Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana

Part 16

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Quando la scritta fu sottosegnata e tutte le formalità furono adempiute, il conte Galeazzo lesse ad alta voce quanto aveva scritto, poi, rivolto al giovane gendarme, gli disse in francese quel che noi mettiamo qui tradotto:

--Signore, gli disse, non avrete a male se questa carta sarà fatta circolare per tutte le gentili mani delle nostre belle milanesi; così nè uno sguardo, nè un sorriso, nè una parola vorranno gettare a voi, neppure per carità, e quand'anche vi rifugiaste colà, dove il vizio ha fatto l'ultima sua prova, neppure in que' luoghi troverete femmina sì proterva che si lasci pizzicare da voi. Son donne curiose le nostre, e non amano i volti sfregiati, voi mi comprendete. Cosi, finchè rimarrete qui, il tempo vi scorrerà assai tristo e privo di conforto al tutto, tanto che v'augurerete trovarvi ancora fra le corpulenti borghesi di Reims, e l'istinto copulativo insaziato vi condurrà a mal termine. Ora ne potete andare, ma serbate in memoria bene, che fra le donne, delle quali avete mostrato far così poca stima, l'onestà non è minore della loro bellezza.

Il lettore avrà notata una certa contraddizione tra queste parole dette al gendarme e alcune altre dette al Palavicino.... ma è appunto una tale contraddizione che fa molto onore al carattere del Mandello.

Il biondo gendarme, tutto mogio e costernato, uscì fuori finalmente, accompagnato da quattro servi che gli fecer lume colle torce.

Quando il conte Galeazzo si trovò solo, si tolse il piumato berretto, si svestì la cappa di broccato d'argento, gettò lontano da sè tutti quegli ornamenti che da tre anni non s'era mai mossi intorno, e tutte quelle delicatezze necessario, a chi si reca fra le pompe e le delizie d'una lesta, pentito oltremisura d'averle riprese per mezza giornata, di aver rotta un momento la sua regola, d'avere con una momentanea sobrietà fatta più lucida la propria intelligenza, e d'essersi così procurato il dispiacere di vedere e di provare in sè troppo più di quello che faceva di bisogno. Indossò ancora la sua semplica cappa di velluto nero e, gettatosi nella sua gran seggiola, chiamò l'uomo di camera. Questi capì ciò che voleva il conte, e un momento dopo, sulla tavola che gli stava d'innanzi, a promovere il buon umore, fu recata una batteria di bottiglie e di tazze dove l'oltrepò ribolliva e frizzava. E quella sera ne bevè una così smoderata quantità, che quando sentì il bisogno di recarsi a dormire, dovendo passare per certe sale che conducevano alla camera da letto, v'impiegò molto più tempo che non faceva bisogno, e, giunto che vi fu, al lume della candela che pei densi vapori che gli erano andati alla testa, gli pareva avvolta come in una nebbia, penò molto a trovare la rimboccatura delle coltri, nè gli riuscì più facile il cacciarsi sotto. Da quel giorno in poi la sua intemperanza d'eccesso in eccesso giunse a tal punto, che parve volesse minacciare perfino la sua salute. Il suo fine altro non era che di mettere una sì balorda confusione nella propria testa, da non conoscer più in che mondo si fosse. Finchè si rimase a Milano, non fece mai più vedere la sua faccia in pubblico; e quando sentì bisogno di moto e d'aria libera e sana, si ritrasse a vivere in campagna lontano dagli uomini, lontano dai rumori, lontano da tutto ciò che gli potesse recar qualche noia.... Ma vorrà durar sempre in questa ragione di vita sì vergognosamente inerte?... Ma sarà irremissibilmente perduto quest'uom forte, da cui la società avrebbe potuto cavare così grande vantaggio? Gli eventi incalzano gli eventi, e stanno or forse a maturarsi quelli che lo scuoteranno dal vituperoso letargo.

Intanto che si sviluppò e si sciolse questo intrigo che abbiamo raccontato, nelle sale delle feste era avvenuta cosa di ben più grave momento. Elia Corvino che, avvolto ne' suoi panni signorili, passeggiava da più di due ore fra tante cappe e tanti mantelli, col pensiero e collo sguardo attentissimo a tuttociò che succedeva nelle sale, e mai non aveva perduto di vista i tre personaggi dei quali gli conveniva sapere ogni benchè menomo movimento, quando vide staccarsi dalla sua sposa il magnifico signore di Perugia, e recarsi nelle sale da giuoco (ove fin dal principio della notte s'era ritratto il Bentivoglio con alcuni baroni francesi), e lasciar la Ginevra insieme alla moglie del masciallo Chaumont, (quel Chaumont che aveva dato un salvacondotto ai Bentivoglio la prima volta che ebbero a fuggire da Bologna); allora s'accorse che se non sapeva approfittare di quel momento, forse ogni speranza era perduta, e per sempre. Non senza una certa inquietudine, che s'apprende anche agli uomini più audaci ed avvezzi a tentar cose che, non riuscendo, possono produrre la propria e l'altrui rovina; guardava di tanto in tanto per la fuga delle sale fino alla gran porta d'ingresso per vedere se mai entrasse il fratello ad annunziargli qualche nuovo inciampo, che troppo temeva dell'insofferenza del Palavicino e del suo carattere impetuoso; inquietudine che, durando a lungo, gli aveva vestito la parte superiore del volto di un vivissimo rossore, pari a quello che solea coprire le guancie di Bonaparte la vigilia delle sue battaglie; ma l'impresa a tentarsi, se non era di sì alta importanza, non era però d'esito meno incerto e men difficile; però assai perplesso, stava in aspettazione. Quando ad un tratto la voce sonora del conte Galeazzo Mandello, alzatasi al disopra del generale frastuono, e le parole non meno sonore e impetuose del giovane francese produssero in un subito quel generale silenzio che sappiamo, e tosto, per un impulso comunicato macchinalmente a tante persone in una volta sola, la folla tutta quanta trasse nella sala donde le voci erano uscite. La maraviglia e l'impaziente desiderio di venire in cognizione del fatto, aveva in un momento scomposti tutti quei cento gruppi di persone che s'eran formati di distanza in distanza. Così anche il maresciallo Chaumont abbandonò il braccio della moglie, questa, il braccio della Ginevra, la quale per esser tutta agitata e compresa della sua terribile condizione, non potendo venir scossa da verun altro accidente, rimase indietro più di dieci passi. Accorse allora il Corvino con quella sicurezza di chi vede non poter più mancar l'esito all'intento. Accorse, e s'avvicinò alla Ginevra dicendo: _Signora, vostro padre vi chiama._

La Ginevra si volse.

--Vostro padre e il magnifico Baglione vi chiamano là; e additando una sala a sinistra, che da un lato metteva nelle sale da giuoco, da un altro nei corridoi d'uscita, con molta gentilezza di modi e con quel fare cavalleresco, al quale non doveva esser nuovo, la prese pel braccio e la trasse con sè.

La chiamata del padre e la presenza del gentiluomo, sebbene non fosse di sua conoscenza, eran cose tanto naturali, ch'ella non ci fece sopra neppure un pensiero, e neppure un momento stette in forse di seguire il cortese gentiluomo.

Questo intanto, come l'ebbe tratta nella sala vicina:

--Sono già usciti di qui, disse; certo che vi attendono al vestibolo o il Baglione s'è già messo in carrozza, non potendo più sopportare il rumore e il caldo eccessivo delle sale. Permettete dunque che v'accompagni io stesso.

Elia Corvino, che sapeva benissimo com'è fatto il cuore umano, aveva contato sull'alterazione d'animo, in che naturalmente doveva trovarsi quella sera la Ginevra, alterazione che non gli avrebbe permesso di notare quanto ci poteva essere di men regolare in un fatto qualunque, e, per verità non s'era ingannato.

Attraversato dunque il lungo corritoio per mezzo a due file di servi gallonati, senz'accidente di sorta, pervennero finalmente sul limitare della soglia del vestibolo posticcio, messo a drappi, a drappelloni di frange d'oro ed a festoni di fiori. Il murmure alto, incessante della folla minuta che s'accalcava intorno al vasto padiglione, per vedere entrare ed uscir cappe signorili, il calpestìo di quelle cento cavalcature che s'attendevano là, giacchè la maggior parte dei gentiluomini soleva ancora a que' tempi recarsi dovunque a cavallo, il cicaleccio di quel migliaio di palafrenieri che ingannavano così la noia dell'aspettare, gl'irrequieti movimenti di quei trenta o quaranta cocchi a due ruote, chè le carrozze propriamente dette a quattro ruote furono introdotto molto più tardi, le grida dei cocchieri, lo sbattere delle fruste, avvolse i due che usciron fuori all'aperto in un turbine così vasto e così forte di frastuono, che, anche parlando ad alta voce, non si sarebbero intesi.

Allora il fratello del Corvino, che d'accanto alla lettiga (o carrozza che dir si voglia) del Palavicino, stava sull'ale e non aveva pur un momento stornato lo sguardo da quella uscita, accorse, appena li raffigurò, colla prestezza di chi si fa a raccogliere una moneta d'oro caduta di tratto, e non voglia esser prevenuto dalla folla che già accalcandosi fa a chi prima arriva. Accorse, si recò presso la Ginevra, è disse:

--È in lettiga! venite, presto!

A queste parole l'Elia Corvino si slanciò innanzi, gettando un'occhiata d'iraconda impazienza su tutta quella folla che poteva impedire alla carrozza d'allontanarsi rapidamente di lì, si recò presso lo sportello, che già stava aperto, e del braccio aiutò la Ginevra a salire. Alla giovane in quel momento si conturbò l'anima d'uno di quelli eccessi di sconforto disperato che ci rendono insensibili a tutto ciò che ne succede d'intorno. Credette salire nel cocchio del Baglione, che tutti erano d'una forma a quell'epoca, per esserne recentissima la moda e l'introduzione in Italia; credette che l'uomo che se ne stava ravvolto sdraiato in un canto fosse l'odioso vecchio, dal quale non era cosa che più oramai la disgiungesse, provò quell'orrore senza lagrime e senza parole che tramesta l'anima, di chi sale la scala del patibolo, e gli mette tal tremito per tutta la persona, che cadrebbe se non fosse sorretto. E il Corvino sentì infatti pesarsi sul braccio il corpo della Ginevra come se, perduta ogni virtù vitale, fosse stato per ripiegarsi su di sè e cadere inanimato in quel punto. Finalmente riuscì ad adagiarla, chiuse le cortine di corame damascato e si ritrasse. Tra quel formicolaio di cavalcature, di bussole, di lettighe e di moltitudine si fece uno slargo, e i cavalli dovettero procedere assai lentamente, finchè la folla non fu al tutto diradata. Il Corvino s'indugiò per qualche tempo per assicurarsi pienamente della riuscita dell'opera sua. Ma quando pensò a togliersi di lì, un grido, che doveva esser stato acuto, ma che gli giunse all'orecchio velato e fioco, attraverso a tanto rumore, lo colpì e io sconvolse. Si attese ancora qualche tempo in una gran perplessità. Ma vide finalmente ricomparirsi innanzi il fratello, che gli disse:

--Sono usciti di città adesso; non c'è più nessun pericolo.

--Ma la Ginevra mandò un grido, mi pare, un momento fa?

--Era troppo naturale; ma nessuno non volse neppure la testa, e, quel ch'è fatto è fatto.

Assicurato allora che quel grido, se pure non svanì inavvertito a tanta moltitudine, non aveva però fatto muovere un passo a nessuno, il Corvino si mosse per rientrar nelle sale, desideroso di venire in cognizione di due cose: della cagione che aveva promosso quelle parole di ferro e di sfida, che un momento prima avevano conturbato la giocondità della festa e giovato così bene al suo intento; e dell'effetto che sarebbe per produrre sul Bentivoglio e sul Baglione l'improvvisa scomparsa di Ginevra. Per verità, che ambedue codeste cose, e la seconda segnatamente, meritavano bene ch'ei ritornasse nelle sale, ma pensatoci due volle, e veduto che non era senza pericolo, che era troppo facile l'essere stato veduto colla Ginevra da qualcheduno, che si poteva venire a schiarimento, e non era improbabile il non poterne uscir netto, fermò invece d'allontanarsi sull'istante.

In quella, udito batter l'ore alla chiesa di San Nazaro, pensò che poteva in quella notte medesima, giacchè non era tardissimo, recarsi al palazzo del Morone, e quando non fosse in castello col duca, dargli la notizia che pareva esser tanto desiderata da quell'illustre personaggio.

Il Morone abitava in quella contrada, alla quale fu poi dato il suo nome, e lo conserva tuttora; conveniva perciò all'Elia Corvino far molta via prima di arrivarci; ma il pensiero dei quattrocento gigliati che avrebbe contato, e la soddisfazione d'aver saputo condurre a così buon termine il suo disegno, del quale aveva già incominciato a disperare, gli fecero parer brevissimo quel tratto di strada, e s'avviò. Giunto in quella contrada, e veduta illuminata l'ultima finestra del palazzo:

--C'è senz'altro, disse; ora staremo a vedere se mi si vorrà aprire a quest'ora. E accostatosi alla porta, e preso il martelletto, diede quattro colpi risoluti. Dopo qualche momento, dalla finestrella che stava ad un dei lati della porta, uscì una voce:

--Chi è che picchia a quest'ora? Chi cercate?

--Son io, e cerco dell'illustrissimo messere.

--A quest'ora? tornate domani; a quest'ora non riceve nessuno, quand'anche fosse sveglio.

--È sveglio senz'altro, ed io, da star qui, vedo il lume dalla finestra del suo studio. Io mi chiamo Elia Corvino, ed annunziatemi a lui, che vi dirà subito d'aprirmi.

--Bene, bene, aspettate che vo e torno.

Dopo quasi una mezz'ora, senti il rumore delle spranghe di ferro che scorrevano, e vide la porta aprirsi.

Fu introdotto, e salì nel gabinetto del Morone.

--Che gran novità ti ha fatto venire da me a quest'ora? domandò il Morone con una voce che pareva alquanto alterata, appena vide spuntare la testa del Corvino.

--Vi reco tal nuova infatti, per la quale domani tutta Milano ne sarà sossopra, e due vecchi disperati. Quella infelice Ginevra Bentivoglio, che all'alba di quest'oggi medesimo fu sposata al Baglione, annoiatasi di lui, in pochissime ore, e prima di numerar tutte le grinze della vecchia sua pelle, senza far tanto rumore, ha trovato il modo di fuggire col Palavicino; e può darsi benissimo che, in questo momento, senta scoccar le otto all'orologio dell'abbazia di Chiaravalle.

--La novella potrebbe esser buona; ma sarebbe stata migliore, se si fosse sparsa ieri piuttosto che oggi, e che la Ginevra fosse fuggita ancor fanciulla, anzichè moglie.

--Non tutto ciò che si vuole si può, illustrissimo. Del resto, la Ginevra, a rigor di termini, è fanciulla tuttora, e se mai volesse votarsi alla Vergine, questa non la rimanderebbe.

--Si ha qualche notizia del Baglione o dell'altro?

--Per ora no; ma si può bene essere indovini. Peccato per altro, che la vecchiaia li abbia lasciati senz'unghie, chè la lotta tra l'orso nero e l'orso bianco che, due anni fa, mise a rumore il serraglio ducale, si sarebbe rinnovata.

--Quand'è così, va benissimo, disse il Morone con una voce sottile, e sorridendo.

--Ci ha poi ad essere un'altra novità.

--Di' presto, e spacciati.

--Ho sentito nelle sale delle feste la voce sonora del conte Galeazzo a sacramentare, credo che fosse, con uno di que' giovani baroni francesi, il quale, trasportato dall'ira, rispondeva in tuono alto esso pure, con una voce in chiave di clarinetto che passava le orecchie. Minacciava insomma uscirne qualche sconquasso; del resto, le mie notizie non vanno più in là.

--Aveva forse il solito suo male, il conte?

--Tutt'altro; anzi era benissimo in sè stesso; lo sentii parlare quattro parole con assai dignità al connestabile di Borbone.

--Se sarà nato qualche sconcio, la sua croce di S. Michele lo salverà. Ora veniamo a noi! Domani tu sarai da me all'alba, che darem corso a quello che tu sai, e ad altro se occorrerà. Intanto mi bisogna star solo, chè ho a scrivere questa lettera al re, e a te non rimane altro che di fare la buona notte.

Il Morone si mise allora a sedere allo scrittoio, e il Corvino, uscito che fu, si recò finalmente a dormire il suo sonno nel solito covile al quinto piano, contentissimo del fatto proprio come lo era forse stato mai prima di allora.

Del rimanente, è ben ragionevole che il Corvino fosse quella notte così pago di sè, che, giovato dalla fortuna, le cose gli eran corse di maniera, che a nessuno trapelò mai per allora da chi fosse stato immaginato e colorito quell'arrischiato disegno, e la scomparsa della Ginevra Bentivoglio avvenne così felicemente, che nessuno se ne accorse, e parve davvero che i destini avesser voluto, in quell'avventura, intervenire espressamente col loro aiuto.

Ed ecco come in proposito si esprime un cronista contemporaneo ai fatti che raccontiamo:

_"Alli diciassette del suddetto mese_ (settembre), _in tempo che al tentorio di Porta Romana si facevan gazzarre per l'arrivo delli Franzesi, improvvisamente è scomparsa dalle feste la diuina figliola del Magnifico Bentiuoglio, Signore di Bologna, nè per allora si è mai potuto trovar come; et fu con grandissima maraviglia et scandalo de li Milanesi quando corse la voce, essere la predicta figliola fugita con il Marchese Palavicino, et magis conoscendosi da ognuno quanta fusse la virtù de la figliola et quela del predicto giovine"._

Ora vogliam rifarci indietro un momento, a ritrovarli ove li abbiam lasciati.

CAPITOLO XIV.

Le sensazioni che provar può un uomo, il quale dannato a una perpetua prigionia, passa, la prima volta, dal giorno, dalla luce, dal rumore, nella tetra oscurità di un sotterraneo, dove, quasi fosse scagliato fuor del mondo e della vita, assai tempo prima di morire, sa che la propria esistenza vi si consumerà impreteribilmente; furono le sensazioni che assalirono e strinsero l'animo della Ginevra nel frattempo che la lettiga a ruote, avendo a rompere dinanzi a sè le onde impetuose di una folla stivatissima, procedeva lentamente e a fatica. Il sentirsi chiusa in così breve spazio con colui che ella teneva pel suo vecchio consorte, il sentirne il respiro frequente e affannato le dava una noja indicibile; persino il mantello di lui che, per le scosse del cocchio, veniva a toccare e a strofinare il raso delle sue vesti, promoveva in lei quello schifo di chi sente il tatto di cosa sudicia e fetente. Aveva nel sangue l'agitazione e lo spavento di chi si vede a lato il carnefice, e provava quel ribrezzo pauroso di chi è costretto a viaggiare con un cadavere; perciò s'andava sempre più rimpiattando nell'angolo della lettiga, come per allontanarsi, mentre amaramente rimproveravasi di non aver saputo star forte contro alla paterna volontà; ed ora che s'accorgeva che l'angoscia del trovarsi insieme al vecchio era mille volte più dura di quanto ella medesima aveva sospettato prima d'esser congiunta a lui, tormentavasi sempre più di non aver avuto il coraggio di rifiutare un così orribile supplizio.

In quanto al Palavicino, continuava nella direzione di que' pensieri che da due ore lo tormentavano, alterati in quel momento da nuove ansie, da' nuovi timori; ad ogni tratto che percorreva la lettiga temeva insorgesse d'improvviso una voce, un grido tra la moltitudine, e il suo nome ripetuto dalle voci furibonde del padre, del marito della Ginevra, passasse di bocca in bocca tra la folla maravigliata, e si accorresse da tutte le parti a circuirlo, a togliergli d'accanto la Ginevra. Lo scandalo, le vergogne, i pericoli, le sventure che ne sarebbero derivate lo facevan ardere e gelare; si rodeva tra sè che il cocchio procedesse così lentamente, e la stizza e la noja e lo struggimento gli era più incomportabile in quanto era costretto a starsene tranquillo in un angolo, silenzioso, immobile, avvolto nel proprio mantello, ed era impazientissimo di svelarsi alla Ginevra, di troncare quelle dolorose incertezze, di sollevare la fanciulla da quella condizione tormentosa, in cui naturalmente ella doveva trovarsi da molti dì.

Ma la folla a poco a poco cominciò a diradarsi, a dividersi, a non apparir più che in qualche gruppo sparpagliato, a lasciar finalmente sgombra la via del tutto. Allora i cavalli presero il trotto, e la lettiga fu tratta innanzi rapidamente. A un certo punto i palazzi, le case finivano, e cominciava un basso muro che cingeva le ortaglie. Il disco della luna lucentissima in un bel cielo sgombro e stellato non essendo più coperto dall'altezza degli edifizj, vibrò un raggio nell'interno della lettiga e rischiarò il volto accorato della Ginevra. Svolgevasi in quella il Palavicino dal suo mantello e, credendo fosse opportuno il momento, si volse, mosse il labbro mandando un debol suono di voce, e guardò la Ginevra, che guardò lui.

Fu in quel momento che, all'orecchio di Elia Corvino arrivò, velato e fioco, attraverso al frastuono, quel grido che lo aveva messo in apprensione.

Del resto, quel che avvenne nella mente e nell'animo della Ginevra al vedere dinanzi a sè, come se per arte di magia fosse avvenuto un repentino tramutamento, la faccia bella e giovanile del Palavicino, invece della turpe canizie del Baglione, che tumulto scompigliato di nuove sensazioni, e di nuovi affetti succedesse in lei, non può essere spiegato che da quel grido ch'ella non potè trattenere, e che fe' correre un gelo per l'ossa al Palavicino, il quale si tenne perduto, tanto timore lo prese che, accorrendo la moltitudine, fosse presto un terribile intrigo. Per un moto involontario, aveva bensì a quel grido gettato un lembo del mantello sulle soavi sembianze dell'atterrita fanciulla, a tentare di soffocarlo a mezzo, intanto che, per un altro moto d'istinto rattenendo persino il fiato, si era ristretto tutto in sè, quasi credesse sfuggir così alle ricerche della moltitudine. Il cuore gli voleva scoppiar sotto il giustacuore. Per buona ventura non accorse nessuno, i cavalli, sferzati dal cocchiere, che s'era spaventato la sua parte, raddoppiarono la corsa, la strada si fece sempre più deserta e silenziosa.

Ma il timore si accrebbe nel giovane Palavicino, quando s'accorse d'esser presso alla porta della città, dove era probabile che oltre la solita scorta di gabellieri ci sarebbe stato un rinforzo dei lancieri del re. Pensando allora che un altro grido non sarebbe di certo passato inavvertito, e che la rovina poteva esser pronta;--Zitto, per carità, disse sommesso alla Ginevra, con quel maggior fervore che può darsi ad una preghiera, e colla maggiore soavità che può avere l'affetto. Zitto, per carità, o noi siamo perduti; io e voi.

In quella, il bisbiglio di più voci, qualche sghignazzamento, una turpe canzonaccia cantata da una rauca voce, alcuni passi ferrati che facevan suonare il terreno, l'avvisarono che si passava sotto l'archetto della porta della città. Non era fibra che non gli tremasse, ma la carrozza fu tratta oltre veloce, e finalmente egli altro non vide che cielo ed alberi.

Allora, sciolta la Ginevra, amorevolmente la chiamò per nome.

Ma alle prime sensazioni, quali altre erano succedute nell'animo di lei?

Se il Manfredo fosse stato il suo promesso, se mai non fossero insorti ostacoli ad avversare i loro amori, se in quel momento si fosse trovato con lui per un procedimento comune delle umane cose, sicura che il proprio padre amava e benediceva l'affettuosa corrispondenza, ed era vicina la solennità delle nozze; ella, per quell'istinto di femminile ritrosia, che di tutto si adombra, quand'anche fosse stato egualmente forte l'amor suo pel giovine, pure sarebbesi comportata seco con assai riserbo. Ma in questo momento l'affetto per lui, che da tre anni era l'assiduo suo pensiero, proruppe invece con un impeto sì eccessivo, che a tutt'altri che a lui sarebbe quasi parso indizio di pazzia. Un certo che di febbrile alterazione che aveva nel sangue da qualche ora, quell'improvviso passaggio da uno stato ad un altro, così diversi, così opposti, quell'istantanea gioia, quell'estasi suprema successa al gelato terrore che da più giorni non le lasciava aver bene, le generarono nell'animo tal mistura di commozioni così eccezionali, che giunsero persino a far tacere in lei quel non so che di femminile alterezza e di ritrosia che le era sì proprio, per la qual cosa in sulle prime, tutto bagnando di lagrime il volto del Palavicino, si lasciò andare senza ritegno ai più teneri ed espansivi vaneggiamenti dell'amore.