch'egli è appunto in queste intime lotte, in queste momentanee cadute che si apprende a compiangere chi poi avremo ad ammirare a suo luogo e tempo. Che se il vento più o men caldo del solito, se lo stato più o meno ardente dell'atmosfera, se mille altre cagioni fisiche influirono prepotentemente sul sistema nervoso del nostro Manfredo, a voler esser giusti, la colpa propriamente non era sua. D'altra parte egli avea di poco varcati i ventisei anni; età pericolosa quant'altra mai, e in cui il diavolo riappicca di nuovo all'albero del male la sua rete, e attende al varco il giovin uomo che gli è sfuggito una volta quando una combinazione straordinaria lo abbia spinto sulla via dell'amor platonico. Il Palavicino intanto, trascinato da quel torrente di gentiluomini, di cavalieri, di cardinali, di vescovi, di preti, di solide matrone, di aeree fanciulle, di vedove tentatrici, passeggiò gran tempo per quei larghi viali della villa Medici. In que' recessi così fittamente ombreggiati dai licinj, dalle palme, dai mirti, dai cipressi, dai pioppi, i raggi infuocati del sole penetravano a stento, e soltanto qualche azzurro fascio di luce, spargendovi una tinta particolare, giovava non poco ad aggiungere prestigi alle femminili beltà. Dal magnifico palazzo Medici partivano di tanto in tanto or briose or soavi armonie che si diffondevano all'intorno; tutte cose che non valevano per nulla a scemar la bollitura del sangue. Trascorse di tal modo più d'un'ora e più di due, nè il Palavicino avea voluto accompagnarsi con nessuno per non essere interrotto nella direzione di alcuni suoi pensieri. A un tratto la sua attenzione si fermò sulla folla che si era ristretta in un sol punto de' viali, e ogni momento vi s'ingrossava ristagnando. Credette a tutta prima fosse il papa colla sua Corte, i suoi camarlinghi, i suoi poeti e i suoi buffoni. Ma non scorgendo i quattro araldi a cavallo dalle quattro mule bianche, colle loro livree e gualdrappe di velluto color pavonazzo gallonato, s'accorse che non era la Corte altrimenti. Allora vedendo che quella moltitudine non era costituita che di giovani cavalieri, congetturò si fosse fermata ad ammirare, com'è costume di tali circostanze, qualche bellezza nova, qualche bellezza rara. Il Palavicino, che in qualunque altro giorno avrebbe irrisa quella giovanile stoltezza, mise in codesta occasione tutti i cavilli da un canto, e un passo dopo l'altro, lentamente, ma non tanto però, s'accostò a quella densa siepaglia di gentiluomini, aprì il più dolcemente che potè un po' di breccia.... si fe' innanzi, guardò e vide. Essendo stato assente que' pochi giorni, e però non sapendo nulla delle ultime novità intervenute in Roma, allorquando guardò e vide quello che vide, ne rimase oltremodo colpito, e fu quasi per non credere a sè stesso. La bellezza nova e la bellezza rara intorno alla quale, come paperi in aspettazione del grano di miglio, stavano stipati i gloriosi discendenti di Romolo, era nullameno che la duchessa Elena signora di Rimini, che il nostro lettore deve conoscere, se ha buona memoria.

Eran corsi sei interi anni da che il Palavicino non la vedeva, e la signora, se si tolga che invece di ventun'anni ne contava ventisette, pareva ancora quella medesima, quando pure non avesse palesati altri pregi che s'erano aggiunti ai primi.

Egli è certo che furon uomini di assai breve esperienza, coloro che hanno assicurato correre il miglior periodo della vita femminile dai quindici ai vent'anni. Però bisogna che un tale errore dia luogo adesso e per sempre; io non dico già che que' cinque freschissimi rugiadosi anni non abbiano il lor lato soave; ma chi di colpo non sa valutare i mille prestigi che della donna pervenuta a veggente dei trenta, fanno la più ghiotta vivanda che mai sia stata imbandita sul lussurioso banchetto della vita, non dee neppure intertenersi di tali cose. Ogni qualvolta il diavolo (è la terza volta che lo cito) fermò di condurre a perdizione qualcuno che assai gli abbia dato a pensare, sollecitò sempre di confederarsi ad una di cotali donne, e questo vuoi dir molto, quando non dica tutto.

