Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana

Part 19

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"Il dì dopo, intorno alle ventidue, quando la Ginevra, riavuta del suo malore, passeggiava negli orti del castello in mezzo alle donne, ed io ero irresoluto fra mille pensieri intorno a quello che mi convenisse fare di poi, m'entra il famiglio in camera e mi dice che il castello è invaso da un cinquanta cavalleggieri del re, e con loro trovarsi un gentiluomo che altamente mi chiedeva. Il pensiero tosto mi corse a quel che era veramente, sudavo freddo; per mala sorte la Ginevra potè udire ogni cosa, e venutami appresso mi scongiurò non tentassi nulla a danno o del padre suo o del marito che si fosse, e risparmiassi me pure, perch'ella era in tutto disposta a ritornare col padre suo, col suo consorte, e che io poteva darle mille morti, non mai obbligarla però a convivere con me. Dette queste parole, disperata, mi si tolse dappresso, ed io seguitandola e trattenendola tuttavia non potei fare ch'ella non s'incontrasse col Bentivoglio. A' piedi suoi ella si gettò appena lo vide, e a mani giunte impetrando quella sventurata il suo perdono, lo pregò volesse condurla con lui che in quel luogo non avrebbe mai voluto rimanere. Il Bentivoglio, vedendo la figlia disposta a quel che egli voleva, non mostrò di fuori nessun'ira e, simulando anzi una certa pietà, come se egli credesse ben altro di quel che era di fatto, disse ch'ella ringraziasse Iddio il quale, avea provveduto a farla liberare dalle mie scellerate mani. Qui non ti saprei dire quel che sia corso tra me e il Bentivoglio, nè la millesima parte delle imprecazioni ch'io diedi alla sua spietata natura, nè le contumelie d'ogni sorta onde feci segno quella sua vituperosa vecchiezza, e certo non gli avrei mai più rilasciata la Ginevra, e mi sarei fatto fare in pezzi da que' suoi cinquanta cavalleggieri, piuttosto che abbandonarla in così vil modo; ma ella, fosse lo spavento dell'autorità paterna, fosse un resto d'amor figliale, fosse ira verso di me, che tante villanie avevo scagliate a suo padre, fosse... chi sa quante cose insieme le travolsero il cervello in quel punto.... il fatto è pure, ed io ne fremo e piango in ridirlo... ch'ella si alzò contro di me, con voce tremante e piagnolosa e iraconda, e protestò ch'ella voleva partirsi col padre, e ch'io mi guardassi dal farle violenza, che guai per me e per tutti. A tali parole mi cadde ogni virtù affatto, a me pareva di sognare, e chi mi avesse giurato che quella era ancora la mia Ginevra, per verità che non l'avrei creduto. Così senza parole, senza addio, senza lagrime, senza nessun segno, istupidito più che altro, io mi tolsi dalla sua presenza e lasciai fare. Quel che avvenne dopo, tutto il mondo lo sa... ed ella intanto è signora di Perugia. Dovevo io ritenerla per forza con me? l'avresti tu fatto? e ti par egli ancora ch'io sia stato un vile per essermi comportato così? S'ella avesse pianto.... s'ella avesse voluto ch'io la salvassi.... puoi bene esser certo che nè suo padre, nè quell'atroce marito suo non l'avrebbe riavuta mai più, e piuttosto l'avrei uccisa... ma così... ella comandò che fosse diversamente, ed io dovetti obbedirla; del resto poi non so.... eppure ella mi amava!!!....

"In quanto all'Accurzio, l'Elia Corvino scoprì poi quel che aveva fatto quel tristo, sperando non so quali emolumenti dalla Francia, e sapendo come il Bentivoglio fosse amicissimo del governatore e de' più distinti baroni, a gratificarselo, gli manifestò i segreti sul quale tanto solennemente aveva giurato il silenzio e gli diede i mezzi a venire sulle traccie della Ginevra... Non so se i miei destini lo faranno comparire quell'infame un'altra volta innanzi a me... Ma se mai ci venisse... puoi esser certo più che di qualunque altra cosa del mondo, che non lo potrà un'altra volta.... Del resto... chi sa! potrebbe ancora avermi fatto male in fin di bene, e, pinzocchero qual'era, è probabile che abbia consultato il senno di qualche nostro arciprete prima di rovinar me e lei in quell'atrocissimo modo... pure, guardando le cose da un diverso punto... parrebbe aver egli operato da assennato e da santo, e noi esser stati travolti dalla vertigine della colpa....

"Adesso dunque che tu sai le cose com'elle sono, e punto per punto, fa in modo, io ti prego di porre un argine a tutto questo flusso di calunnie e dicerie che vengono ad accumularsi sul mio capo, e procura sovratutto che continui a durare intemerata la fama della virtù della Ginevra; addio".

ALLO STESSO.

_Roma 18 marzo 1510._

"S'io ti avessi a dire con parole la centesima parte della gratitudine ch'io ho a professare a te e a quel povero Elia, che sostentando con sì difficile e pericolosa fatica la sua vita, trova pure il tempo da provvedere all'altrui vantaggio, davvero che non ci riuscirei, per quanto io mi sforzassi. Fino dal dicembre dell'anno ora trascorso, ho passate più settimane temendo ogni dì sentir pubblicata la confisca di tutti i mei beni, e mi son martellato il cervello per vedere se ci fosse modo di riparare a tanta rovina... pure, accorgendomi che non era mezzo di scansar quella procella, se avesse voluto piombarmi addosso, non ci pensai altro, e mi parve alla fine che il temporale fosse al tutto passato. Però l'ultima tua mi recò grandissimo stupore insieme a molto sdegno e a grandissima consolazione ancora, la quale, per dirti il vero, mi ha vinto al punto, che piansi di riconoscenza per te e per quel povero Elia. Io non so comprendere come a colui, per quanto sia destro ed acuto il suo ingegno, sia riuscito di far risultare al fisco come della maggior parte de' miei beni io abbia fatta la cessione a te per vendita regolare. Vorrei che in un'altra tua mi spiegasse com'egli abbia potuto far questo, che ancora non mi par vero. In quanto ai pozzi di sale ch'io possedevo, ed ai boschi, devo dirti che non m'importa gran fatto siano caduti in bocca del fisco, perchè in questi ultimi anni non mi rendevano più che tanto, onde assai poco ci ho perduto. I trentamila fiorini d'oro che m'hai spediti non potevano giungermi più a tempo, che già le strettezze minacciavano di farmi ancora più miserabile di quello che di solito io sono. Tornando all'Elia, al miglior stato del quale è obbligo mio il provvedere da questo momento in poi, perchè troppo mi dorrebbe se tosto o tardi, dando nella rete, scontasse duramente tutte in una volta, nelle prigioni del Capitano di Giustizia, quelle azioni certamente vituperevoli a cui lo hanno guidato e la sua miserabile condizione e la natura del suo ingegno assai più che del suo cuore, che fuor d'ogni dubbio è nobilissimo, io ti prego a torlo giù da quella qualunque altra trappola che per avventura avesse già caricata, e dargli denari e mezzi perch'egli mi possa raggiungere qui in Roma, dove io spero poter trovargli un impiego molto acconcio alle sue cognizioni ed al suo scaltro ingegno. Mi pare ch'ei potrebbe versare in una sfera molto più nobile di quella che fin'ora il tenne occupato. Assai pochi di questi segretari di cardinali a' quali è affidata la manipolazione della cosa pubblica, la quale quanto sia sterminata e intricata e ardua è troppo facile ad immaginarsi in questi disastrosi tempi, non mi pare, stando a quelli che io son venuto tentando ci sia quell'ingegno che abbisogna. Tutti questi feudatari della Romagna che al santo padre danno un bel pensare da mattina a sera, e che sono tali furfanti da condurre chicchessia a perdizione, avrebbero bisogno di taluno che li traesse nel laccio, giocando di acutezza più che d'altro. Colui che in piccolo teatro e in talune condizioni è furfante, trasportato in altro campo è un grand'uomo. Non è cosa affatto nuova, e tu lo sai meglio di me, perciò mandami l'Elia Corvino, che in ogni modo ne caveremo qualcosa... D'altra parte, se non lavorerà per Roma, lavorerà per Milano, e se adesso non c'è nulla, e ci è forza lo stare imboscati ad attendere l'occasione, egli saprà far qualche cosa di buono.... Il Morone non dà segno di vita e non so quello che sarà per fare.... Si parla qui del posto di governatore, al quale Francesco lo ha eletto.... ne fu parlato anzi da Leone medesimo. È un gran peccato che questo magnifico pontefice abbia troppo amore alla poesia latina ed ai poeti in generale, e alla pittura, e alla musica. Io pure qualche volta deliro per queste arti; ma in tanta farragine di cose più importanti, e in tanto pericolo della patria comune, si pensa troppo a quelle gentilezze della vita.--In questa Roma intanto v'è un flusso e riflusso continuo di popolazione che romoreggia da mattina a sera; tutti i fiumi degli Stati d'Europa mandano qui i loro rigagnoli, tutte le razze del globo spiegano qui le loro fisionomie. Intanto l'oro, con vena sì larga come se venisse dall'Oceano, sgorga dal Vaticano, e tutto il popolo ci sguazza e vi si abbevera. La fragorosa voluttà del momento non lascia pensare a quel che sarà per succedere del patrimonio di San Pietro; e il Medici, che vede pure molto lontano spesse volte, quantunque sia miope, mi par bene che qui sia cieco. Me ne duole perchè forti bisogni mi stringon da tutta parte; me ne duole perchè Leone potrebb'essere davvero un leone. Ma i poeti, i citaredi, i dialettici, i buffoni gli fanno consumare troppa parte del dì. A quest'ora io solo avrò udito più di un centinaio d'improvvisatori. Di poeti, e verseggiatori in tutte le lingue, ve ne sono qui a migliaia; v'è una quantità innumerevole di rettorici, e più di dieci elefanti. Se io ti dicessi l'oro, l'argento, le gemme, le perle che di giorno fan specchio al sole, di notte alle fiamme, t'indurrei a credere sia stato saccheggiato il mar Rosso, sviscerate le miniere: e mentre l'onda dell'oro, come la gran cascata di Tivoli, si versa dal Vaticano, tutti i patrizi di qui fanno a gara a chi più ne rigurgita dalla loro sorgente, di men larga bocca.

Però bisogna confessare che Roma ti sembra veramente la regina del mondo; e, a voler star paghi del momento che passa, è uno spettacolo di cui è facile compiacersi, il veder risorta a pieno l'antica sua grandezza.

Scrivi presto, e fa in modo che l'Elia medesimo mi rechi la tua.

LETTERA A FRANCESCO SFORZA.

_Roma, 9 ottobre 1516._

Il conte Maldengo, segretario dell'ambasciatore d'Alemagna, mi portò stamattina la vostra lettera. In quest'anno dunque è il primo di oggi che nell'animo mio amareggiato spesso, attediato sempre, entrò uno schietto conforto. Davvero che quella lettera fu un grave rimprovero per me che in questi due anni non ho mai saputo trovare il modo di prevenire l'E. V. Ma io non sapevo a quanti piedi d'acqua si stesse veramente alla Corte di Massimiliano d'Austria, per quanto il medesimo protegga apertamente la vostra e la causa di noi tutti, e non sapevo con che cifra si avessero a vergar le lettere da spedirsi colà.... e a rompere quest'ingrato silenzio aspettavo appunto un'occasione di schiarirmi di tutto. Che poi quest'occasione mi fosse esibita da voi, che il primo vi degnaste a darmi un attestato del vostro attaccamento, è quanto per verità avrei ben potuto desiderare, non però nè sperare, nè pretendere.

"Ti ringrazio (perdona se ritorno ai modi della dimestichezza antica) ti ringrazio dell'avermi palesata la più interna condizione dell'animo tuo; e d'avermi con sì generose proteste, parlato di te, del tuo paese, de' tuoi concittadini e di me. Mi sento però in obbligo di retificare alcune tue idee intorno al tuo stato presente.

"Mi scrivi che oramai non ti basta più l'animo di continuare in quella vita inerte alla quale sei costretto da un lungo anno, che non puoi sopportare l'idea che l'universale opinione abbia a condannare la ragione del tuo vivere attuale. Che però o in un modo o nell'altro ti sei deliberato di uscire di tanta ignominia, e di tentare la sorte comunque sia per esser destra od avversa. Io ho la tua medesima età e lo stesso calore del tuo sangue, ma sono più vicino ai fatti, e penso che quelle tue proteste se sono generose, sono però indebite. La tua virtù sta ora appunto nel sopportare tutta la noia di una vita inerte, nel far violenza agli impeti dell'animo tuo; nel frenare i fremiti dello sdegno, per quanto ei sia generoso. Il tuo coraggio sta nel porti appunto tutto solo contro alle punte della pubblica opinione; nel maturare dentro al lievito ingrato della passeggera calunnia, le azioni che poi ti alzeranno a perpetua ed inconcussa fama. Tanto è virtù in te il far nulla adesso, e il pensare alla tua conservazione, e al corroborare la tua salute fisica e la tua forza morale, quanta sarebbe in me il tentar tutto se l'occasione il portasse, e il mettere la mia vita a qualunque pericolo che comandasse la necessità. Se io cado, un altro, moltissimi altri, possono occupare il mio posto, e nulla v'ha di perduto ancora; me se avventurassi la tua vita in questo momento, saresti reo di aver messo all'azzardo il bene, del tuo paese e de' tuoi concittadini; se tu muori, tutto è finito; nella tua vita, nella tua esistenza è riposta ogni speranza; a te l'inerzia è dovere, come a me l'azione. Quando i fatti avranno risposto ai desiderj, quando le nostre mani ti avranno ricollocato nella tua città, allora ci scambieremo il carico: a te sarà indispensabile l'operosità continua, a me potrebb'essere perdonata anche l'inerzia. Per ora dunque abbi fede e speranza, e non ti dar cura del resto, e pensa che, nel frenare gl'impeti generosi della bollente tua gioventù, nel rattenere questa tua medesima virtù, c'è una virtù molto più alta e solenne perchè molto più difficile. Frattanto a noi pure ci conviene star qui attendendo; ma ho fede ne' destini che qualcosa ci abbiano a recar presto di nuovo. Il Morone, del quale pare che tu muova alcun dubbio nella tua lettera, e di cui per tutta Italia si bisbigliava, s'è finalmente rivelato quale e quant'è; e fingendo recarsi a Bressy per occuparvi il posto di governatore, a cui Francesco avealo eletto, uscì invece del Milanese e, fra qualche giorno, sarà qui in Roma egli stesso. Dopo un anno e più che il conte Galeazzo Mandello non dava più sentore di vita, gettato come s'era, a corpo perduto nella sua voluttuosa e viziosa indolenza, a un tratto, non richiesto, mi manda sue notizie, e, quel che più fa maravigliare, notizie della sua città, de' suoi concittadini, de' suoi colleghi, de' Francesi e del governatore. In quanto a lui ebbe a lottare due mesi, con pericolo presentissimo di morte, contro ad un malor fisico, che forse il guarì dalla sua torpedine morale. Mi scrive talune cose che, a tutta prima, sembrano involute di pazzia, ma che in sè stesse racchiudono molta verità, e pare siasi, in qualche giorno di molta alacrità mentale, occupato delle cose del suo paese, quasi fosse lui al timone dello Stato. "Al tempo di Lodovico, scrive, il nostro buon popolo sommava a duecentomila, ora siamo centottanta, e così continuando le cose, la nostra città si vuoterà in breve; così si vuotasse del tutto, che penseremmo allora a riempirla. I nostri cari patrizj che per ora non faccio mai degni de' miei saluti, e molto meno delle mie parole, accarezzati da certi cani che usano la volpe, accarezzano di rimando, consumano l'entrate nel correre e ripercorrere la strada da Milano a Parigi, nello sfoggiare alla corte di quel re spadaccino, di cui vorrei bene sperimentare il valore, che certo farei pianger Francia e ridere Italia. Le loro rendite che il nostro villano gli guadagna, si dilettano a scompartirle fra i parisiani. I loro concittadini, che per tanto tempo e così bene li calzarono e li vestirono, ora avrebbero a morir di fame se stesser qui. Ma non ci stanno per lor buona fortuna e per la rovina del loro paese, ed emigrano; e Parigi, continuando ad ingoiar scudi, ingrassa e fa pancia. A tutti questi malanni, ne vien uno di costa, che è il peggiore di tutti, ed è che il Borbone governatore è uomo eccellente, d'ottimo cuore e di gentili maniere; così a' patrizi è dato a rosicchiare qualche osso midolloso, e il loro capogiro continua. Che util cosa sarebbe che la fortuna mandasse tra noi qualche novello Busiride e, se fosse possibile, qualche cosa di peggio! Il cancro è spiegato; senza ferro e senza fuoco non si fa nulla. Non è che per il nostro meglio, che io desidero che un flagello spietato sollevi la nostra cute. I patrizj ritroverebbero allora il loro buon senso che hanno smarrito per via; la sventura è madre di sapienza, ed io la invoco." Questo mi scrive, il conte, insieme a molte altre cose su quest'andare, per cui mi sembra che quest'uomo, il quale non si diletta che di guardare e di non far nulla, sarà per far molto a suo tempo. Intanto il pontefice, che s'era acconciato a far buon viso a Francesco, pare ne sia adesso profondamente pentito. I Bentivoglio s'affannano a muover passioni ed ire, per suscitare qualche vespaio contro il santo padre, e si ha qui per certo che la Francia dà loro buonissime speranze. E se coloro i quali già furono spodestati si fanno lecito di rialzare la cresta, tanto più quelli che si senton forti de' loro possessi e delle loro armi. Se c'è un pensiero che dia molestia a Leone, egli è questo fuor di dubbio; e siccome per talune parole ch'egli medesimo si degnò rivolgermi, in occasione ch'io fui alla Malliana sua villa, mi parve si disponesse a gettarsi in quest'impresa a tutt'uomo e con tutte le forze e tutta l'autorità sua, così spero bene anche per noi... . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Il resto di quella lettera, toccando cose inutili al fatto nostro, crediamo bene di ommetterlo; piuttosto riporteremo un frammento che abbiamo trovato fra le carte del Palavicino, il quale parla di una corsa da lui fatta al lago Trasimeno, e del suo incontro colla signora di Perugia, vogliam dire colla Ginevra. Non sapremmo se questo sia un frammento di altra lettera, o sien piuttosto pensieri staccati ch'egli buttasse sulla carta, a sfogo della sua passione, più che per altro. Del resto è cosa piuttosto indifferente; e a qualunque uso abbia poi servito quel brano di scrittura, a noi torna assai comodo il poterlo riportar qui... con qualche cambiamento di sintassi e d'ortografia, s'intende, come abbiam praticato coll'altre lettere...

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"È corso un anno e sei giorni, da che ella fu divisa da me per forza... tengo conto dei giorni, tengo conto delle ore, tanto quel fatto mi sta sull'animo continuamente... e un mese fa la rividi...

Chi lo avrebbe sperato... e insieme... chi avrebbe mai creduto ch'io mi sarei rimasto peggio contento che mai dopo averla riveduta?...

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pure è tenace ancora la persuasione in me che il destino espressamente mi additasse colei per un fine ben più alto che la sola corrispondenza d'amore non sarebbe... se mai fosse questa un'illusione, mi giova assai, od io farò di perpetuarla.

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"L'irresistibile bisogno di rivederla anche una volta, facendomi por da canto qualunque pensiero di pericolo, mi spinse un dì sino a Perugia e al Trasimeno, e non so in qual altro assai più lontano e più difficil luogo non mi avrebbe sospinto. Seppi ch'ella usciva qualche volta sul lago, e sempre in compagnia del truce e osceno vecchio. In tale orribile condizione io doveva rivederla, pure io mi condannai da me stesso a quell'insopportabile supplizio. Era una mattina, da quel solitario lago era scomparsa ogni barca di pescatore, chè quando usciva il Baglione col suo seguito scompariva ognuno, tanto era il timore che si aveva d'incontrarsi in lui, tanta era la cura di scansarlo. A tal uomo io doveva dunque veder d'accanto la donna dell'anima mia... contuttociò dal luogo ov'io stava nascosto con un'ansia insolita attendevo che spuntasse la vela della barca ov'ella trovavasi... L'ho scorta da lontano... Con un tremito generale del corpo la stetti osservando che s'accostava d'onda in onda alla mia volta... Il cuore mi scoppiava... finalmente mi fu presso; erano sei barche, quella del Baglione veniva la prima... A stento potei guardare di sotto al baldacchino di broccato d'argento che rifrangeva i raggi del sole. Il truce e squallido signore se ne stava sdrajato su de' cuscini, e la Bentivoglio gli stava seduta presso.... Che momento fu quello!... Il sangue mi corse alla testa velandomi gli occhi, e fui a un punto di gettarmi di slancio in quella barca e a viva forza prendendo e stringendo a me quel corpo divino della Ginevra, con lei precipitarmi nel lago e finirla, e affogar seco in un fascio, chè altra via non c'era. L'orrenda tentazione mi venne... la vertigine mi avea preso; ma la corsa della barca che, investita dal vento, fuggiva come saetta dinanzi a me, potè impedirmi, ed ora ne ringrazio Iddio. Non pensavo, in quel punto, che della vita mia non mi era lecito disporre, chè ad altro oggetto io l'avevo consacrato col giuramento dell'anima mia...

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"E supplico Iddio che a quest'unico oggetto non mi faccia mai anteporre altra cosa del mondo, e dell'alito suo sempre mantenga viva in me la necessaria fermezza... La vita mi si rivela spesso da mille facce, e quand'una a sè irresistibilmente mi attrae dall'altra, di necessità, io sento dilungarmi... Purtroppo tutte le passioni dell'uomo vanno agitandosi in me, e insieme allo sgomento che in me produce talora il difficile posto a cui mi son messo, e pel quale altri mi crede adatto, uno strano timore mi assale, che il mondo seco non mi tragga con impeto molto maggiore che non sia la forza mia per superarlo. Io sono una creatura fragile... ed è bisogno ch'io mi convinca di ciò, chè così la spensierata fiducia non avrà a farmi cadere nella mia corsa.

"L'altro dì manifestava l'animo mio a tale che se ne vive solitario fuori di Roma... uomo fatto savio dalla dura scuola dell'esperienza... gli toccai della Ginevra e del pericolo che per lei io avessi a deviare dal mio vero cammino; ma colui mi confortò fermandomi nel concetto mio, che il destino avesse unito noi due espressamente... uniti nello scopo, se non nella vita... È fama che dei casi della Ginevra il santo padre sia stato commosso, però è a sperarsi che per lei s'induca finalmente a far quello che già aveva nell'animo... di spodestare Giampaolo. Se ciò fosse mai per essere, la Providenza ci avrebbe dunque uniti allora appunto quando ci separò. Per la Ginevra cade il Baglione, e con lui che è il più duro ceppo, tutti gli altri tiranni della Romagna... Per la caduta di costoro alla Francia mancherebbero ajuti, e sarebbe allora agevole il mezzo di farla sloggiare da Lombardia... ma Dio sa cosa cova in seno al futuro... e più che d'altri io ho sospetto di me medesimo e della mia giovinezza e del fervido senso il quale minaccia dappresso la mia prudenza... in questa Roma segnatamente... in questa viva luce... fra questa calma d'un popolo che i gaudi incessantemente rapiscon seco.

CAPITOLO XVI.