Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana

Part 15

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Intanto che costui è tutto intento alla sua caccia, e però gli è forza provare sino a che punto possono arrivare i tormentosi effetti della noja, e come costi il pane che si guadagna coll'industria propria, faremo di divertire un momento da lui i nostri sguardi, e di volgerli un momento su qualch'altro oggetto.

Il conte Galeazzo Mandello anch'esso, dopo tre anni, era ricomparso in una pubblica festa a far mostra del suo grand'abito di drappo d'argento riccio, e della sua croce dell'ordine di S. Michele. E a chi lo aveva veduto tre giorni prima nelle sale, dove a furia era entrata la più cenciosa bordaglia di Milano, accomunarsi coi più schifosi trecconi e dar parole alle più laide briffalde, assumendo, per abbassarsi al loro livello e per armonizzarsi seco loro, persino i modi e il linguaggio solito a tenersi nelle più affumicate taverne di Milano, avrebbe durato fatica a riconoscerlo.

Sotto a quei ricchi padiglioni, una sfarzosa moltitudine di giovani gendarmi francesi, tutti appartenenti alle più cospicue famiglie di Francia, passavano e ripassavano con quel far giulivo e sprezzante del soldato, che si trova fra la popolazione di una città conquistata, e quel guardare ammirato di chi per la prima volta vede persone e costumanze che gli sono sconosciute. In mezzo a costoro però si trovavano personaggi d'altissimo ceto, seguiti dal loro corteggio, taluno de' quali, erano stati dal conte Galeazzo conosciuti tanti anni prima in Francia, quando mandato colà dallo Sforza, s'era tanto distinto in quella guerra dei baroni: con costoro, assunse a tempo in quella sera una gravità che non gli era abituale e intrattenendoli in discorsi conditi di una dignitosa e superba sprezzatura, aveva potuto ingenerare in essi un'alta opinione del milanese patriziato. Quantunque sapessero quei francesi gentiluomini ch'esso aveva combattuto contro di loro, pure non avevano nessun rancore seco lui, chè anzi lo stimavano assai più, e la croce di S. Michele, che loro richiamava alla memoria il valore straordinario della milizia lombarda in Francia, e i suoi discorsi pieni di senno facevan crescere quella stima, Misurando poi dal conte tutti gli altri milanesi gentiluomini, s'erano, in quei primi momenti che trovavansi in Milano, fatto tale un concetto de' Milanesi, che certo poteva appagare qualunque schifiltoso amor proprio nazionale.

Era una delle qualità affatto particolari all'indole del conte Galeazzo, l'assumere a tempo un'apparenza che faceva al caso, l'assimilarsi a tutti i ceti, il ricordare, se faceva bisogno, il proprio ingegno, la natura propria, tanta ne era, a dir così, l'estensione dei toni e il numero delle corde, con tutti i caratteri possibili. Anche un momento prima era egli uscito da un lurido luogo, praticando i quali era solito dire che andava cercando le margarite nel mondezzajo, dove si era dilettato a far rompere caraffe e bicchieri, con grande edificazione di quelle faccie da quattro testoni; e razzimatosi alla meglio dopo tre anni, e dopo tre anni tornatosi a spruzzar d'acqua nanfa, (esso che sfuggiva ed era sfuggito a vicenda dal più nobile ceto, dal momento che s'era dato a quel genere di vita così scandalosamente vituperevole), era accorso alle feste in quella sera, come se avesse sentito che era urgente il bisogno del suo aiuto, per tenere in prezzo, a dir così la dignità nazionale, e l'esito avea risposto benissimo alle sue intenzioni.

Ma intorno a lui passava pure e ripassava una sfarzosa moltitudine dei più ricchi gentiluomini milanesi; marchesi, conti, baroni, che sfoggiavano tutta l'eleganza del vestire di quell'età, i manti d'ogni colore, di velluto, di raso, con ricami d'oro e d'argento, le croci a brillanti, le pietre preziose, che sfavillavano iridescenti al giuoco della luce. Matrone, spose, donzelle, con serti, con monili, con cinti brillantati, con robe di broccato d'oro e d'argento. Era un scintillare, uno sfolgoreggiare continuo e svariato, e che incessantemente tramutavasi all'occhio pel passare e ripassare di tante figure, di cui eran popolati e gremiti que' padiglioni posticci. Ora di tanti conti, baroni e marchesi, non v'era che qualche giovane gentiluomo, il quale scambiasse un saluto col Mandello, e che anche avrebbe voluto farsi con lui.

Ma qui un settantenne gentiluomo, assai ben munito di trippa e di pappagorgia, chiamato in disparte il giovane suo figlio:

--Qualche momento fa, gli diceva, t'ho veduto scambiare un saluto col conte Mandello, non mi sarei aspettato mai questo, e non vorrei che ci fosse qualche accordo tra te e lui. Spero sarà l'ultima volta però, se pure ti preme di non avere a sperimentare la collera di tuo padre. Quell'uomo là, va lasciato cuocere nel suo brodo. Capisci tu; non voglio che abbia ad aver mai a che fare con lui, non voglio che gli rivolga la parola, non voglio che lo saluti. Capisci tu, fanciullo senza esperienza? Ora va, e se non vuoi annoiarti standoti solo, cerca il marchese, il marito della contessa tua sorella, questo è un uomo; e assumendo un contegno piuttosto severo, il conte padre dava licenza al conte figlio, che con una crollata di testa e di spalle se ne allontanava,

In un altro canto, una matrona diceva quattro parole in un orecchio al suo marito.

--Vogliamo andarcene, conte.

--Mai più, cara mia, a San Nazaro non son battute le tre ore di notte.

--Non importa; voglio condurmi a casa la Geltrude; c'è quello scapestrato del conte Galeazzo, che l'è passato vicino più di cinque e più di sei volte stassera, dandole occhiate che non mi piacciono punto; non vorrei che la Geltrude mi domandasse chi sia, perchè di lui si sanno cose.... cose.... basta, usciamo di qui subito, caro conte.

--Non ripeto una parola, e non posso che lodarti. E davvero, che quel viziato uomo avrebbe fatto bene a starsene, anche stassera, colle sue donne e i suoi fiaschi.

--Ma.... non dir queste cose, caro conte, Ma ti pare.... la Geltrude potrebbe sentire.

--Volevo dire che questi nobilissimi gentiluomi di Francia, i quali pare che godano a intrattenersi con quello scapestrato, faranno un assai triste concetto di noi tutti. Or chiamo il fante, e faccio venir la lettiga. Hai pensato bene.

In un altro canto c'era un crocchio di giovani spose che attendevano a parlare tra loro.

--Guarda quel pazzo del conte Galeazzo.

--Lo vedo.

--Perchè ti metti il fazzoletto al naso, cara la mia marchesa?

--Quando colui mi passa dappresso, mi par di sentire odor di feccia di vino, e sai bene com'io sono schifiltosa per gli odori.

--È per altro un assai bell'uomo, il conte.

--Che mi fa a me di questo, quando ci è quell'odore che guasta tutto, e poi e poi....

A questo punto il conte lor passava ancora dinanzi.

--Vedi se tutta non è immaginazione?

--Perchè di' questo?

--Non hai sentito che forte odore di canfora e d'acqua nanfa ha lasciato dietro di sè il conte? e tu sentivi la feccia di vino.

--In conclusione pare che a te non dispiaccia il conte.

--Mi pare a me, che valga bene tutti e tre i nostri mariti; e sebbene ami un po' troppo il vino, e un po' troppo il faraone, e un po' troppo certe altre cose; infine poi, non è un monsignore del Duomo.

--Ma sentite che pazza, diceva la giovinetta marchesa sorridendo; si direbbe che costei è noiata del suo don Silvestro.

--C'è forse a far mistero? la verità è una sola.... Mio marito ha cinquant'anni, ed ha la gotta, e appena uscita dal monastero di San Vittore, io mi trovai tra' piedi quest'uomo, che mia madre mi presentò, e ch'io non seppi rifiutare.... avevo quindici anni.... Tre dì dopo, vidi il conte Galeazzo colla sua croce di S. Michele.... Allora mi accorsi, che il mio don Silvestro non era nè il più bel giovane, nè il più bell'uomo di Milano. Ecco tutto.

--Ma ti pare, donna Adele, che tu debba parlare di questo modo.... Ma ti pare....

--Oh! io son noiata di star qui.... Colà s'intrecciano danze, e penso che ho vent'anni, soggiungeva la scapestratella Adele, la quale era dotata di una sincerità eccessiva, e aveva buon cuore.

--Oh che pazza, tornava a ripetere la giovinetta marchesa con quella voce infantile.

--Andiamo dunque.

Qui donna Adele, volgendosi per chiamare i tre mariti, che se ne stavan ritti a poca distanza da loro, disse sottovoce alle nobili compagne:

--Guardate, guardate codesti tre pivieri che se ne stanno dormendo su d'una zampa, e ciò dicendo, si recò colle amiche nella sala delle danze, tenendo dietro al conte Galeazzo che già l'aveva preceduta...

In mezzo a tanto frastuono, generato dai cicalecci minuti ed incessanti, dal suono delle mandole, degli arpicordi e dei liuti, dal fervore delle danze, s'udì netto un piccolo, ma acuto strido, e tosto uscire dal cerchio danzante una giovinetta fanciulla rossa, infuocata come una ciliegia e irata più d'una vespe, staccatasi improvvisamente da un giovane barone francese.

Quel barone era un gendarme del re, era un capitano d'una delle compagnie de' lancieri di Francesco. Aveva fatto la sua prima giornata campale a Marignano, e per la prima volta era venuto in Italia. Aveva un volto rosato e giovanile, adombrato da capelli biondissimi, con un nasino vôlto in su, e due occhi cerulei lucentissimi, pieni di quel fuoco fosforico che dinota un gran fervore di concupiscenza, e una colonna vertebrale soggetta a troppo frequenti fremiti. Ora quel capitano di una compagnia di lancieri s'era fatto lecito un gesto villano colla nobile e virtuosa fanciulla e aveva creduto d'avere a prendere una rocchetta d'assalto.

Vedevasi in lui l'impronta di quell'imprudente sicurezza, di quella leggerezza boriosa e avventata, congiunta a un deciso valor personale, che tanto distingueva i giovani gendarmi dell'esercito di Francesco.

Il Mandello era lì presso, aveva visto ogni cosa assai bene, e gli era venuto il sangue alla testa. Se avesse veduto che la fanciulla avesse corrisposto alle prime amorose gentilezze del giovane, il suo dispetto sarebbe stato anche maggiore, pure, rintuzzandolo pel momento, l'avrebbe poi tuffato nell'oltrepò, come era solito di fare, quando vedeva una cosa che gli dispiaceva, ma che tuttavia non gli era possibile riparare; ma in quest'occasione, avendo la fanciulla mostrato una dignità e compostezza di contegno ammirabili, non gli sembrò giusto che quel biondo e sfacciato mostricciuolo avesse a passarla impunemente, e così, fatti due salti e a furia trattolo fuor dal circolo che tuttavia danzava e datagli una formidabile tentennata, gli disse in francese, e in tuono assai alto, quattro parole, che volevan dire così:

--Io so benissimo com'è fatto Parigi, e bisogna dire che le tue sorelle abitino la contrada di coda di Brie, e più volte sien state prese dalle guardie del buon ordine, se tu credi che tutte sien fatte a un modo le donne; però ti dico, che sei uno schifoso cialtrone, e indegnissimo di stare con gentiluomini e con gentildonne.

Ad una simile apostrofe egli è ben naturale che qualunque uomo si sarebbe risentito, dato anche che nelle vene, invece di sangue gli fosse scorso pappina di fava, per ciò è facile a pensare, come si trasmutasse il volto del giovane gendarme alle parole del conte Mandello. In prima la risposta che gli diede fu pari a quell'invettiva e peggio; poi le mani corsero alla spada, ed essendo accorsi gentiluomini francesi e lombardi da tutte le parti per impedire si turbasse così la giocondità delle feste, ottennero che i due cavalieri uscissero di lì, e scegliessero quel qualunque luogo fosse loro piaciuto per ammazzarsi senza incomodo altrui. Il capitano degli arcieri cercò due padrini, che trascelse fra' tanti che gli si esibirono. Il conte Galeazzo Mandello fece altrettanto, percorse collo sguardo un centinaio di facce, domandò quel favore ai dieci o dodici che gli stavan presso. Ma il profondo e generale silenzio che s'era fatto per tutta la estensione del padiglione a quello scoppio di ira dei due campioni non fu interrotto da nessuna voce che rispondesse alle replicate domande del conte. Solo quel giovane che un momento prima aveva sentito il peso di quella terribile paterna rimesta, tremando dal capo alle piante per l'impazienza convulsa, provò una forte tentazione di profferirsi al Mandello, ma gli era rimpetto la faccia quadra e burbera del conte padre, e così, senza neppure fare un passo innanzi, dovette accontentarsi di mordersi le labbra, e di star queto; così moltissimi altri giovani si sentivano salir su la fronte un rossore insolito, ma eran tenuti in freno dai provvidi padri, e quel vituperevole silenzio tuttavia continuava; il Mandello intanto, ferito nella parte più sensibile dell'animo suo:

--Stolido ch'io fui, diceva tra sè, a rompere in quest'ora una regola di sei anni, e a non guardare altrove quando la fanciulla fu offesa, e a non ubbriacarmi più di quanto non ebbi mai fatto in questi sei anni d'inerzia e d'intemperanza, per dimenticare l'ingiuria altrui e la viltà nostra--e ciò pensando, girò ancora uno sguardo per tutta l'ampiezza della sala, ma nessuno rispose; e, almeno fosser stati contenti a non rispondere, ma taluni, di una stolidezza senza pari, accostatisi al biondo gendarme, lo pregavano a dimetter l'ire, e a non far caso delle parole del conte, a cui gli insulti dell'ebbrezza non permettevano dir mai cosa che stesse bene.

Questi fatti che raccontiamo sono, senza dubbio, ingratissimi ad udirsi, come quasi impossibili ad esser creduti, quando si pensa che molti de' gentiluomini che popolavano quelle sale appartenevano a quel glorioso ceppo di cavalieri milanesi e lombardi che non molti anni prima, al tempo di Francesco I e Galeazzo Sforza, mandati in Francia ad aiutar re Luigi, _più che uomini erano stimati_; quando si pensa che fra tutti coloro c'era ingegno, senno, coraggio, e tutto quel bel complesso di cose, che mai non manca nel tessuto della stoffa italiana, a così esprimerci! ma avendo in odio il dominio sforzesco, e convinti, che allo spargersi dei gigli fosse per piover manna sulle belle contrade di Lombardia, s'acconciavano a sopportare qualunque insulto fosse lor venuto dalla Francia; eran corpi, altra volta poderosi di gioventù e di bellezza, afflitti di presente da un momentaneo contagio, che violentava ogni loro virtù, e faceva che il loro senno naturale cedesse sopraffatto da' torti giudizj e della cieca passione.

E fu ventura che il giovane gendarme, trasportato dall'ira, non ascoltasse ragioni; e dicendo ai propri padrini che si rimanessero, giacchè l'avversario non poteva trovare i suoi, se ne uscì col conte Galeazzo Mandello,

Usciti, il pensiero che nacque nel capo ad ambedue fu quello di cercare un luogo solitario e remoto, dove non ci avessero a capitar spettatori. Il conte Galeazzo, il quale sapeva benissimo quanti luoghi fossero adatti a ciò, senza dir nulla al gendarme, e persuaso che costui lo avrebbe seguito, a scansare la moltitudine che s'affollava per tutto quel tratto di strada che era Rugabella e la statua di San Giovanni Nepomuceno al ponte, cominciò a prendere per viottoli, ma essendovi dappertutto persone in volta, dovettero percorrere un gran tratto di strada. Finalmente, il conte affrettò il passo, e trovò più breve il prendere la direzione per la piazzetta di San Martino in Nosiggia, dove rispondeva il suo palazzo, in prima perchè gli era balenato uno strano pensiero in mente, poi perchè era quella in fatto tra le più spopolate della città, se si eccettuano le ore, in cui scolari e monelli venivan lì a batter le mani, e a mandar voci e grida.

Egli è a sapersi, che in un angolo di quella piazzetta, sin dal secolo XIV, in occasione della peste memorabile che devastò mezza Europa, fu eretta una cappella detta di San Rocco, la quale, per la posizione che aveva con un palazzetto contiguo, aveva prodotto certe combinazioni d'angoli da generare un'eco mirabile; il quale ripeteva più volte il più minuto suono, perciò veniva chiamata anche la piazzetta dell'Eco, e i monelli venivano qui a passare il loro tempo godendo a sentir ripercosso tante volte il baccano che facevano. Su questa piazzetta vennero dunque i due campioni; ora avvenne che, attraversandola, il Mandello inciampasse in un corpo disteso quant'era lungo sul selciato, probabilmente il corpo avvinazzato di un qualche gabellino, e desse un tal barcollone che minacciò cadere. Il giovane gendarme, che era nojato di quella lunga passeggiata e ancora non sapeva ove v'andrebbe a fermarsi e, rifacendosi sull'ingiuria ricevuta, si sentiva abbruciare, còlta quell'occasione per parlare e pungere il suo nemico:

--Signore, gli disse, mi pare non siate ben fermo sulle vostre gambe; dunque, se siete ubbriaco, vi concedo d'andare a letto stanotte, che alle nostre spade non sarà già per venir la ruggine, e all'alba ci ammazzeremo.

Il Mandello, a quelle beffarde parole, non credette già d'avere a rispondere con altrettante, ma non potendosi dominare, si voltò di tratto; e lasciò andare sulle guancie rosate del gendarme due sonori schiaffi, il cui rumor secco venne quattro volte ripetuto dall'eco della cappelletta di San Rocco. Incidente che promosse la volontà di ridere nel conte, e accrebbe a mille doppi il furore e la rabbia del giovane gendarme.

Per questo insulto non ebbero bisogno di dirsi a vicenda: questo è il luogo adatto. Le spade sarebbero uscite impetuose dalla guaina, anche se fosse stato di mezzodì, e tra una folla di persone; così senza preliminare di sorta, quelle s'incrocicchiarono. La superiorità che aveva il conte Mandello con chicchefosse nel lavorare di punta, era così incontestata, così prodigiosa, che non è a far nessuna maraviglia se al terzo colpo la spada, dalla mano intormentita del giovane gendarme, balzasse a dieci passi di distanza. Il conte Mandello, non volendo in nessun modo stendere sul terreno l'avversario, volle fare un colpo che, senza spargimento di sangue, finisse il duello, e contentissimo che gli fosse riuscito così facilmente, tosto ripose la spada, intanto che il giovane borioso, che riputavasi espertissimo e formidabile schermidore, percosso di stupore che un colpo solo del ferro avversario fosse così terribile che il braccio e la mano non gli potessero regger contro, si rimase avvilito e sconcertato, in dubbio di quanto gli convenisse fare. Ma, a determinare ogni cosa, s'aprirono in quella molte finestre del palazzo che rispondeva sulla piazzetta; era il palazzo dello stesso Mandello ed erano i servi che a quel martellare minuto delle spade, s'erano affacciati.

Il conte, che non voleva continuare il duello, avendo fermo di non ammazzare l'avversario, diede allora una voce, che tosto fu riconosciuta, e dopo pochi minuti tutti i servi del Galeazzo, con torcie accese, furono intorno ai due combattenti.--Quel ch'è stato è stato a buona guerra, disse il Galeazzo all'altro, e quand'anche voi persisteste a voler continuare il duello, io vi dico che rifiuterei, giacchè non siete voi quel tale che possa star contro a me; favorite dunque in mia casa, chè ci sarà qualche conforto per voi.

E rifiutandosi il giovane, lo prese allora con forza per la mano, e traendoselo seco, lo condusse nel suo appartamento, sempre circondato da' suoi servi, che gli facevan lume colle torce.

Il Mandello si diede a passeggiare per quella camera, e pareva che attendesse a pensare qualche strana cosa. Improvvisamente si volge a un servo, e gli dice:

--Va qui un tratto alle Case Rotte, numera le porte a dritta, entra nella seconda, cerca del notajo Benintendi, di' che venga qui subito, che ho bisogno di lui.

Il servo partì, e il conte continuò a passeggiare assai grave e contegnoso.

Il giovane barone, senz'arme accanto, chè la spada trovavasi ancora sulla piazzetta, era chiuso in mezzo da quattro servi, a' quali il conte aveva fatto motto di non muoversi, se non comandati.

A un altro aveva ingiunto recasse nella camera uno scoppietto, che tosto fu portato, e la bocca dell'arme micidiale venne adatta sulla forcina in modo, che avesse dirimpetto il giovane barone. Tutto ciò venne eseguito assai tranquillamente, senza spender molte parole.

Il giovane guardava, taceva, e cominciava a pensare e a temere. D'indole stranamente avventata e spavalda, a un gioco lungo non sapeva resistere. Il suo coraggio, allontanata la fiamma dell'ira istantanea, aveva cominciato a sbollire, e, cosa strana a dirsi, quella medesima luce fosforica che di solito brillava nella sua cerulea pupilla, si era quasi spenta del tutto. In conclusione, il biondo gendarme era ridotto alla condizione d'una boccetta di spirito volatile, alla quale da qualche tempo si fosse levato il turaccio.

Comparve finalmente il servo col notajo.

--Vogliate perdonarmi, caro messere, disse il conte al nuovo venuto, se v'ho mandato a sturbare in quest'ora tarda, ma non c'era a perder tempo in nessun modo, e occorreva che voi apponeste il vostro tabellionato a una tal coppia di righe, che ora stenderò io medesimo, e che questo signore sottoscriverà. Abbiate dunque la bontà di attendere un poco che, in un quarto di minuto io mi spaccio. Così dicendo, si gettò a sedere, prese una penna e scrisse una mezza pagina, che tosto diede al notajo.

Questo, messosi a leggerla, quando fu a un certo punto, tutto compreso di maraviglia, e non potendo reprimere la voglia di ridere, guardò in faccia al conte dicendo:

--Avrei creduto si trattasse di far la ricevuta di una sommetta di ducati nuovi di zecca, non già di codesta mercanzia.... Del resto, purchè costui, che ci ha il massimo interesse, non metta innanzi delle difficoltà, e s'accontenti, io son qui pronto ad apporvi il tabellionato, e a far le cose in tutta regola, che già tanto vale una moneta quanto un'altra, e quella di cui è parola in questo scritto, ha sempre questo vantaggio di non mancar mai di peso.

Il Mandello, sorridendo, si volse allora al gendarme con un contegno alquanto serio.--Signore, gli disse, siccome abbiam combattuto senza padrini, e non c'è nessuno che possa attestare che da me non vi fu fatta violenza, quando mai venisse a voi la tentazione di vendere qualche vescica, così, dalla vita alla morte, fate grazia di apporre il vostro nome qui dove, in tre parole, c'è la storia genuina di quanto avvenne fra noi stassera. Questi intanto è il notajo Benintendi, che, per la regolarità dell'atto, ho voluto fosse presente anche lui, e mettesse il suo nome accanto al vostro.... Ecco qui, scrivete, e tosto uscirete.

Il barone francese, cui pareva mill'anni di non trovarsi all'aperto: "Infine, pensò tra sè, un gendarme non perde il proprio onore, se confessa di esser stato vinto in duello; d'altra parte, i suoi concittadini medesimi hanno mostrato d'aver men stima di lui che di me; e forse in questo momento egli è ubbriaco; dunque, non me ne può venire gran scorno e forse non si parlerà più nè di duello, nè d'altro." La conseguenza era precipitata; ma esso avea voglia d'andarsene, bisogna compatirlo, così, senza leggere la scritta, che già non avrebbe capito, per esser stesa in italiano, ci mise il nome.

Il notaio fece altrettanto, e ci pose il suo ghirigoro.

Chi volesse poi avere innanzi agli occhi il facsimile della scritta e delle firme, eccolo:

"Confesso io sotto segnato, per la pura verità, qualmente la notte del 17 settembre 1515, alle ore due, sulla piazzetta di San Martino, in Nosiggia, il col. Galeazzo dei conti Mandello, commendatore dell'ordine di San Michele in Francia, habbia incrocicchiata la sua colla mia spada a buona guerra, et che il suddetto conte mi habbia disarmato. Itèm, accuso al suddetto colconte Galeazzo la ricevuta di N. 2 sonori schiaffi che il medesimo a me consegnò tra guancia et guancia la sera stessa, et che furono ripetuti quattro volte dall'eco della cappelletta di S. Rocco. Ciò che qui confesso per la pura verità et perchè il sudd. conte cav. Galeazzo ne faccia quell'uso che le parerà et piacerà.

"Sott. _Barone Coislin_

"Capitano della 4.a compagnia dei lancieri del re.

N. M. (_Benintendi_)".