Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana
Part 13
L'elemento capitale e più energico che costituiva l'ingegno del Corvino, era un acume e una perspicacia di veduta straordinaria. Ora quell'acume, pel bisogno inesorabile, trasportato dalle speculazioni teoretiche alla pratica, diventò astuzia; quella perspicacia trasmutossi in mariuoleria. Aveva cominciato in prima a far lo scrivano di cose forensi, poi si provò ad assumere per conto proprio qualche scabroso impegno, di quelli che fan torcere il viso e crollare il capo ai notai ben provveduti di tabellionato, ed essendo anche dotato d'un'immaginazione feracissima di trovati, era riuscito a spuntarlo, epperò in poco tempo aveva potuto mettere insieme qualche denaro. Ma per disgrazia tornando a farsi sentire prepotentemente in lui quegli appetiti de' quali aveva fatto conoscenza in quel tempo di vita signorile, fu tentato di oziare per qualche poco ancora, e fece una ricaduta. È sentenza che circola nel ceto medico, che talvolta una ricaduta è più rovinosa del primo assalto medesimo del morbo, e parve che pel giovane Corvino fosse così di fatto. Gli fu mestieri tornare al lavoro e, per aiutarsi meglio, allargare il campo delle sue operazioni. S'attentò dunque di mettere un carato in più agenzie, tornò a infarinarsi di giurisprudenza, a studiare, a notomizzare la legge corrente per trovare il suo lato debole, ove potesse riuscir vittoriosa la frode, e giunse così ad essere un molto fecondo autore di ribalderie, l'una più ingegnosa dell'altra, che gli procacciarono in poco tempo una certa fama municipale. Si era parlato principalmente molto a lungo in Milano, di tre o quattro suoi fatti, che, malgrado la loro pravità erano stati accolti con applausi infiniti del pubblico. Non finivasi poi di magnificare l'acutezza, l'ardimento, la fortuna di un ultimo suo tentativo, pel quale eragli riuscito annullare un iniquo testamento, delle cui disposizioni gli eredi si erano tenuti assai sicuri. Di ciò lautamente compensato, ebbe la consolazione di poter immergersi per qualche tempo ancora negli ozi e nelle intemperanze predilette, sinchè tornò ad altri capolavori di prontezza e d'audacia, toccando quasi tutti i generi dello _scamotaggio_, combinando matrimoni avversati da mille ostacoli, rompendone altri voluti per forza, facendo passare per equo e legale una violenza, un sopruso, e sempre mescendo alle ribalderie alcun atto, che invece di provocar gli odi, destasse le simpatie. E bisogna notar qui di passaggio, che i dirigenti delle sue ribalderie, anche le più smaccate, non eran mai nè bassa perfidia, nè tetra scelleraggine, ma solo una special teoria di diritto naturale, della quale non fu mai traccia in nessun codice del globo. Che se per avventura il cuor suo, non angariato dalle urgenze del bisogno, si fosse adoperato in pro di qualcheduno, che avesse potuto internarsi ne' suoi segreti, lo avrebbe veduto galleggiar più libero sulla negra sozzura, nella quale, quando la fame gridava alto, era costretto sprofondarsi vergognoso e sdegnato di quel che gli toccava vedere senza poter parlare. Del resto quel galantuomo a lucidi intervalli, seppe talora commettere azioni così nobili, così generose, così dilicate, quali non sarebber forse venute in mente mai a nessun galantuomo _in pianta stabile_.
Tal'era codesto Elia Corvino, un complesso di qualità così poche omogenee che mal si potrebbero racchiudere in una definizione. Qualcosa peggio del mediatore non iscritto nella tabella dei mercanti, qualcosa meglio del computista del falso monetario, e che intanto ci compare qui improvviso a mostrare, che alcuni personaggi appartenenti a un secolo, che nel complesso ha un'impronta tutta propria, possono troppo bene somigliare a personaggi d'altri secoli e d'indole ben diversa.
Questo Elia Corvino, quando il Morone gli mise gli occhi addosso, poteva aver quarantanni d'età, e continuava gloriosamente il mestier suo; come aveva congetturato l'uomo di camera del Morone, aveva lasciato da gran tempo il suo bugigattolo al N.° 35, in Vettabbia, ed ora abitava al quinto piano di una stretta e lunga casupola, per giungere alla cui porta bisognava essere assai pratico di quell'imbrogliato labirinto di vicoletti, di tuguri, di catapecchie accostate ed addossate l'una all'altra, senz'ordine e senza logica, in quella parte di rione dove ora è situata l'osteria dei _Popolo_ e dove anche oggi il lavoro dei secoli e della civiltà non pare che abbia fatto miracoli. Del resto, il luogo d'abitazione e l'acconciatura del vestito erano le due sole cose per le quali l'Elia Corvino sentiva un certo rimorso a mettere fuori danari, e quel suo abitacolo, più propriamente doveva chiamarsi covile, e le sue vesti, che soleva comperar già frustate, eran di foggia signorile bensì, ma unte, spelazzate e tignose. I suoi danari di lucro impuro, andavan a versarsi tutti quanti all'osteria del _Pomo d'Eva_, la quale occupava il sito appunto dell'odierna del _Popolo_, motivo per cui erasi procurato un'abitazione che le fosse, ben vicina; e le mancie di lui, qui fioccavano a' famigli, e i polastrelli meglio ingrassati e purgati eran tenuti in serbo per messer Elia Corvino, al quale veniva qui prodigato il titolo di dottore. Oltre poi a codesti gusti, pe' quali non soleva guardarla pel sottile, aveva qualch'altra abitudine poco economica, e con assiduità soverchiamente peccaminosa, era veduto internarsi per gli oscuri angiporti e pei viottoli dove s'udivano le impure cantilene delle figlie di Pafo.
L'uomo di camera del Morone intanto, recatosi difilato all'osteria del _Pomo d'Eva_, appena ebbe messo il piede nel primo salotto a terreno, la persona appunto che tosto gli cadde sott'occhio fu l'Elia Corvino, che seduto rimpetto all'uscio innanzi ad una tavola, non attendeva già in quel momento nè a mangiare nè a bere, ma in mezzo a quattro persone, con innanzi carta e calamaio, scriveva a furia come fosse sotto il dettame di un curiale, fermandosi di tanto in tanto a interrogare qualcuno de' quattro che gli stavano intorno estatici, e facenti le maraviglie ad ogni suo detto, e a metter tosto in carta le loro parole. Egli è da sapersi che l'osteria del _Pomo d'Eva_ non solo gli offriva la tavola per il pranzo, la cena e straordinari, ma in più d'un'occasione gli serviva di studio e d'aula per consulti, del che pagava l'oste, facendo all'occorrenza il suo patrocinatore officioso.
Ora, alzando la testa, l'Elia Corvino aveva veduto entrar l'uomo del cancellier Morone, e benissimo lo aveva conosciuto, di modo che, appena costui, salutandolo, gli fece intendere avergli a dir due parole, tosto congetturando fosse mandato espressamente dal Morone medesimo, ed essendo contento di ciò, depose la penna, s'alzò, disse a quei suor clienti; _torno_ subito, e s'avvicinò all'uom del Morone.
Questi lo trasse in un canto del salotto.
--Messere, gli disse, l'illustrissimo mio padrone ha bisogno di voi, e vorrebbe parlarvi quest'oggi medesimo.
--Ed io sono bell'e pronto ai comandi dell'illustrissimo, sol che vogliate aspettare un quarticello d'ora.
--Aspetto anche di più, e attendete pure a fare il vostro comodo, solo è bisogno che non passi quest'oggi.
--Benissimo. Lasciate or dunque ch'io sbrighi questi quattro bietoloni, che, senza colpa nè peccato, se io non li aiutassi adesso, berrebbero domani nella brocca del bargello. Se volete aspettarmi, aspettate, quando no, verrò solo dall'illustrissimo; fate quel che volete.
--V'aspetto qui, dunque, e solo badate a far presto.
Il Corvino tornò a sedersi, rinnovò certe interrogazioni, scrisse e scrisse per un quarto d'ora buonamente, poi fece un rotolo delle carte, lo consegnò ad uno de' quattro clienti, dicendo:
--Questo farà l'effetto, e stassera tornate da me qui. Del resto, seguite pure a far buonissime digestioni, chè il pericolo è stornato.
E senz'altre parole, accostatosi all'uom del Morone, indossò la palandrana e s'accompagnò con lui. Non avendo a far molti passi, in pochi momenti furono a palazzo, dove tosto entrarono.
Messo il piede in un'anticamera, l'uom del Morone disse al Corvino:
---Aspettate qui un momento, che vado ad avvisarne sua signoria illustrissima.
Quasi nel medesimo tempo uscì a dirgli: entrasse tosto, che il signore l'aspettava.
Quando il Corvino entrò, il Morone stava passeggiando nel suo gabinetto; ma fermandosi allora di tratto, insieme all'affabile saluto volse a colui uno sguardo assai penetrativo e scrutante; la qual cosa fece pure il Corvino, ammiccando anch'esso in quel momento, certo senza avvedersene, con quello stringere dell'occhio destro che era un lezio abituale e caratteristico del cancellier Morone.
Ora si trovavano al cospetto l'un dell'altro due uomini, dotati di una così identica natura d'ingegno e originarie attitudini che a percorrere, se fosse mai stato possibile, con un sol colpo d'occhio, tutta l'innumerevole schiera dei viventi a quell'epoca, non ne sarebbero trovati altri due tanto simili fra loro. Ma per conoscere una tale somiglianza, era bisogno far lunghi preparativi in prima, occorreva collocarli nudi ambidue sulla tavola dell'analisi, trasportarli fuori delle contingenze sociali, farli rimontare all'era adamitica, vederli così come la natura aveali formati prima che le mille modificazioni d'una società artefatta, della classe, dell'educazione, della sorte, del tempo diversi, li avesser tramutati in gran parte. E anche senza tuttociò, bastava forse chiudere un occhio su quella differenza tanto scandalosa che interveniva tra il feltro spelazzato e tignoso d'Elia Corvino, e il magnifico robone di velluto damascato che indossava il Morone, e portarlo solo sul volto d'ambedue. Non già che la loro somiglianza fosse pari a quella di due gemelli; non trattavasi qui d'eguaglianza perfetta di contorni e di linee. Ma un fisionomo, a primo tratto guardandoli, senza pensarci due volte, avrebbe detto:--Qui, più che il leone, c'è la volpe, e non saprei chi dei due sopravvanzi l'altro.--E v'era de' momenti in cui anche le linee e i contorni s'armonizzavano egualmente in ambedue, per certi guizzamenti di muscoli repentini, per alcuni tratti e moti abituali tanto nell'uno che nell'altro, come s'è veduto. E per verità d'altro non era effetto che della varia fortuna, della varia classe, della diversa potenza fisica, se l'uno era un esemplare ed esperto ed acutissimo magistrato e uomo di Stato, il quale aveva fermata l'attenzione della canuta esperienza del re Luigi, e avea piena Italia del suo bel nome, nel mentre che l'altro era un oggetto di contrabbando, un'esistenza morbosa, uno scarto della società, una cosa che forse potea far la sua figura a lume di candela, ma che non bastava a sopportare la chiara luce del sole. Certo, le due psichi, che stavano ascose nell'involucro di que' due corpi, erano state, originariamente, di una stessa natura, d'una forza medesima, d'una medesima bellezza; se non che l'una giovata, da mille combinazioni, aveva potuto crescere sempre più florida, dignitosa, potente; l'altra invece, intristita dagli assidui miasmi d'una esistenza corrotta, aveva perduta la bellezza originaria.
Vogliamo sperare che nessuno vorrà sdegnarsi con noi se osiamo istituir confronti qui fra l'illustre, che ha tanti diritti alla stima de' posteri, e un uomo qual era Elia Corvino. Ma possiamo assicurare non se ne sdegnerebbe neppure lo stesso cancellier Morone, giacchè, colla scorta del suo mirabile acume, tosto prenderebbe la cosa pel suo verso. Ora, tirando innanzi intrepidamente, si potrebbe dire che se quelle due creature, il Morone e il Corvino, si fosser potuto, a così dire, tramutare in cuna, e il figlio del mercante plebeo, fosse stato posto al luogo del fanciullo del gentiluomo, il dialogo che in oggi sta per succedere sarebbe forse successo egualmente; ma il Corvino, avvolto nel suo robone di damasco, avrebbe fatto domandare il Morone, e questo tutto cencioso se ne starebbe ad attender gli ordini e a coglier la parola al volo del nobile magistrato.
Ed era veramente il caso di coglier la parola al volo, perchè il Morone avrebbe voluto bensì che il Corvino si fosse preso sopra di sè l'assunto di stornare in qualche bel modo le nozze del Baglione colla Ginevra; ma esso non gliene avrebbe mai data espressa commissione.--Era collocato troppo in alto perchè gli sguardi non avessero a cadere su lui, e troppo gli premeva l'integrità della fama e la sicurezza propria.--L'astuto potente s'era guardato attorno ben bene per trovare a chi potesse far procura, ma siccome, poteva ancora darsi il caso di compromettersi, così il Morone pensava al modo di poter essere inteso, se fosse stato possibile, senza parlare nemmeno.
--E così, come va, messere? chiese finalmente al Corvino, tanto per dare un avviamento al discorso.
--Potrebbe andar meglio, e potrebbe andar peggio, rispose l'Elia, stiamo così fra zenit e nadir.
--E in quanto a faccende, come si mette la fortuna?
--Nel mese ch'è passato, adesso il collegio dei dottori ebbe un bell'affaccendarsi lui per dar corso a tutto quanto io venni manipolando in fretta e in furia in meno di quindici dì, ma il settembre che si avanza non pare abbia a portare con sè gran benedizione.
--E così, che pensate di fare?
--Pensavo che s'io mi dessi a sgranare i grappoli di villa Cortese, giacchè la stagione è da ciò, farei forse molto meglio le cose mie in questo settembre. Tuttavia non dò un lamento, perchè negli ultimi dì mi avvenne tal cosa, che può bene confortarmi del poco che il tempo promette. Quello scapestrato del fratel mio, che mi costava una quantità considerevole di pareri e di arrosti, ha trovato l'uomo che l'ha preso a proteggere, ed ha pagato tutti i suoi debiti. È un vero miracolo, ed è anche un gran peso che mi si è levato dalle spalle, perchè già un fratello, è sempre un fratello.
--Lodo la tua pietà, e mi fa maraviglia il miracolo.
--Peccato che adesso quel degno signore si trova in terra ferito, e quel ch'è peggio, sia più travagliato d'animo che di corpo; cosa di cui mio fratello è sconsolassimo.
--Scommetto che questo degno gentiluomo è quel caro conte Galeazzo, che si è messo a proteggere gli scapestrati, i _tôffi_ e le sgualdrine, per far dispetto ai gentiluomini di cappa e di spada. Lo conosciamo assai bene quel degnissimo cavaliere.
--Non è di lui che parlo, illustrissimo; il conte Galeazzo l'ho veduto un momento fa, che se ne andava in volta colle sue gambe assai bene, certo più bene del solito, giacchè, vostra signoria sa come talora si diletti di far la via a zig zag per alcune sue abitudini. Non è dunque del conte che dicevo, ma di quel povero marchese Palavicino, intendo il giovane, quello che sta in Sant'Erasmo.
Il Morone, che avrebbe voluto giocar di parole un pezzo prima di venire a parlare del Palavicino, rimase tanto quanto maravigliato vedendo che la cosa aveva voluto camminare da sè, e fu contentissimo di quel buon avviamento.
--Il marchese è mio amicissimo anche lui, soggiunse poi.
--Dunque, vostra signoria saprà, meglio di me, perchè il marchese sia in così cattiva condizione, non parlo già delle ferite, chè di quelle tosto si guarisce...
--Volevi dir del matrimonio?
--Di quello, voglio dire. E mi raccontava Omobono, che il Palavicino voleva venir tosto a Milano, e non c'era chi potesse trattenerlo, se il chirurgo non gli avesse messo due uomini a far guardia.
--Il caso di quel giovane è ben grave.
--Ebbe per altro un gran torto nel fermar gli occhi sulla figlia del Bentivoglio.
--E che volevi?
--Dovea pur pensare, ch'era assai poca cosa la sua corona di marchese; e che ce ne voleva una da re in testa. Egli è vero bensì che un giovane non è poi obbligato ad avere il sangue freddo del sindaco dei mercanti, e che non trattavasi già di comperare un moggio di segala, chè allora si fa quel che conviene. Ma intanto, ecco qui uno di quegli affanni cocenti, de' quali io mi tenni sempre in guardia, benchè non abbia nè il senno, nè la trippa del sindaco.
--Lo sapevo, disse allora il Morone, come se pensasse tra sè, che codesto matrimonio lo dovea cuocere fieramente.
--E la figlia del Bentivoglio è in peggiore acque assai; non so se vostra signoria abbia veduto il Baglione; ma l'ho veduto io, a Lodi, qualche giorno fa, dove mi recai per dar qualche ajuto ad un galantuomo di qui, che aveva a difendersi contro un birbante di là, e se anche non si sapesse quel che ognuno sa di lui, basterebbe vederlo per mettersi tosto in guardia, quantunque sia vecchio assai, e mi somigli una imposta tarlata che non stia bene sulle bandelle.
Il Morone continuava intanto a misurar la camera con que' suoi passi brevi e svelti, e stava sull'ale per cogliere il momento opportuno di gettar la semente nel solco.
--E il fratel mio, seguiva a dire il Corvino, n'è così tormentato che stamattina scongiurava cielo e terra, perchè sulla testa di questo nemico degli uomini cadesse almeno una delle colonne di San Lorenzo che minacciano di sfasciarsi; e mi chiedeva dei pareri a me, tanto per trovar qualche empiastro da sanar la piaga al marchese. Bisogna confessare, che mio fratello non manca di buon cuore.
Il Morone si fermò di botto in faccia al Corvino, pensò un momento, poi disse:
--E che cosa basterebbe l'animo di fare a questo fratel vostro?
--Quel che può fare un uomo che è sostentato dall'ira, e che non bada a rovinar sè per salvare altrui. La buona volontà non manca a mio fratello. Ma che fa il solo appetito, se nella pignatta non cuoce la zuppa?
--Ci vorrebbe la buona tempra di quel tale che trovò il segreto di far parlare anche i morti, soggiunse allora il Morone, alludendo ad una delle mille ribalderie del Corvino; voi ridete, messer Elia, ma per la sventura del marchese non ci vorrebbe altro, che ne dite voi?
Detto questo, il Morone fe' le viste di dar di volta al discorso, gettò un'occhiata, come se fosse a caso, su quell'imbrogliata quisquiglia di carte che aveva sulla tavola, e soggiunse poi subito:
--Quasi mi scordavo di ciò per cui t'ho mandato a chiamare. Senza dunque attendere a pigiar l'uva di villa Cortese, come dicevi tu, ti darò io da lavorare. In questa stretta di tempo e in questo repentino mutamento di cose ci ho molte matasse da svolgere; e siccome ho potuto accorgermi, che dello studio di Padova, a te non rimase la polvere soltanto, così te ne darei una a te imbrogliata molto da dipannare e da stendere al sole. Del resto, ti sborserò tanti ducati, quanti in una sol volta non t'è forse mai bastata la vista di guadagnare.
--È un lavoro per cui ci vorrà molto tempo?
--Può esser più, può esser meno; anche un giorno avrebbe a bastare, anche un'ora, pur che il pozzo dia acqua, e il poeta trovi la rima.
Corvino non afferrò bene, e stette pensando a quelle parole.
--Domani o doman l'altro, e potrebbe darsi anche oggi... tu dovresti porti al lavoro... e in quanto al prezzo, saran trecento, saran quattrocento ducati, o scudi del sole, come ti parrà meglio, a seconda dell'abilità e della riescita.
Il Corvino, a cui sembrò in vero che quel prezzo fosse esorbitantissimo, guardò fiso il Morone. Questi comprese allora ch'era nato un pensiero in testa al Corvino, che c'era un uncino al quale attaccar molto bene il suo filo. Allora tirò via, saltando di palo in frasca, senza alcun ordine del discorso.
--Dunque, tu mi dicevi, che il marchese, benchè ferito, voleva di tutti i conti vènire a Milano.
--Certo, illustrissimo.
--Ma che intenzioni, che fini ha egli poi?
--È presto compreso, quantunque non sia presto fatto; tentare un colpo ardito, e tenersi la ragazza per sè.
--È pazzo il marchese, la cosa è disperata; ogni tentativo è impossibile.
Il Corvino tentennò la testa, poi soggiunse:
--Difficile sì, impossibile no; mi pare a me.
Il Morone gli si piantò allora in faccia, come aveva fatto alcuni momenti prima.
--È ottima cosa che a te paja così, Corvino, ottima veramente.
E facendo quel suo solito lezio, strinse l'occhio dritto, il che accresceva quell'espressione assidua di acutezza che aveva svolta in faccia, e guardò fiso per qualche tempo il Corvino.
Questi notò quell'occhiata acuta, penetrativa, parlante; gli venne un lampo, la interpretò alla sfuggita... abbassò la testa... aveva capito.
Ci fu un momento di silenzio, che il Corvino ruppe il primo, dicendo:
--Se vostra signoria illustrissima volesse mai...
Il Morone fu presto a tagliargli la parola in bocca; non voleva assolutamente nè parlar chiaro, nè sentire a parlar chiaro, e subito svoltò il discorso.
--La settimana ventura verrai dunque a prendere i quattrocento scudi, che per allora, spero, mi avrai spacciata quella faccenda che ti dicevo.
Il Corvino tacque.
Il Morone continuò a passeggiar per la camera sinchè di bel nuovo gli si volse improvviso, dicendogli:
--Conosci tu il Bentivoglio?
--Lo conosco benissimo.
--Di vista, o di nome soltanto?
--Di nome e di vista.
--È una buona cosa anche questa.
--Buonissima certamente.
--E la sua figlia l'hai tu mai veduta?
--Qualche volta sì.... E un certo signor conte che io non nomino, non avendomi conosciuto bene, mi voleva dar certi incarichi per lei. Si trattava d'imbasciate.... Ma l'illustrissimo sentirà anche adesso il fumo della vergogna, se si ricorda di quel che gli ho risposto....
--La fanciulla ti conoscerebbe forse?
--Credo di no.
--Ho piacere che non ti conosca.
--Lo capisco anch'io.
--Dunque, Elia, noi siamo perfettamente d'accordo. Queste faccende ti aspettano, e metteva la mano fra quel mucchio di carte che erano sulla tavola; per adesso puoi andartene, soltanto fa di ritornare quando avrai messa insieme qualche novità; già non dovrebb'essere gran che difficile, tutto Milano è pieno di novità a questi dì... Conduci dunque le cose in modo che se ne abbia ad accrescere il numero.
Dette queste parole si gettò a sedere, mostrando di non aver più nulla a dire, e di non voler sentire più nulla. Il Corvino si licenziò.
Partitosi dal Morone, tosto si recò a raccogliere quelle notizie che gli erano indispensabili per tentare il miglior modo di mettere in atto quanto il Morone, così alla sfuggita, gli aveva fatto intendere; ebbe presta la maniera d'attaccarsi, come una sanguisuga, ad un uomo di camera del magnifico Bentivoglio, dal quale per verità seppe ciò che mai non avrebbe voluto sapere, e che invece di dargli qualche speranza, quasi lo tolse dal suo proposito, persuadendolo che i quattrocento ducati, co' quali aveva già fatto moltissimi conti, se ne fossero già risoluti in fumo. Le notizie che avea cavate di bocca dall'uomo di camera portavano, che il Baglione s'era già recato ad alloggiare nel palazzo che il Bentivoglio teneva a Chiaravalle, e che forse in quel dì e in quell'ora medesima che se ne stavano a parlare gli sponsali sarebbero avvenuti. Stornare un matrimonio, quando le cose erano ridotte ad una tal condizione, parve cosa impossibile anche all'Elia Corvino, per quanto fosse immaginoso ed audace, e il danaro avesse potere di fargli far miracolo. Con tutto ciò, sempre ruminando progetti e disegni, e tele e trame, si recò alla solita osteria del _Pomo d'Eva_ per vedere se da San Donato, ove il Palavicino giaceva ferito, fosse arrivato il suo fratello Omobono.
Non avendolo trovato, se ne andò in volta per la città tutto il dopo pranzo di quel giorno, prendendo per le vie più silenziose e più rimote, chè i suoi pensieri non avevano bisogno di essere divertiti da quell'unico suo proposito, che mai non sapeva abbandonare, per quanto poche speranze potesse avere. Intorno all'ora di sera però riavviandosi al centro della città, gli fu mestieri abbandonarlo un momento, per dar retta agli infiniti discorsi che si facevano tra gli innumerevoli gruppi di cittadini ne' quali ad ogni crocicchio s'incontrava, i quali discorsi non versavano che sull'ingresso che il dì dopo i Francesi avrebber fatto in Milano, del come si sarebbero comportati co' cittadini, delle feste che i patrizi milanesi, ritornati in fretta e in furia dalle loro villeggiature, già pensavano di offrire a que' loro amici vecchi, e così via.