Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana

Part 11

Chapter 11 3,848 words Public domain Markdown

--Io so tutto, Manfredo, e da lei stessa lo so. Ieri sera, avendo ella saputo, non so come, ch'io era colla contessa, per gli orti che congiungono il palazzo dei Beroaldo col suo, di nascosto di suo padre e con grandissimo suo pericolo, come mi disse poi, entrò nelle stanze della contessa per parlare a me, e le parole e gli atti di quella fanciulla furono così ingenui e sinceri, ch'io dovetti abbracciarla e baciarla come se fosse mia, e l'amo adesso come amo te.

Il Palavicino, sentendo sua madre a parlare in tal modo della Bentivoglio, si sentì agitato da una tenerezza e da una gratitudine così viva per quella donna, che si mise a guardarla estatico, quasi fosse una cosa straordinaria, una cosa santa, e non trovava una parola per rispondere.

--Non avendo dunque il modo di parlare a te stesso, continuava la madre, appena seppe ch'io era dalla contessa, come dicevo, e riponendo ogni fiducia in me sola, quella povera tribolata venne a raccontarmi l'improvvisa sua sventura.... bisogna dunque che tu non esca di città, che tu rimanga qui domani.... il padre le fa forza, e tu devi conoscerlo, ed ella è costretta a delle nozze abborrite.... e l'uomo che la deve sposare è già qui. Egli è dunque anche per questo, anzi per questo particolarmente che sono venuta da te stamattina.

Il Manfredo, a tali parole, non fece un movimento, soltanto guardava in viso a sua madre, attonito, soltanto le labbra gli tremavano visibilmente.

--Ella mi raccontò in fretta ogni cosa, chè il tempo le mancava, e tremava di paura. Mi disse che sperava nel tuo aiuto, che sola, non gli basta l'animo a nulla, e teme il padre. Vedi dunque che il bisogno stringe, e che si vuole soccorrerla. Quando mi disse chi era l'uomo che ha da sposarla, io temetti volesse morirmi tra le braccia, tanto le fa orrore quel tetro uomo del Buglione.

A questo nome parve che al giovane si scomponessero le fattezze in un tratto, pure continuava a guardar la madre con occhi spaventati e mille parole gli vennero in furia sul labbro, ma il labbro gli balbutì e gli fu impossibile di parlare. Pareva come oppresso da qualche cosa che avesse chiusa dentro di sè, e volesse prorompere con violenza e non trovasse la via.... scoppiò finalmente quasi in un grido.... e si cacciò ambidue le mani fra i capegli, con quell'atto disperato che fa l'uomo quando gli entra l'orribile persuasione che per lui non v'è più scampo.

La madre intanto lo guardava spaventata, e giacchè prima d'entrargli in camera aveva pensato non manifestargli subito quella trista novella, e solo l'aveva fatto quando s'accorse che in altro modo non le sarebbe riuscito vincere la sua ostinazione e trattenerlo in città, ora quasi se ne pentiva, ed era tutta contristata, e pensava al miglior modo di placare quell'ira e quel dolore.... ma quel dolore proruppe:

--Dunque è vero, uscì a dire Manfredo con un accento in cui l'ira sentivasi già soverchiata dall'accoramento, dalla tenerezza, da quell'affanno che ha bisogno di stemprarsi in lagrime.... è dunque vero che l'uomo osceno s'è ancora aggrappato all'orlo del suo sepolcro e n'è uscito vivo, ancor vivo.... per la rovina mia.... per la disperazione di quella povera sfortunata fanciulla...

E passeggiava a gran passi prendendosi le vesti, contorcendosi le mani, mandando gemiti interrotti, come se un acuto, insopportabile tormento gli serpeggiasse nelle carni, non gli concedesse requie. La madre allora gli si accostò, e con una grazia sollecita e piena d'affetto gli pose una mano sulla spalla:

--Manfredo, disse poi, le cose non sono al punto che tu debba disperarti così.... non v'è nulla ancora di perduto,... io venni ad avvisarti di ciò appunto, perchè spero, perchè voglio veder felici te e quella povera fanciulla.... e in ogni modo, io farò quello che a nessuno non darà mai l'animo di fare.... spera....

Il giovane si fermò, tutto commosso di gratitudine e tenerezza, e a quelle provvide parole, lo spasimo che gli era derivato da un'orribile certezza, tornò a stemprarsi nelle oscillazioni del desiderio e della speranza.

Cessò l'ira, cessò l'orrore; solo rimase l'affetto per sua madre e per la fanciulla, il quale ora appunto ch'era nato quell'ostacolo crebbe a tal punto, che la stessa tenerezza gli generò un altro spasimo, e tanto trasporto lo prese, che fu per gettarsi ad abbracciar le ginocchia di sua madre. I suoi caldi pensieri volavano allora dalla madre alla fanciulla con una vicenda fervorosa e continua.

E qui cominciò a non ricordarsi più nè dello Sforza, nè dei Francesi, nè della battaglia. Altro non vedeva innanzi a sè che quelle due care donne.

La madre che lo teneva abbracciato, standogli tanto in sul cuore che non uscisse al campo, e ancora dubitando, dopo qualche momento:

--E così, gli domandò, possiamo sperare che tu ci esaudisca? vorrai tu finalmente rimandar consolate me e quella fanciulla infelice?

Il giovane si scosse, fece un volto compunto: l'impeto di una passione inestimabile gli mise le parole sulle labbra.

--Oh non partirò, non partirò. State tranquilla, non partirò.... voi.... lascierete finalmente, e per sempre, quella infame casa dove vi si fanno patire le angosce dell'inferno. Abbandonerete il rigido inflessibile vecchio, e verrete con me.... e con quella sventurata fanciulla.

E alzando a gradi a gradi la voce come l'eccitava la commozione:

--Oh non speri d'averla, il Baglione. Rimanga nella sua dura e superba solitudine il padre, la fanciulla verrà con me, con me e con voi. Ce ne andremo insieme una volta, e per sempre, dove migliori destini ci guideranno. Io, lo giuro per l'anima mia, io non ho altri al mondo che voi due sole, e piuttosto che abbandonarvi, non so quel che farei, povere donne mie, non lo so!

Così dicendo, come spossato da quel convulso anfanamento, si gettò a sedere prendendo la mano di sua madre a farsela seder vicina, e appoggiandosi a lei e abbracciandola, per effetto dell'immaginazione infervorata dall'amore, gli pareva, sotto a quell'abbraccio di sentire e toccare anche la soave figura della Ginevra.

E, cosa strana e incredibile, quello zelo così costante in lui per le cose della città sua, per la causa degli Sforza, il cui vantaggio aveva sempre desiderato colla foga d'una passione, furono in quel punto rintuzzati e vinti da quella tenerezza casalinga, la quale or sembrava a lui la più desiderabile, la più santa fra tutte le umane cose, ed era maravigliato anch'esso che tutto il resto gli sembrasse ora così vacuo, e peggio; e incontrandosi coi pensieri, che scorrevano rapidissimi, in quella floscia ed effemminata figura del duca Massimiliano, non gli parve più cotanto sprezzabile, ed ora che il Baglione era venuto a rompere duramente la pace sua, vide che in quelle ingenui gioie di famiglia, in quelle pure corrispondenze d'amore e di pace, c'era una voluttà ed un incanto potentissimi a legare una volontà per sempre.

La madre intanto, ch'era venuta lì così conturbata, così priva di speranze, e adesso udiva quelle proteste e quelle parole piene di un amore così sviscerato, e tenevasi tanto sicura che il figlio suo non sarebbe già uscito al campo, quasi non ricordandosi più di che nuovo dolore era egli afflitto, godeva in quel momento di una gioia piena ed intera, e scorrendo col pensiero tutta la sua vita, non vi trovava un istante così felice come questo, e abbandonando la mano in quella del caro suo figlio, lasciava che la mente vagasse in una dolce contemplazione.

In quel punto, impallidendo affatto la fiamma della lampada che ardeva ancora sulla tavola, entrava nella camera da una finestrella su in alto, lasciata aperta, il primo raggio dell'alba a piovere una mesta luce su quel quadro attraente di matronale bellezza, di bellezza giovanile, su quel gruppo appassionato del più sviscerato amor materno, della più gentile venerazione figliale.

Ma in quel punto medesimo, per l'ampio silenzio non mai interrotto prima, s'udì, trasportato dall'aria, un suono grave e profondo di tocchi accelerati e continui.... dan dan dan dan dan.... campana a martello in duomo; poi di lì a poco, più libero, più aereo, più maestoso, un altro suono in quella cadenza medesima.... dan dan dan dan dan.... campana a martello a S. Ambrogio. Quindi gli stessi tocchi a S. Marco, ai monasteri, al'Annunziata; finalmente un martellamento generale di tutte le campane delle chiese di Milano, un vasto frastuono, un agitarsi in turbine sonoro di tutte le onde dell'aria.

Era l'avviso che davasi a que' cittadini che avesser voluto prender l'armi in quel dì ed aggregarsi alla numerosa truppa degli Svizzeri che a momenti dovevano uscir dal castello.

Il volto del Palavicino diventò rosso infuocato come bragia, poi quasi nel medesimo tempo, pallido, inferriato come la faccia d'un cadavere. La mano, con cui teneva stretta quella di sua madre gli tremò quasi per repentina paralisi.

Che accadeva in quel momento nell'anima sua? con che ordine fatale gli si disposero improvvisamente nel pensiero gli Sforza, i Francesi, la battaglia, le promesse, il dovere, i concittadini, i colleghi che l'aspettavano, i dieci di cui la sera prima era riuscito a cambiare i propositi, le proteste di amore, le promesse di rimanere fatte alla madre, della quale teneva la mano ancor stretta nella propria, la sua Ginevra, le preghiere di lei, il grave pericolo che le sovrastava.

E allora, quasi sentisse una fitta, una doglia acuta un tormento fisico, mandò, senza volerlo, senza nemmeno avvedersene, un'esclamazione così angosciosa, così disperata, che sua madre ne trasalì.

In quella, avendo rimbombato per tutta la città lo sparo delle artiglierie del castello, il Palavicino balzò in piedi con quella rapidità che ha una molla che scatta, si volse, s'accostò alla tavola, prese, si calcò la borgognata in testa... e a sua madre, che s'era alzata essa pure tutta convulsa, e a cui non osava nemmen guardare:

--Ahi non m'è possibile, gridò.

In quel grido c'era il tremito del singhiozzo accorato, l'asprezza dell'ira, l'accento della disperazione. Era una di quelle voci che ha l'uomo per manifestare tante e diverse passioni in una volta, e che non si possono tradurre in nessuna maniera.

E tentato allora un ultimo sforzo, e sempre senza mai guardare in viso a sua madre, quasi ne avesse timore e vergogna, si sciolse duramente da lei e fuggì, chiudendo l'uscio dietro a sè.

Pochi momenti dopo s'udì il galoppo serrato di due cavalli suonare sull'acciottolato della contrada.

La madre, tenuto dietro a quell'ingrato rumore, finchè si perdette affatto, se ne rimase come trasognata. Non sapeva credere a sè stessa, le pareva impossibile, dopo che s'era tenuta sicura di quanto desiderava con tanto ardore, ch'ella or si trovasse di nuovo in quella medesima angoscia con cui era venuta a supplicar suo figlio, e non sapeva uscire da quell'attonita sospensione, ma persuadendosi alfine di quel che era veramente, sentendo il sanguinoso contrasto tra la disperazione presente e la gioia d'un momento prima, pensando al vecchio marito, all'inflessibile padre di Manfredo che, con impazienza stava attendendo una risposta, e più che altro assalita dal timore, che il figlio suo fosse per morirgli quel dì stesso, ed ella non avesse a vederlo mai più, diede in uno schianto così procelloso di pianto che minacciava affogarla.

Entrava allora in quella camera, non sapendo ch'ella vi si trovasse ancora, un domestico del Palavicino per dar sesto ad alcune cose. La poveretta si fece forza, si asciugò gli occhi in fretta, procurò ricomporsi, ed uscì.

Appena discesa, se le fece incontro il vecchio servo, che l'aspettava da un pezzo sotto l'androne della porta.

Notò il buon vecchio, che era affezionatissimo alla signora, gli occhi ancor molli di pianto o il turbamento straordinario.... e preso da compassione, colla voce tremante e gli occhi quasi bagnati, le disse qualche parola per confortarla.... Ma a quell'atto e a quelle parole ella tornò a dare in un altro scoppio di pianto con un angore che le toglieva il respiro, e quando si adagiò nella paravereda e la cortina si stirò, si mise il fazzoletto agli occhi, e pianse dirottamente finchè si fermò innanzi al portone del vecchio palazzo Palavicino.

CAPITOLO X.

È probabile che il nostro lettore, uscito qualche volta dalla porta Romana, in una di quelle placide mattine di primavera, o d'autunno, così particolari al cielo di Lombardia, siasi recato tutto solo a quattro miglia dalla città, a visitare l'abbazia di Chiaravalle, ed è pure probabile che, entrato in quel breve orto, deserto e lugubre oggidì, che circonda la parte posteriore del tempio, piccolo, ma prezioso saggio dell'architettura portata dalle crociate, siasi fermato a lungo cogli occhi volti in su ad esaminare quella guglia alta, svelta, aerea, a trafori, elegantissima, intorno alla cui vetta, svolando a tondo gli uccelli interrompono dei loro dolci garriti l'universale silenzio; e qui sentendosi portato sulla via delle reminiscenze storiche, abbia ripensata la vita austera ed operosa di s. Bernardo, che fondò l'abbazia, le vicende e la caduta dei Torriani che qui furono seppelliti, il nome della Beatrice d'Este, la quale, venendo sposa a Galezzo Visconti, fu in questo luogo salutata dalla nobiltà milanese che le aveva mosso incontro espressamente, le sorti della Guglielmina Boema, di cui in prima si venerò il sepolcro con triduo festoso, poscia se ne sparsero le ceneri al vento facendosi le cose a proposito, tanto nel primo che nel secondo caso.

Ora nel giorno 15 settembre sul piano praticabile più alto di quella guglia, ad un'ora di giorno si vedevan fermi due uomini. Dell'uno luccicavano al sole gli ori e le gemme sulle ricche vesti, e dell'altro difficilmente si distingueva l'umile sottana di monaco cisterciense. Il silenzio in quell'ora, in quel giorno, non era nè generale, nè profondo come il solito, ma veniva interrotto da frequenti scoppi come di tuono, che percorrendo e agitando le regioni dell'aria veniva a morire in seno dell'abbazia. Intanto che i due dall'alto della guglia parevano immobili a guardare, alcuni conversi del monastero, raccolti in quel brolo, oggi così abbandonato e tetro, se ne stavano inchinati, accostando la testa a terra, come ad ascoltare qualche cosa che venisse di sotto.

Stando in fatti in quella postura, alle improvvise alterazioni del cupo rimbombo, che, quasi percorresse lo spazio sotterraneo, arrivava da sei miglia lontano sino a quel punto, si poteva quasi avere un sentore dei repentini movimenti de' cavalli e delle artiglieria trasportate, delle varie vicende della battaglia che si combatteva tra Marignano e San Donato, e que' buoni conversi da que' suoni così vaghi credevano infatti poter raccogliere qualche notizia. In quanto poi ai due che stavano sull'ultimo piano dell'aerea guglia, non contenti di quello scarso indizio, per la vastità della campagna dirizzavano lo sguardo fin dove poteva mai arrivare, e lo tenevano fisso a un punto dove brulicava uno sciame, quasi poteva dirsi, di lucenti insetti che si agitavano, rischiarati in quel momento da un nitidissimo sole di mattina. Era quello un corpo di riserva che stava sull'ale per accorrere in tempo, quando l'esercito Sforzesco si fosse trovato all'ultime strette.

L'uomo, principalmente, sulle cui vesti si vedevano luccicare le borchie d'oro, fissava lo sguardo a quel punto con quell'inquietudine, con quell'ansia, con quel turbamento, con cui un giuocatore sta aspettando il cadere del dado che gli darà la buona o la mala fortuna.

Ma quando all'orologio dell'abbazia scoccarono quattordici ore, e colui stanco dell'assidua attenzione, distolse un momento lo sguardo da quel luogo, non ebbe neppur tempo di ritornavelo, che quell'amasso lucente era già scomparso e non si vedeva più nulla.

--Reverendo abate, disse allora quel signore con un soprassalto d'alacrità che gli scintillava tra ciglio e ciglio. Gli Svizzeri son certo a mal partito; spero che la vittoria sarà pel re, e con un'affabilità eccessiva che non gli era punto abituale, strinse la mano del reverendo.

Detto e fatto questo, si appoggiò ancora al breve parapetto che interrompeva l'elegante traforo della guglia; e tornò a concentrarsi in sè, volgendo come per un moto macchinale uno sguardo disattento sulla campagna che gli si stendeva d'innanzi. Il suo aspetto a poco a poco era tornato alla grave ed inquieta attitudine di prima; quel primo bollore di speranza si era già raffreddato, i suoi pensieri avevan già cambiata direzione.

Del resto, era colui il magnifico Bentivoglio, lo scaduto signore di Bologna, il padre della Ginevra.

Era uomo che già aveva varcato i sessant'anni, d'aspetto assai dignitoso e severo, e, più che severo, terribile. Pareva appartenesse a quella rigida stampa dell'epoca romana, con una faccia ampia, di forme grandeggianti, tutta ad angoli, con gran naso e gran mento, e nel complesso, qual potrebbe figurare uno scultore se mai volesse comporre un ideale di testa, adoperando le maschere di Seneca e di Bruto.

Parlava poco, rideva meno, pensava sempre. L'antichità del casato, il dominio della grande e ricca città che aveva perduto, i mezzi di ricuperarlo, erano gli assidui oggetti di quel suo pensare.

Sin dall'estremo scorcio del secolo decimoquinto, era stato per la prima volta assalito da quello spavento che, come epidemia, s'era impadronito di tutta quella folla di tiranni e tirannetti che padroneggiavano la media Italia, allorquando il Borgia aveva minacciato assoggettare a sè la Romagna tutta quanta, e non s'era fermato alle minacce. Sgombrato che fu, per l'improvvisa morte di papa Alessandro, quel tetro nuvolo che aveva oscurato l'orizzonte del suo potere, credè stornato ogni pericolo, e se ne tenne sicuro al tutto. Ma appena venne alla sedia pontificia Giulio Il, che non meno d'Alessandro e del Valentino bramava riconquistare alla Chiesa tutte le terre che già le erano appartenute, i timori gli si accrebbero assai più che prima, e nel 1506 ebbe infatti dal terribile Giulio perentoria intimazione di render Bologna, e minacce di fulmini spirituali e temporali in caso di rifiuto. Sicuro dell'ajuto dei sudditi, e più ancora delle promesse di Luigi XII, aveva risoluto sostenere l'assedio ch'era stato posto alla sua città; ma i sudditi non furono abbastanza valorosi, e il lealissimo Luigi, preso alle reti dal pontefice, col quale convenivagli acconciarsi, fece il suo comodo e lo tradì. Nella notte del 6 giugno di quell'anno, e fu gran ventura, potè fuggire dalla città, e raccolte quante ricchezze potè ammassare in quella dura stretta, ricevuto un salvacondotto da Chaumont, che comandava le truppe francesi, se ne venne a Milano coi due figli Annibale ed Ermete e colla Ginevra che allora poteva avere otto anni, e qui fermò la sua dimora. Non avendo in quel tempo a far nulla, ed essendo i due suoi figli già oltre l'adolescenza, a stornare i duri pensieri ed a fuggir tempo, si diede all'educazione della sua Ginevra. E mostrando la fanciulla tanto ingegno quanto è fuori dell'ordine di una donna, gli die' maestri di lettere, di disegno, di musica. Urceo era stato il primo maestro della fanciulla sin da quando erano a Bologna; in Milano fu affidata alle cure di Giovanni Filoteo, dottissimo uomo e buon poeta. Il Luino le aveva insegnato i principj del disegno, e uno Scandiano Monteverde, maestro nel conservatorio di musica fondato da Lodovico il Moro, e che fu il primo di tutt'Europa, gli apprese il canto e il suono della lira, genere di strumento che allora era in grandissima voga, per esserne stato suonatore insigne il mirabile Leonardo.

Recatosi poscia a Ferrara, dove aveva molti possedimenti, i soli con cui potesse mantenere il decoro principesco della famiglia, aveva ottenuto che Lodovico Ariosto contribuisse pure alla maggior educazione della figlia, la quale seppe rispondere così bene ai desiderj paterni che, non ancora uscita dell'adolescenza, destava la meraviglia in quanti ravvicinavano.

Intorno a quel tempo ricuperò Bologna, ma, come sappiamo, nel 1512, spodestato ancora di quel dominio, e con minori speranze di ricuperarlo, di nuovo ritornò a Milano. Vi ritornò colla sola Ginevra, avendo i due figli Annibale ed Ermete seguito l'esercito francese.

Nella fanciulla, in quel lasso di tempo, colle doti dell'ingegno s'era venuta sviluppando una bellezza di forme straordinaria, alla quale dava assai prezzo una leggiera tinta di quella severa maestà paterna, che ai giovani che la vedevano comandava l'ammirazione, senza far tacere l'amore. Non è a dire con quanta compiacenza lo scaduto signore di Bologna vedesse quella sua figlia, come ringraziasse la fortuna d'averla fatta nascere nella sua casa. Nè già l'amor paterno soltanto generava quella compiacenza, ma un'altra causa assai meno tenera e molto più forte, la grandezza della casa, il desiderio di ricuperare i suoi Stati, Qual signore di Bologna, egli aveva sperato, facendone fondamento sui pregi della figlia, ch'ella potesse venir chiesta in isposa da qualche principe regnante o d'Italia, o di Francia, coll'ajuto dei quali farsi forte, e riavere i propri dominj; quella sua figlia dunque era l'unico oggetto delle sue cure e dell'amor suo; ma in quest'amore v'era qualche cosa di geloso, di tormentoso, di pesante. In tanti anni di dimora in Milano non le avea mai concesso s'abbandonasse in dimestichezza colle fanciulle di altre nobili famiglie; neppure una volta lasciò ch'ella uscisse a piedi di palazzo; temeva quasi che l'atmosfera delle contrade, dove si confondevano le esalazioni plebee, potessero mai recare qualche offesa alla nobiltà della figlia.

Quando Milano era sotto il dominio francese, non aveva mai frequentato che il palazzo e la conversazione del governatore, dove la Ginevra fu più d'una volta l'oggetto dell'ammirazione generale, e quando ritornarono gli Sforza, qualche volta si recava alle feste del duca. Nella propria casa non concedeva accesso che alle più cospicue e antiche famiglie di Milano, con un riserbo però, con un cerimoniale, con un'etichetta, che poteva anche promovere la nausea. Qual signore, benchè scaduto, d'un ampio stato in Italia, egli pensava che in tutta Milano non v'era alcuno che potesse stargli a paro, nè di nulla era più curante che di far spiccare e rispettare codesto primato. Il titolo di magnifico signore, era il solo che lo mettesse di lieto umore, che gli facesse distender le rughe della calva sua fronte. Di null'altro era più tenero che dei propri titoli, di nessun'altra cosa prendeva passatempo che della lettura della storia del proprio casato e della sua Bologna. Dal momento che gli era sfuggito di mano il potere reale, cominciò a vagheggiare con un amore ardente, geloso, permaloso, le immaginarie prerogative della nobiltà. Molte volte avveniva, che trovandosi a far qualche parola con taluno dei signori milanesi che non appartenessero al più squisito patriziato, una loro parola non abbastanza misurata, un atto, un gesto troppo confidenziale, al quale per inavvertenza si lasciassero andare, una stretta di mano datagli senza pensar molto alla diversa inquartatura dello stemma, qualche cosa insomma che gli potesse far sospettare avesse voluto quel tale o porsi al livello di lui, o abbassar lui al livello suo, bastava di tratto a mettergli i dispetti nel sangue, a farlo di improvviso diventar cupo, accigliato, inquietissimo.

E coloro che avessero voluto spiegare quei repentini _mali umori_, potevano benissimo darne causa o al mal di capo, o al dolor di denti, o ai reumatismi, ma non mai a quel che era veramente, perchè quel signore talvolta faceva poi anche l'affabile e il liberale, nè tutti erano così acuti da tener nota delle occasioni in cui lo faceva, nè sapevano accorgersi che anche allorquando dava cortesi parole a chi era da meno di lui, procurava tuttavia, nel mezzo della folla, di tenersi alto di tutta la testa appoggiato ai trampoli del suo grado.