# Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana

## Part 2

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--Dunque... io t'ho chiesto acquavite che raspi e sèdano che morda... e non m'hai dato nè una cosa nè altra... e queste che ho sotto i denti paion frasche di zucca... in quanto poi ai nemici che tu dici....

--Ci son forse novità?

--Novità?... Certo che ci potrebbero essere le novità....

Qui messasi alla bocca la panciuta damigiana, e bevutone un così largo sorso come se fosse acqua:

--Nelle campagne dell'Unterwald, riprese poi, si poteva bene tirare innanzi tre, quattro, sei mesi senza vedere il _gheld_ dei tre cantoni, perchè il formaggio di capra, e la cervogia non manca mai colà. Ma codesto paese tuo ha più d'un malanno, e all'aria grossa che ti fiacca le gambe maladettamente, puoi metter di costa che, se non hai un testone col sant'Ambrogio in saccoccia, per quel dì puoi startene a stomaco vuoto; con questo volevo dirti, che se dentr'oggi l'eccellentissimo signor duca non ce ne dà una manata, (che le promesse non bastano, ed ha un bel gridare il prete che ci comanda) puoi stare ben certo, come se lo dicesse il Tell, che mai non disse una menzogna al mondo, che noi non si combatterà, e i signori Francesi potranno benissimo restar serviti.

--E a che ora si uscirà domani di città, caporale?

--Oggi per le ventiquattro abbiamo a trovarci in castello tutti quanti.

--Questo lo so.

--Se poi fioccheranno denari, domani, prima dell'alba, si uscirà.

--E se i denari non ci fossero?

--Si troveranno.

--Trovarli... è presto detto. Ma io so che la cassa ducale è stramenzita affatto.

--Non c'è altri che il duca forse?... Quel che il duca non sa fare, lo farà bene la città, e lo farete voi.... Non è la prima volta. Intanto prenditi i tuoi due testimoni, che oggi o domani me li avrai a restituire in altro modo.

Qui il caporale si alzò, e con lui gli altri svizzeri, che volgendo uno sguardo sprezzatore a quel crocchio di persone per mezzo alle quali avevano a passare, si tolsero di là. Nè ad un attento osservatore sarebbe sfuggito con che mal'occhio li guardava dal canto suo la moltitudine, memore delle concussioni che il cardinale di Sion aveva insolentemente esercitate su tutti quanti i cittadini milanesi per pagare e satollare que' suoi Svizzeri affamati, ne' quali, dopo la vittoria di Novara, era la superbia cresciuta a dismisura, e verso i cittadini milanesi si comportavano come padroni, e peggio.

Il Burigozzo, come que' cinque furon partiti.

--E così, disse a chi gli stava intorno, siete capaci ora, che la storia della paga sia quale ve l'ho narrata io stesso stamattina? Mettetevi dunque in memoria che il Burigozzo non dice mai cosa in fallo.

--Sta a vedere che tu ne saprai più del Morone e del prete soldato....

--Io non so nulla; ma avete sentito... però la storia della paga mi dà a pensare....

--Attendi a vendere il tuo bucherame e la tua acquavite, e non darti un pensiero al mondo di tutte queste cose, che già è lo stesso....

Ma il Burigozzo non dava retta a queste parole, e continuava come parlando fra sè:

--Messer Bernardino Corio, che mi vuol bene e che si degna intrattenersi con me qualche volta, mi diceva un tal giorno, che codesta città nostra, la quale non è ampia gran fatto, pure ha i suoi duecentomila e più cittadini.

--Adesso c'è la storia dei duecentomila.

--Sicuro il mio Carl'Ambrogio, c'è, e ci dev'essere anche la storia dei duecentomila, perchè, dico io, è tal cosa che non fa molt'onore, che in tanto popolo non ci sia da mettere insieme quindici o venti migliaia di uomini... e questi Svizzeri che, a saziarli, ci vuole un bue per ogni quattro, rimandarli al loro Cantone, dove c'è la Cervogia e il formaggio di capra.

--Sin qui non pare che tu pensi male.

--E non ci sarebbe allora gran bisogno di paghe, e il duca non si troverebbe ora tanto allo stretto.

--In quanto a ciò, s'egli è a sì duro punto, suo danno.

--Capisco cosa vuoi dire tu! Se l'eccellentissimo signor duca invece di regalare avesse venduto, non mancherebbero le paghe.

--Qui sta il punto, Burigozzo, e la tua storia dei duecentomila non ci ha a che fare gran fatto. Domando io se al Morone c'era bisogno di regalare la contea di Lecco, Vigevano al cardinale, la Ghiarra d'Adda al Lampugnano: terre che rendono pan d'oro e fiorini a staia... e so cosa dico!

--Manco roba, manco affanni, dice il proverbio, e pare che il duca l'abbia intesa così.

--Ma pur troppo non avrà ad intendere questo solo; e a questo re che se ne viene con tanta brava gente, e più bravo lui di tutti, come dicono, e non ha ventun'anni, converrà bene ch'ei dia luogo o si rechi in villeggiatura.

--Pure se quelli che contano in paese fosser tutti della tempra del Palavicino, e d'altri pochi, il duca non si troverebbe in così pericolose acque; ma no, tutti a rovescio, e l'altro dì il conte Besozzo e il Gabaloita e il marchese Birago e il Sacramoro e altri troppi se ne uscirono di città, e chi è tra le stoppie e le pozzanghere ci pensi.... E davvero ch'io mi chiamo assai fortunato di vestir questo saio piuttosto che le vesti ducali, le quali in questo momento devono al certo bruciare le carni di chi le porta....

Qui s'interruppe, e con lui tacquero tutti quanti trovavansi sulla piazza. I muggiti dei leoni del serraglio ducale, espandendosi in quella del palazzo per tutta la piazza, avevano imposto quel generale silenzio. E tutte le teste involontariamente si volsero colà. All'orologio della Torre de' Mercanti suonavano le ventiquattro. Poco dopo scomparvero tutte le guardie dinanzi al palazzo del duca e tutte le porte si chiusero....

Rechiamoci ora a vedere se in questo momento le vesti ducali bruciassero davvero le carni di Massimiliano Sforza, come ha detto il Burigozzo.

CAPITOLO II

È una sala vastissima quella che ci si apre d'innanzi, nella quale l'eccedente sfarzo del lusso asiatico è temperato alcun poco dall'eleganza e della squisita gentilezza del genio italiano. L'ampia soffitta non è nè a vòlta, nè a travi. Una vetriera, divisa in mille scompartimenti di piccoli vetri circolari e a tanti colori quanto ne può dare un'artistica combinazione, l'attraversa e la ricopre tutta, lasciando libero il passaggio agli ultimi raggi del sole. I paramenti che ne vestono le pareti, nelle quali sono aperti sei grandissimi finestroni di stile gotico, son tutti di drappo d'oro riccio sovra riccio con ornamenti di vaghissimo lavoro. Il cornicione che la rigira è tutto messo ad oro ed azzurro oltramarino, sul quale disposti in bell'ordine e in gran numero stanno ampi vasi di varie e preziosissime materie d'oro, d'argento, di pietra alabastrina, di porfido, di serpentino e di mille altre specie. A due terzi della sala, quasi a formarne una divisione, due cortine d'un ampio velone di drappo d'oro tutte chiuse fino a terra, sono fermati per molti anelli ad un arco di ricchissimo ornato che poggia ai capi sul medesimo cornicione, attraversando pel largo la sala. Le scene più molli e voluttuose della favola sono il soggetto dei dipinti che, chiusi in larghe cornici, stanno appesi, in bell'ordine, intorno intorno alle pareti. Qui un Endimione colla sua Diana, e Bacco appoggiato a sdrajo sulle ginocchia d'Arianna, là una Leda coll'indivisibile suo cigno, e una Danae colla pioggia d'oro. Dirimpetto Orfeo ed Euridice, Ero e Leandro, Ercole e Dejanira. Ovunque quadretti d'ogni sorta; danze d'amori, Najadi nuotanti, ninfe ignude, scherzi voluttuosi di mille foggie; e in mezzo a codesto apparato artistico, su d'una tela molto più ampia delle altre, l'inevitabile giudizio di Paride. Da certi sfori praticati nel pavimento si mostrano, quasi a simulare una selva naturale, arbusti d'ogni maniera. Aranci, mirti, palme agitanti ventagli di verdura, roseti incoronati e larghe di candide foglie, aceri, tulipiferi, alcee, gelsomini d'Ischia, giacinti, viole, amaranti, che spandono un miscuglio di profumi. E su quei rami di quelli arboscelli, legati con crini sottili, svolazzano uccelletti d'ogni sorta, rosignuoli, capinere, pettirossi, rigogoli zufolanti, rondinelle gorgheggianti, palumbelle gementi, che diffondono suoni d'una graziosa e melanconica monotonia; se non che, di quando in quando, a coprire quei canti minuti della natura, dal di dietro dell'ampio velone si dilata un'armonia artificiale e più solenne. Le note di un organo da stanza.

A popolare quel luogo incantevole se ne stanno alcune in piedi, altre sedute, altre sdrajate, a due, a tre, a gruppi, tutte in atteggiamenti di una molle eleganza, molte leggiadre fanciulle incoronate di fiori, vestite di bianchi veli; e in mezzo a quelle fanciulle, tutto assorto in fantastiche contemplazioni sta adagiato su larghissimi cuscini di raso, un giovane avvolto in una magnifica roba di stoffa cilestre.

A guardare il suo volto, liscio e levigato come quello d'una fanciulla, si conosce che nessun forte pensiero, nessuna energica azione, nessuna passione profonda non ha mai agitata l'anima sua. Soltanto quel pallore abituale e senz'orma di vermiglio dà a divedere un'esistenza infiacchita dall'abuso dei piaceri e dalle tormentose irresoluzioni dell'anima. Da una tavola di tartaruga a fini ed eleganti intarsi egli prende di tratto in tratto a leggicchiare taluno dei molti libri che vi stanno dischiusi. C'è un Ovidio, un Catullo, alcuni canti del poema dell'Ariosto; e di quando in quando accostandosi alle labbra una conchiglia legata in oro va sorseggiando alcuna goccia d'un liquor forte e spiritoso. La fragranza dei fiori, lo spettacolo della voluttuosa bellezza, i suoni dell'organo gli popolano la mente di mille e svariate idee, di luccicanti fantasie, di trepide gioje, cui la virtù di quel fortissimo liquore, avendo in prima rese più acute, e più ardenti, le va ora agitando in vertiginosa danza, producendovi quell'ebbrezza luminosa che è il paradiso di chi ha infiacchita la fibra e mobilissima l'immaginazione.

Ora, a queste apparenze, chi direbbe che costui è il duca Massimiliano Sforza, il successore dello sventurato Lodovico, morto di crepacuore e d'inedia in Francia negli ultimi anni di Luigi XII; che benchè sieda da tre anni sul retaggio del padre suo, il padrone dello Stato non è lui, e la parte migliore e più forte del popolo non è per lui, che la sua cassa privata è vuota, e non avendo esercito proprio, gli mancano i denari per pagare quel di ventura al quale ha a sborsare ottocentomila ducati d'oro; intantochè Francesco I, re guerriero, ha già invasa la Lombardia con più di ottantamila uomini? e a poca distanza si è già fatta sentire l'artiglieria nemica?

Vi hanno uomini temprati in modo, che riescono al tutto inetti a qualunque occupazione richieda uno sforzo della mente e della volontà. Le dolcezze e gli svagamenti della vita hanno tale attrattiva per costoro, e il dilungarsene un solo momento dà ad essi così incomportabile dolore, che hanno per bisogno indispensabile dell'esistenza, ciò che per altri è semplice sollievo.

Questa morbosa tendenza, (che, non so se debbasi chiamar colpa); essendo al tutto contraria alla destinazione dell'uomo, in qualunque condizione esso si trovi, non può che condurre a rovina; però avviene spesso che coloro i quali dei piaceri s'eran fatti un'assoluta necessità, vengano a trovarsi in così terribili situazioni, e a provare tali miserie quali non toccano al comune degli uomini. Allorchè poi la caduta è imminente, s'attaccano costoro, con uno sforzo che dà la disperazione, ai piaceri che fuggono, procurando di renderne tanto più acuta l'ebbrezza, quanto più si avvicina l'istante dell'affanno.

A questa classe d'uomini per la sua e per l'altrui disgrazia, apparteneva appunto il giovine duca Massimiliano.

Portato dagli eventi a ricuperare il ducato di Milano del quale suo padre era stato spodestato, la natura lo aveva così destituito delle qualità indispensabili a chi è posto a governare uno stato, ch'egli credette fosse per lui occasione di continuo tripudio, quel che invece doveva essere oggetto di una laboriosa ed assidua cura. Più scolorato e più floscio assai di Galeazzo Maria, parve tenesse alcun poco dell'indole di quel tristo. In lui per altro la mollezza invadeva anche la parte che nell'altro era stata occupata dalla crudeltà, e fu solo a tratti e a sbalzi che anch'egli ne mostrò qualche fioco barlume, il quale per fortuna, non ebbe mai un effetto. In conclusione, una leggiera sfumatura di pazzia pareva avvolgesse tutte le qualità intellettuali e morali di questo giovane, per cui piuttosto che maledire le sue colpe, ci rimane a rimpiangere la fatalità che volle affidare ad una mano morbida e tremolante ciò che aveva bisogno di un braccio di ferro.

Del resto non si ha a credere che questo giovane duca, nel momento in cui lo abbiamo sorpreso nella segreta sua sala, ignorasse in che dura condizione egli si trovasse. Il Morone lo teneva assai bene informato di tutto, ma ciò che per altri sarebbe stato causa di uno sgomento continuato, in lui non generava che momentanee tristezze e prostrazioni d'animo talvolta eccessive, ch'egli procurava tosto di rintuzzare e affogare nei gaudii e nell'ebbrezza.

Le sue idee, nel momento in cui stava bevendo quest'ultima goccia di spiritoso liquore, esaltate, mosse rapidamente, intrecciandosi e confondendosi insieme, assumendo mille colori, costituivano un così intricato complesso da non potersi facilmente a parole tradurre.

Tuttavia, a seconda che il pensiero della sua condizione, o il coraggio artefatto che la forza del liquore metteva in lui, o la vista delle cose da cui era circondato generava nella sua mente qualche nuova idea; in quell'istante parlava tra sè, presso a poco, di questa maniera: ".... Oh venga la tetra calamità, se così piace ai duri destini, ma intanto ch'ella più mi si avvicina, più io mi stringerò a voi, soavissime illusioni della vita... Finchè i fervidi estri inonderanno di viva delizia i miei sensi, io non vorrò già atterrirmi nello scroscio dei naufragio... Qui mi hanno condotto i miei destini, senza ch'io pure lo bramassi nemmeno, di qui mi partirò tranquillo quand'essi suoneranno a ritratta.... Le atroci gioje della conquista e della vittoria, non voglio che rallegrino mai nessun giorno della mia vita... Ben sento che ai miei piedi brulica un innumerevole sciame di popolo, e a me si rivolge nella bisogna tremenda... Volgiti altrove, volgiti a te stesso; io non posso nulla per te.... Fintanto che l'onnipotente ricchezza mi cresceva tra le Mani, ognuno potrà dire quant'io ne fossi liberale con tutti; come ad una ad una mi scastonassi le gemme della mia corona, per donarle a coloro che più mi stavano d'appresso... Volgiti altrove, o mio popolo, volgiti a te stesso, volgiti alla provvidenza che tutto può... e ti allontana una volta, che le tue grida fanno strazio del mio cuore e troppo infastidiscono le facoltà mie infervorate di solo amore...

"Oh vi stringete d'intorno a me, soavi fanciulle, ch'io senti più d'appresso le divine armonie della vostra bellezza, e i cari abbracci promovano in me il trepido senso dell'estrema voluttà.... Oh venite e frapponetevi tra me e il mondo, così ch'io non veda e non senta più nulla della sua vorticosa incessante faccenda...."

In simili pensieri, e via rapito da una muta contemplazione, trascorse qualche tempo in mezzo alle sue fanciulle che gli si eran strette intorno. Gli ultimi raggi del sole intanto s'eran del tutto ritratti dalla vetriera che copriva la sala, e la pallida luce crepuscolare, attraversando i vetri, a fatica vestiva di un color cupo e misterioso tutti gli oggetti che stavan d'intorno al duca.

In quelle fanciulle una ve n'era d'una straordinaria bellezza che pareva esser cara al giovane duca più che le altre tutte, e più che le altre essergli ella medesima affezionata. Questa essendosi da qualche tempo avvicinata a lui, con una tristezza eloquente nel medesimo silenzio, pareva attendesse che il duca le volgesse qualche parola.

Questo infatti posò finalmente uno sguardo su lei e:--A che pensi? le disse.

--Penso a voi, mio signore, ed a me stessa, rispose la giovinetta; penso che non sarà mai ch'io mi disgiunga da voi oggi; penso ch'io vi seguirò dovunque sarete per andare, o signore.

--Taci, Gliceria, e non turbarmi l'anima con preghiere che non mi è concesso d'esaudire; finchè rimarrò in castello, a nessuna di voi più non si conviene lo stare con me... l'ho detto, e non può essere altrimenti.

La giovinetta, a tali accenti, chinò il capo e stette per qualche tempo senza parlare... ma poco dopo rialzando lentamente la testa e volgendo un mestissimo sguardo intorno:

--Addio dunque, sclamò con accento particolare pieno d'entusiasmo insieme e di dolore profondo, addio, stanza gradita: noi ti abbiamo a lasciare, il cuore mi dice, per sempre... noi non ci troveremo più qui... il mio signore non mi vuol più con sè, il mio signore mi ha rifiutato, i momenti della nostra gioia sono finiti....

Queste parole, come un soffio di vento gelato, che gli rasciugassero il calido madore della fronte, a poco a poco fermarono l'ebbra vertigine ch'era nella mente del duca; a produrre codesto effetto però avea concorso un'altra causa, senza cui le parole stesse sarebber cadute inavvertite.

È una legge fisica costante, che le bevande, dopo aver generato in chi ne abusa una vivezza, un'alacrità straordinaria di spiriti, producono poi una tale prostrazione di forze, un abbattimento così completo, che l'esistenza, di cui poco prima si avevano le più dolci sensazioni, ci si fa un tratto pesante, odiosa, insopportabile.

E un tale fenomeno, in quel momento, cominciava appunto a prodursi nel giovane duca. Il forte liquore tanto abusato, dopo averlo esaltato al massimo dell'alacrità, cominciava a lasciar in lui come un deposito di amarezza, una melanconia tetra ed inesplicabile, un _malessere_ in tutta la persona che gli vestiva di tristezza tutte le cose che gli stavano intorno.

Se non che in una tale occasione, quel repentino malessere venne accresciuto dalle altre cagioni, le quali ancor più fieramente influirono per essere le stesse sue forze fisiche già tanto infiacchite.

Le parole della fanciulla, l'oscurità successa alla splendida luce del dì, che lo avvisavano ch'era vicina l'ora di ritirarsi in castello e di abbandonare le delizie del palazzo ducale, l'intricata condizione delle cose sue, l'incertezza degli eventi, i pericoli inevitabili... tutte queste cose lo assalirono allora di tanta forza, che assaporò tutto quell'amaro che pur troppo esubera nell'umana vita.

E ad accrescerlo dopo alcuni istanti s'udì lo squillo di una campana, squillo atteso da lui con tremore e sgomento. Era quello il segno con cui veniva chiamato il duca a recarsi nella gran sala di palazzo dove tutto il suo seguito stava raccolto per ritirarsi con lui in castello. Essendo assolutamente vietato di recarsi in quella sua sala, quand'egli si trovava colle sue donne, con quel segnale veniva chiamato ogni qual volta fosse bisogno della sua presenza. E a quello infatti il duca si alzò.... Era diventato più pallido la metà del solito.... Il tremito dei nervi che il liquore medesimo aveva prodotto in lui, in quel momento gli si accrebbe tanto, che parve non gli bastassero le forze di reggersi in piedi, ma a sostenerlo gli si serrarono intorno le sue fanciulle con abbracciamenti e con lagrime.... La commozione in lui, forse per un certo presentimento che l'avvisava che non sarebbe tornato mai più in quel luogo, era giunta al massimo punto, e non udendosi nella sala altro che i pianti di quelle fanciulle, ai quali s'intrecciavano i singulti delle palombelle che svolazzavano sulle palme e sugli aceri, anch'esso fu assalito da un angore insopportabile e da un empito di singhiozzi che finalmente scoppiò; e come se fosse un fanciullo diede in lagrime dirottissime e pianse lungamente....

Davvero che quella vista era indegna, quella mollezza eccessiva, que' propositi, que' pianti vituperosi... tuttavia, allorquando un uomo è infelice ed è alle prese col massimo affanno, egli è sempre degno di pietà e non ci può essere ragione che la vieti, neppure la colpa, se fosse concesso il dirlo....

Stato così qualche tempo, si staccò finalmente dalle sue donne ed uscì.

In un'altra sala del palazzo ducale stavano intanto ad attenderlo coloro che lo avevano ad accompagnare in castello. Tra una folla di paggi, di camarlinghi e di labarde svizzere, passeggiavano molti distinti personaggi. Un uomo di forse quarant'anni, di statura e corporatura mediocri attendeva a discorrere col duca di Bari, fratello di Massimiliano....

Era colui il celebre Gerolamo Morone, il quale avendo deposta su d'una tavola la sua berretta di velluto nero riccio, mostrava una cappellatura bionda-rossigna, un po' crespa che gli scendeva oltre l'orecchio. L'ossatura del viso era notabilmente minuta, e solo la fronte appariva alta ed ampia più di quanto il comportasse una giusta proporzione. Le pupille di un castagno assai chiaro giravano con gran rapidità sotto le palpebre, che abitualmente teneva semichiuse quasi a rendere più acuta la facoltà visiva.

Del resto, chi volesse avere di lui un ritratto più fedele di quello che noi possiamo esibir qui, non avrebbe a far altro che recarsi ad ammirare una tavola del Leonardo posseduta da un'illustre casa milanese, dove il cancellier Morone si presenta a chi lo guarda come se fosse ancor vivo e vero.

Presso al Morone, in abito civile si vedeva il cardinale di Sion, il capitano generale delle guardie svizzere, un uomo assai presso a sessant'anni, e nelle linee risentite del suo volto era chiara l'indole sua, e di fatto, l'odio per la Francia formava in lui come una seconda natura.

Lontano da questo gruppo, in mezzo ai camarlinghi ed alle labarde passeggiava un giovane gentiluomo. Alto di statura da soverchiare tutti i soldati tra cui si trovava, era notabile per la bella regolarità delle sue forme, per una tinta di gravità cogitabonda e soverchia in uom giovane, pel suo schietto e semplice vestire di velluto verde senza altro ornamento che una sottile catena d'oro che pendula gli cascava sul petto. Questo giovane era in quel momento l'oggetto dei sommessi discorsi del Morone e del duca Francesco Sforza.

--Io vi consiglio, diceva il Morone, a non dir nulla al Palavicino dell'arrivo del Baglione tra noi, e delle pratiche che il padre della Bentivoglio ha già inoltrate con colui. Forse adesso non c'è altri che abbia sentor di ciò in Milano, ed è probabile che il giovane non arrivi a saper nulla prima della battaglia. In ogni modo lasciate che le cose camminin da sè, nè gli dite cosa che possa metterlo in apprensione.

--Io non parlerò, ve ne do parola; ma se non lo saprà da me, lo saprà bene da altri, ch'egli è impossibile che non ne sia trapelato nulla in Milano... a quest'ora la figlia stessa del Bentivoglio troverà bene il mezzo di renderlo avvisato di tutto.

--Sapete pure che il Palavicino non ha la pratica della casa del Bentivoglio, nè in altro luogo parlò mai alla Ginevra che in questo palazzo medesimo in occasione di pubbliche feste. Però, essendo probabile che la cosa gli rimanga segreta, attendete voi pure a far quello ch'io vi dico che sarà pel meglio, e il suo coraggio non gli verrà scemato così da questa nuova sciagura.

--La stornassero almeno da lui i suoi santi protettori, come hanno stornato l'attentato di ieri notte!

--Così fosse, lo dico io pure.

--A proposito, messere... non han deposto altro i quattro assalitori?

--Null'altro... ma da quello che mi disse il Palavicino stesso, tengo il colpo sia venuto dal Lautrec.

--Dal Lautrec? il maresciallo di Francia?

--Da lui stesso; fatevi raccontare ogni cosa dal Palavicino stasera, e vedrete anche voi come la mia e la sua congettura non sia in fallo, sebbene di certissimo non ci sia nulla ancora. Sentirete....

In questa si spalancò la porta di prospetto, e il duca in mezzo a due uomini di camera si presentò a coloro che lo aspettavano. Il Morone e il cardinale di Sion gli andarono incontro e lo condussero nel mezzo della sala, presso al duca di Bari, che non si mosse.

