Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana
Part 14
Sul far della notte ritornò ancora alla _confortevole sua tenda_ del _Pomo d'Eva_, dove, al primo affacciarsi, vide il suo fratello Omobono, che innanzi ad una tavola attendeva a mangiare a quattro ganascie, chè il trotto vivace a cui s'era posto, viaggiando da San Donato a Milano, gli aveva messo un formidabile appetito.
--Come sta il marchese? fu la prima domanda che l'Elia fece al fratello.
--Il Cardano gli ha fasciata la ferita in modo, ch'egli ormai sta abbastanza bene. Ma l'intrigo della Bentivoglio, di cui ti ho già parlato, gli ha messo il cervello a malissimo partito, e non c'è argomento col quale si possa medicargli questa altra ferita, assai più cruda della prima. E quel ch'è peggio, domani di buon mattino, il Baglione darà l'anello alla Ginevra, notizia che oggi ho raccolto io stesso passando presso a Chiaravalle; e domani, come s'ella fosse una regina, farà il suo solenne ingresso in Milano, intanto che i Francesi vi brulicheranno per ogni parte.
Il Corvino, intanto che il fratello Omobono parlava di questo modo, ascoltava e pensava nel medesimo tempo. A un tratto interruppe il fratello:
--Se qualcheduno, gli disse, volendo far qualche cosa per il marchese, avesse bisogno ch'egli si trovasse in Milano domani, la sua ferita gli permetterebbe di venirci?
--Crederei di sì, quantunque sulla gamba fasciata non si possa regger ancor bene.
--Allora è assoluto bisogno ch'ei ci venga; chi sa che qualcheduno qui non abbia presto il modo d'ajutarlo.
--Ajutarlo a far che? Non ti capisco bene.
--Tu, jeri, mi dicevi, che avresti dato anche la tua vita per vederlo contento.
--E anche oggi, lo dico.
--Bene, perchè dunque lui sia contento, ora non gli abbisogna altro che di trovarsi colla Ginevra.
--Credo che sia così.... Ma la Ginevra è cosa d'altri oramai.
--Tu non sei già l'arciprete della metropolitana, perchè abbia a prenderti fastidio di queste cose.
--Sono un direttore di coscienze molto più largo, questo è verissimo....
--Dunque?
--Dunque, fa pure il tuo comodo, ch'io son qui a tenerti la staffa, e oggi mi piaci più ancora del solito; ma dà fuori nettamente il pensier tuo... che allora potrò forse battere anche le mani.
--A far ciò aspetterai ad opera terminata, che nel futuro non si può leggere correntemente. Ed ora non mi occorre altro, se non che tu ritorni domani per tempissimo a San Donato, dia ad intendere qualche grave pastoja al chirurgo, perchè s'induca a lasciar venir qui il Palavicino; e in quanto a lui, ti metta a confortarlo di tutte quelle speranze che ti possono venire in mente, tanto perchè gli venga qualche coraggio e si risolva. Domani poi, quand'egli sarà arrivato, mi recherò io medesimo da lui, e quel che sarà da farsi, si farà.
Fermi in questo, passarono insieme il resto di quella sera, e poi si divisero, per mettersi poi a nuove faccende appena spuntasse l'alba del di prossimo.
Nel qual giorno, non ci fu milanese, che appartenesse ad un'arte, il quale potesse attendere pacatamente a' suoi lavori. All'alba, quasi tutta la popolazione trasse al corso, alla porta e alla strada Romana. I patrizj, dando magnifico spettacolo di sè a cavallo, in carrozza, in lettiga, si recarono incontro all'esercito francese per essere i primi a salutare i baroni, i cavalieri, i conestabili di Francia, coi quali avevan già stretta amicizia prima che tornasse Massimiliano Sforza, ed ora eran solleciti di riappiccarla più saldamente di prima. Il popolo minuto s'era sparpagliato pe' campi, non attratto che dallo spettacolo nuovo, dispostissimo a sfoggiare il suo satirico umore sui nuovi vegnenti, sulle loro facce, sul colore dei loro capelli, sulla forma dei loro nasi, sulla foggia delle loro vesti, delle loro armi. I caramogi, i monelli tutti i membri insomma della più sucida accozzaglia, s'erano appollajati sugli olmi come arzàvole che stiano riposando le ali affaticate, prontissimi, se mai desse l'occasione, a gettare qualche sassata furtiva sulla borgognata di qualche caporale dell'esercito francese.
Appena che la città di Milano ebbe finito di ricever soldati e soldati a tale da provar quasi gli effetti della replessione, a' Milanesi non mancarono altre occupazioni.
Sul corso di porta Romana, lì presso alla contrada di Rugabella, dov'era, e dov'è tuttora il palazzo del maresciallo Trivulzio, quattrocento uomini, per ordine ed a spesa dei principali patrizj, stavano alzando degli impalcamenti al fine d'allestire, per la notte di quel giorno medesimo, vaste sale posticcie, a festeggiare l'arrivo de' Francesi con danze e luminarie che fosser degne di loro.
Così il popolo raccolse qualche diletto nell'assistere alla prodigiosa prestezza, con cui quello ampio tentorio, quelle colonne e quelle sale vennero, a così dire, improvvisate.
CAPITOLO XIII.
Era quell'ora che va innanzi all'incominciamento di una festa notturna, ora nella quale tutta la città è immobile all'esterno, e il massimo affaccendarsi va fervendo nell'interno dei signorili palazzi, e segnatamente negli intimi gabinetti delle donne patrizie. Ora solenne in cui la vanità femminile è così assorta nelle proprie cure, che non patisce di essere interrotta per un momento, e ogni altra faccenda, per quanto seria, deve dar luogo a quella importantissima dell'abbellirsi. Ora in cui i desiderii e le speranze s'introducono in folla nei profumati penetrali a tentar fanciulle, spose e matrone, e la coscienza di una bellezza facilmente trionfatrice incoraggia la fantasia a fingere, a vagheggiare avventure, di cui tra poco si getteranno le prime trame. Ora inoltre d'impazienze, di dispetti e d'ire, in cui il fluido bilioso, sempre dissimulato in pubblico dalla calma, dall'ingenuità, dalle care grazie della forma, si sprigiona a un tratto in privato, e si riversa sull'incolpabile ancella; e in cui la quarantenne galante, memore delle molte battaglie guerreggiate, e de' trionfi innumerevoli, impallidisce all'improvvisa scoperta di una ruga che le raggela nell'anima ancora giovanile i nuovi desiderii e le speranze nuove. Ora insomma, in cui la vanità femminile si manifesta così a nudo, che è una vera fortuna per noi il non potere aver libero accesso a que' misteriosi gabinetti, per noi che, in ciò almeno, amiamo perpetuare illusioni, piuttostochè porre il dito sul vero.
Pure la sera del 12 settembre, se in tante camere dorate, le più soavi grazie, le più cospicue bellezze delle milanesi patrizie, stavano liete ed ambiziose a consultarsi allo specchio; una ve ne era in cui i profumi delle odorate essenze, gli abbigliamenti più sfoggiati di sposa, lo squisito apparato con cui la naturale bellezza suol essere accresciuta dall'arte, troppo crudelmente contrastava colle angoscie disperate di una giovine creatura.
Il lettore s'è già accorto che noi vogliamo parlare della Ginevra Bentivoglio, sposata in quel dì stesso a Giampaolo Baglione, signore di Perugia.
Nella stanza ov'ella a quell'ora trovavasi, v'era il massimo sfarzo degli addobbi e degli ornati dell'artistico cinquecento. Arazzi di ricchissimo liccio, con disegni storiati, cortinaggi di seta, tappeti di Fiandra, seggiole dorate, larghi cuscini di velluto gettati alla rinfusa sul pavimento; su d'un tavoliere, in eleganti astucci, gioie, vezzi, smaniglie, collane, cinture, piume fatte di sole perle e di brillanti; sui cuscini una veste di raso bianco, mantelline, veli, trine, merletti, sfoggi d'ogni maniera.
Innanzi ad una tavola di tartaruga ad intarsi di metallo, su cui eran vasi d'alabastro, barattoli ed alberelli pieni di essenze che effondevano un soave profumo per tutta la camera, stava seduta su di una gran seggiola a braccioli la Ginevra, in quel negletto vestire, in cui la bellezza vera compare assai meglio che nella compiuta attillatura, lasciando che la fante l'abbigliasse; ho detto lasciando, perch'ella non sapeva veramente quel che si facesse di lei in quel momento.
E in quel momento rallentato e sciolto, il bel volume dei capelli lunghi e nerissimi le cadde in varie liste sulle spalle, e la fante, disponendosi a spruzzarle le belle membra coll'acqua nanfa, come allora era costume, la venne a poco a poco spogliando così che apparve discinta quasi del tutto. Ma dessa, non accorgendosi di nulla, continuava tuttavia a lasciar fare. Aveva tanto pianto la notte prima pensando alle nozze imminenti, che ora non aveva più lagrime, e il suo dolore le si era cambiato come in un'attonitaggine piena d'accoramento; pure quel tormento assiduo, in cui versava da tanto tempo avendole messo nel sangue quasi un'alterazione febbrile, al pallore che le era abituale aveva sostituito un color purpureo, vivacissimo, che le dava un aspetto di floridezza straordinaria, il quale dissimulava l'interno affanno, e accrescendo la lucentezza delle sue pupille la rendeva notabilmente ancor più bella del solito. Le chiome, che in disordine le cadevano pel collo e per le spalle a velare in parte la nudità casta, la sua pupilla nerissima, lucente, estatica, immobile, adombrata da un tenue arco di sopracciglio, le membra, che acquistavano una grazia particolare in quella stessa cascaggine di atteggiamento, nella quale involontariamente ella erasi messa, i bianchi lini che le fasciavano i fianchi e in ricche pieghe avvolgevano la parte inferiore del corpo, tutto aiutava a vestirla di una bellezza abbagliante e piena di prestigio.
Intorno a lei continuò dunque la fante nell'officio suo per qualche tempo; quando, allontanatasi un momento dalla seggiola per prendere da un tavoliere un asciugatoio di stoffa di Fiandra, vide, nel volgersi, aprirsi leggermente l'uscio della camera, e sulla soglia fermarsi ritta la vecchia figura del Baglione. La fante non potè a meno di fermarsi con maraviglia disgustosa innanzi a quel severo e squallido aspetto, e si voltò come per avvisarne la Ginevra, ma irresoluta si tacque. Il signore intanto, girato lo sguardo nella stanza, lo fermò sulla giovinetta sua sposa, ancora discinta. Parve che a tal vista assai si compiacesse, e subito, con un cenno imperioso, ingiunse alla fante di uscire; quasi intimorita quella non pensò due volte se avesse ad obbedirgli, e sembrandole d'altra parte ragionevolissimo il far ciò che voleva il marito della sua giovane signora, e di lasciarlo solo con lei, tosto si partì.
Codesta scena era stata perfettamente muta e assai rapida, nè il lieve rumore dell'aprirsi del l'uscio e dello sbattere della cappa del Baglione era stato udito dalla Ginevra,
La testa china, le mani intrecciate, l'occhio fisso davano indizio più che mai, ch'ella si era internata ne' suoi pensieri abituali, e in quel momento ripensando al Palavicino, sentiva una tenerezza così intensa per quell'amico suo, ne aveva così netta innanzi agli occhi l'immagine giovanile, che, sprofondata, a dir così, in quella dolce contemplazione, nessuna cosa ci poteva essere, che valesse a scuoterla ed a farla accorta di quanto le avveniva d'intorno.
Il Baglione intanto a lenti passi le si era accostato, e stava contemplandola a parte a parte.
A me che descrivo tali cose ad italiani, il più de' quali avran veduta la squallida figura di Luigi XI, con tanta verità resa dall'incomparabile Modena, non soccorre altro mezzo che questo, per offrire qualche cosa di simile alla persona del Baglione.
Tutta quanta la massa del suo corpo era agitata continuamente da un movimento tremulo, indescrivibile, e specialmente le mani colle quali in quel momento s'andava premendo lo sterno; pure, a tutto quel suo aspetto alterato o guasto più che dagli anni, dai turpi acciacchi, a quel suo volto internato e vizzo e cascante, dal quale traspariva la creatura in dissoluzione, facevano uno strano contrasto quelle sue pupille, che adombrate da una fronte molto sporgente e da un foltissimo sopracciglio, gli brillavano di una luce tremula e vivacissima; notabili poi, in quanto che avevano quel colore tendente al giallo, e quella scintilla fosforica che pare distinguere gli animali del genere _felis_.
Ed era strano a vedersi, come mentre ei guardava le belle membra della giovinetta sposa, la squallida e cadente sua figura, dando certi guizzi repentini e particolarissimi si venisse grado grado rianimando, press'a poco come avviene di chi, assiderato e tramortito dal gelo, senta improvvisamente il vivo calore di una catasta accesa.
E considerava che quella figura di una bellezza affascinante, che a lui per la prima volta si rivelava, quelle membra così eleganti, que' vivi colori della floridezza di gioventù, appartenevano a lui, come una proprietà, che nessuno poteva contrastargli, e in mezzo alla massima accensione dell'estro trovò pur strada un pensiero di atroce egoismo, e ricordandosi di quel che gli aveva detto il suo medico, e di ciò che allora propalava la scienza, che il tepore del giovin sangue, convenientemente infuso nelle vene del vecchio, fosse sufficiente a reintegrare la giovinezza, si confortò tutto quanto pensando, che avrebbe resa così più ferma la propria salute e la propria esistenza, alla quale era tanto attaccato.
Stato qualche momento così, fece finalmente un passo innanzi, come ad avvisare la giovine sposa della sua presenza, e quasi nel medesimo tempo mise la sua tremula e fredda mano sulle carni infuocate della giovane. Se di nessun'altra cosa sarebbesi accorta in quel momento, ella si scosse con un soprassalto a quella disgustosa sensazione di freddo e si volse.
L'atto che a quella vista fece la giovine infelice, bisognerebbe averlo veduto per descriverlo, e l'improvviso turbamento, la paura, l'orrore fu tale, che la sua voce, la quale stava per uscire in un grido, si ruppe a mezzo, ed essendo al primo a quella vista balzata in piedi, tosto, presa da un tremito convulso, con un piegar lento e come di deliquio, ricadde sulle ginocchia.... e il vecchio Baglione intanto più e più le si avvicinava.
È probabile che qualcuno tra' nostri lettori abbia talvolta assistito a quell'orrido momento, quando il bianco e timido Coniglio, posto nella gabbia dove sta aggomitolato il crotalo, vien destinato al pasto di questo rettile, e si ricorderà d'aver forse dovuto torcer l'occhio pel ribrezzo, e per un certo senso quasi di nausea paurosa, quando il crotalo, svolgendo le spire, allungando il collo, tentando il coniglio che squittisce, sta per cominciare gli orribili suoi assorbimenti.
Il Baglione, che di quel modo stava accostandosi alla Ginevra, offeriva qualche cosa di simile a ciò. Se non che, la giovane, ad una nuova impressione della mano gelida del vecchio, che parve ridonarle la virtù vitale, si riscosse, guardò, mandò fuori quella voce che prima le si era spenta in gola, fece uno sforzo per rialzarsi, e riuscitole di trarre furiosamente al campanello, atterrita e spossata, tornò a ricadere e svenne.
Non aveva il vecchio avuto il tempo di accostarsi alla giovinetta sua sposa per tentar di sorreggerla, che a quel grido della signora, a quel furioso scampanellamento, era accorsa in fretta e in furia la donna di camera, e un momento dopo, chiamato da quel rumore insolito, anche il magnifico Bentivoglio, che venuto alla camera della figliuola, si fermò sul limitare, sollecito di saper quel che fosse avvenuto. Guardò la figlia svenuta, guardò la fante tutta intesa a farla riavere, guardò il Baglione, che colla sua massa tremula se ne stava impassibile e bieco, e non tardò a comprendere ciò ch'era veramente. Il pallore mortale che vide sul volto dell'unica sua figliuola, gli suscitò in cuore in quel momento tutto quell'affetto che aveva per lei, e gli sconvolse l'animo per un senso profondo di pietà non ipocrita, ed essendone escluso ogni altro rispetto, volse involontariamente uno sguardo iracondo sul Baglione, che pure guardò lui di quell'occhio bieco che gli era abituale. Allora i due vecchi si accostarono, i due tiranni colleghi, il suocero e il genero stavano rimpetto l'uno dell'altro. Vi fu un momento di silenzio perfetto, in cui altro non s'udiva che l'anelito affannato della sagrificata fanciulla, e il respiro interrotto e rantoloso del vecchio Baglione. Era una scena che faceva ribrezzo e pietà ad un tempo, era uno spettacolo ben degno di venir contemplato da quei troppi, a cui l'abuso della podestà paterna è così famigliare; da quelle fanciulle che troppo facilmente si lasciano intimorire da una venerazione indebita verso l'egoismo iniquo di chi pretende potere ogni cosa sulla vita de' figli. Oh, giovinette, se in tal momento il dannoso timore vi tenta, vi spinge a piegare all'altrui voglia, venite e guardate, da questo muto spettacolo apprendete il coraggio, che altrimenti vi mancherebbe. Contemplate il duro momento, che non sapete prevedere, poco esperte come siete, dei dolori che conseguono gl'involontari sagrificii. E se tanto vi giova, stringetevi intorno ai petti paterni, lagrimate e pregate, ma non obbedite. Le ire paterne si placheranno forse, ma il ribrezzo per l'uomo abborrito, cui vi si vuole congiunte per sempre, cospargerà di amarezza incomportabile ciascun momento de' vostri giorni venturi, e vorrete morire, se pure a mitigarvi il diuturno affanno, la disperazione, rendendovi odiosa fin anco la vostra virtù, vi farà docili alle fatali lusinghe della colpa che sta in aguato dell'occasione.
Quando la Ginevra, riavendosi, mandò un'accusatrice querela, il Bentivoglio, in cui tuttavia continuavano i moti della pietà, fu per dir qualche cosa al Baglione. Ma parlò costui invece:
--Codesta figliuola vostra, disse il tetro vecchio, crollando il capo e strascinando le parole, pare voglia troppo somigliarmi all'Ildegarda, la prima mia donna... Me ne rincresce, se è così.
Il Bentivoglio non rispose, e impallidì ricordando la lugubre storia di quell'Ildegarda.
--Voi sapete quel che è avvenuto di colei, continuò il vecchio... Dite dunque qualche parola a codesta figliuola vostra che, per lo meno, mi sembra ben sciocca.
Il Bentivoglio continuò a tacere.
--Noi abbiamo ad essere amici, seguiva il vecchio. Ma se costei continuerà a darmi noja così, io la lascerò in vostra custodia, e buona notte, ed io non ne vorrò saper altro, e ci rivedremo quando ci rivedremo.
La Ginevra intanto s'era riavuta affatto e ancora le tornavano i vivi colori sul volto.
Le parole del Baglione avevan tocca una corda che fecero risorgere tutti i pensieri d'ambizione del Bentivoglio, e con quelli anche il timore di non avere a raccogliere quanto sperava per colpa della figlia. E nell'animo suo, con una vicenda istantanea a quel moto di pietà che un istante prima aveva sentito per lei, subito successe un dispetto così iracondo che, volgendosi di tratto alla figlia, fu per prorompere in contumelie e peggio. Si contenne però, e assai sommesso e co' labbri tremanti e sforzandosi a sorridere, di un sorriso che rendeva ancor più severa la sua faccia:
--Non state ad inquietarvi, disse al Baglione, io so che a lungo andare voi sarete assai contento di questa figliuola mia.
Il Baglione non rispose, ma gettato un altro sguardo sulla giovane, le cui forme erano di una bellezza attraente, tanto quanto si calmò, e risentendo gli estri diè un nuovo guizzo, e fece un sorriso da fauno.
Alcuni momenti dopo la Ginevra, nella massima pompa di giovinetta sposa, saliva nel cocchio, specie di lettiga a ruote, col padre e col marito, per recarsi allo feste pubbliche che iu quella notte si davano nell'ampio tentorio, appositamente eretto sulla via a porta Romana.
Quando la lettiga del magnifico Bentivoglio uscì della contrada dov'era situato il palazzo del medesimo, un uomo che da qualche tempo se ne stava passeggiando innanzi al portone, colta l'occasione, che uno tra i famigli del Bentivoglio se ne usciva, lo trattenne e gli domandò se trovavasi in palazzo il signore.
--Se fosti stato qui un momento fa, l'avresti veduto uscire in lettiga colla figliuola.
Questa circostanza era ben nota a colui che espressamente erasi fermato a spiare.
--Saran forse andati al tentorio? chiese poscia.
--Sicuro, al tentorio di porta Romana; alla festa che i signori nobili milanesi danno ai baroni ed ai cavalieri francesi che oggi sono entrati in Milano.
Parve che questa fosse la notizia che più premesse a colui, perchè subito troncò ogni discorso, e senza più, dilungatosi da quella contrada, un passo dopo l'altro se ne venne all'osteria del _Pomo d'Eva_. Entrato in quella, in mezzo ad una moltitudine straordinariamente affollata di avventori, cercò coll'occhio l'Elia Corvino, che se ne stava in un canto innanzi ad una tavola; vistolo subito se gli accostò, dicendo:
--Ciò che tu hai pensato, avvenne di fatto, Elia li ho veduti io medesimo porsi nella lettiga, e a quest'ora saranno nelle sale delle feste.
Elia balzò in piedi a quell'annunzio, e:
--Va bene, disse ora comincio a sperar qualche cosa, e se la fortuna è seconda, si farà il resto; ma ora ti conviene rimboccarti le maniche del sajo, Omobono, che se mi sbagli una nota, tutta l'orchestra ne andrebbe sossopra. Dimmi, innanzi tutto, come sta ora di salute il Palavicino, che da stamattina non l'ho più veduto?
--Egli mi disse che si sentiva abbastanza bene, che solo non gli sarebbe possibile star sulle sue gambe, ma che a cavallo, o in lettiga, gli basterebbe l'animo di tentare ogni gran cosa, e si raccomandava a me e a te, ed essendo pieno di speranze, ha cessato qualche poco la furia delle sue smanie e delle sue querele.
--Mi rincresce però, ch'io non fui mai così impacciato come in quest'occasione, tanto che non mi venne in mente altro disegno che questo; ma, torno a dire, ora che tu mi assicuri che la Bentivoglio è là, spero che lui sarà contento di me; tu va subito intanto dal Palavicino, fa che in mezz'ora sia pronta ogni cosa al tutto, e i cavalli e la lettiga sien presti innanzi all'ingresso del tentorio. Ora vò su in camera, e in fretta vestirò la cappa signorile, così fra poco mi troverò anch'io in quelle sale delle feste. Va dunque, e spacciati presto, e fa in modo che il Palavicino ed io abbiamo a lodarci di te. Già la lettiga del marchese sarà pressochè eguale nella forma a quella del Bentivoglio.
--Di notte... può darsi benissimo che si scambi l'una per l'altra.
--È una buona cosa anche questa. Va dunque, e a rivederci.
Omobono prese la sua via, l'Elia Corvino salì al suo camerotto al quinto piano e si vestì la cappa signorile, ridiscese, e così a piedi come voleva la sua bassa fortuna, si recò al tentorio.
Pareva che tutta la popolazione milanese si fosse raccolta là tutta quanta; l'accesso alle sale non essendo dato che a' gentiluomini di cappa e di spada, tutte le strade del rione di porta Romana erano gremite di popolo, che si affollava sempre più in ragione che s'accostava al tentorio, e principalmente innanzi alla gran porta d'ingresso, la quale, per toccarne di passaggio, era fatta a più archi, sorretti da molte colonne di legno, pomposamente ornate di cortinaggi, di arazzi, di festoni, d'ellera e fiori.
Tutto ciò che poteva dare indizio di ricchezza, di splendore ed anche di gusto non fu pretermesso dai patrizj milanesi, che in quella notte per pompa di vesti, d'ori e di gemme toccarono il massimo del lusso proprio a quel secolo, il più splendido forse fra quanti ne sian stati e saranno. E tanto più era bello a vedersi in quanto c'era una certa gara tra que' cavalieri francesi, che mai non volevano star sotto, e in quell'occasione ambivano ancor più di farsi ammirare e di imporre altrui colle apparenze della ricchezza. Erano molti anni che l'Elia Corvino non respirava un'atmosfera pari a quella, e come si trovò avvolto fra tante cappe e robe e rasi e croci e gemme, pensando a quel ch'esso era veramente, e a quello per cui la natura lo aveva espressamente formato, si rodeva in sè stesso, e tanto più si rodeva in quanto pensava che, colla ricchezza fisica, se n'era ita anche la ricchezza morale; fu però una molestia che durò assai poco, perchè aveva tutt'altro a pensare. Appena, infatti, che in mezzo alla folla s'accorse della Ginevra Bentivoglio, subito le si pose dappresso, nè da quel momento, mai non pensò abbandonarla per tutta la notte.