Manfredo Palavicino, o, I Francesi e gli Sforzeschi: Storia Italiana

Part 10

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Presso a lui quel giovane così esorbitantemente indebitato il quale, per contrapposto, mostrava sul volto i segni di una floridezza, non dirò verginale, ma generata bensì dall'assidua consuetudine di mangiar bene e bever meglio, la quale però era tutto a scapito delle vesti, talmente cenciose, talmente in mal essere, che la palandrana grattugiata del pittore veniva a guadagnare moltissimo nel confronto. Vicino all'uno e all'altro quel povero padre di famiglia che dopo la terribile peripezia d'aver sculacciata la pietra de mercanti, per tentativi che avesse fatti, non gli era mai riuscito di rifarsi un momento, aveva i cenci dell'uno, e la tinta lugubre dell'altro, con due sopraccigli irsuti in aggiunta che celavano a mezzo le pupille, le quali movevano lente e gravi su d'un bianco reticolato di vene sanguigne e sparso di colori biliosi. Gli altri tutti poi partecipavano un po' del pittore, un po' dell'indebitato, un po' del fallito, miscuglio di pallidume prodotto da astinenze involontarie, di colori vivaci generati da intemperanze di contrabbando, di cenci larvati da fogge signorili, miscuglio d'avvilimento, di sfrontatezza, d'abbattimento, di coraggio. E a produrre un contrasto di tinte certamente soverchio, il volto gioviale, fresco, paffuto, lucido dello studente, le cui membra assai ben disposte e divinamente pasciute erano coperte da un abito molto alla foggia in cui la ricchezza andava di pari passo coll'eleganza.

Allorchè il Palavicino entrò nella sala, quei dieci galantuomini che non sapevano veramente quel che si volesse, stettero aspettando in silenzio ch'egli parlasse per il primo; intanto erano pure entrati nella sala due camerieri con guastade di vino e tazze e calici, e quando ad un ordine del loro padrone si mossero portando in giro i bacili fra coloro che non sapevano trovar la ragione di tutte quelle gentilezze, il Palavicino prese finalmente a parlare:

--Ho a domandarvi scusa di una cosa, amici cari, cominciò a dire.

Tutti si misero in attenzione.

--Stando nella mia camera ho ascoltato assai bene tutte le vostre parole e tutti i vostri disegni. Egli è vero però che la colpa non è già tutta mia, perchè le vostre voci erano così estremamente sonore, che v'avrei udito anche all'altezza della torre. Avendo dunque avuto sentore che intendete porvi in cammino stanotte medesima, non sarà mai vero, dissi fra me, che costoro abbiano ad uscire di città senza ristorarsi con qualche cordiale; però, dal momento che mi avete onorato dei vostri segreti, spero che mi perdonerete se vi ho fatto chiamar su e che vorrete onorarmi assaggiando il mio vino.

Tutti si guardarono in faccia maravigliati; il Palavicino allora fece due passi innanzi, e si piantò in faccia a Pierin da Sesto, il quale se ne stava immobile e alquanto impacciato:

--Dunque hai risoluto d'andartene anche tu, gli disse poi con un accento pieno d'affabilità e di dolcezza; non so che dirti, le cose qui ti vanno fieramente alla peggio, e col danno della tua città, ti potrai rifare assai bene. Io non posso che lodarti.

Qui fece una pausa, poi soggiunse:

--Egli è gran tempo, amico, ch'io ti conosco... Qualche anno fa, trovandomi a caso col Luino, e il discorso essendo caduto su te, me ne disse cose grandissime quel bravo maestro, e mostrandomi alcune tele che tu eri venuto lavorando, mi assicurava che Iddio t'avea dato così mirabile ingegno, che il divino Raffaello forse avrebbe avuto un grand'emulo a questi dì. Sia dunque benedetta la donna che ti ha partorito. Pure avrei a dirti qualche cosa....

Qui fece una seconda pausa, e ricominciò poi così:

--Passerà un secolo, caro mio, più di uno ne passerà, e Dio sa quanti, l'un dopo l'altro, e le tue tavole avran prezzo sempre maggiore in ragione di tempo. Coloro poi che vivranno in quelle remote età, osservando i prodigi del tuo pennello, non finiranno di fare le meraviglie; questo è certissimo. Tuttavia la lode non verrà affatto sola. Peccato, dirà taluno, che a tanto ingegno venisse compagna così turpe viltà, giacchè avete a sapere che costui ha preso l'armi al danno del proprio paese; e forse colui che parlerà di tal modo, colto da un impeto d'ira, sarà tentato di rompere e distruggere il lavoro del mirabile pennello dicendo: non è giustizia che di costui ancora si perpetui l'infame memoria. Credilo a me, Pierino, anche questo potrà darsi.... Tuttavia bevi e ti prepara al viaggio.

Il pittore chinò la testa, avvilito e costernato, senza sapere cosa rispondere; ma il fallito che gli stava presso e ch'era uomo facilmente irritabile, e portava un astio cordiale a tutti coloro che godevano d'una certa prosperità, a quelle parole del Palavicino che gli parvero stranissime, si diede a passeggiare per la sala con poca soggezione e meno rispetto, e parlando ad alta voce come se discorresse tra sè, con un certo suo fare beffardo insieme e iracondo:

--Parla bene costui, diceva. Io vedo qui arazzi d'alto liccio, stupendi scrigni e tavolieri e ripostigli d'ebano intarsiati d'agate e lapislazzoli che è una maraviglia, sgabelli di quercia intagliati in oro con cuscini di velluto d'Utrec, nè si sbaglia a dire, che questi tappeti sono delle fabbriche migliori di Aquisgrana e d'Osnaburgo; me ne intendo benissimo io. E se adesso fosse inverno, su per la cappa di quel camino così ben ornato di puttini e fogliami, e così zeppo di stemmi araldici, crepiterebbe l'acuta e lunga lingua d'una fiamma a spandere un soave tepore per tutta la sala. Ora capisco che ha ad essere assai comodo e dilettevole il dar consigli e ammonizioni altrui quando, in cuna, la comare ci adagiò sulla mortadella, e penso che a me pure fioccherebbero i buoni pareri dalla bocca facili e abbondanti come fontane e ruscelli in tempo di primavera. Del resto, caro signore (e qui si piantò in faccia al Palavicino), se questo povero e buon diavolo, al quale la fame non porta un rispetto al mondo, per quanto il suo ingegno sia grande, corresse a furia stanotte per la città gridando: signori e signore, ecco un quadro stupendo per due pagnotte di segala; è probabile che ad ingannare il digiuno gli toccherebbe ancora di por la testa sotto la paglia, giacchè non credo che le coltri migliori sieno le sue.

Il pittore continuava a tacere: le parole del Palavicino lo avevan punto così al vivo e nella parte più sensibile dell'anima, che i suoi occhi si erano numiditi d'un pianto amaro.

Il Palavicino se ne accorse, e accostandosi a lui e mettendogli le due mani sulle spalle:

--Costui non ha parlato male, gli disse; i tuoi concittadini ebbero davvero un gran torto nel lasciarti senza lavoro tutto questo tempo; però, siccome le mie parole furono troppo acerbe, così avrei già pensato all'emenda. Qualche anno fa anch'io mi son trovato in durissima condizione, amico mio caro, e a quattrocchi ebbi anch'io a far dialoghi ben lunghi colla miseria, che mi si strinse alle costole con forti e duri argomenti, e tentò persuadermi ad azioni poco belle. Ma allora ci fu mia madre che pregò per me, e venutomi un forte aiuto mi riuscì di rimanere illibato. Ora tocca a te, amico caro, e in questo momento medesimo, te ne accerto io, la vecchia tua madre, di cui tu sei così tenero, ha fatto la sua preghiera, e l'aiuto è assai presto. Se dunque altro non cerchi che di lavorare, tu mi ritrarrai in una gran tela la battaglia che sta per succedere, e perchè l'inspirazione non manchi ed il tuo abbia ad essere un capolavoro, combatterai tu pure con me domani. Stassera intanto ti sborserò anticipatamente quanti gigliati vorrai tu, e comunque sia per esser di noi, tua madre non avrà mai più a languire.

Il pittore stette un pezzo attonito a guardare il Palavicino, e per quella sua natura fìsica così debole ed estenuata dal disagio e dallo scarso sostentamento, essendo facilissimo alla commozione, non potè dominarsi così che non desse in lagrime. Del resto gli mancarono le parole a ringraziare il marchese.

Ma al Palavicino si volse in vece sua alquanto calmato il bilioso fallito, e:

--Parlate voi da senno, gli disse.

--Perchè ne dubitate, messer Giorgio dei Nocenti?

--Giorgio dei Nocenti.... Ma in che modo sapete voi il mio nome?

--La storia sarebbe lunga, ti basti dunque ch'io sappia il tuo nome.

--Perdonate, caro signore, ma questa è pure la prima volta ch'io vedo voi.

--Ed io la seconda che vedo te... Vi fu un tal giorno, amico mio, che in Milano, due uomini erano infelicissimi forse del pari...tu eri uno di questi, io l'altro.... Correva il 12 e si era ai 30 di marzo.... Leggo già nella tua faccia che tu non hai dimenticato quel dì.... Ma io pure lo tengo a memoria. I trombetti de' mercanti annunziavano il sequestro di tutto quanto avevi al mondo, intanto ch'io vagolava per la città senza casa e senza mezzi, cacciato, disperato. Non ho vergogna a dirlo, no, tu allora non hai veduto me, avevi altro a pensare...ma io ti ho veduto bensì e ti ho compianto... Peccato che quanto hai tu adesso sul nudo palmo, tanto io possedessi allora, che forse non avresti avuto a sentire il duro rifiuto di quell'uomo spietato del conte Ferrandi.

A questo nome, sulla faccia del fallito si stese un nuvolo ancor più nero de' soliti, poi soggiunse:

--Signore, non mi state a parlare di colui, solo a nominarmelo mi si guasta il sangue... Trattavasi della mia vita, caro signore, della vita de' miei figliuoli si trattava, e colui mi ricusò allora quanto è solito a spendere in un voluttuoso quarto d'ora.

--E permise che tu, uomo onorato, fossi posto tre volte sull'odiosa pietra. Vedi che la tua storia io la so, ma allora m'accorsi ch'era la prosperità quella che teneva chiuso il cuore di quell'uomo, e ch'io sentiva pietà della tua miseria, perch'io era miserabile al pari di te; benedetta la miseria dunque, benedetta la sventura se tanto può; e benedetta la sorte che t'ha condotto da me in questo momento.

Qui fermatosi a guardarlo attentamente:

--Tre anni fa, soggiunse, brillava la salute sul tuo volto giovanile, ed ora tu non sembri più quello. So cosa vuol dire, ma a tutto c'è rimedio a questo mondo, e quando tornerai a casa, dirai a tua moglie e ai tuoi figli, che bollirà ancora del buon brodo nella loro pentola. Domani per altro anche tu sarai dei nostri, e comunque sia per esser di noi, alla tua famiglia sarà provveduto in ogni modo.

A queste parole la faccia burbera e sconvolta di quell'uomo s'era venuta a poco a poco spianando, e il suo occhio bilioso e come iterico era divenuto rosso empiendosi di lagrime.

Durò il silenzio per qualche tempo. A un tratto il Palavicino si staccò da lui, e girò lo sguardo fra tutti coloro che lo stavano a guardare attoniti essi pure e oltremisura commossi.

--Ora, quel che ho detto a questo amico mio carissimo, io dico anche a voi tutti. Ho potuto accorgermi che in fondo voi amate il bene del vostro paese, e i suoi nemici sono pure anche i vostri, e se per rimediare alle miserie, v'inducevate ad unirvi con esso loro e a tradire voi stessi, facevate tuttavia uno sforzo faticosissimo dell'animo, e colle belle parole e le celie e le risa che non bastavano a togliervi l'amaro in bocca era inutile il vostro tentativo di far tacere il pungolo segreto. Ora ditemi con libertà quel che vi abbisogna ad uscire di travaglio, ch'io confido di potervi benissimo soddisfare, e mi chiamo anzi fortunato ch'io sia quel tale che v'aiuti in quest'occasione. Del resto, se domani vi dà l'animo d'affrontar pericoli, vogliate uscire con me al campo, ma in difesa degli Sforza nostri signori, e contro Francia sino alla morte.

--A te poi, e si volse allo studente, io non ho nulla a dirti; a te è concesso far quello che più ti aggrada, nè io vorrò spendere neppure una parola sola a consigliarti quel che sarebbe il meglio. Se costoro, e additava gli altri che gli stavano d'intorno, fosser mai stati colpevoli anche di un delitto, comprendi tu, anche d'un delitto, sapendo bene da che duro persuasore eran stati sospinti, ben volontieri io avrei loro gettato un panno perchè tosto coprissero il marchio vergognoso, e tosto pensassero all'emenda, e in ogni modo io li avrei aiutati come avrei saputo meglio. Ma tu...tu non devi far altro che uscire e unirti alla Francia, che già non sarai quel tale che faccia il suo vantaggio. Esci dunque, e va pure, che sarai sempre la disperazione de' tuoi, che vorrebbero far di te un onest'uomo, e lo zimbello di coloro a cui tu pretendi di venire in aiuto. E in quanto alla patria; è assai meglio ch'ella ti perda, anzichè ti trovi. Lo ha detto il senno di quest'uomo, (e battè la spalla del giovane indebitato che se ne stava a bocca aperta), la tua testa è leggiera come la penna d'una gallina.

Il giovane studente, la cui natura era stata viziata dalla soverchia indulgenza della madre, della zia e dell'avolo, nè mai aveva sentito un sol rimprovero in vita sua, fu scosso da quelle dure e beffarde parole del Palavicino; fu quella la prima volta che si senti fortemente conturbato nell'animo dallo sdegno e dalla vergogna, fu una rivelazione di cose che gli erano al tutto ignote, e fu così potente rivelazione, che la sua faccia, abitualmente giovanile, si rialzò tutta stravolta e infocata per lo degno, e:

--Giacchè me lo dite, tosto uscirò di qui, rispose, ma vi rivedrò domani, in ogni modo vi rivedrò. Voi mi direte il numero de' baroni francesi che avrete uccisi... Io vi dirò i miei...faremo la somma. Ciò detto, senza attender altro, volse le spalle al marchese e partì di furia.

Il Palavicino sorrise a quelle parole e a quello sdegno, poi, come fu uscito:

--Non avrei creduto, disse, ch'egli si tenesse nascosto tanto fuoco. Basta, vedremo.

E stato qualche poco sopra di sè:

--Ora spacciamoci, soggiunse; noi dobbiamo stassera aggiustare i nostri conti, e la notte si fa alta. Compiacetevi dunque di seguirmi.

Lo seguirono infatti in un suo gabinetto dove rimasero con lui una mezz'ora buonamente. Quando uscirono, le loro fronti raggiavano di un contento certamente straordinario, perchè qualche cosa d'insolito pesava nelle loro saccocce. Allora il Palavicino li accompagnò fin sul pianerottolo dello scalone stringendo la mano a ciascheduno, e ripetendo spesso quasi per abitudine:--Domani all'alba alla porta del castello,--diede loro la buona notte, e si ritirò intanto che quei dieci giovani, a saltellone, discesero per la gran scala del palazzo.

Alcuni momenti prima il tetro bisogno loro aveva fatto sentire che per rifarsi, non c'era altro mezzo che d'accostarsi alla Francia, e quantunque conoscessero assai bene la turpitudine di quel disegno, la miseria, ingegnosissima, aveva popolato la loro mente di un così gran numero di sofismi, che essi, studiandosi ad esagerare il bene che Francesco avrebbe fatto alla Lombardia, avevano trovato il modo di conciliare il proprio vantaggio con quello del loro paese, talchè prima di trovarsi innanzi al Palavicino, erano riusciti a convincersi bastantemente che il loro disegno aveva la sua parte di generosità.

Ora, come fu tolta la causa che aveva generato que' torti ragionamenti, subito anche questi si dileguarono; tosto che la miseria ebbe cessato di preoccuparli, parve a loro di una schifosa bassezza il partito a cui si erano appigliati, e ragionando tra loro, e vergognando, non facevano che benedire la liberalità del giovane Palavicino, e a profferirgli, per rimeritarlo, anche la propria loro vita, se mai fosse venuta l'occasione.

Il Palavicino intanto, ritrattosi nella sua camera, ripensando a quella strana combinazione per cui aveva potuto guadagnare dieci uomini alla causa degli Sforza e della Lombardia sottraendoli alla miseria, egli se ne godeva in sè stesso assai più che i beneficati medesimi.

La voluttà dei riabilitare un'esistenza coi tempestivi soccorsi, di ritornare la tranquillità nell'animo di chi già disperava di tutto, è la suprema di cui gli uomini possono godere, è quasi una seconda creazione.

Ma per goderne occorrono troppo rare e squisite qualità di cuore e d'ingegno, e un simile fenomeno si riduce ad esser cosa così fuori delle regole e delle abitudini più consuete, che noi temiamo possa mai venir messa in dubbio la liberalità dei giovane Palavicino, e, ciò che sarebbe ancor peggio, tacciata di pazzia e multata di ridicolo.

CAPITOLO XI.

Non faceva ancora la prim'alba, ed era un cielo terso e lucentissimo del mese di settembre. Il silenzio della notte continuava tuttavia, quel silenzio particolare interrotto spesso da un vasto fremito generato o dal passaggio di venti improvvisi, o dallo stormire di estese masse d'alberi, o da rumori lontani, che prolungandosi di luogo in luogo, vanno a spirare nei recinti delle case.

Nella contrada di S. Erasmo, spopolata e silenziosa anche a di chiaro, non era indizio che abitasse anima viva, e solo ogni mezz'ora si sentiva rimbombare in quella quiete il martello dell'orologio dell'Annunziata.

Quando questo ebbe battuto dieci colpi, cominciò a partir qualche rumore dal palazzo del Palavicino, indi voci indistinte e nitriti di cavalli che risuonarono per tutta la contrada, e dopo qualche po' d'ora, lontan lontano s'udì come un rumor sordo di ruote scorrenti, e via via anche un trotto serrato, che s'andò sempre più avvicinando, sino a che svoltando dal Borgo Nuovo, e facendo rimbombar l'acciottolato, una carrozza, o meglio una lettiga a ruote, che fu la prima forma di cocchio che i Francesi avevano introdotto in Italia, non facevano allora molt'anni, andò a fermarsi innanzi al portone del palazzo del Palavicino.

Il servo, saltato a terra, battuto un colpo di martello alla porta, che subito venne spalancata, tosto si volse a stirar la cortina della lettiga, e diè il braccio a discendere ad una donna. Alcuni famigli del marchese, che erano usciti sulla soglia, conosciuta la signora, con grandissimo rispetto le si levarono di berretta.

Era dessa la madre di Manfredo.

A vederla così al primo poteva mostrare poco più di trent'anni, e solo ad avvicinarla e a guardarla per minuto le si dava un'età maggiore, per quanto fosse ancora attraente la sua non comune bellezza, alla quale dava un particolare carattere un certo pallore patito: e una tal quale rilassatezza di portamento. In quella mattina poi aveva il volto visibilmente scombujato, come per pianto recente. Vestiva una gran roba di velluto nero, e in testa aveva una cuffia parimenti di un tal velluto orlata di teletta d'argento.

La signora dimandò:

--È in camera mio figlio?

--È su in camera che sta armandosi, rispose un famiglio.

A queste parole, la signora fece un moto indescrivibile; presto salì lo scalone, e senza attendere che i servi la precedessero ad aprire gli usci, di una in altra camera giunse in quella di suo figlio.

Stava questo in quel momento adattandosi la corazzina; e quando, sentendo aprir l'uscio, si volse, rimase così impacciato e sconcertato vedendosi innanzi sua madre, che ella se ne dovette ben accorgere.

Ci fu qualche momento di silenzio e d'esitazione, ma infine, troppo rincrescendo al Manfredo ch'ella si amareggiasse stimandosi mal accolta:

--Non vi avrei già aspettata a quest'ora disse... jeri sera fui tentato di venire dai Beroaldo per vedervi.

--T'ho aspettato infatti fino a mezzanotte, tanto ero certa che ci saresti venuto; ho lasciato che ciascuno si partisse, e vi rimasi assai tempo ancora colla sola contessa, che pure ti aspettava; ma pur troppo ho dovuto dire fra me stessa: stavolta il mio Manfredo si è dimenticato di me.

Il giovane non rispondeva.

--E così venni a casa colla desolazione nel cuore; tuo padre e i tuoi fratelli mi aspettavano impazienti, perchè confidando nel mio buon Manfredo, loro aveva promesso che ti avrei persuaso a rimanere... pensa or tu come mi furon tutti contro, indispettiti e sdegnati, quando mi videro tornare così confusa e senza parole. Tuo padre, che vede disperata in tutto la condizione degli Sforza, trema per sè e per la sua casa, e pensa che la tua ostinazione porterà l'ultima rovina a tutti noi. In questi ultimi dì fu sempre così torvo e agitato e terribile, ch'io non ho avuto un'ora, un momento solo di quiete. Ma quando i tuoi fratelli gli replicarono l'incomportabile rimprovero, che avrebbe dovuto rimaner vedovo il resto de' suoi dì, che con me recò la sventura nella casa, l'ira lo trasportò, le sue parole traboccarono, tutte le sue imprecazioni vennero a cader su me.

Il giovane a tali parole si fe' tristissimo.

La signora stette guardandolo un pezzo, poi riprese:

--Hai tu dunque risoluto?

--Che cosa risoluto?

--Che tu combatta quest'oggi contro i Francesi?

--E ciò mi domandate? ma voi lo sapete pure. Quel ch'io pensavo a diciott'anni, anche oggi penso con quel fervore medesimo, e più. E ch'io debba combattere quest'oggi, è mio destino.

--E il mio è quello di viver sempre in affanno e di non aver mai una consolazione da te; ma, per carità, ascoltami, il mio Manfredo. Io non ho mai veduto tuo padre così inclinato, come oggi, che l'ho lasciato con qualche speranza, a dimenticare, a perdonar tutto. Non lasciarti sfuggire quest'occasione. Potrebbe non venire mai più, e lui altro non vuole se non che tu non combatta quest'oggi contro i Francesi, e rimanga in città... e tutto è finito, ed io sarei la più felice di tutte le madri.

Manfredo crollava il capo e pareva inquietissimo.

--Senti... tuo padre ti ha duramente scacciato per questa ostinazion tua... e ti ha maladetto.... Tu non ci hai colpa... lo so, tutti lo sanno. Ma la maledizione di un padre è terribile, il mio povero Manfredo, e viene il dì....

Il giovane si scosse a queste parole, e un misterioso raccapriccio gli tramestò tutta l'anima. Accorgendosi poi che la sua volontà quasi subiva la influenza di quel raccapriccio, indispettito di lasciarsi così sopraffare, e in quel momento, e per sua madre, tant'ira lo prese, che non bastò a dominarsi, e proruppe:

--Questo era il dì veramente, e l'ora opportuna per venir qui ad arrovesciarmi l'anima. Io aveva procurato scansar tutte l'occasioni per non veder voi innanzi a quest'ora, che già troppo m'immaginava i vostri soliti, perpetui, insopportabili pianti; ma voi, no, non lo avete voluto, e siete venuta qui pel mio malanno e pel vostro.

E misurando a gran passi la camera, l'impeto dell'ira sua appariva assai più dagli atti che da quelle parole medesime. Ma in quella foga sguardando un istante, e vedendo sul volto di quella donna soave di sua madre, un'attonitaggine accorata, un'avvilita sommessione, quasi fosse un suo soggetto intimorito dagli strapazzi e dalle contumelie, sentì come un rimorso e uno spavento repentino, rimorso che gli fece cadere a un tratto lo sdegno, gl'inspirò più forte che mai la tenerezza per sua madre, e gli sconvolse tutta l'anima d'una compassione che lo faceva tutto tremante. E' si fermò di tratto in prima, poi lento lento s'accostò alla madre e, stato un istante perplesso, le gettò le braccia al collo con una dimestichezza ingenua e abbandonata, che ricordava i suoi atti infantili, e stette così a guardarla senza dir altro. Allora la tenera donna, sentendo in quel punto tutt'in una volta l'effetto e dell'ira e della tenerezza del figlio suo, stette tuttavia attonita e immobile senza parlare, senza nemmeno guardarlo in viso. Ma dagli occhi lente le sgorgarono due sole lagrime, di quelle lagrime piene di passione che le promovono a dirotta in chi le osserva.

La somiglianza quasi perfetta di que' due volti, pallidi ambidue, sbattuti e atteggiati al dolore; quella madre ancora giovane, ancora avvenente, abbracciata dal suo unico figliuolo, con quell'atto d'amore insieme e di venerazione, avrebbero al certo fatta una impressione particolare in chi che sia li avesse veduti in quel punto. Stettero così in silenzio per qualche tempo, quando la madre:

--Ora ho a parlarti di una cosa, esclamò, di una cosa che importa assai, Manfredo; e stata un momento sopra di sè perplessa, soggiunse: la figlia del Bentivoglio mi parlò di te.

Il giovane non aveva mai dotto nulla di quell'amor suo alla madre, por ciò rimase assai maravigliato e scosso a quello parole inaspettate,

Ella se ne accorse, e continuò: