Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana
Part 18
Questi, anzi che considerare le molte figure a fresco che decoravano la vôlta di quella sala, cominciò invece a pensare a sè stesso, e a quella specie di metamorfosi che in sì poco tempo egli avea subito. Due anni prima, a Milano, le persone di maggior conto, colle quali per lo più ei trovavasi in contatto, erano gli scabini del Collegio dei Dottori, alle quali dava qualche grossa mancia perchè non ne avessero a cacciarlo, siccome intruso; e le classi dov'egli trovava i suoi migliori clienti, eran quelle dei vendarrostri e de' bruciataj. Ora aveva indosso una magnifica cappa di velluto nero, la quale alterava tutto il suo aspetto; quella tinta di mariuoleria plateale, che da molto tempo gli si era svolta in faccia, appariva coperta a più mani da una tinta di acume presidenziale: il _ludro_ insomma era scomparso per dar luogo a Talleyrand. Intanto trovavasi in una delle più sontuose camere d'uno dei più facoltosi romani, e, ciò che può far stupire chicchessia, per parlare all'uomo che col proprio nome doveva distinguere il suo secolo. La sfera delle sue speculazioni s'era cangiata. Non trattavasi più del povero borghese che metteva nelle sue mani la scarsa polizza perchè lo patrocinasse contro al creditore insolvente; era uno Stato, una città, un popolo al quale in quel momento egli doveva pensare, e di cui tra poco avevasi a far discorso. La cosa è così, nè più, nè meno. Del resto, ella è tale, che il Corvino medesimo se ne maravigliava.
E considerando la strana situazione in cui la fortuna lo aveva messo, d'uno in altro pensiero, per quanto il suo grave buon senso lo volesse trattenere dall'abbandonarsi ad eccessivi voli, pure fece delle speranze che, s'altro non fosse, avevano il merito di un'insolita audacia.... In questa s'era fermato innanzi al finestrone ad osservare la vasta scena della campagna e del lago che gli si distendeva dinanzi, men vasta certamente del campo dove le sue speranze correvano a furia, ma tale però da fermare l'attenzione di chicchessia.... Era da qualche tempo ch'egli se ne stava immobile a contemplare quella splendida natura, e gli effetti, per lui nuovissimi e interessantissimi, di un tramonto di sole nell'Agro romano, quando, sembrandogli d'avere udito il rumore di una porta che si fosse aperta, si volse.
Nella camera non v'era nessuno ancora, ma s'udiva il bisbiglio di alcune voci nella vicina, dalla quale un momento dopo, spalancatosi l'uscio da due servitori, un uomo passò in quella ove stava l'Elia Corvino, e i servi si ritirarono.
Il nuovo personaggio non dava indizio di essere nè un camarlingo, nè un maggiordomo, nè un segretario, ma non dava neppure nessun dato per formare una congettura. Aveva in testa un camauro che in vero poteva somigliar, per la forma, a quello di un papa, ma la stoffa e il colore n'erano affatto diversi. Intorno al collo aveva un fazzoletto bianco avvolto senza cura, indossava una breve cappa di sajo, e, ciò che più dava nell'occhio, eran due stivali grossi di bulgaro che gli passavano il ginocchio. Poteva parere nel suo complesso una foggia da cacciatore.... ma qualche cosa vi mancava per osser completa. Nè guardando al viso e alla corporatura del personaggio non vedevasi cosa che menomamente potesse acconciarsi ai costumi di un cacciatore. Esso cominciò a fissare l'Elia Corvino con quello stringere degli angoli delle occhiaie, proprio a tutti coloro che sono affetti da miopia; gli occhi che ogni tanto quasi scomparivano per quel lezio, erano eccessivamente piccoli in proporzione della faccia larga, grassa e paffuta. Tutto il corpo era notabilmente adiposo, e le mani grasse e pienotte anch'esse. Con tutto ciò, guardando a quel volto e a quella persona, c'era qualche cosa che, senza potersi nettamente definire, ingenerava un involontario senso di rispetto, anzi di soggezione, senso contro il quale, quantunque per brevissimi istanti, non potè star forte neppure il Corvino.
Dopo un breve silenzio, e quando appunto il Corvino stava per romperlo, il nuovo personaggio lo prevenne, e uscì in queste parole:
--Il Savelli e il Morone hanno parlato di voi a Sua Santità, ed è già da qualche giorno che il vostro nome sta sul suo libro dei ricordi. Egli sa che avete un progetto d'importanza da manifestargli e, a suo tempo, vi udrà egli stesso. In questo momento però vogliate manifestarlo a me, che sarà per essere la medesima cosa. Parlate dunque con libertà e non omettete parola. So già, intanto, che il vostro disegno ha per fine il miglior vantaggio della nostra cara patria; io starò dunque ad ascoltarvi con molto interesse.
Al Corvino crebbe la voglia di sapere chi fosse il personaggio al quale trovavasi in faccia, e intanto che lo stava esaminando parte a parte, e lo fisava in volto coll'immota attenzione dell'indagine;
--Io credo, rispose, con modi così franchi e dignitosi da parer uomo già da tempo avvezzo a vestir l'abito del _diplomatico_, io credo che l'Eccellente Morone avrà detto anche a vostra signoria in che press'a poco consisti il progetto mio?
--Me ne disse qualche cosa infatti; ma adesso desidero mi diciate voi tutto da capo.
--S'egli è così, porrò dunque da canto i preludj inutili.
--È quel che voglio.
--Comincierò quindi con dirvi, ch'io fui per qualche tempo in Perugia, e che vengo ora appunto da quella città.
--Va bene, e vi comprendo. Voi dunque avete veduto il Baglione?
--Non tanto lui, quanto le opere sue.
--E vi parvero?
--S'egli è vero che un tal uomo deve, finchè vive, pesare continuamente sul povero suo popolo, senza che nessuno provveda a purgare i tempi di una così atroce miseria, penso che la giustizia non c'è più nè in cielo nè in terra.
--Il cielo vorrà farla a suo tempo... in quanto alla terra, potreste aver ragione, ma.... continuate.
--Intanto che io moveva per quella città, e ad ogni canto vedeva i segni della più mostruosa oppressione, io pensava tra me come sarebbe utile, come anzi sarebbe santo il sottrarre una così bella città, ed anche un così buon popolo, dalla ferocia di questo vecchio tigre.... quand'anche fosse d'uopo dell'aperta violenza.... quand'anche fosse d'uopo passar sopra, chiudendo un occhio, su qualche patto internazionale.... Allora ho pensato al diritto delle genti....
--Al diritto delle genti? uscì allora a dire l'alto personaggio con significazione. È un banco d'arene molto incomodo il diritto delle genti, e molte volte rattenne la corsa veloce di più d'una barca.... Non parliamo del diritto delle genti....
--Ho dunque pensato che uno spirito forte, a suo luogo e tempo, dovrebbe anche saltarlo a piè pari. Il Baglione per non so qual patto è padrone di Perugia, questo è verissimo; pure non trovando in ragione una legge che stabilisca l'immobilità di un diritto avventizio a distruzione di un altro che vanti la sua origine dall'imparziale natura, penso che se fra i molti che hanno stato in Italia, e hanno virtù più valide di quanto sta scritto in una polverosa pergamena, vi fosse chi pensasse a togliere dal mondo una scandalosa ingiustizia che si cela sotto le larve del diritto; penso, dico, che colui si meriterebbe la benedizione di tutte le genti. Penserei poi che di tutti gli Stati, il solo cui spetterebbe un tal carico, sarebbe questo nel quale io sto....
--Voi parlate benissimo, e alle vostre ragioni difficilmente si potrebbero contrapporne altre migliori; pure non basta, non basterebbe nemmeno se anche il patto tra la Santa Sede e il signore di Perugia non esistesse.
--Io non comprendo.
--È presto detto ed è presto compreso. Questo sarebbe il caso di una guerra, e una guerra in questo momento è impossibile. Colui è ben forte in casa sua e, alzando la voce, ridesterebbe, fino a Napoli, gli echi di tutte le montagne degli Abruzzi, a provocare i latrati di quel centinajo di migliaja che ci ammorban l'aria di questo bel paese, peggio che quelle maladette Paludi Pontine. Una guerra.... in un'altra occasione, sarebbe presto fatta.... ma adesso abbiamo troppa carne a bollire, e per parecchi anni.... Abbiam Francia e Spagna, caro mio, che ci fa pensare e ci tien desti a mezzanotte.... Dunque, se i vostri scopi stanno qui.... mi rincresce a dirvelo.... ma per adesso converrà che il vostro bell'ingegno se ne stia inoperoso.
--Io non ho mai inteso di parlar di guerra; mi è troppo cara la pace. Vi dirò dunque che di tutto si potrebbe venire a capo senza rompere un sol momento il sonno de' popoli, basta che taluno sappia convenientemente spostare una sola pedina, e mettere sotto un piede, finchè dura l'urgenza quel benedetto diritto delle genti.
Il personaggio incognito si mise a sedere, e interruppe il Corvino, mostrando di avere a dir qualche cosa; si tacque però sul momento, e:
--Continuate, continuate pure con libertà, disse.
--Si parlò a lungo per l'Italia, e fu un plauso generale quando corse la voce che il carbonajo di Ripetta, coll'astuzia più che colla forza, seppe condurre in Roma il Grudio masnadiere, che fu poi decapitato, e da nessuno si pensò mai ch'ella fosse una violenza.
--Questo è vero.
--Dunque, tornando al Baglione, s'egli non è più scellerato del Grudio, non è migliore di certo, e se poi misuriamo la colpa in ragione del danno, crederei che tutti i misfatti di quanti briganti ha generato la Calabria non arriverebbero, sommati insieme, ad eguagliare i neri delitti di Giampaolo. Considerate perciò, che bel decreto della provvidenza sarebbe, se qualcheduno avesse l'astuzia del carbonajo di Ripetta, e la voglia di metterla in atto per lui.
--E vi sarebbe un tal uomo?
--Penso che vi sarebbe.
--E poi?
--Mi spiegherò in due parole: l'uomo va a Perugia, le vertenze tra la Santa Sede e il Baglione, siccome son molte, e intralciate e vecchie, così potrebbe sembrar ragionevole il desiderio di venire a un accomodamento. L'uomo dunque va a Perugia in qualità di commissario della Santa Sede.... V'hanno lacci per lepri, per volpi ed anche per tigri... d'uno di questi ultimi converrà far uso, e tosto si troverebbe il modo di condurre così il Baglione in Roma.... qui.... non ci sarà da pensarci due volte.... Il Castel Sant'Angelo ha veduto una popolazione di teste rotolare sul lastrico del secondo cortile, un'altra dunque non gli sarebbe di troppo; ecco tutto.
Il personaggio incognito, a queste parole, si alzò, e dopo aver dato di volta nella camera, lentamente e col capo basso, si fermò poi e piantossi in faccia all'Elia:
--E sareste voi quell'uomo?
--Io presterei l'opera mia.
L'altro tornò a passeggiar di nuovo, e di nuovo si fermò:
--Voi mi consigliate una giustizia, ed è una giustizia di fatto, ne sono convinto.... e se vi si concedesse un tal mandato, di nessun'altra cosa la mia coscienza sarebbe tranquilla, come di questa.... pure pel mondo potrebb'esser causa d'uno scandalo inaudito....
E qui s'interruppe, per soggiugnere poi subito:
--Basta, ci penseremo. È tal cosa alla quale converrà pensarci tre volte, non che una, e a lunghi intervalli l'una dall'altra, e interpelleremo chi si dovrà interpellare.... Non temo gli audaci partiti, disse poi, temo il mondo e i suoi giudizii.... Il mondo ha una foggia sua di valutare le cose, e persuaderlo è arduo, credetelo a me.
--Ci sarebbe poi da farvi un'altra giustizia, una giustizia privata, pure non meno santa della pubblica.
--Di che si tratterebbe?
--Sapete come tra il Baglione e il Bentivoglio, già signore di Bologna, abbian stretta una lega, primo pegno della quale fu il sacrifizio di quella sventurata figliuola del Bentivoglio, che da due anni è sposa del Baglione. Ella è la sesta moglie di questo infame uomo; le altre tutte morirono di violenza, come portò la fama. Che ragione di vita possa esser quella di costei accanto a così osceno e truce vecchio ognuno può immaginarselo. Intanto io so, ch'ella va consumandosi oncia oncia di crepacuore. È facile dunque a pensare quanto sarebbe meritoria l'opera di chi, facendole morire il marito, tenesse lei in vita e la difendesse contro una nuova violenza del padre!...
--Del caso di costei me ne fu già parlato, e mi dolse già che non si potesse far nulla per lei... pure codesta circostanza, per quanto minuta, potrebbe esser quella da rendere sufficiente la somma delle cause a farmi risolvere ad un passo; faremo dunque in modo che non mi abbia a doler più per lo innanzi.... Per ora basta così.... quando sarà tempo, avrete l'ordine di presentarvi alla Corte.... Adesso vi do licenza.
Ciò detto, senz'altre cerimonie, si ritrasse e scomparve dietro l'usciale, che subito si richiuse.
Il Corvino stato un poco sopra di sè pensando, chi mai esser potesse quel personaggio, fu interrotto ne' suoi pensieri dal servitore di camera che lo condusse fuori. A questo, nell'uscire, fu sollecito di dimandare chi era l'uomo col quale aveva parlato, ma non ne seppe altro, che il servitore disse che non gli poteva dir nulla, e lo avrebbe saputo poi.
Ora è molto probabile che anche il lettore, attraversata velocemente con noi la curva di questi due anni, desideri saper quel che sia avvenuto in codesto tempo, e da quali cagioni sieno scaturiti gli effetti di cui ha già intraveduto qualche cosa in barlume. È un fatto intanto, pur troppo incontrastabile, che la Ginevra Bentivoglio se ne sta a Perugia consorte di quel Baglione, sulla cui testa abbiamo potuto accorgerci che stia per crollare qualche ciglione di montagna. È un altro fatto che il Morone, entrato in sospetto di Francesco I e de' suoi Francesi, invece di accettare la carica di governatore statagli esibita, abbia stimato opportuno a sè ed al suo paese di emigrare e recarsi in Romagna; sappiamo.... molte altre cose sappiamo.... ma perciò appunto converrà aggiungere maggior luce al pallido barlume di queste notizie.
E qui correrebbe l'obbligo a noi di raccontare alla spiccia quanto è avvenuto, se alcune lettere del Palavicino medesimo, scritte sparsamente in que' due anni allo Sforza e al conte Galeazzo Mandello, non ci liberassero da questo officio.
Noi le riprodurremo qui, persuasi che il lettore, il quale di solito è assai mal prevenuto contro ai raccontatori, darà più fede al Palavicino, che scrive come gli vien dettando la condizione dell'animo suo, delle sue cose, di quelle del suo tempo, che a noi che viviamo tanto lontani da que' fatti.
LETTERA AL CONTE GALEAZZO MANDELLO.
_Roma, 7 novembre 1515._
"Tu mi scrivi, che dopo tanto tempo i nostri Milanesi non si sono ancora stancati di vibrare su di me il micidiale veleno della calunnia, su di me che, per verità, mi pare d'avere tutti i diritti alla commiserazione dei miei concittadini. Tu stesso, sebbene mi ti professi sincero amico, e me lo dimostri col fatto, sembra tuttavia non sia in tutto persuaso della rettitudine dell'operar mio in quella sciagurata circostanza della battaglia, della fuga, della doppia fuga.
"Tu mi scrivi che gli accusatori si dividono in due schiere; la prima, di chi m'incolpa d'aver rapita a viva forza la sventurata figlia del Bentivoglio, e perciò non cessa di vituperarmi per aver tentato di gettar troppo disonore su quella virtuosissima creatura, nella quale accusa trovo il conforto almeno che tutti sappiano e gridino altamente la virtù intemerata di lei; la seconda, di coloro a' quali sembra assai giusto ch'io abbia tentato di rapire la Ginevra, per liberarla così dalle mani di quel tristo Giampaolo, ma che non si stancano di gridare contro di me, perchè l'abbia poi molto vilmente restituita, e lasciatomi intimorire dalle minacce; e pare che all'opinione di costoro tu, in qualche modo ti accosti; però trovo necessario raccontarti la cosa, com'io devo pure saperla, e comincierò dal dirti, che tanto l'un'accusa, che l'altra si riduce a non essere che una pretta falsità.... Io non l'ho rapita; io non l'ho restituita vilmente. L'Elia Corvino, che tu devi conoscere, e che prese ad amarmi perchè feci un po' di bene al fratel suo, fu quegli che condusse le cose in modo perch'io quella notte mi trovassi colla Ginevra senza saputa sua, e quasi, starei per dire, senza l'assoluta mia volontà. Tutta la mia colpa si riduce nel non aver consigliato alla Ginevra di ritornare fra le laide braccia del suo tristo marito, quando una combinazione che, a tutta prima, mi parve fosse protetta dai destini, me la mise d'accanto. E di questo non ti dirò altro, giacchè tu pure avresti fatto il medesimo, e trovi ragionevolissimo che un gentiluomo che ha dato la sua fede ad una fanciulla, che pure gli si è promessa, debba difenderla dall'attentato dei tristi, chè tali erano suo padre e suo marito, al quale per forza e inumanamente il primo la volle sagrificata. Quanto alla seconda accusa, trovo che un complesso di combinazioni fatali le hanno dato un certo fondamento; ma siccome a tutti, e a te, dev'essere ignota la parte secreta, e più efficace, e più orribile di quella storia, credo bene di rammentartela qui a brevissime parole.
"L'angoscia che in que' giorni del suo malaugurato matrimonio ebbe ad accasciare la complessione della Ginevra; lo sbattimento continuo dell'animo agitato da mille passioni, e tutte procellose, come puoi ben credere, lo sgomento che l'assalì in quella sera in cui ella ebbe a trovarsi nella medesima lettiga con me, la sua virtù che la teneva in un atrocissimo contrasto tra l'amore e il dovere, lavorarono di tanta forza sul già stanco suo corpo, che pervenuti al mio castello d'Aquanera in Lodigiana, guardatala in volto, ebbi a spaventarmi del quanto ella si fosse trasfigurata. Una violentissima febbre con brividi gelati l'era entrata addosso pochi momenti prima. Messa a letto, e confortata con panni caldi da quelle mie villeggiane, che le si misero attorno con molto amore, non diede alcun segno di miglioramento, che anzi le sconvolse il cervello un così violento delirio, che faceva pietà e ribrezzo a un punto. Io credeva tuttavia che in poche ore un sì repentino malore fosse per dar luogo; ma la mattina, trovatala peggio ridotta che mai, e tanto prostrata che pareva fosse per passare da un momento all'altro, io diedi in tale disperazione e in tali smanie, che avrei anteposte le pene dell'inferno a quell'insopportabile tormento che non mi lasciava aver requie; pure potei pensare che, smaniando così, non si veniva a capo di nulla, e che bisognava pure l'opera del medico in quel pericoloso momento, onde spedii di volo a Milano una lettera ad Elia stesso perchè mi cercasse l'Accurzio, medico, il più riputato della sua professione in Milano, come tutti sanno, e il più scellerato e ipocrita, come io so meglio di tutti, e come tu saprai fra poco. Verso la sera di quel dì stesso, impazientissimo d'indugio, perchè da questo poteva dipender la morte del maggior bene che avessi al mondo, vidi finalmente comparire una cavalcatura; ed era l'Accurzio infatto coll'uomo che aveva mandato a Milano e l'Elia Corvino. Questo, avendo letto nel foglio che gli aveva spedito, come fosse a mal termine la Ginevra, messosi in certa apprensione, per quel pericolo in sè stesso e pei maggiori che ne potevano scaturire, volle egli medesimo dirigere ogni mossa e, tenuto segreta ogni cosa all'Accurzio, quando me lo presentò, trattomi in disparte, mi disse com'io dovessi comportarmi seco lui, e che essendo uomo avarissimo e di poco cuore, badassi a caricarlo bene di fiorini e di scudi.
"L'Accurzio non sospettava di nessuna cosa e mi domandò chi mai fosse in pericolo della vita perchè fosse necessario l'intervento suo. Senza rispondere a quelle prime parole, cominciai a tocargli il guanto con un rotolo di scudi, poi, a poco a poco, gli palesai come fosse la cosa e di chi si trattasse, e come fosse mestieri di tenere il segreto. Dapprima mostrò di maravigliarsi molto, e mi parve a cert'atti, volesse quasi levarsi di tale intrigo; ma com'io durai un pezzo, quasi colle lagrime agli occhi, a scongiurarlo perchè non ci abbandonasse lei e me in quel durissimo punto, risposto che farebbe, mi seguì nella stanza dove giaceva mal condotta la povera Bentivoglio. Davvero, che a quel tristo, io non so in certi momenti negare la mia gratitudine, pensando che fa per le sue cure, s'ella potò ancora ritornare in vita; ben è vero che al prezzo che a lei la fece pagare, ed a me forse più che a lei, poteva bene pensare al modo di farci morire ambidue in una volta, che sarebbe stato per il meglio. Senti questo: venuto il sesto dì, e veduto com'ella si fosse riavuta, tanto che più non le occorresse l'opera sua, l'Accurzio disse, che gli bisognava recarsi a Milano, e che tosto sarebbe tornato il dì dopo. Io gli risposi facesse il suo comodo, e senza più, facendogli giurar mille volte che avrebbe custodito il segreto, e messogli nel pugno un altro rotolo di fiorini d'oro, di cui quel tristo mai non finì di rendermi grazie, allestitagli la cavalcatura, lo feci scortare a Milano.